Se non sei esausta, che mamma sei?

retro-1291738_960_720

«Stanotte ha dormito cinque ore.»

«Il mio quattro.»

«Beata te, noi abbiamo dormito solo tre ore.»

«Io due, e con lui che mi tirava i calci nella schiena.»

«Io una e mezzo, e nel frattempo allattavo ed ero tutta storta perché lui stesse comodo.»

«Io ho dormito solo mezz’ora, seduta, mentre allattavo, gli facevo il massaggio per le coliche, mio marito russava e intanto pensavo alla lista della spesa e al menù di tutta la settimana.»

Ci sono giorni in cui le conversazioni fuori da un asilo farebbero tremare le ginocchia a un penitente, roba che in confronto portare la croce scalzo in processione deve sembrargli una passeggiata.

«Io lo ho allattato con i capezzoli sanguinanti, io fino ai tre anni, io fino ai quattro, io fino ai sei…»

«I miei figli non hanno mai dormito una notte senza la loro mamma.»

«Non esco la sera da due anni, io da tre anni, io da quattro anni… Io esco ma lo chiamo sempre almeno due o tre volte perché non si senta abbandonato e non faccio mai tardi.»

A volte sembra che il cammino della maternità sia costellato di fustigazioni, che il valore di una madre si misuri nella rinuncia a se stessa, che la stanchezza sia una medaglia da appuntarsi bene in vista, dove le altre mamme possono vederla e farsi i loro conti.

Una vera madre non arriva a sera riposata. Una vera madre non chiude la porta neanche quando va in bagno. Una vera madre non dorme più di tre ore di fila. Una vera madre mangia gli avanzi del figlio e pensa a se stessa negli avanzi di tempo del figlio.

Una vera madre soffre quando torna al lavoro. Una vera madre si sente in colpa, sempre, costantemente, anche quando lascia il figlio a una baby sitter per andare a fare un lavoro che la lascia sfinita e svuotata e in cui la trattano male ma di cui ha bisogno per arrivare a fine mese. Figuriamoci se il lavoro le piace ed è quello che ha sempre sognato di fare. Allora non c’è insonnia che tenga, non c’è sacrificio, stanchezza, esaurimento abbastanza grande da giustificare l’audacia di inseguire sogni che appartengono solo a te, lasciando tuo figlio a crescere da solo dalle otto alle sei.

Così finisci per dirti che lavori e ogni tanto esci la sera anche per insegnare a tua figlia la lezione più importante, ossia a non rinunciare mai a se stessa, e per insegnare a tuo figlio che è normale e fondamentale che una donna continui ad avere una vita e a dedicarsi a se stessa, sempre e comunque.

Ed ecco che ci sei cascata di nuovo. Sei tornata a giustificarti, hai sentito di nuovo il bisogno di essere per lo meno un esempio, un modello da seguire. Ancora una volta hai sentito la necessità di dare qualcosa in cambio ai tuoi figli, per il tempo dedicato a te stessa.

Certo, arriviamo stanche a sera, inutile negarlo, con figli o senza. Certo, i nostri figli hanno bisogno di noi (anche se sono convinta che spesso ne abbiano bisogno meno di quanto crediamo e sia vero piuttosto l’inverso, che siano le madri ad avere bisogno di loro). Certo, fare la madre significa cercare continuamente un equilibrio impossibile e avere sempre e comunque la sensazione di tradire qualcuno o qualcosa. Ma è proprio necessario questo elogio costante della stanchezza delle donne? Non potremmo smetterla? Non ci fa un gran male, in realtà, questo insistere sulla nostra capacità di esaurirci?

Perché dietro i lamenti spesso recitati con orgoglio dalle madri, dietro la loro spossatezza esibita come sfida, come prova di valore, dietro le loro rinunce e quel riversarsi per intero nell’accudimento del figlio in una sorta di immersione senza bombole, fa capolino e resiste l’idea che la donna sia nata per soffrire. Che una donna sia davvero tale solo quando arriva a sera esausta. Che una donna riposata sia una donna a metà. L’apoteosi della Sindrome dello Strofinaccio. Con il rischio peraltro che l’amore venga servito come un ricatto costante, soprattutto quando poi i figli crescono, condito da lacrime e sudore, come un dolcetto a forma di cuore ma con una spolverata di recriminazioni.

Comincia e finisce tutto in sala parto, lo sa bene chi ci è passato. Dove l’epidurale viene somministata e vissuta come una sconfitta. Dove perfino l’infermiere che ti spinge sulla sedia a rotelle vuole sapere se partorirai davvero o opterai per l’imitazione, per il parto falso e “indolore” (ah!) che passa per le mani dell’anestesista. E se hai l’ardire di rispondere che no, che partorirai naturalmente, allora lo stesso infermiere, che probabilmente si fa la barba con il rasoio più indolore e delicato che trova sullo scaffale e non con il machete, lo stesso infermiere sarà lì ad aspettarti con un sorrisetto di sfida per sapere se l’hai fatto davvero. Se hai sofferto. Se sei stata una vera donna. «Ah. Dicono tutte che vogliono partorire naturalmente e poi se le senti strillare che vogliono l’anestesia.»

Donna, partorirai con dolore, allatterai con dolore, svezzerai con dolore, dormirai con dolore, educherai con dolore, lavorerai con dolore…

In alternativa avrai l’epidurale. O una montagna di sensi di colpa.

Annunci

Mamme, e come si fa

7475474590_709f662388_b
Foto di @ondasderuido (CC)

E come si fa, dopo aver distribuito baci e consigli e merende e rimproveri e sorrisi e approvazioni e sgridate e cappelli e crema solare, come si fa a tornare se stesse?

E come si fa, dopo aver fatto fronte ai loro mostri, a quelli nell’armadio e a quelli dentro di loro, ad averli accolti tutti con un sorriso perché sapessero che non vinceranno mai, come si fa, dopo aver nascosto tutti quei mostri dentro di noi perché loro non li vedessero più, come si fa a tornare se stesse?

E come si fa, dopo aver misurato la distanza giusta perché avessero abbastanza spazio per crescere, come gli alberi, e dopo aver fatto un passo indietro e due avanti e scoprire di essere sempre troppo vicine e troppo lontane, come si fa a tornare se stesse?

Come si fa a sentire di nuovo il respiro della donna che eravamo prima di trasformarci in sorrisi e cure e passetti ansiosi? Come si fa a tornare folli senza spaventare, a tornare libere senza trascurare, a tornare ribelli senza disorientare? Come si fa a sentirsi di nuovo se stesse senza sentirsi egoiste, a sentirsi belle senza offrirsi a nessuno, a sentirsi utili senza accudire nessun altro? A restare fedeli a se stesse senza sentirsi sole.

È una corda sfilacciata e traditrice quella che ci tiene unite alla donna che eravamo un attimo prima di diventare madri, una corda che non vorremmo spezzare ma che ogni tanto torna a tirare e fa male. Piccoli strattoni crudeli che ti fanno sentire in colpa, di quel senso di colpa vago e inafferrabile, che non ha una direzione e ti affonda dentro scavando un vuoto buio e fetido.

È pieno di risposte, in realtà, quel vuoto. È pieno di arte e di amore e di dolore e di storie e di musica e di canzoni e di piaceri che aspettano di essere vissuti. Ad ascoltarlo bene, sta gridando che la normalità non esiste, che la compostezza per qualcuna è un obbligo e un’invenzione, che non esistono madri perfette e non esistono madri sbagliate, solo madri che ci provano e altre che non ci provano. Che non esistono donne perfette e donne sbagliate. Solo donne che sentono la nostalgia di se stesse e altre che la soffocano perché fa male. Eppure basta un po’ di coraggio, basta percorrere quella corda sfilacciata in punta di piedi come un saltimbanco, e si finisce per trovare equilibri impossibili.

Ecco allora, forse, come si fa. Cinque minuti di follia e un bacio prima di andare a dormire. Un’ora di libertà e la certezza di avere lasciato al nostro posto l’insegnamento più prezioso. Tutta una vita di ribellione e uno spazio vuoto da riempire di domande e di sogni e di desideri, perché diventi sempre meno buio e sempre meno pericoloso, nel caso un giorno dovessimo mettere il piede in fallo e finirci dentro. E scoprire che basta soffiare, cantare, ballare, urlare, scrivere, disegnare, alzare il volume, smettere di vergognarsi, crederci un po’ di più, per saltare di nuovo fuori e portarci qualcuno di quei sogni appiccicati addosso, mentre rimbocchiamo le coperte a fine giornata.

E se Cenerentola fosse la favola più ribelle di tutte?

child-1244531_960_720Una giovane dalla vita sfortunata, costretta a dimenticare i propri sogni di felicità a colpi di straccio e di scopa. Le persone che la circondano non fanno che ricordarle qual è il suo posto e sono decise a impedirle di realizzarsi ed essere felice. Ma lei non demorde, insiste, tiene duro e, complici alcuni amici molto speciali, riesce ad arrivare dove si era ripromessa e una volta lì, si trasforma. È bellissima, irresistibile, sa di poter ottenere tutto quello che vuole. E infatti se lo prende.

Non è anche questa una favola perfetta per bambine ribelli? In cui la protagonista si ribella a quello che il destino sembra aver scritto per lei? Non solo. Ci ritroviamo alcuni dei temi fondamentali del femminismo e della battaglia che ciascuna donna deve combattere per trovare la propria strada: la solitudine che ti si spalanca intorno nel momento in cui reclami il diritto a fare di testa tua, il senso del dovere imposto a forza contro il piacere, la necessità di essere ostinata e non mollare mai, anche quando il sogno sembra ormai perduto e impossibile realizzare.

Che cosa cambia, allora, se per riuscirci servono dei topolini che si improvvisano sarti, una zucca che si improvvisa carrozza e una fata che per un pelo non si lasciava il vestito nella bacchetta? E che cosa cambia se il sogno della protagonista era sposare il principe azzurro? Non è questa la parte più importante. L’importante è quello che fa per riuscirci, che ci creda fino in fondo, che non molli mai. È questa la lezione che Cenerentola ha lasciato alle bambine di mezzo mondo (insieme a una pessima reputazione per le matrigne). Il principe è un simbolo, poco di più. Potremmo scambiarlo con un viaggio, con un bel lavoro, con una casa e la storia non cambierebbe poi più di tanto.

Lo dimostra il fatto che i bambini e le bambine non amano Cenerentola perché lei alla fine sposa il principe. Della favola nella versione Disney ameranno soprattutto i topini, l’apparizione della fata smemorata, la cattiveria e la ridicolaggine delle sorellastre. Ameranno tutto ciò che li ha emozionati e li ha fatti ridere, quindi l’ingiustizia e poi l’arrivo al ballo e il riscatto tanto a lungo sognato. Proprio come chi scivola e si affanna sul palo della cuccagna non lo fa perché sa che in cima troverà un prosciutto o una bottiglia di spumante, lo fa per l’ansia e il piacere di vincere. Il principe delle favole, insomma, è un po’ il nostro prosciutto. Dice un paio di battute, non si fa notare troppo, nel complesso ha il carisma di un merluzzo sotto sale, ma è lì, a indicare il traguardo, la fine della storia.

Altro che castelli e bianchi destrieri, niente ci ha preparate alla futura convivenza come un principe che da solo non trova neanche le armi, se qualche fatina irriverente non gliele piazza in mano, che prima ti bacia e poi ti chiede come ti chiami, che è convinto di essere il protagonista solo finché le donne della storia glielo lasciano credere e fanno tutto il lavoro sporco al posto suo. Non ricordo il volto di un solo principe delle favole Disney, ma riconoscerei ovunque una delle principesse. Non è emancipazione, questa, in un certo senso? Non c’è bisogno che alla fine la protagonista apra un ristorante come avviene in La principessa e il ranocchio, non è neanche necessario che lei alla fine diventi una famosa tennista o una pittrice. Quello che importa è la magia, è la fiaba, è credere nella possibilità che il sogno si avveri, se ci metti tutta te stessa e tieni duro, nonostante tutto. Quello che conta è sapere che ciascuno ha la propria favola e il diritto di viverla fino in fondo.

Non è quel che si racconta, insomma, ma come lo si racconta. Generazioni di bambine si sono identificate in Mowgli e in Peter Pan e perfino in Bambi, senza avere bisogno di un corrispettivo femminile. È la storia a fare la differenza, il modo in cui vengono distribuite le informazioni, la posta in gioco, i conflitti, la dimensione emotiva. Se la storia funziona, se ti coinvolge, se ti emoziona, se ti permette di identificarti, non importa più che il protagonista sia un maschio o una femmina. Non c’è neanche bisogno che sia una persona. Sono sempre le parole a compiere la magia, non la storia edificante che vogliono raccontare.

Una favola ben raccontata è ribelle e rivoluzionaria, a prescindere dal sesso dei suoi protagonisti. Basta che scatti la magia, che la storia ci porti con sé, che ci insegni a superare i nostri limiti e a realizzare le nostre aspirazioni. Che ci convinca che abbiamo il diritto di inseguire i nostri sogni, sempre e comunque, senza lasciarci scoraggiare dalle matrigne crudeli o dai lupi cattivi.

Una favola ben raccontata è sempre femminista, a modo suo, perché non c’è niente di più femminista che credere nell’impossibile e trasformarlo in realtà.

L’incredibile caso del furto del lieto fine

bottle-548903_960_720

I  pubblicitari le inseguono, i politici le blandiscono, il merchandising le scimmiotta, lo storytelling le esibisce come trofei. Le emozioni sono l’ultima frontiera della privacy, la chiave d’accesso ai nostri sogni più segreti, pronti per essere trasformati in denaro sonante.

E fin qui niente di male o almeno niente di nuovo, se non fosse che per l’altra metà del cielo le cose finora sono andate in modo ben diverso. Quante di noi sono cresciute imparando a nascondere le proprie emozioni, se volevamo sembrare credibili ed efficienti? Quante volte ci siamo sentite ripetere che le donne che si emozionano sono irrazionali, inaffidabili, fragili, isteriche, umorali? E quando leggono per emozionarsi sono superficiali, retrograde, disimpegnate? Ci hanno insegnato a diffidare dalle emozioni, a nascondere i nostri sogni dietro lo strofinaccio o almeno dietro un atteggiamento pratico e concreto. I have a dream sulle labbra di una donna sarebbe suonato ingenuo e sconveniente. Se Hillary Clinton avesse detto Yes we can probabilmente le avrebbero consigliato di smetterla con i romanzi rosa. Stay hungry stay foolish scandito da Ellen DeGeneres sarebbe stato preso come un inno alla dieta gridato nel pieno di una crisi isterica.

Di recente, una foto di Mark Zuckerberg alle prese con un pannolino ha fatto strage di like e condivisioni. Roba da non crederci. Qualunque donna si sia cimentata nell’impresa di lavorare con un bimbo piccolo in casa sa bene che il pargolo va nascosto come la peste davanti ai clienti, se si vuole conservare un minimo di credibilità. Io per mesi ho tenuto un pacchetto di biscotti vicino al telefono, da cacciare in bocca a mia figlia al primo accenno di vagito in caso di conversazione di lavoro, altro che fotografarmi con il pannolino in spalla e dire che ne avevo cambiato uno ma la strada era ancora costellata di cacche.

Insomma, donne, facciamoci furbe, non lasciamoci fregare in questo modo le emozioni dal genere maschile, dai padri tatuati e teneroni che impazzano su Instagram e dai politici che campano sul valore comunicativo dell’happy end, dopo che per anni il rosa è stato bollato per lo stesso motivo.

I pannolini possono pure tenerseli, ma i sogni e il lieto fine li rivogliamo indietro. Noi ci crediamo da un bel pezzo. Non solo, teniamo in piedi una gran fetta dell’editoria credendoci e ci crediamo soprattutto perché crediamo in noi stesse, nei nostri sogni, nelle nostre emozioni. Perché ben vengano le donne astronauta o le donne in carriera o qualunque figura femminile in una posizione considerata maschile. Ma se salveranno la società dagli stereotipi di genere, non serviranno a salvare ciascuna di noi. Nel profondo, infatti, quello che ci serve è costruire la nostra identità a partire da ciò che ci appartiene e che ci consente di esprimerci nel modo più autentico e vicino a noi stesse. Ossia a partire dalle emozioni.

Il femminismo rosa comincia da qui. Perché allora non lo rivendichiamo emozionandoci in pubblico, per esempio, mentre leggiamo un libro a nostro figlio, alla recita di Natale, davanti a due accordi stonati suonati in metropolitana. Guardando accendersi le luci natalizie, una pubblicità a lieto fine, una famiglia che si ritrova agli arrivi dell’aeroporto. Una donna anziana che piange di solitudine appena i suoi parenti escono dalla stanza, il saggio di danza di una ballerina in erba, il messaggio di un’amica che si ricorda di una visita medica importante.

Tutte le lacrime che ci teniamo dentro e di cui ci vergogniamo ci rendono più forti, non più deboli. Riprendiamoci le nostre emozioni, viviamole tutte, fino in fondo, ma a modo nostro, non diamole in pasto ai pubblicitari e ai maghi dei social media, non svendiamole per quattro gattini e qualche nonno sulla luna. Viviamole, senza vergogna. E quale occasione migliore del Natale per farlo? Commuoviamoci, sogniamo, andiamo a caccia di tutto quel che ci fa stare bene e viviamolo fino in fondo, finché non saremo sicure di esserci saziate. E poi ricominciamo. Perché una donna che non ha paura delle proprie emozioni è anche una donna che non ha paura della propria tristezza. E decide di vincerla. È una donna che non ha paura del vuoto che sente dentro. E decide di riempirlo. È una donna che non ha paura dei propri sogni. E decide di inseguirli.

Per anni hanno sorriso del nostro rosa. Ma la verità è che le donne che sognano fanno paura, perché sono donne pronte a combattere. Riprendiamoci il rosa. Riprendiamoci le nostre emozioni. E quando arriveremo al fondo di quella che chiamavano la nostra debolezza, scopriremo di essere più forti che mai.

Se non sono principi non li vogliamo

black-and-white-cartoon-donald-duck-spotlight-medium

Non ho mai capito come si possa sostenere che le favole Disney, soprattutto quelle di un tempo, siano maschiliste.

Per cominciare, non c’è una sola protagonista che sappia fare i lavori di casa in modo decente. Biancaneve fa soltanto finta mentre dirige i poveri animaletti del bosco (fateci caso, lei non muove un dito), le fatine della Bella addormentata quando provano a mettere insieme una torta e a cucire un vestito combinano disastri di dimensioni epiche. E Cenerentola, be’, sui lavori domestici niente da dire, ma come sarta anche lei non era proprio un granché.

L’unica cosa che riesce bene un po’ a tutte è cantare. Più che aspiranti casalinghe, insomma, sembrano aspiranti cantanti pop.

Ma i principi… La parte migliore sono i principi. Guardateli bene. Dove li trovate degli uomini così realistici? Che prima ti baciano e poi ti chiedono come ti chiami, da soli non ne combinano una giusta e finché non arriva una donna (o tre fatine) non trovano manco le armi prima di uscire di casa. Le favole hanno preparato generazioni di bambine alla cruda realtà del lato inutile dell’universo maschile, diciamocelo. Per fortuna c’erano Peter Pan e Robin Hood a risollevare un po’ le sorti del sesso forte.

Chi sostiene che le favole Disney siano maschiliste cade in un equivoco molto simile a quello di chi dice altrettanto del rosa. Un equivoco molto maschile, peraltro. Ossia la convizione che tutto giri intorno agli uomini, solo perché ogni tanto si parla di loro e ce li si ritrova, più o meno abusivamente, in qualche sospiro.

Del resto, qualcuno ha mai creduto davvero che le donne vadano dal parrucchiere per piacere agli uomini? Quando è scientificamente dimostrato che non se ne accorgono e che le poche volte in cui lo fanno non ci capiscono niente? Nossignori, le donne vanno dal parrucchiere per piacere alle altre donne. Proprio come leggono rosa per sognare e dettare le proprie regole. Quindi che cosa cambia se la principessa in questione vuole aprire un ristorante o tirare con l’arco o andare a una festa con il principe? L’importante è che abbia un sogno e che non smetta di provare a realizzarlo finché non c’è riuscita.

Con il rosa non è molto diverso. Gli uomini del rosa sono pura fantasia. Nessuno crederà mai che da qualche parte si aggirino adoni romantici, intelligenti, tartarugati, sensibili, premurosi, coraggiosi e già che ci siamo anche bravi in cucina. Roba che una alza gli occhi dall’ereader e guarda l’altra metà del letto e si chiede dove ha sbagliato. No. Gli uomini del rosa non esistono, sono solo sogni travestiti. Meno realistici ancora dei principi delle favole. Quindi che cosa c’è di male a inseguirli, quando in realtà quello che stiamo inseguendo sono i nostri sogni. Quello che vuole davvero chi legge rosa è diventare protagonista della propria vita.

E ditemi voi se esiste un argomento più femminista di questo.