Come insegniamo alle bambine a subire la violenza maschile

“I maschietti sono fatti così, sono più portati ai giochi aggressivi.”

“Ha bisogno di esprimere la propria energia, è molto fisico.”

“Se ti picchia è perché in fondo in fondo gli piaci.”

“È tutto testosterone!”

“È colpa tua che ti metti a piangere e gli dai soddisfazione.”

“Il mio Mario tocca già il sedere alle compagne, da grande sarà un donnaiolo.”

“Ha solo bisogno di sfogare l’energia.”

“Devi portare pazienza con lui, ha difficoltà di apprendimento e ti picchia per sfogare la frustrazione.”

“Non mettetevi la gonna, se non volete che i maschi cerchino di guardarvi le mutandine.”

“Con i maschi bisogna avere pazienza.”

“È il suo modo di esprimersi.”

“Se vuoi fare giochi da maschi, tanto vale che ti abitui.”

“Voi femmine siete più mature, cerca di capirlo e vai tu a chiedergli scusa.”

“Sicura di non avere fatto niente per provocarlo?”

Sono alcune frasi che probabilmente abbiamo sentito e forse anche detto, magari senza renderci conto che erano tanti mattoncini della cultura dello stupro che ci circonda e che dietro ogni frase si nascondeva il bisogno di giustificare la violenza maschile, perché è su quella violenza che poggiano le basi del potere in una società patriarcale. Possono sembrare innocue, ma sono frasi pericolose, perché abituano le bambine a essere dalla parte sbagliata del potere, a dubitare prima di tutto di se stesse, le convincono che il valore e la maturità di una donna si misurino anche con la sua capacità di sopportare. Lo dimostra il fatto che dietro quelle frasi si nasconda spesso la paura di crescere un maschio “debole”, che scivoli troppo lontano dalla propria posizione di privilegio. E sì, certo, esiste anche la violenza femminile, ma non fa parte del sistema di potere in cui viviamo e proprio per questo si è spesso molto più rapidi e meno esitanti al momento di condannarla.

Grazie come sempre alla community della pagina Facebook Rosapercaso, da cui arrivano questi esempi.

Tre semplici passi verso l’educazione di genere a scuola

L’educazione di genere a scuola è fondamentale, dovrebbe diventare una materia a parte, dovrebbe avere la stessa importanza che molti istituti attribuiscono ormai al lavoro di gruppo, perché se non hai un approccio sano al genere, come puoi pensare di lavorare bene in gruppo? Se le relazioni fra compagne e compagni non sono impostate sulla base del rispetto e della consapevolezza reciproci, come possono instaurarsi dinamiche di classe serene e proficue?

Da dove cominciare? Ecco tre spunti di riflessione e tre passi semplici da cui cominciare.

1. Parliamo di esseri umani, non di uomini. Ricorderò sempre il giorno in cui mio figlio doveva copiare alcune righe dal libro di terza elementare e davanti alle frase “per ricordare le imprese degli uomini” ha alzato la testa e mi ha chiesto “Aggiungo ‘e delle donne’?” Ogni volta che diciamo “uomini” invece di dire “esseri umani” escludiamo le donne dalla narrazione collettiva, ricacciamo nell’ombra il contributo di tante figure femminili che sono state già fin troppo ignorate. Quante volte davanti a una rivendicazione femminista ci siamo sentite dire “Ma siamo tutti essere umani”? In quel caso io rispondo sempre: “Se ci succede in quanto donne, dobbiamo parlare di donne”. La storia però ci riguarda tutti, quindi perché non dovremmo parlare di “esseri umani”?

2. Gli spazi insegnano. Il cortile di una scuola non è solo uno spazio ricreativo. Il modo in cui è organizzato trasmette priorità, valori e gerarchie. Nella gran parte dei cortili scolastici lo spazio è occupato quasi interamente dal campo da calcio, lasciando le altre attività ai margini, alla periferia dello svago. Il calcio non è (o non dovrebbe essere) un’attività prettamente maschile, ma in una società in cui lo è ancora, il fatto che occupi gran parte dello spazio e una posizione centrale traccia rapporti di forza chiari. Un cortile che preveda diversi spazi dispersi può valorizzare le attitivà alternative, stimolare la creatività, ridurre le disuguaglianze e contribuire a creare relazioni paritarie e meno conflittuali.

3. La Scatola Rossa per gli assorbenti in sospeso nei bagni. I tabù si combattono usando le parole giuste, valorizzando i racconti individuali e collettivi, ma anche occupando gli spazi comuni e pretendendo che rappresentino tutti. Una scuola che non prevede le mestruazioni almeno negli spazi interessati, come i bagni, è una scuola che lascia nell’ombra una parte importante della vita e delle necessità, fisiologiche ed emotive, delle sue studentesse. Sì, c’è sempre un’insegnante di buon cuore con un assorbente nel cassetto, a cui chiederlo con discrezione. Ma non siamo obbligate a quella discrezione, non siamo tenute a nasconderci. Dove non c’è posto per le mestruazioni, non c’è posto neanche per le donne. La Scatola Rossa, o Tampon Box, è un progetto a costo zero, bastano una scatola di cartone e un po’ di fantasia. Chi potrà vi lascerà un assorbente e chi ne avrà bisogno ne troverà uno, e non c’è modo migliore per fare educazione di genere insegnando al tempo stesso il valore della comunità, della collaborazione e degli sforzi condivisi.

È complicato? Meno di quanto sembri, se lo si ritiene superfluo. Per niente, se lo si ritiene indispensabile. Si può fare, basta volerlo fare.

«Posso andare in bagno, prof?»

Nella scuola ai tempi del Covid, uno dei tanti problemi legati alle nuove misure di sicurezza è la gestione dei bagni. Ci sono centri che hanno pensato di chiuderli e molti altri che ne regoleranno l’accesso per evitare assembramenti o gli spostamenti incontrollati degli studenti per l’edificio scolastico. E così, fra una riunione virtuale e una misura straordinaria e l’altra, è emerso in modo abbastanza chiaro che il bagno della scuola, nell’immaginario collettivo, serve per i richiami più o meno impellenti di vescica e intestino, per fumare di nascosto e forse pure per atti di vandalismo e bullismo assortiti.

Manca qualcosa? Uteri a scuola ne abbiamo?

Le mestruazioni nei discorsi ufficiali della scuola non esistono, con poche eccezioni, non sono previste. Certo, ragazze e ragazzi fra loro ne parlano molto più serenamente e apertamente di prima (non tutti, però, e non mi stancherò mai di ripetere che la voce di quelle per cui non è così non la sentiamo, proprio perché tacciono) e in ogni scuola c’è almeno una o un docente o collaboratore scolastico che ha sempre pronto un sorriso e un assorbente nel cassetto per le emergenze, ma non basta.

La metà circa della popolazione scolastica sanguina ogni ventotto giorni al mese e ha diritto che le sue necessità al riguardo siano rispecchiate apertamente e senza sottintesi o giri di parole negli spazi e nei regolamenti scolastici. La parola “mestruazioni” deve essere pronunciata da insegnanti e presidi, perché le ragazze non siano costrette a fingere mal di pancia o a sussurrare vergognose quando scoprono di dover andare in bagno a metà di una lezione e no, non possono aspettare l’intervallo come vuole la nuova normativa della scuola. Possiamo raccontarci finché vogliamo che questo non è più un tabù, ma diciamo la verità: quanto coraggio ci vuole, ancora oggi, per alzare la mano e dire davanti all’intera classe che devi cambiarti l’assorbente? O che ti sono arrivate all’improvviso e ti stai sporcando di sangue? (Tra l’altro, se di mestruazioni si parlasse più spesso, forse non le sentiremmo più paragonare ad altre necessità fisiologiche con cui non hanno niente a che spartire. )

La Tampon Box è uno dei tanti modi per rendere visibile il ciclo mestruale a scuola e sì, è vero che le misure Covid rendono tutto più complicato, ma se davvero la ritenessimo necessaria, troveremmo una soluzione anche per questo, come l’abbiamo trovata per tutto il resto. Ma non solo. Le storie di vita sulle mestruazioni sono un patrimonio prezioso, di una ricchezza infinita (le sto raccogliendo sul sito fazzolettirossi.wordpress.com, se volete provare a leggerne qualcuna). Perché non inserirle fra le attività scolastiche, perché non incoraggiare il racconto del ciclo mestruale, da parte di ragazze e ragazzi, con interviste in famiglia, temi sull’argomento, o la creazione di un fumetto o di un video, per esempio, e includere il loro vissuto nella nostra storia, personale e non? Una lettrice molto speciale di “Fazzoletti rossi” ha deciso di portarlo all’esame di terza media, all’interno di un discorso sulla donna che andava dalla Turandot di Puccini a Malala Yousafzai, passando per Elsa Morante e le donne in Afghanistan. Si può fare, insomma, basta volerlo fare. Perché non riempire le scuole di fazzoletti rossi simbolici, che poi altro non sono che un inno alla vita e al nostro istinto di sopravvivenza, nonostante ogni paura? Andrà tutto bene possiamo dirlo anche così, in fondo.

Non basta che le mestruazioni non siano più un segreto, devono diventare una presenza. Non abbiamo il diritto di costringere le ragazze a viverle in modo clandestino, facendo lo slalom fra tabù e imbarazzi. Non abbiamo il diritto di passare il messaggio che se le mestruazioni nello spazio pubblico non esistono è perché quello spazio pubblico in fondo a loro, in quanto donne, non appartiene del tutto. Sì, è una battaglia importante. Un mondo in cui non c’è posto per le mestruazioni è un mondo in cui non c’è posto neanche per le donne.

Le donne in Nepal: Kumari la dea bambina e l’isolamento mestruale

MATERIALE DIDATTICO PER ACCOMPAGNARE LA LETTURA DI “FAZZOLETTI ROSSI”

La Kumari: la dea bambina in Nepal

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La Kumari, o Kumari Devi, è una dea bambina, la reincarnazione di una divinità conosciuta come Durga, nella religione indù. Una dea vivente, insomma.

La più conosciuta è quella di Kathmandu ed è scelta fra le bambine di un’alta casta buddista quando è ancora molto piccola. Le candidate poi vengono sottoposte a una serie di prove, da cui emergerà la futura Kumari. Perfino il suo oroscopo deve ricevere l’approvazione di un astrologo! Devono avere una pelle e una dentatura perfetta, nessuna cicatrice e una bellezza fuori dal comune, oltre ovviamente a essere sane. Inoltre non devono avere mai perso sangue, neanche per un taglietto. Ma come si definisce e si riconosce la bellezza necessaria per diventare una Kumari? Nulla è lasciato al caso. Esistono infatti ben 32 criteri di perfezione, che devono essere rispettati. La lingua piccola, per esempio. Il collo come una conchiglia e le cosce di un daino. Le ciglia di una mucca e una pelle chiara e profumata. Piedi proporzionati e le guance di un leone e una voce morbida e limpida. E via così.

Fra le prove, alcune servono a dimostrare che la bambina ha un carattere sereno, che non ha paura, in particolare del sangue, e che non piange mai. Per questo viene rinchiusa in una stanza con decine di teste mozzate di capra e 108 bufali morti e lasciata lì tutta la notte, mentre alcuni uomini mascherati da demoni cercano di spaventarla. Solo la bambina che resterà impassibile diventerà la nuova Kumari, che letteralmente significa “vergine”.

A quel punto dovrà abbandonare la sua famiglia e trasferirsi a palazzo, da dove non potrà mai uscire, se non per occasioni particolari. Si vestirà sempre di rosso e non potrà mai toccare terra con i piedi. L’unico posto in cui può camminare infatti sono le sue stanze, per il resto dev’essere portata in braccio o su una portantina. È circondata da servitori pronti a esaudire ogni suo desiderio e negli ultimi anni riceve anche una certa istruzione, a differenza di quanto accadeva in passato; i suoi tutori però non possono obbligarla a studiare o darle ordini: si tratta di una dea, non di un’alunna qualsiasi!

Nelle rare occasioni in cui esce o si affaccia alla finestra, viene venerata e osannata e la folla si accalca attorno a lei, nella speranza di una benedizione. L’occhio disegnato al centro della sua fronte rappresenta il potere divino di cui è portatrice e ogni sua reazione e ogni minimo gesto acquistano un significato preciso: se resta immobile, per esempio, significa che la richiesta che è stata fatta verrà esaudita; se trema significa che qualcuno finirà in prigione; se piange, che il futuro riserva morte e malattia.

Non si resta Kumari per sempre, però. Vi è un evento ben preciso nella vita di quelle ragazze che segna la fine della loro condizione divina. E quell’evento è l’arrivo delle mestruazioni. Da quel giorno infatti cessano di essere Kumari e tornano a essere comuni mortali. Devono abbandonare il palazzo, che verrà occupato dalla nuova Kumari, e prepararsi a una vita tutto fuorché facile. Avranno un vitalizio, certo, ma non hanno ricevuto un’istruzione adeguata e sono completamente impreparate ad affrontare il mondo. Come se non bastasse, la leggenda dice che l’uomo che sposa una Kumari è destinato a morire giovane.

Spunti di riflessione

L’arrivo delle mestruazioni significa la perdita di ogni privilegio, per la giovane Kumari. Esiste qualche affinità con la situazione delle ragazze nel mondo occidentale? Come cambia lo sguardo della società e della famiglia? Come cambiano le regole che decidono della loro vita? Come cambia la vita delle ragazze e la loro immagine, nel momento in cui iniziano ad avere le mestruazioni? Che cosa significa, secondo te, smettere di essere bambine e diventare donne?

Il rosso è il colore che caratterizza la Kumari, a cominciare dalle vesti che indossa. Che significato ha secondo te questo colore nella nostra cultura? A che cosa lo associ? Viene usato abbastanza per parlare di mestruazioni?

Scaricate il pdf con il materiale didattico di approfondimento: Le Kumari in Nepal

copertina fazzoletti rossi

Le mestruazioni in Nepal

Nel maggio del 2019, alcune donne del villaggio nepalese di Ripi si ribellarono e rifiutarono di sottomettersi al rito mestruale della chapaudi. In che cosa consiste? Nelle zone rurali del Nepal occidentale, quando le donne hanno le mestruazioni sono considerate impure, quindi devono allontanarsi da casa e rinchiudersi in capanne primitive, spesso di fango e senza finestre, dove non possono lavarsi e non possono consumare carne o latticini, né usare coperte per scaldarsi. L’isolamento nel chaughot, come è chiamata la “capanna delle mestruazioni” inizia fin da giovanissime, anche a 13 anni, e significa dover restare da sole e al freddo, di notte e di giorno, senza poter prendere parte alla normale vita familiare.

È stato calcolato che ogni anno almeno una donna muore durante quei giorni, spesso asfissiata dopo aver acceso un fuoco per cercare di riscaldarsi. In un caso, una giovane morì morsa da un serpente. La chapaudi è stata dichiarata illegale più di una volta, eppure l’usanza prosegue. Non basta infatti la legge a cancellare la convinzione che le donne con le mestruazioni siano pericolose per la loro famiglia e che quindi isolarsi sia un modo per proteggerla. Se una donna che ha le mestruazioni tocca un uomo, per esempio, questo si ammalerà; se beve latte, la mucca non ne darà più; se attinge acqua dal pozzo, il pozzo si prosciugherà. Per ragioni analoghe, legate alla stessa visione del femminile come impuro, durante le mestruazioni le donne non possono andare al tempio o a scuola, e hanno il divieto di toccare gli uomini o di mangiare determinati alimenti.

Spunti di riflessione

La situazione delle donne in Nepal e il rito mestruale a cui devono sottoporsi sono strettamente legati, tanto che le proteste recenti sono diventate possibili solo perché le donne iniziano a godere di maggiori libertà e a essere più indipendenti, anche economicamente. L’esempio della chapaudi rivela il legame profondo che unisce i diritti delle donne e le mestruazioni, l’importanza della tradizione e della cultura di un paese nel tracciare i confini del presente e del futuro delle donne.

In molte culture esiste uno stigma legato alle mestruazioni. Nella Bibbia (Levitico 15,19-20) si legge: “Se una donna ha un flusso nel suo corpo, e questo è un flusso di sangue, la sua impurità durerà sette giorni; chiunque la tocca sarà impuro fino alla sera. Qualunque cosa su cui si sdraia durante la sua impurità, sarà impura; qualunque cosa su cui si siede, sarà impura.”

Quali usanze e quali superstizioni conosciamo nel nostro paese, legate alle mestruazioni? Esistono anche in Italia alcuni divieti imposti alle donne, durante quei giorni del mese? Che significato hanno e che cosa ci rivelano sul ruolo delle donne, sulla loro libertà e sul modo in cui sono viste e considerate?

Scaricate il pdf con il materiale didattico di approfondimento: Le mestruazioni in Nepal.

Consultate la scheda del romanzo su LeggendoLeggendo, il sito per insegnanti, con altre proposte didattiche di approfondimento e le pagine del Diario di Camilla da scaricare gratuitamente.

 

Perché leggere “Fazzoletti rossi” a scuola:

  • Un libro che ha il coraggio di affrontare una tematica considerata tabù e di normalizzarla.
  • Una storia che parla di bullismo e sessismo a scuola.
  • Un inno all’amicizia tra ragazze che farà molto bene anche ai ragazzi

 

Ci servono padri, non “mammi”

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Dove sono i padri nell’educazione a distanza? Quanti se ne vedono dall’altra parte del computer o della mail? “Per la didattica a distanza dei miei settenni interagisco esclusivamente con madri” mi ha scritto una maestra e probabilmente non è l’unica. Non si tratta dunque delle ore trascorse a casa – “Vorrebbe tanto stare di più con i bambini ma non c’è mai” – il discorso è molto più complesso e l’abbiamo sempre saputo. Non si tratta neanche necessariamente di disinteresse o egoismo dei padri. L’ostacolo a cui giriamo tutti attorno, uomini e donne, nel nostro percorso verso i figli, è il concetto di cura.

Non c’è educazione senza cura ed è qui che noi madri tentenniamo al momento di cedere il controllo, per paura che delegare significhi scomparire. In una cultura in cui il valore della donna riposa ancora saldamente sulla maternità, rinunciare alla cura significa portare la corona scomoda e pesante di una solitudine egoista. Il tempo che le donne dedicano a se stesse è sempre tempo sottratto a qualcun altro, i progetti delle donne sanno di lusso e di superfluo, e i loro risultati portano il segno della concessione altrui.

Finché continueremo a definire “mammi” gli uomini che si prendono cura dei figli, il nostro immaginario sarà popolato da simpatici ragazzoni che fanno giocare i figli, cambiano pannolini e sanno cucinare e fare le treccine. E il concetto di cura continuerà a essere definito in termini di sacrificio e annullamento di sé quando lo decliniamo al femminile e in termini di creatività ed espressione di sé quando invece lo decliniamo al maschile.

Non ci servono “mammi”, ci servono padri che si occupino dei figli per lasciare spazio ai talenti delle donne. Ci serve una società disposta a rivedere il concetto di cura e ad accettare il fatto che se gestire il quotidiano dei figli non scalfisce la mascolinità di nessuno, non farlo, o farlo meno, non intacca la nostra femminilità e non ci rende meno madri di prima. I “mammi”  sono eccezioni allegre e giocose che vanno bene per i titoli dei giornali. Non ce ne faremo niente quando ci sarà bisogno di decidere chi resta a casa con i figli, quando ci serviranno soluzioni a lungo termine, non un cerotto con cui tamponare l’emergenza.

Abbiamo bisogno dei talenti delle donne per ripartire, non possiamo lasciarli indietro, non possiamo permetterlo e non possiamo permettercelo. Dove non arriverà più la scuola dovranno arrivare i genitori, insieme. E forse nel momento in cui cominceremo a spartirla, quando non sarà più una prerogativa esclusivamente femminile, la cura si scrollerà di dosso anche quell’aura di sacrificio, di rinuncia di sé, e non sarà più necessario alimentare gli equilibri domestici con i sogni sminuzzati e calpestati di chi se ne fa carico. Tolto il sacrificio delle donne dal gioco, chissà che non ci tocchi scoprire che di quel sacrificio, in realtà, non c’era mai stato davvero bisogno.

 

Per l’8 marzo, meno mimose e più #fazzolettirossi

foto braccio mare3

“Perché vorrei poter dire in classe che ho le mestruazioni senza che tutti facciano la faccia schifata.”

Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un solo ricordo scolastico sulle mestruazioni. Nessuno. Da un rapido calcolo approssimativo, dovrei averle avute almeno una sessantina di volte, fra medie e liceo. Possibile che non me ricordi neanche una? Che abbia rimosso tutto completamente? Che abbia finto così bene che non esistevano da cancellarle? In vita mia ho avuto le mestruazioni più di 400 volte eppure l’unica cosa che ricordo sono macchie: cuscini macchiati, costumi macchiati, pantaloni macchiati, lenzuola macchiate. Il terrore di essermi macchiata e la vergogna di essermi macchiata. Dovermi cambiare di nascosto, non sapere che cosa fare dell’assorbente sporco, non trovare un bagno quando ne avevo bisogno. Per 400 volte ho finto di non perdere sangue quattro o cinque giorni di fila, con il terrore di essere scoperta, perché in “quei giorni” le brave ragazze perbene si mettono i pantaloni scuri e se proprio sono costrette a confessare, dicono di “avere le loro cose”.

due amiche

“Perché mi sono stufata di nascondere i tampax, neanche stessi spacciando droga.”

C’è qualcosa che non va. È evidente. Vivere nel segreto e nella vergogna del tuo corpo una volta al mese significa stravolgere il senso dell’essere donna. Significa che essere donna ha qualcosa di sporco e di sbagliato, che ti fa sentire inadatta. Significa che giochi in un’altra categoria, che gli spazi pubblici a poco a poco ti vengono negati e ti assomigliano sempre di meno. Un mondo in cui non c’è posto per le mestruazioni è un mondo in cui non c’è posto per le donne. Una società in cui le mestruazioni devono restare un segreto è una società in cui quel che riguarda le donne si sussurra a parte, in privato, per non rubare la scena pubblica ai desideri degli uomini. Soprattutto quando quei desideri riguardano proprio il corpo delle donne, un corpo reinventato e riscritto per aderire alle esigenze altrui. Quante possibilità abbiamo di vivere serenamente nel nostro corpo, con queste premesse?

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“Perché quando sento che devo cambiarmi l’assorbente significa che devo cambiarmi subito! E invece non mi danno il permesso di andare in bagno.”

Quante sono ancora oggi le scuole in cui alle ragazze non è permesso andare a cambiarsi a metà lezione? Quante ragazze hanno sporcato la sedia in aula? Quante scuole si rifiutano di sistemare una scatola di cartone per gli assorbenti sospesi, perché ci sono “questioni più urgenti” di quello che succede alla metà della popolazione studentesca (e alle stesse insegnanti) una volta al mese? Quante ragazze sono costrette a soluzioni di emergenza perché non hanno un assorbente nel momento del bisogno e si vergognano troppo per chiederne uno? Per quante l’ora di ginnastica significa ansia e imbarazzi, una volta al mese?

Ecco perché questo 8 marzo dovremmo portare tutte un fazzoletto rosso: perché parlare di mestruazioni apertamente, sin dalle scuole medie, è il primo passo per permettere alle ragazze di crescere nella convinzione di meritarsi davvero le stesse opportunità dei maschi. “Nessuno può cancellarti” scrive Luna in Fazzoletti rossi. “Se ti senti invisibile, allora significa che devi gridare più forte.” Le bambine ribelli sono cresciute e non hanno intenzione di sussurrare quando si raccontano. Perché hanno imparato che non c’è gesto più rivoluzionario che parlare di sé.

copertina fazzoletti rossi

 

 

Perché serve una scatola rossa per gli “assorbenti sospesi” in tutte le scuole

foto statale
All’Università degli Studi di Milano

“Durerebbe una settimana, massimo, poi la distruggerebbero.”

“Abbiamo problemi più seri, a scuola.”

“Non ci sono i soldi neanche per la carta igienica.”

“Le ragazze non hanno alcun problema a procurarsi gli assorbenti.”

“È poco igienico.”

“Per le ragazze di oggi non è mica un tabù, ne parlano tranquillamente.”

“Il cartone può essere incendiato.”

Sono alcune delle obiezioni che ho raccolto davanti alla proposta di mettere in tutte le scuole, a partire dalle medie, una scatola rossa dove chi può e vuole lasci ogni tanto un assorbente e chi ne ha bisogno ogni tanto lo prenda. Le obiezioni sono tutte legittime, tranne forse quella sul costo, dal momento che per realizzarla bastano una scatola riciclata e un po’ di fantasia. È vero, le ragazze oggi ne parlano serenamente. Alcune. Di quelle che se ne vergognano e le vivono con imbarazzo non potremo mai tenere il conto. Ci sono. Ci sono anche loro. Solo che non lo sappiamo.

Certo, quasi tutte le ragazze possono pagarsi un assorbente. O almeno così crediamo.  Ne siamo proprio sicuri? I dati per l’Italia non ci sono, ma la period poverty esiste eccome, ed è un problema. Nel Regno Unito, dove dal 20 gennaio vengono distribuiti gratuitamente nelle scuole e nei college pubblici, una ragazza su dieci ha dichiarato di non potersi permettere gli assorbenti. In Nuova Zelanda un’alunna su 12 salta la scuola perché non può permettersi di acquistare gli assorbenti.

È vero che la scatola rossa in un bagno scolastico avrebbe una vita spericolata e forse qualche spiritosone se ne andrebbe in giro per il corridoio con due assorbenti incollati in testa a mo’ di orecchie o userebbe il tampax come missile, magari colorato ad arte. Anche i gessetti del resto possono essere usati per fare disegni sconci, ma non è un buon motivo per proibirli. La carta igienica prende fuoco facilmente, ma se ne incoraggia comunque l’uso. Le porte delle aule vengono prese a calci e a pugni, a volte, ma ancora non sono state abolite. Perché? Perché sono necessarie. E gli assorbenti invece no?

Il problema allora è un altro. Il problema è che i problemi delle donne si affrontano solo quando non creano problemi. Se non sono a costo zero, in tutti i sensi possibili e immaginabili, i problemi delle donne passano in fondo all’ordine del giorno e da lì al dimenticatoio. Vengono ignorati, non esistono, hanno la stessa rilevanza sociale dell’artrite delle cavallette. Ci sono sempre questioni più gravi di quelle che riguardano le donne, oltre al fatto che sarebbe cosa gradita che le donne facessero quello che ci si aspetta da loro, ossia dedicarsi a risolvere i problemi altrui, invece di assillare con i propri.

Una scuola che non mette nei bagni delle ragazze non dico un distributore gratuito di assorbenti, ma almeno un contenitore in cui sia possibile prenderli e lasciarli, è una scuola che ignora il fatto che una percentuale vicina alla metà della sua popolazione ha le mestruazioni una volta al mese. Le ragazze possono scambiarsi gli assorbenti sotto banco, in qualche caso possono chiederle a una bidella ben disposta, possono parlarne con una professoressa complice, ma per la scuola intesa come istituzione le mestruazioni non esistono. Al massimo, e non sempre, troveremo un cestino apposito in cui buttare gli assorbenti sporchi.

Ecco perché è fondamentale che il progetto della scatola rossa (o bianca, o lilla, o verde) prenda piede in tutte le scuole, come ha già iniziato a fare in alcuni licei e università, e che succeda a partire dalle medie. Non (solo) perché gli assorbenti costano. Non (solo) perché nessuna ragazza debba andare in giro con un rotolo di cartaigienica fra le gambe per tutta la mattina. Non (solo) per aiutare le ragazze a parlarne apertamente. Anche e soprattutto perché le mestruazioni devono diventare visibili, devono rivendicare un posto nello spazio pubblico. È il primo passo perché il femminile smetta di essere fatto di segreti e tabù. Ho scritto “Fazzoletti rossi” proprio perché mi sembrava necessario che le mestruazioni comparissero nei romanzi rivolti a un pubblico giovane e giovanissimo. Perché è a quell’età che è importante che siano un argomento come tutti gli altri.

Se fossero gli uomini ad avere le mestruazioni, nessuno se ne vergognerebbe, anzi. La sindrome premestruale se la giocherebbe con la peste bubbonica in termini di gravità e i distributori nei bagni ci sarebbero eccome. Non è soltanto una questione di privilegio, ma della rappresentazione che lo rispecchia. Il maschile è la norma. Il femminile l’eccezione a quella norma. Per questo la presenza degli assorbenti nei bagni deve essere giustificata da ragioni imprescindibili, per questo viene subordinata a tutti gli altri problemi di cui soffrono la scuola e i ragazzi. Perché il femminile non è la norma. E in un mondo in cui non è la norma, quando ti arrivano le prime mestruazioni capisci che per te valgono regole diverse e che dovrai conquistarti con i denti i luoghi di potere, perché “di norma” non ti sono concessi. E la tua vita inizia a cambiare e a prendere, sottilmente, in modo quasi inavvertito, una direzione diversa.

L’idea è facile da realizzare: bastano una scatola di cartone, un pennarello e un po’ di creatività. “Prendine uno se vuoi, lasciane uno se puoi” è la scritta che ho visto più di frequente, ma nulla impedisce di scriverci sopra tutt’altro. È un progetto a costo zero, che fomenta e rafforza la solidarietà e lo spirito di collaborazione, che permette di riflettere sui tanti modi in cui la nostra società vive gli spazi comuni, che incoraggia lo scambio di informazioni e la consapevolezza. I luoghi pubblici devono appartenere a uomini e donne, e perché sia davvero così, devono essere in grado di interpretare le esigenze di entrambi.

Si può fare. Basta volerlo fare.

copertina fazzoletti rossi