Mamma, ti spiego come funzionano i social

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Foto Laser Burners (CC

Siamo dei dinosauri. Ammettiamolo. Siamo dei dinosauri nostalgici e testardi, convinti che il mondo non sia cambiato, che ci sia solo qualche interferenza nelle trasmissioni ogni tanto.

Insegniamo ai giovani come usare i social come tanti raccattapalle che spiegano a Nadal come tenere la racchetta da tennis. Tuoniamo contro i pericoli di Facebook mentre gli adolescenti corrono tutti a usare Snapchat e Instagram e WhatsApp, e scrivono stati che durano meno del battito d’ali di una farfalla e del tempo che ci vuole a noi per capire dove è finita l’icona di Messenger dopo l’ultimo aggiornamento.

Siamo un po’ patetici, ammettiamolo, quando ci ricordiamo a vicenda l’importanza di controllare i loro cellulari regolarmente, come se servisse davvero a qualcosa, come se non vedessimo solo quello che loro hanno deciso di farci vedere. Quando ci indigniamo perché i ragazzi seduti vicini si mandano messaggi su Whatsapp invece di parlare fra loro, quando critichiamo la mania dei selfies, ci preoccupiamo per la pericolosità delle chat e tuoniamo contro i videogiochi.

Forse la verità è che ci sentiamo esclusi, che ci fa paura non capirci più niente, essere lasciati indietro da un mondo che parla una lingua diversa che noi non faremo più in tempo a imparare, non bene come loro, almeno. Siamo spaesati, a differenza di loro, che a dieci anni sanno già perfettamente i nomi dei videogiochi che li spiano con una microcamera, si ricordano di oscurare la webcam e sanno montare un video nel tempo che a noi serve per dire “vediamo come si fa”. Siamo spaventati, perché proprio quando hanno più bisogno di noi in realtà non sappiamo da che parte cominciare e ci ritroviamo a dare consigli imbarazzanti come “non comunicare con gli estranei” (ma esistono ancora gli estranei, sui social?), “non farti scattare fotografie dai tuoi amici” (che a un’adolescente deve suonare come “per favore trattieni il respiro finché non rientri a casa”) e “mi raccomando tieniti sempre i vestiti addosso” (ahahah).

Certo che facciamo bene a preoccuparci e certo che qualche consiglio patetico è pur sempre meglio di niente, ma forse non dovremmo prenderci troppo sul serio, mentre li diamo. Forse sarebbe più utile sedersi di fianco a loro, mandare giù mezzo chilo d’orgoglio e chiedere “come funziona?”. Forse, invece di imporre regole e controllare cellulari, potremmo stare ad ascoltare di più ed essere disposti a imparare. O almeno provarci, mentre corriamo come tanti raccattapalle schivando i colpi di chi le regole del gioco le conosce davvero.

I “mi piace” non li ha mica inventati Zukky, e hanno sempre fatto miracoli. Forse dovremmo soltanto tornare a usarli di più. Perché saremo anche analfabeti social, ma il “like” di un genitore continua a valere molto di più di tutti i follower e i pollici alzati del mondo.

«Devi scrivere la mia storia!»

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Sarà perché non capiscono bene che cavolo scrivo (si veda qui) o perché, più probabilmente, pensano che per scriverlo serva sostanzialmente un computer e non avere un cavolo da fare (si veda qui), ma un’altra delle cose che mi succedono quando dico che scrivo storie sentimentali è che salta sempre su qualcuno insistendo che devo scrivere la sua storia. La sua storia d’amore, ovviamente. Sono pronta a scommettere che ai giallisti queste cose non succedono.

Per capirci, identikit tipo della persona che me lo dice: donna, lavoro serio serissimo (mica come scrivere romanzi rosa, insomma), intelligente, realizzata, con marito e figli, e una storia d’amore appassionata alle spalle che se è rimasta alle spalle qualche motivo ci sarà, ma si sa che la memoria fa più miracoli di un chirurgo plastico.

Ogni tanto in questi casi ho il sospetto di essere l’equivalente di un corso di scrittura creativa. Dei sentimenti, però. Avete presente tutte quelle persone che per mettersi a scrivere un romanzo la voglia e il tempo non li trovano, ma per andare a un corso di scrittura creativa sì? Un po’ come andare dal dietologo perché non vogliamo smettere di mangiare o andare da un consulente matrimoniale perché siamo troppo pigri per fare sesso.

Non voglio dire che quelle storie d’amore non fossero belle, molte lo erano e qualche cosa ho anche rubacchiato qua e là, confesso, ma era l’insistenza a essere un po’ sospetta. La generosità, quella vera, non è insistente. Mi sembrava strano che quelle persone fossero davvero così preoccupate per il mio traballante futuro di scrittrice rosa (qualcuna fra l’altro non la conoscevo neanche, era amica di un’amica). In realtà, quello di cui avevano davvero bisogno era portare un po’ di magia nella loro vita, vederla da una prospettiva diversa, sentirsi speciali. (In quest’ottica, mi rendo conto, per quelle persone, più che a un corso di scrittura creativa assomiglio a un selfie…)

Certo, avevano trascurato un piccolo dettaglio, ossia che per scrivere una storia non basta trascrivere le esperienze altrui. E questa è sempre la parte che mi dà un po’ sui nervi, non ammettere che scrivere storie rosa sia un mestiere. In fondo, posso anche capire che per un’avvocatessa e un medico impegnati a ricucire le vite altrui scrivere storielle rosa sia un passatempo romantico e un po’ rétro, come prendersi cura delle aiuole.

Poi però salta fuori, ironia della vita, che anche la vita di un medico e di un’avvocatessa ogni tanto ha bisogno di una ricucita e che una storia romantica può fare più miracoli di un antidepressivo e di un buon accordo sugli alimenti.

La pezza rosa, insomma, ha il suo perché, anche se nessuno è disposto ad ammetterlo.