Il magico potere del disordine nelle battaglie delle donne

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Il mito dell’amore romantico va rivisto, riletto, ribaltato, raso al suolo?

Son finiti i tempi in cui San Valentino erano solo cioccolatini e frasette romantiche, ora tocca prendere le cose un po’ più sul serio e farsi qualche domanda. E le femministe lo hanno fatto, in Spagna (e sicuramente anche altrove), con un San Violentín in cui invitavano a fare tabula rasa di un ideale romantico che porta con sé una serie di presupposti sbagliati e pericolosi, brodo di coltura ideale per comportamenti abusivi e offensivi. In Spagna, le associazioni Novembre feminista e Vaga feminista, hanno messo in chiaro che il mito romantico della nostra società si fonda su uno squilibro di poteri, perpetua gli stereotipi di genere ed è alla base di molte relazioni tossiche.

Difficile dare loro torto. L’amore vissuto come possesso e confuso con la gelosia, la donna corteggiata in quanto oggetto passivo, la coppia intesa come unica sfera di realizzazione personale, le violenze spacciate per grandezza di sentimenti, tutto questo non può che fare male alle donne. Anche agli uomini, in realtà.

Non sempre, in realtà, il romanticismo delle donne è passivo come sembra, anzi, la letteratura romantica assegna alle donna quel ruolo da protagonista che altrove le è negato; il lieto fine del romance è soprattutto un’occasione di riscatto e un invito a sognare, e l’indulgere sui sentimenti un’occasione di introspezione e ricostruzione di sé. Ma non è questo il punto.

Il punto, secondo me, è che prendersela con il mito dell’amore romantico è un po’ come  prendersela con il dito che indica la luna. Ciò che imbriglia la donna non è il mito dell’amore romantico, non solo. A frenarla e a tarparle le ali è aver fatto di lei il principio dell’ordine domestico e di coppia, sociale e privato. Averle scaricato addosso il ruolo di paladina della stabilità e della quotidianità. E se è difficile liberarsi del mito dell’amore romantico, figuriamoci di quella serie di regole non scritte che ci fanno credere di essere il perno invisibile da cui dipende tutto il resto, o se non altro che lo mantiene in funzione. Perché per scrollarci di dosso questo peso dovremmo anche rivedere quello della famiglia, e il suo ruolo conservatore e stabilizzatore all’interno della società, andando incontro a una rivoluzione per cui la nostra società è tutto fuorché pronta.

Eppure è lì che dovremmo affondare i nostri colpi, se vogliamo cambiare davvero qualcosa. Abbiamo lottato per le donne in politica, per le donne scienziato, per le donne chirurgo, per le donne astronauta. Ora proviamo a lottare per la “follia” delle donne. Per il nostro diritto a mandare tutto all’aria, a non sentirci obbligate a ricucire ogni strappo, a conciliare, a mediare, a puntare i talloni quando la carrozza va dritta verso il precipizio. Possiamo anche ribaltare il mito romantico, ma finché ci resterà addosso il ruolo di paladine dell’ordine, non avanzeremo poi molto. Sarà un po’ come aver conquistato il diritto a lavorare prima di tornare a casa a pulire e cucinare. La vera libertà è poter decidere, non sacrificarsi sempre e comunque per il bene altrui, non abbassare la testa per evitare discussioni, non arrotolarsi le maniche quando nessun altro lo fa, la vera libertà è avere lo stesso diritto degli uomini di prendere e partire e sbagliare e ricominciare da capo, senza il peso del giudizio altrui. La vera libertà è non correre a tappare le falle della vita familiare e domestica, come se spettasse solo a noi. Non vivere le pecche della nostra famiglia come tare personali. Non sentire che i successi degli altri sono anche i nostri, e i loro fallimenti pure.

Ci hanno fregate con quella storia che “dietro un grande uomo c’è una grande donna” e continuiamo a crederci, in fondo. Dietro un grande uomo investito dalla luce del successo c’è la sua ombra.  Proprio come dietro una donna.

Nessuno dice che le donne debbano essere il cuore pulsante della casa e della famiglia, e nessuno dice che le donne debbano essere ribelli. Ma dobbiamo poter scegliere. E farlo senza sensi di colpa. Proprio come gli uomini. Finché prenderci cura di noi, inseguire i nostri sogni, essere artiste, ci renderà odiose e folli e pericolose, non ci sarà nessuna concezione dell’amore che possa aiutarci.

E il paradosso è che l’amore romantico, lo stesso guardato con sospetto da molte femministe, è un modo per canalizzare proprio quell’ansia di disordine e di evasione, tutta l’insofferenza, la ribellione e la follia delle donne. Invece di criticarlo, forse allora dovremmo lasciarlo libero di esplodere, senza le pressioni sociali che di volta in volta si sono nascoste dietro il puritanesimo, la convenienza, il pudore, la morale, il senso del dovere, il mito della superdonna. C’è un potenziale enorme, perfino nel romanticismo più bieco e sdolcinato, perfino dietro il successo di libri scadenti come le Sfumature; c’è l’energia di migliaia e migliaia di donne che sono convinte di non poter osare altrimenti, a cui hanno insegnato che non potevano seguire i loro sogni senza tradire quelli di qualcun altro, e che dunque hanno finito per cercarli e realizzarli fra le pagine.

Il romanticismo non è (sempre) un inno al maschio alfa o al principe azzurro sul bianco destriero, il romanticismo può essere un viaggio in una sfera intima fatta di aspirazioni e insofferenze e frustrazioni e desideri proibiti e vissuti come sbagliati, fino a un attimo prima di aprire il libro. Aspirazioni e desideri di cui il sesso e l’amore non sono che una metafora, in realtà, più o meno consapevole.

Mentre combattiamo la nostra lotta contro gli squilibri e le falle di un certo amore romantico, allora, non dimentichiamoci che il nostro vero nemico è un altro. È il ruolo che la società ha voluto per noi, come tanti vigili a guardia dell’ordine e della sopravvivenza domestica, proprio come ci hanno convinte che dobbiamo essere madri per la sopravvivenza della specie. Ogni volta che ricacciamo indietro un sogno, che ci mordiamo il labbro per trattenere un’emozione, che riconosciamo un’autorità inesistente in un uomo o nella famiglia, ogni volta che ci mettiamo da parte perché il nostro mondo vada avanti senza scossoni, ricordiamoci che stiamo pagando il prezzo delle battaglie altrui. E che, a volte, le prime a chiederci di farlo siamo proprio noi stesse.

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Siate affamate, siate romantiche

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C’è un segreto ben custodito dietro il romanticismo dei romanzi d’amore, che eserciti di donne in un patto segreto e silenzioso, hanno fatto di tutto per non svelare.

Pensiamoci bene. Se i romanzi rosa fossero soltanto sospiri, emozioni a metà, ragazzuole ingenue in attesa del principe azzurro, non avrebbero conquistato una fetta così grande di mercato anno dopo anno. Non c’è nemmeno bisogno di essere femministe per affermarlo. Basta un po’ di buon senso. Perché tuffarsi fra le pagine per ritrovare una versione sminuita di noi stesse, dopo aver sospirato, sbuffato e smadonnato tutto il giorno? Che cosa ce ne facciamo di personaggi maschili convinti di occupare tutta la scena solo perché le donne glielo lasciano credere, quando ce l’abbiamo già seduto a tavola e dobbiamo pure ricordargli dove ha messo il telecomando? Insomma, superata una certa età, altro che l’amore non è bello se non è litigarello, basta il rutto libero tanto caro a Fantozzi a dare un’idea del genere di battaglie che ci si trova a combattere a volte pur di conservare un’ombra dei propri candidi sogni adolescenziali.

Il romanticismo dei romanzi rosa, in realtà, è un’altra cosa, è il sotterfugio di donne educate all’insegna della compostezza e della misura, è il nostro modo per inseguire e vivere quella follia che ci farebbe sembrare sconvenienti e irresponsabili, altrimenti. Agli uomini è concesso fare follie, loro non rischiano di essere tacciati di stregoneria o che gli si ricordi il proprio ciclo mestruale. La follia maschile è premiata con la definizione di genio, di coraggio, di audacia, non viene guardata con un misto di fastidio e paura. Noi donne non siamo altrettanto fortunate, la nostra follia ha connotati negativi e pericolosi, ma questo non significa che siamo disposte a rinunciarvi tanto facilmente. Ecco allora dove entrano in scena i romanzi rosa.

Per cominciare, sono a prova di censura: c’è sempre un uomo convinto di essere il senso di tutto, anche quando fa poco o niente e ha il carisma di un merluzzo sotto sale, in confronto alle protagoniste. Così, messo al riparo l’orgoglio e l’ego maschile, la donna sotto l’ombrello del romanticismo è libera di fare un po’ quel che le pare.

Il romanticismo delle storie d’amore non c’entra niente con gli uomini. Il romanticismo delle storie d’amore parla di noi, delle nostre emozioni, dei nostri desideri nascosti, delle mille donne diverse che avremmo potuto e voluto diventare, del piacere che non abbiamo il coraggio di chiedere, dei sogni che ci si agitano dentro cercando la strada per uscire, della ribellione silenziosa nascosta dietro i gesti di ogni giorno. I romanzi rosa sono un modo per sognare l’impossibile e continuare a crederci. Il romanticismo delle storie d’amore a volte è l’unica follia concessa alle donne, ha qualcosa di clandestino, a guardarlo bene, qualcosa di prepotente e liberatorio. Nasconde la forza di una ribellione dura a morire, anche sotto la polvere e la fatica del quotidiano. Avremo fatto molta strada, ma quando si tratta di essere folli continuiamo a inoltrarci in un terreno tutto maschile. La donna un po’ folle continua a essere considerata isterica, umorale, pericolosa, da isolare.

Eppure chi di noi non la sente e non continua a sentirla, quella irrequietezza che scorre sotto pelle, quel bisogno di andare oltre il presente e pretendere di più, quel grido che si spalanca dentro, la fame di egoismo, di tempo per se stesse, della libertà di essere quello che vogliamo davvero, senza piegarci alle aspettative e ai bisogni altrui. Quell’ansia di ribellione e la voglia di osare, di osare davvero. Non c’è da stupirsi che l’autolesionismo sia un fenomeno soprattutto femminile. È il buco nero che ci portiamo dentro, quel buco in cui abbiamo nascosto le tante facce del nostro modo di essere donne, che ogni tanto ci trascina dentro di sé.

Siamo folli, allora signore, siamo audaci. Smettiamo di chiamarlo solo romanticismo, cominciamo da qui, dall’amore e dal piacere, per poi avvitarci e lasciarci andare e scordarci di tutto e tornare su noi stesse cambiate, completamente diverse e sempre uguali, finalmente padrone della nostra follia. Perché sognare l’amore non sia più un’alternativa ai nostri sogni di ribellione, ma una sorta di prova generale, il primo passo verso una vita diversa.