Mamme, e come si fa

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Foto di @ondasderuido (CC)

E come si fa, dopo aver distribuito baci e consigli e merende e rimproveri e sorrisi e approvazioni e sgridate e cappelli e crema solare, come si fa a tornare se stesse?

E come si fa, dopo aver fatto fronte ai loro mostri, a quelli nell’armadio e a quelli dentro di loro, ad averli accolti tutti con un sorriso perché sapessero che non vinceranno mai, come si fa, dopo aver nascosto tutti quei mostri dentro di noi perché loro non li vedessero più, come si fa a tornare se stesse?

E come si fa, dopo aver misurato la distanza giusta perché avessero abbastanza spazio per crescere, come gli alberi, e dopo aver fatto un passo indietro e due avanti e scoprire di essere sempre troppo vicine e troppo lontane, come si fa a tornare se stesse?

Come si fa a sentire di nuovo il respiro della donna che eravamo prima di trasformarci in sorrisi e cure e passetti ansiosi? Come si fa a tornare folli senza spaventare, a tornare libere senza trascurare, a tornare ribelli senza disorientare? Come si fa a sentirsi di nuovo se stesse senza sentirsi egoiste, a sentirsi belle senza offrirsi a nessuno, a sentirsi utili senza accudire nessun altro? A restare fedeli a se stesse senza sentirsi sole.

È una corda sfilacciata e traditrice quella che ci tiene unite alla donna che eravamo un attimo prima di diventare madri, una corda che non vorremmo spezzare ma che ogni tanto torna a tirare e fa male. Piccoli strattoni crudeli che ti fanno sentire in colpa, di quel senso di colpa vago e inafferrabile, che non ha una direzione e ti affonda dentro scavando un vuoto buio e fetido.

È pieno di risposte, in realtà, quel vuoto. È pieno di arte e di amore e di dolore e di storie e di musica e di canzoni e di piaceri che aspettano di essere vissuti. Ad ascoltarlo bene, sta gridando che la normalità non esiste, che la compostezza per qualcuna è un obbligo e un’invenzione, che non esistono madri perfette e non esistono madri sbagliate, solo madri che ci provano e altre che non ci provano. Che non esistono donne perfette e donne sbagliate. Solo donne che sentono la nostalgia di se stesse e altre che la soffocano perché fa male. Eppure basta un po’ di coraggio, basta percorrere quella corda sfilacciata in punta di piedi come un saltimbanco, e si finisce per trovare equilibri impossibili.

Ecco allora, forse, come si fa. Cinque minuti di follia e un bacio prima di andare a dormire. Un’ora di libertà e la certezza di avere lasciato al nostro posto l’insegnamento più prezioso. Tutta una vita di ribellione e uno spazio vuoto da riempire di domande e di sogni e di desideri, perché diventi sempre meno buio e sempre meno pericoloso, nel caso un giorno dovessimo mettere il piede in fallo e finirci dentro. E scoprire che basta soffiare, cantare, ballare, urlare, scrivere, disegnare, alzare il volume, smettere di vergognarsi, crederci un po’ di più, per saltare di nuovo fuori e portarci qualcuno di quei sogni appiccicati addosso, mentre rimbocchiamo le coperte a fine giornata.

Il femminismo rosa della Mamma Polpo

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Foto :: wintertwined :: (CC)

 

Ci sono momenti in cui le battaglie contro gli stereotipi di genere si schiantano contro la realtà con la delicatezza di una valanga. Come quando guardi la lista dei regali chiesti dai tuoi figli a Babbo Natale. O quando a tavola aspetti che ti serva il vino un uomo. O quando supplichi tuo marito di andare a fare benzina al posto tuo.

Poi ci sono quelli che io chiamo i momenti da Mamma Polpo, in cui ti ritrovi a chiudere gli scarponi da sci di un figlio con una mano, mentre con l’altra mano infili i guanti all’altro figlio e con l’altra mano ancora raccogli il cappello prima che finisca sul pavimento bagnato e con l’altra mano ancora chiudi la bottiglia di succo prima che si rovesci sopra l’unico maglione del figlio e con l’altra mano ancora regoli l’elastico degli occhiali da sci di un altro figlio e con l’altra mano ancora aggiusti una bretella di un altro figlio e con l’altra mano ancora impedisci a un altro figlio di divorare la merenda alle nove del mattino e con l’altra mano spalmi la crema da sole a tutti i figli, nel tempo che ci vuole a tuo marito per chiederti se hai visto i suoi occhiali da sole. E no, prima che me lo chiediate, non ho otto mani. E neanche otto figli (anche se ogni tanto mi sembra di sì).

Questo genere di momenti. Che quando finiscono mi trovano più o meno dell’umore di Crudelia de Mon quando si accorge che i cuccioli sono scomparsi (con la differenza rilevante che i miei cuccioli non sono andati da nessuna parte e cercano di uccidersi a vicenda a pochi metri da me). Ecco, è allora, terminato il momento, mentre mi affanno a chiudere i miei di scarponi, infilarmi i miei guanti, raccogliere il mio cappello, regolare l’elastico dei miei occhiali e spalmarmi la crema da sole, un attimo dopo che mio figlio mi abbia chiesto quando andiamo a sciare e un attimo prima che mio marito mi chieda perché sono così nervosa visto che siamo in vacanza. È in questo preciso istante che me ne ricordo.

Che cosa direbbe il femminismo rosa in una situazione simile?

Perché la teoria la conosco, ma nella pratica io proprio non ce lo vedo mio marito con otto mani. Datemi della sessista, ma l’unica volta che ho visto un uomo fare due cose contemporaneamente stava starnutendo e rispondendo al cellulare nello stesso istante. Con risultati non proprio eccelsi.

Allora, come se ne esce? Spero non come sono uscita io da quel noleggio sci: sudata, isterica, stanca morta e soprattutto arrabbiata con me stessa perché in quel preciso istante ero così diversa dalla donna felice e sorridente che avrei voluto essere. Certo, potrei lasciar fare a mio marito, direte voi, ma anche nella più ottimistica delle previsioni è comunque richiesto un tempo minimo di addestramento (cinque o sei anni?) che nel noleggio sci, circondata da sciatori impazienti che si lanciavano scarponi e racchette sopra la mia testa, non avevo proprio. Oltre al fatto che anche nella più ottimistica delle previsioni, tempi minimi di addestramento compresi, il cappello sarebbe finito sul pavimento bagnato, il succo sul maglione e la crema da sole non sarebbe mai arrivata sulla faccia dei miei figli.

Lo so che adesso verrete a dirmi che la colpa è mia e delle donne in generale e che dovrei tirarmi indietro, lasciarli aspettare, non voler fare tutto da sola, smetterla con la mania del controllo. E probabilmente avete anche ragione (la colpa, del resto, si sa, è sempre delle donne). Ma dopo una sessione di Mamma Polpo non c’è spazio per fare slalom fra i sensi di colpa, ve l’assicuro. Una pista scesa di filata da sola, invece, dove per una volta l’unica che rischia di rompersi qualcosa sono io, fa miracoli. L’amore è la risposta, dicevano. Ogni tanto lo è anche la solitudine. Non sempre. Solo ogni tanto. Noi donne abbiamo tanti sorrisi diversi, quando stiamo bene con il nostro compagno, con i figli, con le amiche… Ma c’è un sorriso speciale, inimitabile e fin troppo raro: quello che ci spunta sul viso quando stiamo bene con noi stesse.

Ecco allora come se ne esce, forse: ricordandosi di sorridere di più, anche da sole.