Sicura di non essere femminista?

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Foto di Tim Herrick (CC)

Ogni volta che una donna cerca di non essere solo madre e moglie, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna insegue i suoi sogni e li incastra come può nella vita di tutti i giorni, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna che si scopre da sola per difendere le proprie posizioni, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna combatte contro la Sindrome dello Strofinaccio, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si incazza e si rifiuta di caricarsi la casa e il mondo sulle spalle e fare tutto da sola, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna non accetta che un fidanzato la sminuisca e la controlli, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si scrolla le regole altrui di dosso e accetta soltanto le proprie, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna pretende di fare sesso come piace a lei, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna crede in se stessa senza aspettare il permesso e il giudizio di nessuno, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna non ha paura di essere poco femminile, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si ritaglia uno spazio per se stessa, che non si esaurisce per i figli e non cerca se stessa nel loro ritratto o in quello di famiglia, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si ribella, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna sta bene da sola, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna sogna, lì c’è una femminista.

Ci sono migliaia di ribellioni silenziose e invisibili che fanno di ogni donna una femminista, anche se non lo sa.

Le uniche donne che non sono femministe sono quelle che si sono arrese e ne conosco poche, pochissime, forse nessuna.

Siamo femministe, certo che lo siamo, e non ci arrendiamo.

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«Non sono femminista»

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Foto di KylaBorg (CC)

«Non sono femminista.»

Lo leggo e lo sento dire sempre più spesso e ogni volta mi fa un effetto strano, come se mi avessero appena detto: «Non sono contro il razzismo/contro lo sterminio dei cuccioli di foca/contro lo sfruttamento minorile/contro il ketchup nel ragù». Non dico che non sia legittimo, ma non è neanche una cosa che si possa comunicare a cuor leggero, come se stessimo dichiarando quanto zucchero vogliamo nel caffè.

Affermare di non essere femminista è una scelta estrema e radicale, è una presa di posizione netta contro i diritti delle persone, è una sorta di dichiarazione di guerra ai concetti di base della democrazia e della giustizia.

Affermare di non essere femminista significa che non ci importa avere diritti uguali per tutti, che non ci interessa se le donne ricevono uno stipendio più basso rispetto agli uomini, che non ci interessa se le donne vittime di violenza vengono processate da una giustizia maschile e condannate prima e più duramente dei loro aggressori. Non essere femminista significa che che non ci importa che donne e uomini abbiano pari opportunità e che non ci interessa che una bambina possa sognare di svolgere una professione “maschile” senza dover superare il doppio degli ostacoli e ricevere la metà dei riconoscimenti. Non essere femminista significa che riteniamo giusto che gli assorbenti costino come beni di lusso e che le donne siano considerate prima oggetti che soggetti, oggetti di sguardi, di battute, di spiegazioni, di commenti, di volgarità e di limiti e divieti. Non essere femminista significa che siamo convinte che esista un noi e un loro e che quello che succede alle altre donne non ci riguardi tutte, in qualche modo, prima o poi.

Che cosa significa allora essere femminista? Essere femminista significa non giudicare, non giudicare le donne che restano a casa e non giudicare quelle che danno la precedenza al lavoro. Non giudicare chi si mette al servizio dei figli e chi sceglie di non averne. Essere femminista significa non confondere la femminilità con il sesso o con la maternità. Essere femminista significa sollevare domande, aprire porte, abbattere tabù e luoghi comuni, essere femminista significa imparare a sognare in un modo diverso, scoprire che non c’era bisogno di vergognarci, significa liberarci dei sensi di colpa e della solitudine, liberarci dal peso di aspettative che non ci corrispondono e ci fanno sentire sbagliate.

Essere femminista non significa andare in giro con la faccia incazzosa pronta a unire le quattro dita nel simbolo della vagina alla prima occasione, non significa odiare gli uomini, non significa neanche essere grintose e combattive, non significa vestire i maschi di rosa e le femmine di azzurro, non significa sognare una figlia scienziata e non significa mettere al rogo i romanzi rosa e girare la testa davanti alle emozioni. Essere femminista non significa dover dimostrare a tutti i costi di essere forte e non significa non potere e non dovere chiedere aiuto.

Essere femminista non significa avere tutte le risposte, non significa necessariamente scendere in manifestazione, non significa lottare se non ci sentiamo all’altezza di farlo, non significa neanche essere obbligate a ribellarci, se quella ribellione ci fa male, in qualche modo. Essere femminista significa rimettere in discussione la realtà in cui viviamo e i nostri diritti e doveri. Ciascuna di noi è femminista come può e come le riesce, ciascuna arriva fino a dove glielo permette la sua personalità e la sua situazione.

Essere femminista significa una cosa diversa per ciascuna di noi, proprio come è diverso il modo di sognare di ciascuna di noi. Perché essere femminista significa arrivare il più possibile vicina a se stessa, imparare a coltivare i nostri sogni, quei sogni di cui ci hanno insegnato a non fidarci e di cui hanno sorriso e continuano a sorridere. Essere femminista significa tornare a crederci, e sentirsi in diritto di provarci. Ogni volta che qualcuno dice di non essere femminista non sta rivendicando il diritto a essere se stessa, sta rinunciando a quel diritto e sta calpestando un sogno.

Insegnami a sognare

 

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Insegnami a contare, mamma.

Insegnami a cantare. Insegnami a scrivere, a leggere e a parlare.

Insegnami a lavarmi i denti e ad andare in bici e a fare i compiti.

Insegnami l’inglese e le buone maniere, a dire grazie e a non urlare.

Insegnami a vincere e a perdere, a essere prudente e coraggiosa.

E poi insegnami a sognare.

Insegnami i sogni delle donne, quelli che ti tieni dentro quando ti mordi il labbro inferiore e fingi di ascoltarmi. Quelli che si sono spenti sul fondo del tuo sguardo e quelli che lo fanno brillare quando pensi che nessuno ti veda.

Insegnami i sogni delle donne, quelli che aspettano il permesso di essere realizzati, quelli in cui non hai creduto abbastanza, quelli di cui ti vergogni, quelli per cui non hai trovato il tempo, quelli di cui non ti sei presa cura, quelli a cui mancava così poco, quelli a cui sei rimasta aggrappata.

Insegnami i sogni delle donne. E insegnami a non calpestarli mai, per nessun motivo. Insegnami a non metterli da parte, a non distogliere lo sguardo, a non trascurarli, a non sminuirli. Insegnami che sono importanti e che me li merito. Insegnamelo come mi hai insegnato tutto il resto, con il tuo esempio.

Ribellissima. Non vogliamo più figlie bellissime, le vogliamo ribelli

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Ribellissima. Lo si potrebbe intitolare così, il remake del capolavoro di Visconti del 1951, aggiornato ai tempi nostri. Non le vogliamo più bellissime, le nostre figlie, come recitava il titolo del film. Le vogliamo ribelli.

Niente provini, niente fotografi, niente registi, le nostre figlie non devono subire maestre di recitazione e di ballo. No. Provvediamo a colpi di libri e slogan e consigli e fiabe della buonanotte per bambine ribelli. Leggiamo loro storie di donne forti e speciali, che ce l’hanno fatta, loro sì, non come noi, che dopo aver chiuso il libro andremo a lavare i piatti e a preparare il pranzo che il marito si porta in ufficio. Non come noi che il libro siamo andate a comprarlo appena uscite dal lavoro, ma in libreria siamo rimaste giusto il tempo di prenderlo e pagarlo, il romanzo che vogliamo leggere lo compreremo un altro giorno, quando non avremo da fare la spesa e correre a casa.

Non come noi, che andiamo in manifestazione femminista dopo aver lasciato la cena in caldo al marito, dopo aver messo a dormire il bambino, dopo aver tenuto buone tutte le persone –  ma quante sono – che dipendono da noi e dalle nostre cure e dalla nostra Sindrome dello Strofinaccio.

Non come noi, che ci siamo realizzate, sì, come ci diceva la nostra madre, ma senza trascurare casa e marito, come diceva la nostra nonna. Non come noi, che per arrivare ai nostri sogni dobbiamo avanzare con il machete fra i sensi di colpa e il dubbio di essere donne solo a metà, mai abbastanza stanche e mai per i motivi giusti.

Non come noi, che siamo ribelli sui social e nei gruppo di whatsapp e ci crediamo davvero e povero il copy che ha inventato quello slogan sessista perché lo faremo a pezzi, fra una lavatrice e l’altra.

Non come noi, che regaliamo favole ribelli alle nostre figlie come tante Maddalene Cecconi, con lo stesso amore e la stessa caparbia disperazione della madre interpretata da Anna Magnani, che in fondo voleva solo una figlia felice, una figlia che avesse quello che a lei non era riuscito ottenere.

Ribellissima. Ribellati tu, tesoro mio, perché voi ce la farete, lo so, ne sono sicura, e sarò lì a guardarvi e a fare il tifo per voi, e ce la farete anche grazie a noi, ma non grazie ai nostri libri e di certo non grazie alle magliette con la scritta I’m a feminist. Ce la farete perché ci avete visto stringere i denti per anni e vi abbiamo insegnato a lottare. Ce la farete perché stendendo i panni con una mano e agitando con l’altra il machete vi abbiamo insegnato che tutto è possibile, se lo si desidera davvero, che sulla strada per la felicità ci sono più compromessi che ribellioni, che la vera ribellione è non mollare mai, soprattutto quando ti senti meno ribelle che mai, perché è allora che inizia la vera lotta, quella con se stesse, per continuare a crederci.

Ce la farete perché ogni volta che ci siamo sentite egoiste vi abbiamo insegnato a dare la precedenza a voi stesse. Ogni volta che c’era il frigo vuoto e la casa era più sporca perché noi eravamo sotto consegna, ogni volta che eravamo più stanche e distratte, ogni volta che siamo uscite con le amiche o che siamo andate al cinema da sole e ci avete chiesto perché non potevate venire e non sapevamo che cosa rispondere, ogni volta che ci sembrava di fare meno la madre, in realtà lo stavamo facendo di più. Ogni volta che abbiamo voltato lo sguardo un attimo, ogni volta che siamo partite e non abbiamo sentito la vostra mancanza, ogni volta che vi abbiamo chiesto di stare zitte e lasciarci lavorare, ogni volta che ci siamo sentite cattive mamme, vi stavamo insegnando la cosa più importante di tutte. Che essere donna non significa essere moglie o essere madre, significa solo fare il doppio della fatica e crederci dieci volte tanto o nessuna.

Allora porta pazienza, amore, lascia che ti legga le favole della buonanotte che parlano di donne coraggiose e realizzate e uniche. È il mio modo per dirti che sei unica anche tu, che voglio solo il meglio per te, che credo in te più di quanto immagini e forse più di quanto ci credi tu. E che sono così sciocca da pensare che il meglio per te sia quello che io non sono riuscita a diventare, quando il meglio per te è quello che sono adesso. Stanca, un po’ incazzosa e decisa a non mollare. Più resistente che ribelle, forse, ma ciascuna ha la ribellione che può. E ti prometto, angelo mio, che la mia ribellione non sarai tu.

Libertà

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Foto di Isidre Garcia Puntí

Per chi ha sogni piccoli, che arrivano alla fine del giorno.

Per chi ha sogni grandi, che arrivano alla fine della storia.

Per chi vuole essere lasciato tranquillo.

Per chi tranquillo non ci sa stare.

Per chi si sente vivo lottando.

Per chi vive schivando la lotta.

Per chi crede nella forza delle idee.

Per chi crede nella forza dei pugni.

Non c’è bisogno di assomigliarsi, non c’è bisogno di piacersi, non c’è bisogno di pensarla allo stesso modo.

Non c’è bisogno di volere un mondo migliore, non c’è bisogno di desiderare la democrazia, non serve la forza per lottare e non serve il coraggio di rischiare. Serve solo la consapevolezza che ci riguarda, che vivere significa prendere posizione. Come si può. Ciascuno con le sue armi, le sue parole, la sua musica, i suoi colori, i suoi gesti, le sue note e le sue emozioni. Ciascuno come può, perché tutti possano.

Qualcuno si sentirà grande, qualcuno piccolo e inutile, qualcuno ci metterà il coraggio e qualcun altro la paura. Qualcuno la musica e qualcun altro le parole. Qualcuno la rabbia e qualcun altro la calma. Qualcuno la speranza e qualcun altro il rancore. Qualcuno l’ottimismo e qualcun altro il sarcasmo. Ma i sogni che nascono all’ombra della repressione sono i sogni che nessuno vorrebbe. Lottiamo per poter essere vigliacchi e banali, per poter essere superficiali e meschini, lottiamo per poter sognare in tutte le lingue e con tutte le voci e le idee possibili. Lottiamo per continuare a pensarla diversamente.

Lottiamo, come possiamo, anche solo cinque minuti al giorno, ma lottiamo per il diritto di esprimerci. E per il diritto degli altri a farlo. Lottiamo per essere liberi. Lottiamo per la libertà di chi lotta contro di noi. Lottiamo, se necessario, per il diritto di lottare. E sì, dobbiamo iniziare a farlo subito.

Si scrive “dieta”, si legge “Ehi, ci sono prima io”

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«Un po’ meno bistecche, Marasco.»

La memoria funziona in modo strano e abbastanza impietoso. E infatti, dei tanti ricordi dei miei anni di liceo, uno di quelli più nitidi è proprio questo.

«Mangia meno bistecche, Marasco» seguito da un coro di risate maschili e da un dito puntato verso il mio sedere. Pesavo dieci chili di più di adesso, niente di drammatico, ma ce n’era abbastanza per offrire il fianco (e il culo) a qualche beffa.

Non è stata ovviamente l’unica cattiveria che ho sentito in vita mia. Credo che nessuno cresca senza la sua bella dose nello zaino. Eppure, curiosamente, è una di quelle che ricordo meglio e il motivo non fu che mi ferì – anche se lo fece – ma che la mia mente occupata in modo ossessivo dalle diete riuscì soltanto a pensare che le bistecche, in realtà, non facevano mica ingrassare. Se il mio compagno mi avesse detto «Un po’ meno gelati, Marasco»  probabilmente ci sarei rimasta molto peggio, il suo commento mi sarebbe sembrato più credibile, ma forse l’avrei anche dimenticato più facilmente.

La dieta. Chi non l’ha avuta sempre come una compagna di vita, in un modo o nell’altro, da adolescente come da adulta. Per non parlare della menopausa, quando, dicono, i chili ti si saldano addosso definitivamente e non te ne liberi più neanche con lo sciopero della fame.

La dieta è una compagna di vita delle donne sovrappeso e delle donne magre, delle donne sicure di sé e di quelle insicure, di chi mette il proprio aspetto al di sopra di tutto e di chi se ne frega. La dieta è sempre lì. E non può essere diversamente, forse, quando hai un corpo che scandisce i mesi come un calendario, ricordandoti della sua esistenza a ogni ciclo, preciclo e ovulazione. Non può essere diversamente con un corpo fatto di curve che sembrano essere state disegnate apposta per sfuggire a ogni controllo e cambiare e trasformarsi a ogni pié sospinto.

A una ragazza ossessionata dai chili di troppo non serve a niente dire che è bellissima così. Non serve a niente dirle che si tratta di modelli passeggeri e discutibili, che la bellezza risiede altrove, che non è importante entrare in una determinata taglia o in un paio di jeans skinny, e che ciascuna di noi detta le proprie regole e i propri canoni, e ha il potere di riscriverli.

Perché in realtà la nostra non è una battaglia per essere accettate, non andiamo a caccia di complimenti maschili o di corteggiatori. La nostra è una battaglia contro il nostro corpo, contro quel sedere e quelle tette che si contendono il potere con il resto di noi, che ci rubano la scena, che sembrano arrivare prima, sempre prima di noi. La nostra è una battaglia per il controllo, per rimettere il nostro corpo nei ranghi e sapere di poterlo dominare, avere la certezza che contiamo di più noi, che l’abbiamo spuntata, che siamo più importanti. Il nostro corpo a volte sembra un fratellino minore che ci contende le attenzioni e l’affetto delle persone che contano, che con quattro smorfie e un paio di sculettate manda tutti in brodo di giuggiole, mentre noi mettiamo il muso e ci accaniamo a scrivere/disegnare/comporre un capolavoro, per far vedere a tutti quanto valiamo. Per poi scoprire che non serve a niente, perché anche dopo aver scritto il capolavoro ci sarà sempre il nostro fratellino ammiccante e acchiappabaci, così rassicurante in tutta la sua morbida sfacciataggine, e continueranno a parlare di lui più che di noi. E si conquisterà qualche occhiata rubata nei momenti meno opportuni, una carezza un po’ troppo lunga, un complimento volgare, mentre noi siamo lì a declamare il nostro capolavoro sperando che si dimentichino di lui e guardino noi, noi soltanto.

La dieta non è una questione di taglia o di bellezza. La dieta è una questione di controllo. È questo che inseguiamo pesando il cibo e le rinunce in modo ossessivo, ed è questo che ci paralizza e ci fa sentire sconfitte quando falliamo: sapere di aver perso il controllo, che ha vinto lui, il fratellino, quel corpo che ogni tanto sembra volerci fagocitare tutte, mente e cuore, per risucchiare dentro di sé tutti i nostri sogni e le nostre aspirazioni e seppellirle sotto chili di ciccia e di cellulite e di insulti e di commenti volgari. E la colpa è nostra, perché non siamo abbastanza forti da riuscire a tirarli fuori, quei sogni, a estrarli da tutte quelle curve e quella carne e tornare a crederci.

Allora forse stiamo sbagliando tutto. Forse cerchiamo le risposte nel posto sbagliato. Il nostro corpo non è un nemico, è un avvertimento che non ascoltiamo abbastanza. È lì a ricordarci che ogni tanto dobbiamo essere capaci di gettare la spugna, che non possiamo avere il controllo su tutto, che alla fine, volenti o nolenti, l’avrà vinta lui. Se non puoi combatterli, alleati con loro. Allora forse dovremmo provare a prestare più attenzione al nostro corpo. Questo dovremmo spiegare alle nostre figlie adolescenti. Smetti di lottarci e ascoltalo, e sarà lui a dirti come devi fare, come conviverci, come gestire questo eterno tiro alla fune. Non significa che devi piacerti per forza così come sei, non significa che sei bella comunque e non significa che sei brutta comunque. Significa che siete in due, tu e il tuo corpo, e visto che sarà il compagno più fedele che avrai mai, tanto vale trovare il modo di andarci d’accordo. E forse, ma solo forse, così smetterà finalmente di rubarti la scena e ti lascerà il posto e l’attenzione che meriti.

Il magico potere del disordine nelle battaglie delle donne

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Il mito dell’amore romantico va rivisto, riletto, ribaltato, raso al suolo?

Son finiti i tempi in cui San Valentino erano solo cioccolatini e frasette romantiche, ora tocca prendere le cose un po’ più sul serio e farsi qualche domanda. E le femministe lo hanno fatto, in Spagna (e sicuramente anche altrove), con un San Violentín in cui invitavano a fare tabula rasa di un ideale romantico che porta con sé una serie di presupposti sbagliati e pericolosi, brodo di coltura ideale per comportamenti abusivi e offensivi. In Spagna, le associazioni Novembre feminista e Vaga feminista, hanno messo in chiaro che il mito romantico della nostra società si fonda su uno squilibro di poteri, perpetua gli stereotipi di genere ed è alla base di molte relazioni tossiche.

Difficile dare loro torto. L’amore vissuto come possesso e confuso con la gelosia, la donna corteggiata in quanto oggetto passivo, la coppia intesa come unica sfera di realizzazione personale, le violenze spacciate per grandezza di sentimenti, tutto questo non può che fare male alle donne. Anche agli uomini, in realtà.

Non sempre, in realtà, il romanticismo delle donne è passivo come sembra, anzi, la letteratura romantica assegna alle donna quel ruolo da protagonista che altrove le è negato; il lieto fine del romance è soprattutto un’occasione di riscatto e un invito a sognare, e l’indulgere sui sentimenti un’occasione di introspezione e ricostruzione di sé. Ma non è questo il punto.

Il punto, secondo me, è che prendersela con il mito dell’amore romantico è un po’ come  prendersela con il dito che indica la luna. Ciò che imbriglia la donna non è il mito dell’amore romantico, non solo. A frenarla e a tarparle le ali è aver fatto di lei il principio dell’ordine domestico e di coppia, sociale e privato. Averle scaricato addosso il ruolo di paladina della stabilità e della quotidianità. E se è difficile liberarsi del mito dell’amore romantico, figuriamoci di quella serie di regole non scritte che ci fanno credere di essere il perno invisibile da cui dipende tutto il resto, o se non altro che lo mantiene in funzione. Perché per scrollarci di dosso questo peso dovremmo anche rivedere quello della famiglia, e il suo ruolo conservatore e stabilizzatore all’interno della società, andando incontro a una rivoluzione per cui la nostra società è tutto fuorché pronta.

Eppure è lì che dovremmo affondare i nostri colpi, se vogliamo cambiare davvero qualcosa. Abbiamo lottato per le donne in politica, per le donne scienziato, per le donne chirurgo, per le donne astronauta. Ora proviamo a lottare per la “follia” delle donne. Per il nostro diritto a mandare tutto all’aria, a non sentirci obbligate a ricucire ogni strappo, a conciliare, a mediare, a puntare i talloni quando la carrozza va dritta verso il precipizio. Possiamo anche ribaltare il mito romantico, ma finché ci resterà addosso il ruolo di paladine dell’ordine, non avanzeremo poi molto. Sarà un po’ come aver conquistato il diritto a lavorare prima di tornare a casa a pulire e cucinare. La vera libertà è poter decidere, non sacrificarsi sempre e comunque per il bene altrui, non abbassare la testa per evitare discussioni, non arrotolarsi le maniche quando nessun altro lo fa, la vera libertà è avere lo stesso diritto degli uomini di prendere e partire e sbagliare e ricominciare da capo, senza il peso del giudizio altrui. La vera libertà è non correre a tappare le falle della vita familiare e domestica, come se spettasse solo a noi. Non vivere le pecche della nostra famiglia come tare personali. Non sentire che i successi degli altri sono anche i nostri, e i loro fallimenti pure.

Ci hanno fregate con quella storia che “dietro un grande uomo c’è una grande donna” e continuiamo a crederci, in fondo. Dietro un grande uomo investito dalla luce del successo c’è la sua ombra.  Proprio come dietro una donna.

Nessuno dice che le donne debbano essere il cuore pulsante della casa e della famiglia, e nessuno dice che le donne debbano essere ribelli. Ma dobbiamo poter scegliere. E farlo senza sensi di colpa. Proprio come gli uomini. Finché prenderci cura di noi, inseguire i nostri sogni, essere artiste, ci renderà odiose e folli e pericolose, non ci sarà nessuna concezione dell’amore che possa aiutarci.

E il paradosso è che l’amore romantico, lo stesso guardato con sospetto da molte femministe, è un modo per canalizzare proprio quell’ansia di disordine e di evasione, tutta l’insofferenza, la ribellione e la follia delle donne. Invece di criticarlo, forse allora dovremmo lasciarlo libero di esplodere, senza le pressioni sociali che di volta in volta si sono nascoste dietro il puritanesimo, la convenienza, il pudore, la morale, il senso del dovere, il mito della superdonna. C’è un potenziale enorme, perfino nel romanticismo più bieco e sdolcinato, perfino dietro il successo di libri scadenti come le Sfumature; c’è l’energia di migliaia e migliaia di donne che sono convinte di non poter osare altrimenti, a cui hanno insegnato che non potevano seguire i loro sogni senza tradire quelli di qualcun altro, e che dunque hanno finito per cercarli e realizzarli fra le pagine.

Il romanticismo non è (sempre) un inno al maschio alfa o al principe azzurro sul bianco destriero, il romanticismo può essere un viaggio in una sfera intima fatta di aspirazioni e insofferenze e frustrazioni e desideri proibiti e vissuti come sbagliati, fino a un attimo prima di aprire il libro. Aspirazioni e desideri di cui il sesso e l’amore non sono che una metafora, in realtà, più o meno consapevole.

Mentre combattiamo la nostra lotta contro gli squilibri e le falle di un certo amore romantico, allora, non dimentichiamoci che il nostro vero nemico è un altro. È il ruolo che la società ha voluto per noi, come tanti vigili a guardia dell’ordine e della sopravvivenza domestica, proprio come ci hanno convinte che dobbiamo essere madri per la sopravvivenza della specie. Ogni volta che ricacciamo indietro un sogno, che ci mordiamo il labbro per trattenere un’emozione, che riconosciamo un’autorità inesistente in un uomo o nella famiglia, ogni volta che ci mettiamo da parte perché il nostro mondo vada avanti senza scossoni, ricordiamoci che stiamo pagando il prezzo delle battaglie altrui. E che, a volte, le prime a chiederci di farlo siamo proprio noi stesse.