Non siamo mica tutti così (ma lo diciamo solo alle femministe)

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Si passa dal “Ma non siamo tutti così” a “Se voi femministe odiate gli uomini il problema non è nostro” curiosa contraddizione per cui se noi condanniamo un comportamento maschile ci viene risposto che non sono tutti così (loro, gli uomini), mentre noi invece (le femministe, donne) a quanto pare sì, siamo tutte così. Così come, non è dato capirlo. Incazzate, forse, e vorrei anche vedere. Incazzate senza garbo e senza grazia, peccato imperdonabile per il gentil sesso. Incazzate senza garbo e senza grazia per un problema che non ha niente a che vedere con l’accudimento altrui, ergo, al rogo.

C’è anche la versione più furbesca e malandrina del “Ero femminista anch’io, finché non ho capito che siete in guerra contro di noi” che sottintende probabilmente che scatti una ola alla dichiarazione di femminismo da parte di un portatore sano di testicoli, cosa che se non rientra nei motivi di beatificazione immediata dovrebbe se non altro garantirti uno stuolo di femmine adoranti.

Nello specifico, ho letto tutte queste reazioni al post in cui si denunciava un gruppo Telegram in cui padri si scambiavano foto delle figlie dodicenni, i fidanzati foto delle ex fidanzate e in cui la cosa più educata che si leggeva era l’invito a omaggiare a suon di sperma la foto della donna di turno. Il gruppo nel frattempo si è vantato di essere finito su Wired e ha già cambiato nome, come hanno fatto i molti che l’hanno preceduto e come faranno tutti quelli che verranno dopo. Sì, perché non basterà tutta l’indignazione social a fermarli, proprio come soltanto il coronavirus – forse – è riuscito a fermare i voli su cui posati capofamiglia cinquantenni andavano a fare sesso con minorenni thailandesi. Eppure anche in quel caso i “Non siamo mica tutti così” si sono sprecano da anni.

Perché non si fermeranno? Forse anche perché il mondo è pieno di tutti quegli uomini che non sono mica tutti così, ma quando ricevono un meme sessista su whatsapp rispondono con l’emoticon che si sganascia dalle risate. Poi certo, fra sé sono sicura che si stracciano le vesti per l’indignazione, ma quanti di loro davanti alla foto di un culo o di un paio di tette con battutaccia scopereccia di rigore alzano le dita sulla tastiera e scrivono “Questo meme nasce dalla stessa cultura dello stupro che in altri contesti vi fa schifo, cari miei, decidetevi”?

Quindi no, non siete tutti così, ma se viviamo in una società affascinata dalla violenza maschile, immersi in una cultura tutta testosterone, dove il maschile è potere e tutto il resto sono gradevoli sfumature di piacevolezza e maternità, se il femminile è un’eccezione di cui continua a decidere il genere maschile, questo succede perché il maschile se l’è conquistato non a suon di meriti, ma a suon di stupri, veri o virtuali che siano. Quello stupro a cui allude la metà dell’immaginario e dei messaggi da cui siamo circondati. Succede perché lo stupro è un’arma di potere e il motivo per cui pochi uomini fanno la morale davanti agli amici maschi, anche se poi drizzano la cresta indignati nei gruppi femministi, è che nel fondo lo sanno. Lo sanno che la loro indignazione stonerebbe come una nota non accordata, lo sanno che la loro indignazione li rende deboli fra i maschi e forti fra le femmine.

Quindi sì, vi crediamo, non siete tutti così. Ma non è a noi che dovete spiegarlo. Andate a dirlo alle persone giuste. Nei contesti giusti. Quando state per farvi una risata davanti a quel bel culo femminile e a tutto quello che in quel momento qualcuno millanta di farci, fermatevi a pensare a quanta fatica ci vuole per dire che “no, non fa ridere” e avrete la misura di quanta strada resta ancora da fare. A tutti quanti, insieme.