La Sindrome dello strofinaccio e l’irresistibile bisogno di salvare tutti fuorché noi

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Foto di Claudia24 da Pixabay 

All’inizio non te ne accorgi. È già un mezzo miracolo arrivare a fine giornata senza essersi divorati a vicenda come i superstiti di qualche disastro aereo, precipitati all’improvviso da un volo di linea in una puntata di Lost. La rubrica del cellulare ha preso il posto della guida dei programmi tv – “Oggi chi chiamo dalle 17 alle 18?” – oltre a essere aggiornata costantemente in un appello un po’ macabro – “Sentiamo se è ancora vivo” – roba che invece della protezione civile io per la conferenza stampa delle 18 chiamerei una squadra di zie cellulari alla mano. Quindi ti ritrovi a spiegare come stai un sacco di volte al giorno, e ogni volta ti stupisci. Bene? Sì, bene. Finché dura. I tuoi figli vanno perfino più d’accordo del solito e si lamentano di meno. Tutti parlano di sequele psicologiche, ma a te sembra che sorridano perfino di più. Finché c’è wi-fi, c’è speranza.

Poi un giorno ti sorge il dubbio. Perché quando ti chiedono “Come stai?” scivoli immediatamente dalla seconda persona singolare alla prima plurale e rispondi “Stiamo bene, grazie”? Sarebbe bello pensare che si tratti di senso di comunità, spirito di gruppo e ritrovati valori familiari, e in parte lo è, se non fosse per quel trasferimento automatico di importanza per cui all’istante ti chiami fuori e rispondi pensando a chi ti circonda. Eppure in questi giorni tutte le strade e le necessità di casa passano inevitabilmente da te. Sembra che qualcuno abbia impostato per ogni itinerario possibile, alimentare, psicologico, organizzativo, scolastico, igienico una tappa obbligatoria sulla tua testa. Sei diventata improvvisamente una via di mezzo fra Alexa e Google. Se non trovi, non sai, non sei sicuro, non ti azzardi, non c’hai voglia, eccomi qui. No, non mi disturba affatto, come direbbe Verdone. Sto solo lavorando.

E mentre risolvi dilemmi esistenziali con il piglio dello stratega (“No, niente tv a quest’ora”), dirimi questioni filosofiche della massima urgenza (“Fra Nairobi e Tokyo? Nairobi”), curi ferite invisibili prima che suppurino e schivi videochiamate e webcam saltando da un angolo cieco all’altro della casa, ti rendi conto che i tuoi progetti non hanno pareti che non siano fatte di solitudine. Non c’è porta chiusa che tenga, dietro ci sarà sempre una richiesta di aiuto che bussa silenziosa. Non c’è stipendio che valga, finirai sempre per sistemarmi nella posizione più precaria dell’equilibrio familiare. Ti sei conquistata il diritto di urlare che vuoi essere lasciata in pace, non quello di non rispondere comunque alla domanda che ti hanno appena rivolto. Ti sei guadagnata una stanza tutta per te, ma non riesci a liberarti del peso di tutte le altre. Se avessi il mantello dell’invisibilità di Harry Potter ti troverebbero lo stesso fiutando la scia di sensi di colpa che ti sei lasciata dietro.

La Sindrome dello strofinaccio in quarantena diventa più cattiva che mai. Perché quella vocina che ti sussurrava che il tempo per te stessa è tempo rubato agli altri ora non sussurra più, ora ti urla minacciosa all’orecchio. E scopri che è più facile voltare le spalle alla cura che alla consolazione, che dove non arriva la necessità di accudire arriva il bisogno di salvare. Noi donne saremo capaci di non barattare i nostri sogni per una illusione di sicurezza e incolumità malpagata? Saremo capaci di non farceli strappare via dall’uragano dell’emergenza collettiva? Quanto ci metteranno a convincerci che i sogni delle donne sono moneta di scambio per il futuro di tutti? Quanto ci vorrà a soffiarli via come polvere di brillantini per fare posto alle cose serie, ci chiediamo, mentre lavoriamo sul comodino in camera da letto perché tutte le altre stanze sono occupate?  

Nel dubbio, iniziamo a tenerci stretti quei sogni fin da ora.

E quando sarà finita, pensiamo alle cose serie

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Quando la crisi finirà, ci sarà tanto di quel testosterone da smaltire nell’aria, nella comunicazione politica, nel modo di governare e di intendere l’autorità, che i diritti delle donne rischieranno di essere scacciati via come una spruzzata di lacca molesta. Se fino a ieri le cose serie si declinavano al maschile, da domani non si tratterà soltanto di quelle serie, ma della nostra sicurezza, dello spirito di sacrificio necessario per risorgere come comunità, della volontà comune di ripartire. E in quella volontà comune, le aspirazioni delle donne e i loro progetti di vita saranno ammennicoli graziosi che possono abbellire gli scaffali in tempo di noia, ma che in caso di emergenza devono essere spazzati via da un braccio possente e muscoloso, senza esitare, per fare spazio a quello che conta.

Nessuno ci dice abbastanza che quello che conta, ora, per salvarci, non sono le misure sempre più autoritarie, non sono i politici che fanno la voce sempre più grossa e neanche i militari o le forze dell’ordine. Senza nulla togliere al buon senso e alla necessità e all’importanza di restare in casa, in questi giorni a salvarci sono state la fantasia e la creatività e la generosità, di chi crea mascherine in 3D, di chi si reinventa professionalmente in un batter di ciglia, di chi regala il proprio lavoro, crea piattaforme on line, di chi sa che i problemi esigono soluzioni, non solo divieti.

Quando la crisi finirà, sarà facile, fin troppo facile, lasciarsi convincere che non c’è spazio per i sogni di tutti e che quelli delle donne devono essere i primi a cadere, per lasciare posto agli altri. Allora cominciamo da adesso a ricordarci che non esiste un solo modo di gestire la società, che i sacrifici non hanno genere, che nessuno potrà venire a dirci che il lavoro delle donne conta di meno o è meno utile per ripartire e che tutto questo sfoggio di autorità e potere sulla vita delle persone è un vizietto a cui più d’uno farà fatica a rinunciare, soprattutto in una società in cui i maschi ultracinquantenni si aggrappavano al potere con i cerotti di un ego smarrito, e non è che l’altra faccia dei sorrisi paternalistici con cui hanno guardato al nostro impegno fino a ieri.

Uno stipendio di sensi di colpa

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“Oggi le donne possono lavorare senza problemi.”

Ogni volta che lo sento ripenso a quando entravo in macelleria spingendo il passeggino e la macellaia mi guardava sogghignando ed esclamava “Oh, oggi tocca a te, eh!”. Mi ricordo di quando hanno chiesto al marito di un’amica, che lavorava e si prendeva cura dei figli, se per Carnevale si vestiva da casalingo. Mi ricordo di quando hanno detto a un’altra amica che avrebbe dovuto ringraziare il suo compagno, che era disoccupato e si occupava quasi esclusivamente di casa e bambini, perché le permetteva di lavorare.

Mi ricordo di tutte le volte che hanno compatito mio marito quando io viaggiavo per lavoro e non hanno mai ricambiato il favore quando ero io a restare da sola con figli e computer. Di ogni occasione in cui le maestre hanno detto che la mamma doveva aiutare il bambino a fare i compiti e controllare il diario, delle riunioni scolastiche a cui i padri si contano sulle dita di una mano, dei gruppi di whatsapp in cui i pochi uomini presenti sono osannati come special guests da un esercito di geishe che parlano per emoticon.

E non è neanche questo il peggio. Questa è la parte divertente. Non fa male quanto sentire tuo figlio che ti dice che non c’eri quando ha fatto i suoi primi biscotti. Non fa male come sopportare il cattivo umore di tuo marito quando tutte le biglie che di solito fai girare per aria tu all’improvviso gli cascano addosso come tanti proiettili di inadeguatezza e frustrazione. Non fa male come rientrare a casa dopo una giornata di lavoro di dieci ore e sentirsi in colpa nell’istante in cui giri la chiave nella serratura.

Perché non ci sei stata. Ecco la tua colpa. La colpa delle donne non è lavorare. La nostra colpa imperdonabile è non esserci. È quello il peccato che dobbiamo espiare. Non esserci quando gli altri hanno bisogno di noi. Non esserci quando gli altri non hanno bisogno di noi ma potrebbero averne. Non esserci, non essere pronte a ricucire litigi, a curare graffi sulle ginocchia a suon di baci, a chiedergli com’è andata a scuola quell’unico giorno in cui ha intenzione di rispondere qualcosa di diverso da “bene”.

La nostra colpa è non irrorare il nido familiare di amore, pasti in tavola, magliette piegate, merende biologiche e cessi puliti. Nessuno ci dirà mai che non possiamo andare a lavorare. Ma nessuno dice mai abbastanza che ogni donna che lavora si porta a casa uno stipendio fatto di assenze e mancanze materne e tensioni familiari e sensi di colpa. Eccolo il vero motivo per cui non lavoriamo. Non è che qualcuno ce lo impedisca, non è che ci costringano ad andare da casa al lavoro con una lettera scarlatta cucita sul petto. Se non lavoriamo, spesso, è soltanto perché così è più facile per tutti.

E possiamo raccontarci tutte le storielle che vogliamo e ripeterci che non c’è insegnamento più prezioso di una madre che lavora e insegue i suoi sogni, ricordare quanto è stato importante il ticchettio della macchina da scrivere di tua mamma, da bambina. Ma al momento di aprire la porta di casa la sentiremo, quella scheggia dentro di noi che si ribella e che vorrebbe tanto che fosse più facile continuare a sentire di meritarsi l’amore che c’è dall’altra parte. Che tornare a casa non significasse anche dover mettere a tacere un pezzetto di sé.

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Una slitta carica carica di…

 

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Caro Babbo Natale,

quest’anno vorrei che la mamma e il papà non mi dicessero più che devo essere carina con tutti e che il bambino di seconda mi tira i capelli perché in realtà gli piaccio e di dare un bacino a quel signore che mi fa sempre il solletico in un modo che mi dà fastidio;

vorrei che la mamma non mi dicesse tutto il tempo di tirare giù la gonna e di stare attenta a non mostrare le mutandine e di chiudere le gambe, mentre a mio fratello non dice mai niente;

vorrei che i miei genitori la smettessero di ripetermi che ho un caratteraccio e che non troverò mai un fidanzato, ogni volta che dico come la penso;

vorrei poter spiegare al prof di ginnastica che ho le mestruazioni e alla prof di mate che devo andare a cambiare l’assorbente, senza dover inventare ogni volta un sacco di scuse, neanche mi fossi fatta la pipì addosso;

vorrei che i ragazzi e gli uomini non pensassero che le mie tette sono un biglietto omaggio per il cinema e che possono fissarle quanto gli pare, che a volte mi verrebbe da chiedere se vogliono anche i popcorn;

vorrei che i prof mi prendessero sul serio all’università quando parlo, senza sorrisetti condiscendenti, vorrei non dover usare un tono due volte più serio e più deciso dei maschi per dimostrare che valgo qualcosa;

vorrei che la gente intorno a me non desse per scontato che io sia disponibile, accogliente e gradevole, e che le mie proteste e la mia rabbia non venissero sempre spacciate per capricci lamentosi;

vorrei poter raccontare alle mie amiche che mio marito mi fa sentire inutile e di quella volta che ha alzato le mani oltre alla voce, senza sentirmi rispondere che devo sopportare, che in coppia si fanno dei sacrifici e che qualcosa avrò fatto per meritarmelo e dovrei essere un po’ più premurosa e tollerante con lui;

vorrei che tutti capissero che se hai paura è sempre violenza;

vorrei che la smettessero di chiedermi quando faccio un figlio;

vorrei smettere di pensare che se sto male è perché sono sbagliata io e non il mondo in cui non posso dirlo, che sto male.

Ma se tu non puoi, allora carica la slitta di tutta la sorellanza che trovi, di ogni momento in cui le donne si sono tese la mano, hanno ascoltato, consolato e sostenuto altre donne, di tutte le chiacchiere che ci hanno salvato, di tutte le nostre risate e le nostre voci e le nostre storie, quelle che nessuno vuole ascoltare. Riempi il sacco di quella cosa meravigliosa e magica che sono le donne che sognano e combattono e si divertono insieme, che si riconoscono nel dolore delle altre perché sanno che quel dolore è donna e pesa su ciascuna di noi, anche su chi non vuole sentire, anche su chi finge che non sia così, anche su chi ci prova e sbaglia ogni volta. Perché se ti succede in quanto donna, allora è successo a tutte quante, e solo quando smetteremo di sentirci sole e sbagliate il mondo intorno a noi sarà diverso e ci assomiglierà di più. Lascia cadere un po’ di quella sorellanza in ogni camino, mettine un po’ sotto ogni albero, e al resto penseremo noi. Grazie.

 

Di mamma non ce n’è una sola

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Le mamme prima di diventare mamme non esistono.

O se esistono, la loro vita è stata tutta una lunga attesa della prole e della famiglia che il futuro aveva in serbo per loro. Chi vuole una dimostrazione, può farsi un giro sull’account Instagram Mothers Before, che raccoglie le immagini di quella specie in via di estinzione che sono le madri da giovani, più misteriose e inavvistabili del mostro di Lochness o dell’Uomo delle nevi. Ed è subito Ritorno al futuro. Una collisione di piani temporali anomala e vagamente inquietante, che ci lascia spiazzati.

Che cosa ci spinge, in quanto madri, a gettare un velo di silenzio e di mistero su tutto quello che abbiamo fatto prima? Perché siamo soprattutto noi a tracciare quella linea, a decidere che la donna che siamo state fino a quel momento rischia di essere inadatta ed è meglio lasciarla fuori dalla porta. Ed è lì, in quella difficoltà a permetterle di entrare, in quel bisogno quasi inspiegabile di lasciare fuori di casa una parte di sé, che prendono forma i primi sensi di colpa e che la nostra libertà si incrina.

Quanto senso di inadeguatezza c’è, in quella riga tracciata nella nostra vita? Quanto incide lo sforzo di assecondare le aspettative altrui e di rientrare nel ruolo che la società a quel punto ha confezionato per noi? Un ruolo fatto di sacrificio, di amore materno assoluto e incondizionato, di stanchezza come misura del nostro valore, un ruolo in cui i nostri sogni si tingono di egoismo e le nostre necessità si fanno superflue.

Non dovrebbe esserci niente di incompatibile nei nostri sorrisi da giovani, nella nostra freschezza, nelle nostre espressioni maliziose, battagliere e sognanti. Non dovrebbe esserci niente di scandaloso nella dimostrazione che siamo esistite lo stesso per anni, senza un “mamma di” e un “moglie di” che ci definisse. Allora perché non ci raccontiamo di più? Serve un racconto del femminile in società, ma serve anche un racconto del femminile all’interno della famiglia, in cui la donna non sia definita soltanto dalle esigenze e dall’amore altrui.

Perché se la maternità ci separa da quel che siamo state prima, se lo rende inopportuno e sbagliato, finiremo per convincerci che quelle sbagliate e inopportune siamo noi. E che le frustrazioni ci legittimano più dei desideri, la fatica ci nobilita più del coraggio, che il nostro passo può essere scandito soltanto dal ritmo delle esigenze altrui, mai dalle nostre.

Raccontiamoci. Raccontare noi stesse ha qualcosa di rivoluzionario. Le parole possono fare miracoli, e possono renderci di nuovo protagoniste della nostra vita.

Femminismo post parto

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Sì, perché spesso è la maternità a imporre limiti e decisioni. Per molte è il momento di una solitudine strana, una solitudine che suona colpevole e sbagliata, che ti si apre davanti nel momento in cui ti ritrovi inchiodata a responsabilità e doveri che fino a un attimo prima ti erano sconosciuti. Tu, e soltanto tu.

Perché dall’istante successivo al parto, tutti si aspetteranno che sia la madre a sapere che cosa fare, e poi nel caso spiegarlo con pazienza al padre. Tutti si aspetteranno che sia la madre a fare sempre la cosa giusta, a sacrificare ore di sonno, ad azzeccare ogni diagnosi come un medico esperto, a sapere come far scomparire le coliche, come calmarlo, come nutrirlo, come decifrare il pianto con la stele di Rosetta dell’istinto materno.

A un certo punto, però, ho scoperto che il mio femminismo era passato proprio da lì, da quella solitudine imposta e riscoperta, da quell’impossibilità di trovare l’approvazione altrui. Da quel bisogno improvviso di fidarmi di me stessa, senza aspettare il permesso delle persone intorno a me. E non solo quando mi davano dell’isterica perché correvo dal medico e poi si scopriva che avevo ragione io. Non solo quando mi sembrava di essere la madre peggiore del mondo. Quella solitudine era necessaria anche quando volevo lavorare, quando provavo a ritagliarmi spazi per me, quando sfuggivo, a poco a poco, alla maternità e decidevo che ogni tanto, almeno ogni tanto, venivo prima io. Anche se era necessario soltanto a me.

Per non dimenticare i propri sogni, ogni tanto bisogna dimenticarsi di essere madre. Ogni tanto. Ogni tanto i figli e la famiglia devono uscire dalla nostra testa per fare spazio al resto. E non significa trascurare nessuno, non significa essere egoiste, non è l’anticamera del “E allora i figli che cosa li hai fatti a fare?”. Di certo non significa che l’amore sia meno o meno importante. Non significa che alla prima emergenza non si possa essere lì con loro, anche se l’emergenza è che a Batman si è staccata la testa e se l’è mangiata il cane. Non significa essere meno mamma. Significa essere mamma in un modo diverso, senza perdere di vista se stesse, per esserci davvero, al cento per cento, io e tutti i miei sogni, quelli che coltivo quando non penso a loro e non posso stare con loro, perché i sogni sono esigenti e ti sfiancano e ti costringono a equilibri impossibili e se sei donna ti tolgono sempre qualcosa di più di quello che tolgono a un uomo, ma una famiglia senza sogni è una famiglia triste.  E una famiglia senza i miei sogni è una famiglia senza di me.

Così ho imparato, anzi no, sto imparando, ad aggiungere un posto a tavola per i miei sogni, accanto a quello che c’è sempre stato per i sogni di mio marito e accanto alle decine di posti già apparecchiati per i sogni dei miei figli. Ed è stato faticoso, mi ha fatta sentire colpevole, ho tolto e rimesso quel piatto centinaia di volte, ci sono stati giorni in cui l’ho spaccato per la frustrazione, altri in cui ho usato un piattino di plastica sperando di sentirmi meno in colpa. Ma ho tenuto duro e l’ho lasciato lì.

La strada per i miei sogni passa per la solitudine, la solitudine che prova a volte una donna quando decide di non aver bisogno del permesso e dell’approvazione di nessuno, solo del proprio. Dobbiamo imparare a fidarci di quella solitudine, nascosta sotto la sensazione di essere tutte sbagliate, e a trasformarla in forza e fiducia. Perché è lì, sotto strati e strati di doveri e ruoli imposti da una società pensata per gli uomini e dagli uomini, è lì che inizia il cammino verso i nostri sogni. E a volte anche verso noi stesse.

La grande bugia dell’autolesionismo delle donne

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Quante sono le donne che si fanno male?

Quante sono le donne con qualche cicatrice di troppo addosso, quelle che custodiscono qualche male in segreto, come un alleato crudele che le divora in silenzio? Quante bevono di nascosto e si mordono le labbra per tenersi la tristezza dentro? Quante mangiano troppo o troppo poco, perché punirsi è più facile che perdonarsi? Quante si seppelliscono sotto i bisogni altrui per cancellare se stesse?

Che cosa dobbiamo perdonarci, poi? Forse quella donna che ci scalpita dentro e che nessuno vuole vedere, ogni tanto neanche noi. Quei sogni azzardati e ribelli per cui ci dimentichiamo sempre di apparecchiare alla tavola delle nostre giornate. Perché ci facciamo male? Perché ci ammazziamo di fatica e di sensi di colpa?

Chi è che cerchiamo di cancellare a poco a poco? È la donna che siamo davvero e a cui il mondo intorno a noi non vuole fare spazio? Anni e anni dedicati a imparare a farci piccole piccole, a occupare solo lo spazio che ci concedevano, non un millimetro in più e mai scomposte, senza farci notare troppo, senza alzare la voce. Come le principesse che ci hanno insegnato a essere, le principesse che meritavano sempre una carezza e un dolcetto e un bacio della buonanotte. È quello che stiamo inseguendo, cancellando la donna adulta che siamo diventate? È lì che vogliamo tornare? A quella principessa docile e composta che si sedeva sulle ginocchia altrui e sorrideva per ogni complimento e crescendo imparava a stare al suo posto e a prendersi cura degli altri e a venire sempre dopo, sempre per ultima, in fondo ai bisogni altrui, quando tutti gli altri avevano il piatto pieno e lei doveva ancora sedersi?

Stiamo punendo la parte più vera di noi e intanto qualcuno ci canta intorno che le donne si accaniscono contro se stesse e gli uomini invece contro gli altri e ci culliamo nella consapevolezza che debba essere così, che così era scritto. E continuiamo a farci piccole piccole e a soffocare quella voce che ci grida dentro che non ci basta, che stiamo marcendo dentro perché non abbiamo abbastanza spazio attorno e perché ci manca l’aria, ci manca la voce, ci manca il tempo, ci manca tutto quanto, stiamo morendo a poco a poco, ci stiamo lasciando asfissiare da una società che non ci ha previste, che non ha bisogno della nostra libertà, che si fonda interamente sulla nostra mancanza di libertà e che non ci darà mai quello che ci serve per essere felici, se non rientra nei suoi piani.

Quindi no, non è vero per niente, le donne non sono autolesioniste, hanno semplicemente imparato a diventarlo, a furia di farsi piccole piccole per stare dentro lo spazio lasciato loro dai bisogni degli uomini, per potersi sedere sulle loro ginocchia e sentirsi dire brava. Ma è un attimo, in realtà, un battito di ciglia, non ci serve altro. Il tempo di perdonarci perché non siamo come ci vorrebbero, decidere che va bene così, sì a noi soltanto, perché noi bastiamo, e riprenderci la vita che ci meritiamo.