E se la smettessimo di fare del male a noi stesse?

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Il labbro inferiore fra i denti. La mascella contratta. Tante righe bianche sottili sull’avambraccio, dove fa più male. La gastrite. I chili persi con ferocia. I chili accumulati con rabbia.

A furia di vederli ripetersi, quei gesti, quei tic, quelle cicatrici, quel modo tutto nostro di punirci usando il nostro stesso corpo, come un cane che si morde la zampa, a furia di vederli non si può non chiedersi se non abbiamo sempre sbagliato, cercandone la causa e l’origine dentro di noi, fra i nostri malesseri. E se invece la causa fosse altrove? Se non ci stessimo solo punendo, ma cercassimo di trattenere qualcosa dentro, di non lasciarlo sfuggire, perché nessuno se ne accorga?

Possibile che esista un nesso con l’aver ricevuto meno spazio di quello di cui avevamo bisogno? Possibile che quella che combattiamo contro di noi sia una battaglia persa contro tutto quello che avremmo da dare, da dire, da fare, da creare, da inventare, e che siamo obbligate a nascondere e a tenerci per noi, se non vogliamo essere rimesse al nostro posto con uno sguardo paternalistico e una mano sul culo?

Possibile che a furia di sentirci dire che dobbiamo stare composte, non alzare la voce e la testa, non contraddire, a furia di sentirci ripetere che fare la mamma è il mestiere più bello del mondo, che i nostri non sono sogni ma capricci, a furia di crescere in un mondo che ha già deciso per noi, ci siamo ritrovate con un sacco di energie e di idee e di creazioni che ci marciscono dentro e contro cui ci accaniamo, a volte, per cercare di tenerle a bada?

Ecco allora forse perché ci mordiamo le labbra, perché stringiamo i denti senza accorgercene, perché ogni tanto sentiamo il bisogno di farci del male, perché litighiamo costantemente con il nostro corpo, quel corpo che ci ruba la scena e che arriva sempre prima di noi e delle nostre idee e della nostra intelligenza. Era una fiammella e pensavi che con gli anni si sarebbe spenta e invece no, arrivi a quarant’anni o a cinquanta e scopri che è diventato un incendio, un incendio che ti divampa dentro e che non vede nessuno, che nessuno vuole vedere, neanche tu, perché sembra così ridicolo, patetico, inopportuno, è così lontano dall’immagine di te stessa che vorresti proiettare all’esterno, che non ti resta che cercare di soffocarlo.

La nostra energia creativa non è confinata nell’utero. L’hanno chiamata follia, hanno cercato di convincerci che non esistesse o che potessimo cavarcela con due pasti caldi al giorno e una casa impeccabile, ma non è così. Non è così, se ci ritroviamo a stringere i denti per tenerla a bada. Se fa tanto male da ferirci per non sentirla. Se abbiamo confuso la felicità con l’obbedienza e con l’assecondare le richieste altrui. Se abbiamo barattato la realizzazione di noi stesse con il controllo sulla nostra vita e qualche volta anche su quella degli altri.

Se smettessimo di tenerci a bada forse non ci piaceremmo subito, è anche questo il punto. Forse la donna che vedremmo emergere ci spaventerebbe, così distante dai modelli e dai traguardi fra cui siamo cresciute. Nessuno ci avrà dato il permesso, nessuno ci dirà brava, nessuno ci dirà grazie, in una società che ci vuole confinate fra i sensi di colpa e la cura e il piacere altrui. Ma quella donna ci assomiglierebbe di più.

Se fa male, insomma, non significa che siamo sbagliate. Forse è sbagliato il posto in cui ci hanno piazzate, tutto qui. E invece di farci più piccole noi, potremmo provare a prenderci più spazio e stare a vedere che succede.

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E vissero per sempre felici e indipendenti

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“Come faccio a capire se gli piaccio?”

“Mi sono innamorata del mio migliore amico, ma non voglio rischiare di perdere la sua amicizia. Che cosa dovrei fare?”

“Sono sempre attratta da uomini egoisti e inaffidabili, sarà un segno che in realtà non voglio impegnarmi?”

Di domande come queste sono piene le riviste, ci sono libri interi scritti per rispondervi, esistono rubriche e blog dedicati. Se siete innamorate e non ricambiate, se non sapete come superare la timidezza e confessare il vostro amore, se vi siete innamorate di due ragazzi contemporaneamente, se volete lasciarlo ma non sapete come fare, ci sarà sempre qualcuno pronto a tendervi una mano e cercare di aiutarvi. Per i preliminari dell’amore c’è sempre una risposta. Nei labirinti della passione e dei sentimenti non manca mai un’Arianna, stile vigilessa, che vi indicherà la direzione da prendere.

Una volta giunti al bacio fatidico, però, si va in dissolvenza, “E vissero per sempre felici e contenti” e si passa ai titoli di coda, come nei film. E tanti saluti. E adesso? E adesso te la sbrighi da sola, cara mia, risponderà Arianna. Soprattutto dopo l’arrivo dei pargoli. Non ti serve nessun filo, tranne quello per ricucire le tue giornate incasinate e renderle accettabili e vagamente funzionanti. Sorridi, sopporta e non lamentarti. Che cosa credi, di essere l’unica? Ah, bella, ci sei arrivata solo adesso? Certo che è difficile, certo che è cambiato tutto, certo che sei stanca, ma è così che funziona, e se chiudi la bocca e non ti lamenti almeno non perdi tempo e fiato. E ci fai una figura migliore.

A meno che tu non ti sia innamorata del fratello di tuo marito, che sospetti che ti tradisca con la tua migliore amica, o che lui sia convinto di fare sesso estremo e tu non sappia come dirgli che in confronto a quello che facevi con il tuo ex siete estremi come una birra analcolica, fatta eccezione per tradimenti, sesso e crisi di mezza età, insomma, sulle riviste non troverete granché che faccia al caso vostro. I consigli a una donna sposata, sostanzialmente sono sempre gli stessi. Benvenuta nel club. Eh, gli uomini, si sa come sono fatti. Prova a prenderlo con le maniere giuste. Perché non provi a cambiare atteggiamento tu per prima. Oppure tutta una serie insopportabile di dritte per fare le stesse cose nella metà del tempo. Il femminismo della lavatrice, insomma, ti tocca lavare i panni lo stesso ma se non altro te lo rendiamo più facile.

Dove sono finiti adesso i consigli che ci servono davvero? Perché non c’è più nessuno che ci dica di fidarci di noi stesse e delle nostre emozioni, di seguire le nostre regole, di rispettare il nostro stile invece di imitare quello altrui? Dove sono finiti tutti quei bei consigli della posta del cuore? Dove sono finite tutte le persone che ci dicevano di restare fedeli a noi stesse, di valorizzare la nostra personalità e non perdere di vista i nostri sogni? Sembra che siano sfumate anche loro in dissolvenza, insieme al bacio dell’happy end.

Ecco perché serve un femminismo che parli d’amore. Una rubrica per donne accasate che non vogliono smettere di essere se stesse. Una posta del cuore per donne innamorate del proprio marito, che non vogliono tradirlo con il cugino e non hanno il dubbio di essere tradite con la segretaria e non hanno problemi sotto le lenzuola, ma vogliono semplicemente avere più tempo per sé, per realizzare i propri sogni, per dedicarsi al proprio lavoro. Per donne che hanno bisogno di qualcuno che dica loro che sì, possono essere egoiste, non c’è niente di male. Che avere figli non significa andare incontro al martirio e ritagliarsi i propri spazi non significa essere tiranne insensibili. Una posta del cuore che ci insegni a non sentirci in colpa se ci dedichiamo a noi stesse. Che ci ricordi di uscire con le amiche e con gli amici, senza lasciare la cena pronta in forno e un piano d’emergenza a prova di tsunami, che lasciare un figlio a casa con il papà o con la baby sitter non gli procurerà traumi permanenti e che in ogni caso avrà più tempo per superarli di quello che ne resta a noi, calcolatrice e calendario alla mano. Che voler avere il controllo di tutto quello che succede in casa non ci rende madri migliori, solo madri stanche e stressate. Che ogni volta che i nostri figli ci vedono impegnate a realizzare i nostri sogni stanno imparando l’unica lezione davvero importante. Una posta del cuore che ci insegni a inseguire l’indipendenza economica, perché se un giorno ne avessimo bisogno, con tutte le nostre cene calde e i nostri pavimenti belli puliti e i nostri vestiti candeggiati e stirati non potremo comprarci un bel niente. Figuriamoci la libertà, figuriamoci i nostri diritti.

Una rubrica che ci dica che abbiamo il dovere verso noi stesse di non lasciarci per ultime, di non abbozzare, di non sacrificarci, perché saremo sempre la prima persona al mondo su cui potremo contare. Una rubrica per pessime madri e pessime mogli, anche se pessime non sono, per madri e mogli con una vita, una personalità, uno stile e uno scopo nella vita, gli stessi che avevamo a sedici anni, quando ci avete detto che non dovevamo calpestarli per scimmiottare la ragazza più popolare della classe o per inseguire il bello di turno.

Oppure ditelo, alla fine di quelle rubriche. Segui la tua personalità, segui il tuo istinto, ascolta la tua voce interiore. Fallo adesso, finché sei in tempo, perché una volta in coppia ti diremo noi che cosa dovrai fare, te lo diranno tutte le donne, le mamme e le nonne che ti hanno preceduta, e per alzare la testa e provare a fare di testa tua, per seguire il tuo istinto, ti ci vorrà più coraggio di quanto te ne è servito per dire al ragazzino dai capelli rossi che eri innamorata di lui. E forse non avrai neanche la spalla della tua migliore amica su cui piangere, perché sarà troppo stanca impegnata e stressata per ascoltarti. O per trovare il coraggio di dirti che hai ragione tu.

Sicura di non essere femminista?

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Foto di Tim Herrick (CC)

Ogni volta che una donna cerca di non essere solo madre e moglie, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna insegue i suoi sogni e li incastra come può nella vita di tutti i giorni, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna che si scopre da sola per difendere le proprie posizioni, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna combatte contro la Sindrome dello Strofinaccio, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si incazza e si rifiuta di caricarsi la casa e il mondo sulle spalle e fare tutto da sola, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna non accetta che un fidanzato la sminuisca e la controlli, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si scrolla le regole altrui di dosso e accetta soltanto le proprie, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna pretende di fare sesso come piace a lei, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna crede in se stessa senza aspettare il permesso e il giudizio di nessuno, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna non ha paura di essere poco femminile, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si ritaglia uno spazio per se stessa, che non si esaurisce per i figli e non cerca se stessa nel loro ritratto o in quello di famiglia, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si ribella, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna sta bene da sola, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna sogna, lì c’è una femminista.

Ci sono migliaia di ribellioni silenziose e invisibili che fanno di ogni donna una femminista, anche se non lo sa.

Le uniche donne che non sono femministe sono quelle che si sono arrese e ne conosco poche, pochissime, forse nessuna.

Siamo femministe, certo che lo siamo, e non ci arrendiamo.

«Non sono femminista»

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Foto di KylaBorg (CC)

«Non sono femminista.»

Lo leggo e lo sento dire sempre più spesso e ogni volta mi fa un effetto strano, come se mi avessero appena detto: «Non sono contro il razzismo/contro lo sterminio dei cuccioli di foca/contro lo sfruttamento minorile/contro il ketchup nel ragù». Non dico che non sia legittimo, ma non è neanche una cosa che si possa comunicare a cuor leggero, come se stessimo dichiarando quanto zucchero vogliamo nel caffè.

Affermare di non essere femminista è una scelta estrema e radicale, è una presa di posizione netta contro i diritti delle persone, è una sorta di dichiarazione di guerra ai concetti di base della democrazia e della giustizia.

Affermare di non essere femminista significa che non ci importa avere diritti uguali per tutti, che non ci interessa se le donne ricevono uno stipendio più basso rispetto agli uomini, che non ci interessa se le donne vittime di violenza vengono processate da una giustizia maschile e condannate prima e più duramente dei loro aggressori. Non essere femminista significa che che non ci importa che donne e uomini abbiano pari opportunità e che non ci interessa che una bambina possa sognare di svolgere una professione “maschile” senza dover superare il doppio degli ostacoli e ricevere la metà dei riconoscimenti. Non essere femminista significa che riteniamo giusto che gli assorbenti costino come beni di lusso e che le donne siano considerate prima oggetti che soggetti, oggetti di sguardi, di battute, di spiegazioni, di commenti, di volgarità e di limiti e divieti. Non essere femminista significa che siamo convinte che esista un noi e un loro e che quello che succede alle altre donne non ci riguardi tutte, in qualche modo, prima o poi.

Che cosa significa allora essere femminista? Essere femminista significa non giudicare, non giudicare le donne che restano a casa e non giudicare quelle che danno la precedenza al lavoro. Non giudicare chi si mette al servizio dei figli e chi sceglie di non averne. Essere femminista significa non confondere la femminilità con il sesso o con la maternità. Essere femminista significa sollevare domande, aprire porte, abbattere tabù e luoghi comuni, essere femminista significa imparare a sognare in un modo diverso, scoprire che non c’era bisogno di vergognarci, significa liberarci dei sensi di colpa e della solitudine, liberarci dal peso di aspettative che non ci corrispondono e ci fanno sentire sbagliate.

Essere femminista non significa andare in giro con la faccia incazzosa pronta a unire le quattro dita nel simbolo della vagina alla prima occasione, non significa odiare gli uomini, non significa neanche essere grintose e combattive, non significa vestire i maschi di rosa e le femmine di azzurro, non significa sognare una figlia scienziata e non significa mettere al rogo i romanzi rosa e girare la testa davanti alle emozioni. Essere femminista non significa dover dimostrare a tutti i costi di essere forte e non significa non potere e non dovere chiedere aiuto.

Essere femminista non significa avere tutte le risposte, non significa necessariamente scendere in manifestazione, non significa lottare se non ci sentiamo all’altezza di farlo, non significa neanche essere obbligate a ribellarci, se quella ribellione ci fa male, in qualche modo. Essere femminista significa rimettere in discussione la realtà in cui viviamo e i nostri diritti e doveri. Ciascuna di noi è femminista come può e come le riesce, ciascuna arriva fino a dove glielo permette la sua personalità e la sua situazione.

Essere femminista significa una cosa diversa per ciascuna di noi, proprio come è diverso il modo di sognare di ciascuna di noi. Perché essere femminista significa arrivare il più possibile vicina a se stessa, imparare a coltivare i nostri sogni, quei sogni di cui ci hanno insegnato a non fidarci e di cui hanno sorriso e continuano a sorridere. Essere femminista significa tornare a crederci, e sentirsi in diritto di provarci. Ogni volta che qualcuno dice di non essere femminista non sta rivendicando il diritto a essere se stessa, sta rinunciando a quel diritto e sta calpestando un sogno.

Insegnami a sognare

 

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Insegnami a contare, mamma.

Insegnami a cantare. Insegnami a scrivere, a leggere e a parlare.

Insegnami a lavarmi i denti e ad andare in bici e a fare i compiti.

Insegnami l’inglese e le buone maniere, a dire grazie e a non urlare.

Insegnami a vincere e a perdere, a essere prudente e coraggiosa.

E poi insegnami a sognare.

Insegnami i sogni delle donne, quelli che ti tieni dentro quando ti mordi il labbro inferiore e fingi di ascoltarmi. Quelli che si sono spenti sul fondo del tuo sguardo e quelli che lo fanno brillare quando pensi che nessuno ti veda.

Insegnami i sogni delle donne, quelli che aspettano il permesso di essere realizzati, quelli in cui non hai creduto abbastanza, quelli di cui ti vergogni, quelli per cui non hai trovato il tempo, quelli di cui non ti sei presa cura, quelli a cui mancava così poco, quelli a cui sei rimasta aggrappata.

Insegnami i sogni delle donne. E insegnami a non calpestarli mai, per nessun motivo. Insegnami a non metterli da parte, a non distogliere lo sguardo, a non trascurarli, a non sminuirli. Insegnami che sono importanti e che me li merito. Insegnamelo come mi hai insegnato tutto il resto, con il tuo esempio.

Ribellissima. Non vogliamo più figlie bellissime, le vogliamo ribelli

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Ribellissima. Lo si potrebbe intitolare così, il remake del capolavoro di Visconti del 1951, aggiornato ai tempi nostri. Non le vogliamo più bellissime, le nostre figlie, come recitava il titolo del film. Le vogliamo ribelli.

Niente provini, niente fotografi, niente registi, le nostre figlie non devono subire maestre di recitazione e di ballo. No. Provvediamo a colpi di libri e slogan e consigli e fiabe della buonanotte per bambine ribelli. Leggiamo loro storie di donne forti e speciali, che ce l’hanno fatta, loro sì, non come noi, che dopo aver chiuso il libro andremo a lavare i piatti e a preparare il pranzo che il marito si porta in ufficio. Non come noi che il libro siamo andate a comprarlo appena uscite dal lavoro, ma in libreria siamo rimaste giusto il tempo di prenderlo e pagarlo, il romanzo che vogliamo leggere lo compreremo un altro giorno, quando non avremo da fare la spesa e correre a casa.

Non come noi, che andiamo in manifestazione femminista dopo aver lasciato la cena in caldo al marito, dopo aver messo a dormire il bambino, dopo aver tenuto buone tutte le persone –  ma quante sono – che dipendono da noi e dalle nostre cure e dalla nostra Sindrome dello Strofinaccio.

Non come noi, che ci siamo realizzate, sì, come ci diceva la nostra madre, ma senza trascurare casa e marito, come diceva la nostra nonna. Non come noi, che per arrivare ai nostri sogni dobbiamo avanzare con il machete fra i sensi di colpa e il dubbio di essere donne solo a metà, mai abbastanza stanche e mai per i motivi giusti.

Non come noi, che siamo ribelli sui social e nei gruppo di whatsapp e ci crediamo davvero e povero il copy che ha inventato quello slogan sessista perché lo faremo a pezzi, fra una lavatrice e l’altra.

Non come noi, che regaliamo favole ribelli alle nostre figlie come tante Maddalene Cecconi, con lo stesso amore e la stessa caparbia disperazione della madre interpretata da Anna Magnani, che in fondo voleva solo una figlia felice, una figlia che avesse quello che a lei non era riuscito ottenere.

Ribellissima. Ribellati tu, tesoro mio, perché voi ce la farete, lo so, ne sono sicura, e sarò lì a guardarvi e a fare il tifo per voi, e ce la farete anche grazie a noi, ma non grazie ai nostri libri e di certo non grazie alle magliette con la scritta I’m a feminist. Ce la farete perché ci avete visto stringere i denti per anni e vi abbiamo insegnato a lottare. Ce la farete perché stendendo i panni con una mano e agitando con l’altra il machete vi abbiamo insegnato che tutto è possibile, se lo si desidera davvero, che sulla strada per la felicità ci sono più compromessi che ribellioni, che la vera ribellione è non mollare mai, soprattutto quando ti senti meno ribelle che mai, perché è allora che inizia la vera lotta, quella con se stesse, per continuare a crederci.

Ce la farete perché ogni volta che ci siamo sentite egoiste vi abbiamo insegnato a dare la precedenza a voi stesse. Ogni volta che c’era il frigo vuoto e la casa era più sporca perché noi eravamo sotto consegna, ogni volta che eravamo più stanche e distratte, ogni volta che siamo uscite con le amiche o che siamo andate al cinema da sole e ci avete chiesto perché non potevate venire e non sapevamo che cosa rispondere, ogni volta che ci sembrava di fare meno la madre, in realtà lo stavamo facendo di più. Ogni volta che abbiamo voltato lo sguardo un attimo, ogni volta che siamo partite e non abbiamo sentito la vostra mancanza, ogni volta che vi abbiamo chiesto di stare zitte e lasciarci lavorare, ogni volta che ci siamo sentite cattive mamme, vi stavamo insegnando la cosa più importante di tutte. Che essere donna non significa essere moglie o essere madre, significa solo fare il doppio della fatica e crederci dieci volte tanto o nessuna.

Allora porta pazienza, amore, lascia che ti legga le favole della buonanotte che parlano di donne coraggiose e realizzate e uniche. È il mio modo per dirti che sei unica anche tu, che voglio solo il meglio per te, che credo in te più di quanto immagini e forse più di quanto ci credi tu. E che sono così sciocca da pensare che il meglio per te sia quello che io non sono riuscita a diventare, quando il meglio per te è quello che sono adesso. Stanca, un po’ incazzosa e decisa a non mollare. Più resistente che ribelle, forse, ma ciascuna ha la ribellione che può. E ti prometto, angelo mio, che la mia ribellione non sarai tu.

Libertà

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Foto di Isidre Garcia Puntí

Per chi ha sogni piccoli, che arrivano alla fine del giorno.

Per chi ha sogni grandi, che arrivano alla fine della storia.

Per chi vuole essere lasciato tranquillo.

Per chi tranquillo non ci sa stare.

Per chi si sente vivo lottando.

Per chi vive schivando la lotta.

Per chi crede nella forza delle idee.

Per chi crede nella forza dei pugni.

Non c’è bisogno di assomigliarsi, non c’è bisogno di piacersi, non c’è bisogno di pensarla allo stesso modo.

Non c’è bisogno di volere un mondo migliore, non c’è bisogno di desiderare la democrazia, non serve la forza per lottare e non serve il coraggio di rischiare. Serve solo la consapevolezza che ci riguarda, che vivere significa prendere posizione. Come si può. Ciascuno con le sue armi, le sue parole, la sua musica, i suoi colori, i suoi gesti, le sue note e le sue emozioni. Ciascuno come può, perché tutti possano.

Qualcuno si sentirà grande, qualcuno piccolo e inutile, qualcuno ci metterà il coraggio e qualcun altro la paura. Qualcuno la musica e qualcun altro le parole. Qualcuno la rabbia e qualcun altro la calma. Qualcuno la speranza e qualcun altro il rancore. Qualcuno l’ottimismo e qualcun altro il sarcasmo. Ma i sogni che nascono all’ombra della repressione sono i sogni che nessuno vorrebbe. Lottiamo per poter essere vigliacchi e banali, per poter essere superficiali e meschini, lottiamo per poter sognare in tutte le lingue e con tutte le voci e le idee possibili. Lottiamo per continuare a pensarla diversamente.

Lottiamo, come possiamo, anche solo cinque minuti al giorno, ma lottiamo per il diritto di esprimerci. E per il diritto degli altri a farlo. Lottiamo per essere liberi. Lottiamo per la libertà di chi lotta contro di noi. Lottiamo, se necessario, per il diritto di lottare. E sì, dobbiamo iniziare a farlo subito.