Il social è rosa

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“Tanti auguri! Perché non ti regali un ebook? Ovviamente sto parlando di un bellissimo libro… il mio! Ne vuoi sapere di più?” (messaggio privato)

“Io mi sto leggendo, e voi?” (in bacheca, con foto dell’autore del post intento a leggere il proprio libro e una cinquantina di tag)

“Ciao! Ho appena scritto un libro e sono sicuro che ti interesserà, è proprio il tuo genere!” (messaggio privato)

Vediamo se indovinate che cos’hanno in comune questi tre messaggi… Sono stati tutti e tre scritti da uomini! È una costante, ormai verificata: se qualcuno ti piazza il suo libro in bacheca o fa avance letterarie in privato, 9,99 volte su 10 è un uomo.

Non sto dicendo che le donne non facciano spam, ci mancherebbe, lo fanno eccome, ma in tutt’altro modo. Le donne si intrufolano nei commenti ai post altrui, si autoinvitano in decine di gruppi, copertina del romanzo in bella vista, si autocitano. Ma si consigliano a vicenda, anche. Si aiutano. Si fanno promozione. Sono inarrestabili, certo, ma collaborative. Fanno rete, appunto.

Gli uomini no. Gli uomini quando devono parlare di sé invadono gli spazi altrui, e più sono privati più sembrano ringalluzzirsi. Sono pronta a scommettere che siano davvero convinti che io debba leggere il loro libro, che non possa farne a meno, che è impossibile che non finisca per amare follemente la loro scrittura.

Per quanto sembri assurdo, in questa parodia del rapporto amoroso ho trovato le chiavi di lettura di alcune degenerazioni dei comportamenti di coppia. La ferocia degli uomini respinti, gli abusi, la tracotanza. I palpeggiamenti in autobus non sono poi molto diversi da una foto di se stessi leggendo il proprio libro sbattuta nella mia bacheca. Il principio di fondo è molto simile: prendilo, lo so che ti piace, bellezza.

Ovviamente non tutti gli uomini sui social sono così, anzi, grazie al blog, curiosamente (considerato che è un blog femminista, sui generis, certo, ma pur sempre femminista), ne ho conosciuti di molto interessanti, collaborativi, oltre che intelligenti e cortesi. Una rarità, però, sui social, va detto.

In un post sul blog di Emma Books intitolato Il rosa è conservatore o progressista? rispondevo alla domanda concludendo che il rosa è social. Oggi sono convinta che sia vero anche l’inverso.

Perché gender o non gender, e con buona pace delle poche mosche bianche maschili che vale la pena di avere fra le proprie amicizie, la collaborazione, la condivisione, il chiacchiericcio sfrenato e indiscriminato sono un dono tutto nostro.

Il social è rosa, signori.

Voi farete anche gol, ogni tanto. Ma quando si tratta di fare rete, le donne non le batte nessuno.

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Manuale di NON scrittura creativa/8

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Le emozioni sono la nuova frontiera della pornografia. L’ultimo modo rimasto per spogliarci, dopo aver già visto centimetri di pelle a sazietà. E le emozioni positive, la felicità, la speranza, la gioia improvvisa, arrivano perfino più in là di quelle negative, ormai abusate. Se non credete a me, date retta ai pubblicitari, che ci si sono buttati a capofitto, con spot che strizzano l’occhio ai reality, il bello della diretta aggiornato al ventunesimo secolo.

Le aspirazioni letterarie, come i sogni in generale, sono uno strumento particolarmente raffinato di invasione della privacy. Ma non è mica solo Masterpiece a mettere a nudo i sogni altrui fra sorrisetti condiscendenti, anzi, quasi sempre facciamo tutto da soli. Nell’epoca dei social il pudore è diventato anacronistico, quasi asociale. Ogni giorno ci si ritrova circondati dalla messa in scena del processo creativo altrui. Baricco scrive in diretta il proprio romanzo e la sensazione è quella di sbirciare nell’intimità della sua camera da letto, cosa di cui personalmente farei volentieri a meno.

Facebook è diventato una tabella di marcia per aspiranti scrittori, con statistiche accuratissime sul numero medio di pagine che possiamo scrivere al giorno, un occhio sempre puntato sui computer altrui. Conosciamo i volti dei personaggi prima ancora di trovarli sulla carta, la loro casa, sappiamo come si vestono e dove si troveranno, i luoghi in cui si muoveranno, il tutto fra confronti accesi e preoccupati circa le proprie fatiche di scrittore. E a poco a poco, nell’indifferenza generale, la scrittura perde la propria anima, si riduce a un susseguirsi di numeri, prestazioni, tempistiche, tutto si uniforma e si appiattisce, anche ciò che per definizione è individuale e irripetibile, come il processo creativo.

Non solo tendenzialmente non frega niente a nessuno di quante pagine abbiamo scritto oggi, di quante ne abbiamo cancellate, se abbiamo messo la parola fine o scritto un nuovo numero di capitolo nel nostro manoscritto. Non solo. Credo che ci sia qualcosa di impudico. Che sia sbagliato. Sbagliato come raccontare le emozioni dei vostri figli a loro insaputa (sto aspettando con ansia la vendetta dei futuri diciottenni, quando scopriranno di essere diventati virali mentre ballavano in pannolino insieme al gatto di casa). La vostra storia è innocente. Ha bisogno di silenzio e discrezione. E il vostro dovere è proteggerla.

Ecco allora che in questo improvviso affollamento di scrittori potrebbe essere utile affidare loro un nuovo compito, quello di custodi delle emozioni, del loro segreto. Nella speranza che aiuti a tracciare una linea fra storie e storytelling, fra le trame che nascono dove nascono le emozioni e l’atto di raccontare che si fa merchandising.

Riprendiamoci il silenzio, nel caos entusiasmante del digitale. Fra tante voci, lasciamo che la scrittura almeno cresca nel silenzio.

Ogni tanto, tacciamo.

Caccia allo Strega

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Da quando Nicola Lagioia ha vinto lo Strega, su Facebook stiamo assistendo a un curioso fenomeno: l’Antifascetta, la stroncatura senza cognizione di causa, lo strillo che si fa vanto della propria assenza di argomentazioni e della mancata lettura del libro. Il giudizio insomma espresso con la stessa faziosità, arbitrarietà e inventiva di una fascetta promozionale, solo di segno opposto.

Non mi riferisco soltanto ai post in cui ci si accanisce, di solito con un livore esagerato, contro qualche frase di La ferocia, prontamente estrapolata dal contesto ed esposta al pubblico ludibrio stile quiz: “chi riesce a capire il significato di questa frase?” Circola anche una foto in cui si riportano alcune righe con contorno di punti esclamativi, insieme all’accorata opinione di una cara “professoressa, di quelle che non ne fanno più così”, che segnala il paragrafo in questione “tra lo sconvolto e l’indignato”. E giù commenti altrettanto sconvolti e indignati, derisori nei migliori dei casi, volgari nei peggiori, sulla prosa di Lagioia.

Solo in un caso, trattandosi della pagina di una persona che stimo, ho deciso di dare la risposta al quiz e di dimostrare come le frasi in questione avessero un senso eccome, anzi, più di uno, a ben vedere. Ma il punto non è questo. Non spetta a me difendere la prosa di Nicola Lagioia (un susseguirsi di percorsi di significato nettissimi, secondo me, di una precisione chirurgica, e al tempo stesso incredibilmente sensoriali, in cui non c’è mai una parola di troppo), proprio come non spettava ai commentatori di Facebook distruggerla senza altro argomento che il “io non la capisco” e, inutile dirlo, senza aver letto il romanzo. Il punto è l’evolversi e il proliferare dell’eco. Ne ho parlato in L’eco di Eco: il messaggio nell’era dei social non è più il messaggio in sé, ma l’eco di quel messaggio. Non importa la fonte, non importa il contesto, importa quel ritaglio più o meno corrotto che riportiamo e che verrà a sua volta riportato, condiviso, commentato, perdendo ogni legame con la forma originaria, proprio come la frase di Lagioia ha perso ogni legame con il libro da cui è stata estrapolata.

Questi sfoghi inneggianti al rispetto della lingua italiana (che dovrebbe secondo qualcuno sporgere addirittura “denuncia per stalking”) da parte di chi non la sa evidentemente piegare alla propria volontà espressiva con la stessa violenza, abilità e ferocia di Lagioia, hanno qualcosa della caccia alla strega, nella loro ansia di distruggere ciò che si ignora e non si arriva a capire. Che si tratti dell’establishment letterario o delle tante strade che può prendere la lingua italiana.

Non c’è bisogno di scomodare la dotta ignoranza di Socrate, con grande sollievo di chi vuole essere rassicurato dalle cose semplici. Basta ricordarsi quel che ripetono le mamme a tavola: “Non si dice fa schifo, si dice non mi piace”. Anche sui social, a volte, la democrazia va a braccetto con la buona educazione.

L’eco di Eco

Photo by Steve Rotman, CC

Quando si parla di “legioni di imbecilli” probabilmente ci si sente tutti chiamati in causa, perché si scatena il finimondo.

E così ieri sui vituperati/amati/odiati/incompresi social network fioccavano i commenti sull’uscita di Umberto Eco all’università di Torino. Se ve la siete persa, ecco la parte più commentata e discussa: “Il fenomeno dei social network da un lato è positivo, perché permette alle persone di rimanere in contatto tra loro, ma dall’altro canto dà diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”. Il resto del discorso non ve lo riporto, primo perché non l’ho trovato da nessuna parte, e secondo perché confessatelo, che vi frega del resto del discorso? Il punto non è parlare di quello di cui gli altri hanno parlato?

No, non lo dico per fare polemica. Perché quello che non spiega Eco (e sì, mi vergogno un po’ a fare le pulci a Eco, ma in quanto imbecille nell’era dei social ho anch’io i miei privilegi) è che sui social non è quello che dice la gente che conta. Ma la sua eco. Curioso, no? Quando si dice, nomen omen.

Un tempo si diceva che il medium era il messaggio (e il massaggio), ora il messaggio non è più neanche questo, ora il messaggio è l’eco. Quel moltiplicarsi imprevedibile, che sfugge a ogni controllo perché è in mano alle legioni di cui sopra e anche a una buona dose di imprevisto e di caso (basti pensare che i primi commenti sono decisivi, per esempio, e decidono degli altri, in una rifrazione continua e inarrestabile del messaggio originario, ormai dimenticato). Quello che conta insomma non è il diritto di parola che, ehm, esisteva anche prima. A danneggiare la comunità non è chi esprime la propria opinione (altro diritto che, ehm, esisteva già), è la comunità stessa, nel momento in cui si fa eco di quel messaggio, bicchiere di vino o meno.

Non mi metterò a fare discorsi di semiotica con Umberto Eco (sono imbecille, ma non fino a questo punto), solo da umile frequentatrice del web sono convinta che finché continueremo ad applicare categorie superate a quel magma incontrollato e incontrollabile che sono i social e il digitale, sarà come cercare di acchiappare l’acqua con un retino. L’acqua resta fuori e dentro ci troviamo, che so, un pesce rosso. Un po’ quello che succede quando sui giornali leggiamo titoli come “l’ironia dei social” o troviamo citati Facebook e Twitter solo se c’è di mezzo qualche vicenda gossip e scandalistica. Il pesce rosso, appunto.

Non saranno le legioni di imbecilli di Eco, ma siamo comunque dalle parti dello scemo del villaggio. Globale o meno.

Tu sei l’unico libro per me

Photo by Alexandre Duret-Lutz, CC
Photo by Alexandre Duret-Lutz, CC

Uno degli equivoci in cui si può cadere parlando dei social è affermare che siano “spersonalizzanti”. Forse era vero un tempo, ma adesso i social fanno esattamente il contrario, ossia rendono tutto estremamente personale, senza neanche bisogno di conoscersi.

Provate a postare la foto di una spiaggia esotica e poi ripostate quella stessa foto scrivendo che lì avete trascorso la migliore vacanza della vostra vita (o se volete giocare un po’ sporco, che lì avete fatto il sesso più sfrenato della vostra vita). E poi contate i like e i commenti. Se scrivete che a colazione avete mangiato una brioche fantastica e vi siete macchiate con la marmellata avrete più like che se scrivete che qualche famoso uomo d’affari si è macchiato di un crimine che è costato la vita a decine di persone.

I social sono personali, eccome. Sono personali quando ficcano il naso nella vita altrui e lo sono, ancora di più, quando affondano il dito nelle nostre emozioni come un amo nella pancia di un pesce. E fin qui, direte voi, sai che scoperta. E soprattutto, che cosa c’entrano i libri?

C’entrano. Nei dati sull’editoria forniti al Salone del Libro fra i settori in crescita c’erano il mercato online, i libri per ragazzi e le librerie indipendenti. E a questo punto qualcuno ha levato grida di giubilo per l’auspicato ritorno dei libri di qualità.

Auspicato è auspicato, non c’è dubbio. Ma secondo me con la crescita delle librerie indipendenti c’entra fino a un certo punto. I dati Nielsen sull’editoria svelano in realtà uno scenario non molto diverso dalla tendenza alla customization che impazza nei settori più disparati (si veda il nome sul barattolo della Nutella a cui ho accennato in questo post). Non a caso si registra anche una crescita della letteratura “di nicchia” e il calo del libro generalista.

Il lettore vuole libri che siano fatti per lui, che gli diano del tu, o meglio, a cui poter dare del tu. Il legame con il libro non può più aspettare il momento in cui inizieremo a leggerlo. Deve scattare prima dell’acquisto.

I lettori che entrano nelle piccole librerie non lo fanno solo perché cercano libri di qualità, lo fanno soprattutto perché vogliono che il libro che stanno per comprare si rivolga a lui, abbia qualcosa a che vedere con lui. Proprio come la Nutella personalizzata, la cover dell’iPad o la bacheca di Facebook, in un certo senso.

Lunga vita alle librerie indipendenti e ai libri di qualità, non c’è neanche bisogno di dirlo. Ma se puntare su testi di qualità è difficile, sarà ancora più difficile trovare il modo di dare voce ai libri prima ancora che siano aperti, non confondere le strizzatine d’occhio del marketing con le pacche sulle spalle di un libro che, volente o nolente, con buona pace dei più conservatori, quando arriva sugli scaffali della libreria ha già avuto più vite dei gattini di Facebook e sa già quali lettori lo degneranno di una seconda occhiata e quali no.