A qualcuno piace casta

Non leggiamo tutti per evadere? Sì, ma se leggi rosa di più, sembra voler insinuare un certo tipo di sentire comune, rispecchiato alla perfezione dal polemico pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica.
Se leggi rosa significa che sei donna e se sei donna e non sei alle prese con qualche classico del femminismo significa che non sei abbastanza intellettuale, ergo, casalinga frustrata. Gli uomini hanno vita più facile, se proprio non ci scappa il rutto libero davanti alla partita, con un giallo da edicola se la cavano. Anzi, qualcuno con un paio di storici e un thriller si merita perfino l’etichetta del lettore forte. Funziona un po’ come con il cambio dei pannolini: ne bastano un paio alla settimana per fare di un uomo un santo, mentre a una donna non basterà un libreria intera per essere assolta se colta in fallo con il naso in un romance. Sul fronte rosa della letteratura non si fanno prigionieri, una vera donna deve dimostrare sempre quanto vale se non vuole cadere vittima del fuoco nemico.
Un uomo no, ça va sans dire. Un uomo che legge rosa ha una mente aperta e un animo sensibile e il letto pieno di donne, mica come quelle frustrate delle lettrici di rosa dai mariti pelosi che scoreggiano a tavola e le lasciano sole con i loro romanzetti a uso dildo. Un uomo può leggere un thriller senza che lo si accusi di essere un frustrato che sublima il desiderio di fare a pezzi il vicino e nasconderlo nel congelatore.
Siamo sempre lì, insomma, la donna o è casta o è puttana, con la variante della casalinga frustrata. La donna mica è su questa terra così, solo per farsi gli affari suoi. La donna è un esempio, sempre, guai ad abbassare la guardia o le terga sul divano e gli occhi su un brano erotico.
Quello che stupisce di più è che nessuna fra tante vestali della qualità letteraria si preoccupi di fare dei distinguo in questo senso all’interno del rosa. Non è tutto romance quel che palpita, verrebbe da dire, e non è corretto mettere nello stesso calderone titoli autopubblicati (non tutti, va da sé) che compensano le doti letterarie mancanti a suon di addominali scolpiti e altri che sono rosa in senso stretto e molto ben scritti e altri ancora che navigano più dalle parti della women’s fiction. Verrebbe da pensare che dovrebbe essere questa la parte interessante, argomento che peraltro avrebbe seminato più caos nelle file delle pellegrine del genere, come sono state definite, di qualche allusione al loro girovita.
Ma il body shaming è una battaglia femminista e a quanto pare le munizioni vanno risparmiate per altre battaglie sui diritti delle donne a decidere di testa loro, non possono essere sprecate per le lettrici di romance.

Esiste un filo rosso che collega un articolo come quello uscito sul Venerdì, in cui si sfottono le lettrici di rosa/erotici/commedie romantiche (perché di che cosa si parli è poco chiaro) e il rischio di una deriva maschilista di cui scrivevo nel post precedente: il messaggio di fondo è che una donna non può leggere quello che le pare senza essere giudicata, cosa che a un uomo non succede.
Vali qualcosa come persona solo se leggi quello che ti diciamo noi, questo è il messaggio che rischia di passare. E non è un caso che a infastidire tanto sia un approccio libero alla sessualità. “Dovreste pensare a vostro marito, non sognare i tizi dei romanzetti” ho letto in un commento (di un uomo). Ecco, si comincia, e rischiamo di pagarne il prezzo tutte, qualunque cosa leggiamo.
La libertà delle donne non si tocca, anche quella di leggere quel che preferiscono. Se non vi piace discutiamo di qualità e di libri, nel caso, non del valore di chi li legge.

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Romance e femminismo, un matrimonio annunciato

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Nell’immaginario popolare le femministe sono, spesso, quelle donne che nel privato le proprie battaglie le hanno già vinte. Le femministe hanno le idee chiare, sono battagliere, inarrestabili, sono preparate, colte, determinate, coraggiose. Le femministe hanno una mappa dei punti erogeni che neanche alla Nasa, conoscono la propria vagina come il cassetto delle posate, con il pudore ci si soffiano il naso e al primo rigurgito maschilista si trasformano nella versione incazzata di Lara Croft, una specie di via di mezzo fra Wonder Woman e la Sora Lella, e fanno pentire il malcapitato di essere nato uomo.

Nell’immaginario popolare le femministe sono esigenti e intransigenti. Il femminismo per alcune donne non è uno strumento o una mano tesa, non è una conquista, non è quella preziosa rete di solidarietà e collaborazione che lo rende speciale. Per alcune donne il femminismo è una prova da superare, è un traguardo irraggiungibile, è ansia da prestazione, è un po’ come il gruppo delle ragazze popolari al liceo: se hai l’apparecchio ai denti e non sai fare benzina, ti emozioni al momento sbagliato e vuoi qualcuno che ti apra la porta al ristorante, ti versi il vino e divida il conto, sei fuori.

Il romance non fa tante domande. Il romance è anonimo, rassicurante, nel romance c’è posto per tutte, belle e brutte. Nel romance i sospiri non hanno note a piè di pagina e norme ortografiche da rispettare. Per questo il romance è liberatorio, perché offre e ha offerto a molte donne un terreno di confronto, il posto dove dare un nome a ciò che provavano, dove trovare una definizione rassicurante ai propri sintomi, a quella voglia e quel bisogno di evasione, di sensazioni, di sogni, che in un quotidiano fatto di doveri e ricette e lavatrici, rischiano di suonare pericolosamente sovversivi e sbagliati. Ed ecco che nelle pagine del romance compaiono gli stessi sintomi. E, sorpresa sorpresa, pare che non ci sia niente di male. È normale. Non ditelo in giro, ma è del tutto normale. La felicità femminile a volte assomiglia un po’ alla masturbazione: si può praticare, è del tutto normale, per carità, ma meglio tenersela per sé e non tirarla fuori, chessò, a tavola a cena. E nel dubbio, meglio ricorrervi con moderazione, si sa mai che si diventi cieche davvero.

Così, se non puoi andare in un seminterrato, fumare marijuana, tirarti giù le mutande con una mano e reggere uno specchio nell’altra, come abbiamo visto fare nei gruppi di autocoscienza dei film, se non hai il coraggio o l’attitudine per quello, le pagine di un romance saranno meno esigenti. E qualcosa si impara lo stesso.

Il romance per molte donne è stato e continua a essere uno spazio di crescita, è stata una mano tesa verso la loro educazione emotiva e sessuale. Il romance è liberatorio, a qualunque età. Il romance è lo spazio in cui la nostra follia diventa innocua, i nostri sogni meno improbabili e le nostre inquietudini meno scandalose. Ecco, allora, il ponte teso fra rosa e femminismo, quel ponte di corda un po’ traballante che dovremmo rendere sempre più solido e attraversare più spesso.

E oggi che il romance sembra guardarsi intorno un po’ spaesato, fra le avventure spesso dilettantesche del self, fra le pericolosissime derive dark fra stupri e dominazione spacciata per romanticismo, e le tentazioni autoriali talvolta traballanti, oggi quel ponte è una tentazione sempre più forte, di quelle a cui vale la pena di cedere.

Da una parte del ponte c’è un genere in crisi di identità (ma non di vendite), dall’altra c’è un’etichetta usata fino allo sfinimento, contesa fra il marketing e il rigore della vecchia guardia e la caccia ai clic a suon di provocazioni. Che cosa succederebbe se la smettessero di guardarsi intorno e provassero ad andarsi incontro? Sarebbe un matrimonio combinato o vero amore?

Non lo sapremo mai finché non ci proviamo, ma a me il rosa e il femminismo sembrano sempre di più i due attori di una commedia romantica che si ostinano a cercare l’amore altrove quando il pubblico ha già capito da mo’ che la coppia prescelta sono loro e aspetta solo il momento del bacio. Sono entrambi mossi da una passione e da un entusiasmo rari, sono capaci di creare reti femminili solide e intraprendenti, sono fucine di sogni ed emozioni, sono mossi dallo stesso anelito verso la libertà e la trasgressione di norme che non ci appartengono, verso la rottura del quotidiano per aprirlo al nuovo. Insomma, come tutti i protagonisti romantici che si rispettino, sono fatti l’uno per l’altra, anche se tutto sembra indicare il contrario.

Si baceranno o non si baceranno? Il femminismo arriverà in tempo all’aeroporto per impedire al rosa di decollare verso il dark romance o il diario adolescenziale? Il romance salverà il femminismo dai roghi del #metoo e dai pregiudizi retrogradi e dagli slogan acchiappaclic? Ancora non lo sappiamo, ma io continuo a tifare per loro.

E vissero sempre felici e indipendenti.

E con il romance shaming come la mettiamo?

 

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Sul body shaming e il fat shaming immagino saremo tutti d’accordo, prendere di mira il corpo di una persona – di solito una donna – e deriderlo sui social o sulla stampa è non solo ingiusto e abbastanza vigliacco, ma pericolosamente sessista. Il messaggio di fondo è che il valore una donna si misuri dal suo corpo, da quanto risponde a canoni di bellezza astratti, e che una donna debba sempre e comunque essere all’altezza di quei canoni, in qualunque momento della sua vita, salvo esporsi in caso contrario al pubblico ludibrio.

Nell’universo femminile però trova posto anche un altro fenomeno altrettanto sbagliato e pericoloso, più simile al body shaming di quanto possa sembrare: il romance shaming.

Anche qui come nel body shaming purtroppo sono spesso le donne a prendere di mira le altre donne, con una differenza importante: che spesso a farlo sono le stesse donne impegnate altrove in battaglie contro gli stereotipi e le discriminazioni. Il romance però non riescono proprio a digerirlo.

Ma perché? Perché un genere letterario che ha conquistato negli anni una fetta così ampia di pubblico femminile, un genere in cui le donne si sono rispecchiate quando non trovavano altrove il modo e lo spazio per farlo, un genere in cui la donna è protagonista e in cui le vicende sentimentali non sono spesso il vero argomento della storia, perché suscita tanto accanimento? Proprio da parte del femminismo?

Negli anni in cui l’amore gay lottava per potersi manifestare liberamente, in tutta la sua trasgressiva tenerezza, le battaglie femminili sembravano voler fare di tutto per sgombrare il campo proprio da quella tenerezza, scambiandola erroneamente per un segno di debolezza.

Chi conosce il romance sa che spesso – spesso, non sempre – la debolezza non è un tratto delle sue protagoniste. La debolezza tutt’al più è ciò che impedisce loro di amare ed essere amate, l’ostacolo che verrà rimosso dal lieto fine. Ma soprattutto chi conosce il romance sa che l’amore non è che uno degli argomenti della storia, spesso neanche il più importante. Il romance nasconde quasi sempre una vicenda di riscatto personale, il superamento di un passato difficile o di una colpa irrisolta, il bisogno di ritrovare la forza e la fiducia per tornare a combattere, la convinzione di avere il diritto di essere felice. Non solo, il romance è stato lo spazio in cui affrontare tematiche femminili anche prima che arrivassero i gruppi di autocoscienza in cui potersi finalmente confrontare. Nel romance si è parlato di stupri, di violenza di genere, nel romance molte donne trovavano le risposte alle domande che avevano insegnato loro a non fare e a non porsi, sulla sessualità, il rapporto con gli uomini e con il proprio corpo, sui sensi di colpa e sul diritto a vivere le proprie emozioni, anche quando le si voleva relegate nel ruolo di angeli del focolare. Non è forse femminismo anche questo?

Certo, il romance è un genere tendenzialmente conservatore, narrativamente parlando, perché impone la consolazione dell’happy end. In questo però non è poi tanto diverso dal giallo e come il giallo ha saputo rinnovarsi e trasgredire lasciando intatta la cornice del genere.

Non si sta dicendo che il romance sia alta letteratura, ovviamente, è letteratura di genere, è intrattenimento, ma a bollarla come “roba da donnette” si cade in un pregiudizio maschilista: che i sentimenti siano superficiali e indice di debolezza, che la donna innamorata debba automaticamente rinunciare alle proprie battaglie (convinzione diffusa e molto molto pericolosa) e soprattutto che la leggerezza sia proibita alle donne, perché una donna deve sempre e comunque essere all’altezza di ciò che ci si aspetta da lei, che si tratti di sforzo fisico o intellettuale, di un corpo atletico o di una mente impegnata.

Allora facciamo un favore alle donne e smettiamola anche con il romance shaming. Non solo perché le lettrici di romance sono molto più colte e femministe di quanto ci si aspetti, non solo perché il romance ha fatto per le donne più di quanto si creda, colmando un vuoto anche sociale. Smettiamola con il romance shaming perché le donne non debbano sentirsi sempre sotto esame, perché la libertà di essere se stesse senza pregiudizi passa anche per la libertà di emozionarsi come ci pare, indossando la taglia che ci pare, con in mano il libro che ci pare.

Non siamo perfette, non abbiamo corpi perfetti e non leggiamo neanche libri perfetti, ma non c’è niente che ci avvicini tanto a noi stesse come un’emozione vissuta senza sensi di colpa. E che ciascuna si senta libera di trovarla dove meglio crede è importante tanto quanto poter vivere serenamente nel proprio corpo, con qualche chilo di troppo o senza.