Le donne quando si raccontano fanno un passo indietro

 

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Foto di Pleuntje (CC)

Ci hanno cresciute insegnandoci a stare al nostro posto, a non farci notare, a chiedere permesso, a stare “composte”. La compostezza è una condizione morale, prima che un atteggiamento. La donna composta non si emoziona troppo, non in modo sfacciato, non si altera, non cammina davanti al marito ma un po’ indietro o di lato. La donna composta sa ascoltare, sa restare in silenzio, non contraddice, soprattutto non contraddice un uomo, non in modo esplicito almeno. Con sottigliezza tutt’al più, con ironia, quasi senza che lui se ne accorga.

La donna composta non critica e non dice a un uomo che cosa deve fare, gli lascia il timone e poi comanda la nave senza remi e senza meriti. La donna composta d’altri tempi, ma anche un po’ dei nostri, intuisce che il suo posto è fra le chiacchiere in cucina a parlare di futilità come gli affetti e le questioni di cuore, non in salotto a parlare di cose serie come il prezzo dell’usato e la finale di campionato

E così spesso le donne quando si raccontano senza esibirsi, quando sono lì per quello che fanno e che pensano, non per l’aspetto che hanno, fanno un passo indietro. Si prendono il loro tempo e il loro spazio, ma hanno l’aria di chi sa di doverselo meritare, non di chi lo occupa per diritto. Soprattutto se in sala c’è anche un uomo.

È la Legge del Forno.

Quando ero piccola, durante un viaggio ci fermammo a comprare il pane in un paesino del Monferrato. Quattro case intorno a una via principale deserta, fatta eccezione per la nostra macchina che si scaldava al sole. Scese mia madre e noi restammo in macchina ad aspettarla. Ma lei non tornava, in macchina faceva caldo e il tempo passava, così scendemmo a cercarla.

La panetteria incredibilmente era piena. C’erano quattro o cinque donne davanti a mia madre, che se la prendevano comoda, fra una michetta e il referto medico di qualche conoscente.

Non appena mio padre entrò calò il silenzio e la panettiera, che fino a quel momento aveva ignorato mia madre, si rivolse a lui, senza sapere che era il marito.

“Mi dica! Come posso servirla?”

Mio padre indicò le signore davanti a lui lasciando intendere che non aveva fretta.

“Ma no, loro possono aspettare. Serviamo prima questo bel signore, mi dica!”

Mia madre uscì dal negozio fumante, borbottando che non ci avrebbe mai più messo piede. Mio padre uscì gongolando per il trattamento ricevuto.

In realtà, come avrei scoperto più avanti, le signore avevano fretta di servire mio padre non per riverirlo o in segno di rispetto, niente affatto. Era solo per liberarsi di lui e poter continuare a chiacchierare in pace fra donne. Probabilmente lo sapevano anche mio padre e mia madre, ma il fatto che fossero a parte di quel segreto non impedì a mio padre di essere servito in un lampo, né a mia madre di dover aspettare il suo turno in eterno.

La Legge del Forno, ti tratto come un principe, per toglierti di torno.

In molte di noi, anche le più emancipate, al momento di confrontarsi con un uomo scatta il bisogno di dimostrare qualcosa, che sia la compostezza e il saper stare al nostro posto o il nostro valore e la forza delle nostre idee. Così, quasi senza accorgercene, facciamo un passo indietro. Ci scusiamo, giustifichiamo il nostro essere dove siamo, e spesso facciamo della modestia il nostro valore, invece di lasciare che sia il nostro valore a definire la nostra modestia.

Ma c’è anche un’altra cosa che ci portiamo dietro dalle chiacchiere in cucina e in panetteria, ed è l’intimità, la capacità e il bisogno di parlare di sentimenti, di metterci la faccia e il cuore. Così le donne che si raccontano fanno un passo indietro e si celano dietro il bisogno  della compostezza mentre si svelano attraverso la necessità delle emozioni.

Le donne che si raccontano a volte sembrano un po’ meno protagoniste degli uomini, sembrano sottrarsi e chissà, forse è stato proprio il ricatto della compostezza a costringerci a imparare così bene una lingua universale come quella delle emozioni.

Non so dire se esista una scrittura femminile e una scrittura maschile, credo di no. Credo però che esista un modo di raccontarsi femminile (il che ovviamente non significa che a usarlo non possa essere un uomo), che ha qualcosa di clandestino, di più intimo e schivo. In cui il racconto delle emozioni racchiude e soddisfa il bisogno di parlare di sé. In cui le emozioni e la capacità di esplorarle e viverle fino in fondo non sono la strada che conduce verso l’eroismo, ma l’unico eroismo davvero necessario.

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