No filter. La felicità che non piace ai social

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Quando abbiamo confuso lo star bene con l’essere felici?

Quando abbiamo lasciato che la nostra vita diventasse uno spot, in cui il benessere viene prima di tutto?

Ci siamo lasciati confondere. A furia di sentirci ripetere che il bagnoschiuma ci coccolava, che il cotone sulla pelle ci faceva bene, che la crema al cioccolato portava il nostro nome, ci siamo convinti che la felicità fosse quella cosa lì.

Abbiamo scambiato la comodità per un’ambizione, il piacere dei sensi per un obiettivo, abbiamo ceduto i nostri sogni per un pugno di morbidezza. Le nostre giornate per un pugno di foto costruite ad arte.

Quando ci siamo dimenticati che la vita è una corsa contro l’inadeguatezza e il dolore, che la scomodità è un calcio in culo che ci spinge verso i nostri sogni, non un segno di fallimento? Quando sono riusciti a convincerci che il benessere fosse la meta e non una condizione provvisoria che non dura neanche il tempo di uno scatto? E che non merita molto di più?

La vita vera passa per la malattia, per la paura, passa per le ferite dell’animo e del corpo, passa per i dolori che ci affliggono ogni giorno e che nascondiamo sotto il trucco e la messa in piega e i filtri di Instagram.

La vita è fatta di malattie temute e schivate, e di altre che ti investono come un treno merci e ti costringono a scordare tutto il resto, proprio quando scopri di averne bisogno. La vita è fatta di paura, di chili di troppo, di sangue, di rughe, di macchie, di capelli bianchi, di litigi, di incomprensioni, di fallimenti, di tensioni e delusioni e di parole sbagliate dette nel modo sbagliato. La vita è tutto quello che ci hanno convinto a nascondere sotto il tappeto come la polvere e che invece parla di noi. La vita siamo noi quando meno ci piacciamo, quando ci fa male tutto quanto, quando non siamo all’altezza, quando ci sentiamo soli, quando ci sembra di non farne una giusta. Quando cadiamo e poi ci rialziamo. No filter. Perché è chi sa rialzarsi chi vive davvero, chi sogna, chi rischia, chi ama, chi sbaglia, chi prende testate contro il muro in continuazione, chi arriva sempre troppo tardi, chi è sempre fuori moda, fuori tempo, fuori tema. Chi non sta bene.

Non voglio una foto su Instagram per ogni momento felice. Voglio un sogno per ogni fallimento, una storia da raccontare per ogni ferita, un amico per ogni paura, un nuovo inizio per ogni fine. Voglio ritrovare me stessa sul fondo dei miei sbagli, nella fatica e nel dolore, nelle perdite e nei fallimenti.

Voglio una vita tutta sbagliata per i social in cui trovare la parte migliore di me, quella che resiste, nonostante tutto. Voglio cercare me stessa e trovare tutte le mie ferite e il coraggio di guardarle in faccia a una a una senza vergognarmi. Non voglio la morbidezza del benessere e il languore compiaciuto di successi passeggeri. Voglio essere orgogliosa dei miei sbagli, nonostante tutto, e dei miei mali. E il giorno in cui riuscirò a indossarli come indosserei il mio vestito migliore, senza nasconderli per paura di svelare le mie debolezze e la mia fragilità, allora forse proverò qualcosa di simile alla felicità.

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La verità è che non possiamo farci niente

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Foto Mateusz Lapsa-Malawski (CC)

La verità è che non possiamo farci niente.

Possiamo mettere ai nostri figli tutta la crema solare che vogliamo, cercare di evitare che si trovino davanti siti pornografici, legarli ben stretti nei seggiolini per le auto, controllare che non ci sia traccia di olio di palma, latticini, carne di maiale, conservanti e coloranti in quello che si cacciano in bocca.

Possiamo controllare con chi giocano prima e con chi escono poi, non portarli a Londra perché abbiamo paura del terrorismo, fargli lavare le mani appena entrano in casa, toglierci le scarpe quando iniziano a gattonare, mettergli il casco quando vanno a sciare e misurare la distanza fra le assicelle del lettino quando sono piccoli. Possiamo prendercela con i cellulari e con internet e con i social e con i pericoli in agguato su Instagram. Possiamo prendercela con le canne e con i bicchieri di troppo e con le compagnie sbagliate e con i bulli a scuola e con la superficialità dell’adolescenza.

Possiamo illuderci che dove c’è la legge ci sia la giustizia, che dove ci siano le norme saranno al sicuro, che basti fare le cose nel modo giusto per non finire nei pasticci e restare sulla buona strada. Che dove il mestiere di genitore non arriva più si possano seguire i consigli della maestra, del parroco, del pediatra, del preside, dello psicologo per sfuggire ai pericoli e agli errori più gravi.

Ma la verità è che non possiamo farci niente. E lo sappiamo. Quando spegniamo la luce della loro stanza, quando entriamo in punta di piedi per vederli dormire e controllare che non abbiano scalciato via le coperte, quando ci chiniamo piano su di loro per baciarli mentre dormono, una vocina ce lo sussurra sul fondo dei nostri pensieri e del nostro affetto.

I nostri figli non saranno mai al sicuro. E noi non possiamo farci proprio un bel niente. Perché un giorno magari scopri un livido di troppo e lo vedi un po’ pallido e due anni dopo te lo porta via la leucemia. Perché gli hai insegnato quanto è importante allacciarsi la cintura di sicurezza ma in quella frazione di secondo se l’era slacciata per togliersi la giacca. Perché lui sa che se è ubriaco non deve mettersi al volante, ma quello della Seat rossa che gli si è lanciato addosso no. Perché gli hai messo il casco quando andava a fare snowboard ma era allacciato male ed è volato via un attimo prima. Perché un giorno magari tuo figlio decide di cercare la sicurezza buttandosi giù dalla finestra.

Le canne, i cellulari, i conservanti e il casco non c’entrano niente. Sono i nomi che diamo alla nostra paura. La paura di perderli, la paura di scoprirci inadatti, la paura di avere sbagliato tutto, la paura di trovare il vuoto nel letto la sera in camera loro. Sono l’uomo nero dei genitori, quello che cerchiamo di scacciare ogni volta che spegniamo la luce, quello che ci sveglia fra gli incubi e che sentiamo agitarsi nell’armadio quando andiamo a dormire. Sono il nostro mostro e continueremo a combatterlo come tanti Don Chisciotte spaventati. Ma arriva un momento in cui lo facciamo per noi, non più per i nostri figli. Arriva un momento in cui varchiamo una linea invisibile e inafferrabile e la paura ha soltanto la nostra di faccia.

La verità è che non possiamo farci niente.

Tranne forse lasciar cadere il braccio fuori dalle coperte, come nella favola che gli leggevamo quando era piccolo, e lasciare che il mostro ci prenda la mano dal suo mondo a rovescio. E scoprire che la paura in realtà ha il volto di un amore spaventato, come tutti gli amori. E come in tutti gli amori, ogni tanto forse l’unica cosa da fare è ammettere di non capirci più niente, ma continuare a camminare tenendosi ben stretti per mano.

Meglio sole che ben accompagnate

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Foto Claus Tom Christensen (CC)

Donna sola è un ossimoro, come piacere disgustoso o lucida follia. A differenza di questi ultimi, però, è un ossimoro che prelude a sventure e tragedie. Le racchiude, in qualche modo. La donna sola si fa ammazzare, si fa violentare, si caccia nei guai. La donna sola, è evidente, non sta bene. Ha qualche problema. Nella migliore delle ipotesi, non ha trovato nessuno che se la pigli.

Ricordo ancora le telefonate quando decisi di andare a vivere da sola, superati i vent’anni da un pezzo. Quando scoprivano che i miei genitori vivevano nella stessa città, nessuno voleva più affittarmi la stanza. Se te ne vai di casa avrai già i tuoi problemi, mi disse una tizia. Ci rimasi malissimo. No, non avevo nessun problema. Andavo d’accordissimo con i miei genitori. Solo mi sembrava che fosse arrivato il momento di stare da sola. Non avevo capito che il problema era tutto lì, in quella parola. Sola. Che poi sola un corno, visto che ho passato l’anno successivo a difendere il mio scaffale in frigo.

Ai tempi comunque non mi soffermai troppo sulla faccenda. Ci arrivai qualche anno dopo, al funerale di mio padre. Quando una cara amica si avvicinò e mi disse Tranquilla, voi siete tre donne forti. Eccola, ce l’avevo sotto il naso e non l’avevo vista. La tragedia nella tragedia. Non avevamo perso soltanto nostro padre. Avevamo perso l’unico uomo della famiglia. Tre donne sole, e come si fa, pensavano probabilmente in molti. Tre donne sole sono vittime per definizione, come potranno mai cavarsela, così ingenue e sprovvedute, senza una salda mano maschile che le guidi?

La questione insomma rimane. Me la sono ritrovata di nuovo sotto il naso un’infinità di volte, viaggiando da sola, leggendo dell’omicidio delle due ragazze argentine nello stesso posto in cui ero stata con un’amica, perfino incappando in un post apparentemente innocuo come questo.

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Quale tragedia può mai spingere una donna a voler restare sola? Quale grave forma di isteria e di malattia mentale? Ma soprattutto, quanto può essere brutta una donna che vuole stare da sola? Brutta dentro e brutta fuori, si intende. Quanto dev’essere egoista, sventata, imprudente, meschina, arida, una donna che decide, chessò, di trascorrere il suo tempo a leggere e andare alle mostre, a viaggiare e andare al cinema, da sola? Per forza che poi le succede qualcosa di brutto. Come si fa, siamo sinceri, a non pensare che se l’è meritato almeno un po’?

La gravidanza delle donne non dura nove mesi, nossignori. La nostra è una gravidanza eterna. Noi restiamo incinte tutta la vita, ogni volta che un uomo si sente in diritto di dirci che cosa dobbiamo fare e perché abbiamo bisogno di lui. Siamo incinte quando ci considerano deboli, con la mente offuscata. Siamo incinte quando protestiamo e ci dicono di darci una calmata, di non fare le isteriche. Siamo incinte ogni volta che ci tarpano le ali facendoci sentire in colpa, spaventandoci, mettendoci paura, chiudendoci in casa. Noi te l’abbiamo spiegato per bene, poi, se ti succede qualcosa, non venire anche a lamentarti.

Una donna sola è un’anomalia, una stranezza della natura. Una chiocciola senza conchiglia, un cono senza gelato, un Moscow Mule senza zenzero. La strada verso i diritti delle coppie omosessuali è lunga e in salita. Ma quella verso il diritto della donna a non stare in coppia lo è ancora di più, se possibile.

Eppure il bellissimo post con cui ragazza paraguaiana ha dato voce alle due turiste uccise racconta una storia diversa. La storia di migliaia di donne che hanno sempre viaggiato sole e continueranno a farlo. La paura che ci portiamo dentro non ci appartiene, è fatta della stessa sostanza dei sensi di colpa con cui ci hanno tenute buone. Liberiamocene. Possiamo scegliere di farlo per tutte le donne a cui hanno fatto il processo da morte. Possiamo farlo per le nostre figlie e le nostre nipoti e le figlie delle nostre amiche. Ma sarebbe ancora più bello se lo facessimo solo per noi stesse, per una volta. Anche perché significherebbe che dobbiamo iniziare a farlo da subito.