Cinque gravidanze e un bambino, quasi due

di Francesca de Lena

All’ottavo mese della mia prima gravidanza chiamai mio padre, di cui non sapevo niente da più di dieci anni. Gli dissi chi ero e gli lasciai il mio numero, rassicurandolo perché non avevo intenzione di scombussolargli la vita. Se aveva tempo e voglia, se gli andava di sapere di me, poteva richiamarmi. Lui lo fece dopo qualche giorno, ci incontrammo, fui molto chiara sul motivo della mia telefonata: stava per nascermi un bambino e non volevo diventare madre con un così grande fantasma sul groppone, che mi ancorava al ruolo di figlia, per di più infelice. Meglio riprendere a vederci, nei modi e nelle capacità di entrambi. Io non avrei più cercato un padre, mi sarebbe bastata una qualsiasi altra relazione, potevamo essere amici o conoscenti, prendevo quello che c’era, andava bene. 

C’è un limite al peso che un cuore può sopportare: amori e dolori colmano quel limite e in certe occasioni bisogna scegliere: io dovevo fare spazio a un amore, scelsi di lasciare andare un dolore. Nacque Andrea.

All’ottavo mese della mia quinta gravidanza devo lasciar andare un dolore che potrebbe valere come testimonianza per altre donne, con una storia simile alla mia e la stessa incredulità di fronte agli eventi, la stessa esperienza di involuzione, passi indietro invece che in avanti, e l’impossibilità di farsi capire: la maggior parte dei lutti è devastante ma dicibile, mentre alcuni non posseggono neanche la dignità di essere nominati, e per questa mancanza di dignità si gonfiano, conquistano territori del corpo e di ciò che si è, del proprio rapporto con le cose, soffocandone altri, e si amplificano senza prendere mai forma. Come si può visualizzare lo spazio della non-forma? Come si abbandona un dolore che non la prevede? 

Lo spazio che devo creare serve ad accogliere l’amore per la mia seconda figlia, che spero nascerà tra poco. Si chiamerà Marea.

La sento singhiozzare mentre salgo le scale del consultorio verso la stanza della psicologa, è un meccanismo di allenamento alla respirazione: prova a prender vita e ingoia liquido amniotico che le va di traverso e le procura il singulto. In un certo senso è divertente, mi fa compagnia quando non mi fa terrore, quando non spinge forte e si incastra nei miei organi e punta i piedi sulla vescica e sono costretta a trovare un bagno in pochi secondi. Si è messa in una posizione scomoda, ha detto Ginecologo3, scomoda per lei intendo, non per la bambina. Le sembrerà che stia per uscire da un momento all’altro.

Sembra davvero così e invece deve restare stretta lì dentro, e io pensarmi come una porta chiusa dall’esterno che non deve aprirsi. Se mi abbandonassi all’attacco di panico che mi insegue da mesi, se prendessi uno strumento affilato per tagliarmi e liberarmi, lei morirebbe e sarebbe stato inutile questo tentare di curarmi, solidificarmi, farmi fortezza o quantomeno non sbriciolarmi a terra. Quando si è annunciata, a ottobre 2021, era ormai per me già impossibile considerarmi un nido sicuro, come le ostetriche del corso preparto continuano a chiamare noi quasi-madri, e da allora conto alla rovescia aspettando il momento in cui verrà via da me. Posso tagliarmi e farla uscire?, vorrei chiedere ogni giorno, Non posso neanche oggi?, vorrei implorare, Vi prego allora, vorrei supplicare, Tagliatemi voi. Portatela in salvo.

Il nido sicuro è la prima immagine della maternità con cui bisogna fare i conti: ti guardi allo specchio e vedi sempre te stessa, inutile credere di poter davvero visualizzare la tua funzione. Sono un nido. Sono una creatrice. Sono una madre. Resti te stessa e basta: Francesca con la nausea e la stitichezza, con l’affanno, le macchie sul viso, la difficoltà a vestirsi e il chiedere aiuto per depilarsi perché lo sguardo non ci arriva, ma non per questo un miracolo della natura, una potenza femminile, una luce, non per questo un nido per altri. 

Il primo giorno di questa quinta gravidanza ero già certa del risultato, e mi è sembrata una maledizione. Ormai riconosco di essere incinta dopo quanto, una settimana dal concepimento? Aspetto lo stesso il canonico ritardo, pipì sul bastoncino, positivo, lo dico al futuro padre, aveva già capito anche lui, non sappiamo neanche bene cosa dirci, non c’è niente da dire. Un paio di sorrisi giusto per convenzione, per omaggiare il rito, ci convinciamo a vicenda che è doveroso farlo, che bisogna ossequiare la bella notizia.

La nona settimana arriva la prima minaccia di aborto: riposo forzato, progesterone e siringhe. La minaccia rientra, bene ma non stancarti troppo, la tredicesima settimana arriva la seconda minaccia di aborto, nuovo riposo forzato, rientra anche questa, bene, ora si può solo aspettare

Notti al pronto soccorso, ottobre novembre dicembre stesa a letto. Forse non è neanche una soluzione scientifica, ma si fa. I controlli ecografici uniche uscite, a ogni visita aspetto di sentire cosa c’è che non va. Stavolta cosa? Il battito non c’è più? Non cresce? Non si attacca bene? La placenta non si sviluppa? È tutto buio signora, sono sicura che un giorno il dottore mi dirà così, Non vedo più niente. L’utero improvvisamente vuoto, una cosa del tipo: L’embrione è stato riassorbito, sa, il suo corpo lo ha mangiato

Può succedere, mi convinco. L’ho visto fare una volta a una gatta che stava partorendo, lo ricordo bene. Gattino uno, due, tre, il quattro è un groviglio minuscolo e senza sussulto, che la gatta mangia mentre esce il quinto. Il mio utero potrebbe fare lo stesso, penso, e senza che io me ne accorga: dall’interno, senza lasciare segni, senza sporcare. E all’ecografia: buio. I tragitti in auto verso lo studio del ginecologo sono una guerra tra razionalità e speranza, durante i quali rafforzo la convinzione di potermi auto-ingannare: succede il peggio, lo sai, comincia a prepararti, sii pronta. Pensa che se finisce tutto almeno potete confermare la settimana bianca. Pensa che non ingrasserai. Pensa che in fondo meglio così: preoccupazioni in meno, soldi in più. Non permetterti di piangere, non è il momento. 

Quinto mese, arrivano i risultati del dna fetale, nessuna anomalia riscontrata, le abbiamo valutate tutte, tutte le valutabili, 1200 euro di analisi del sangue, i cromosomi paiono intrecciati a dovere. La pancia si gonfia, lo diciamo ad Andrea, quasi costretti. Anche lui era cominciato con una minaccia di aborto, anche quella volta a riposo ma solo un mese, ventotto anni materni quindi pochi, felicità incontenibile, forza e determinazione e benessere, sentirsi indistruttibile, che bella pancia, che luce sul viso. Andrea è felicissimo di fare il maggiore, di più: è entusiasta, commosso, incontenibile. E io di rimando terrorizzata, senza strumenti, afasica.

Averlo detto al figlio che già ho trasforma il tragitto verso l’ecografia in terrore puro, rispetto al quale neanche l’autoinganno può niente. Andrà ogni volta così: prima immaginerò cosa c’è che non va (crescita embrione, betaHcG, utero refrattario, cellule cancerogene, alieni nemici), poi quale parte del meccanismo non avrà funzionato (Qualcosa non funziona, natura senza miracolo), poi come mi avvertirà il dottore (Signora, non so come dirglielo), poi come dovrò reagire (non piangere, non disperare, risolvi subito, risolvi bene), e infine sprofonderò nella paura di come farò mai a dirlo ad Andrea. A quel bambino che ogni sera vuole accarezzare la pancia e cantarle la ninnananna, mentre io voglio nascondermi e già chiedergli scusa per l’illusione che gli sto procurando e della quale, sono certa, non mi perdonerò mai. 

Al sesto mese la psicologa mi dice che dovrei invece cominciare a crederci, che la gravidanza c’è e non sta andando via, che potrei provare dandole un nome. Ha tenuto la bambina in un posto nel suo cervello, ha detto, o nel suo cuore, non ricordo, per i mesi in cui io aspettavo solo di poter vivere il lutto, aspettavo solo di potermi lasciar andare di nuovo alla rassegnazione. La tengo io al posto tuo, mi diceva, penso io a lei finché non ci riesci tu

Non ci riesco perché ho in mente la seconda gravidanza, che è stata il primo aborto, e la terza gravidanza, che è stata il secondo aborto, e la quarta gravidanza, che è stata il terzo aborto. È successo tutto nel 2019-2020. Quando siamo stati investiti dalla pandemia e abbiamo cominciato a sentirci male e stanchi e impauriti io avevo appena smesso di sanguinare. Dieci mesi di sangue dalla vagina, ogni giorno, come mestruazioni infinite, controllare di continuo il ferro e la ferritina e l’emoglobina, e non viaggiare e non allontanarsi dagli ospedali perché potrei avere un’emorragia da un momento all’altro. 

Avevo scoperto la seconda gravidanza a gennaio 2019, l’embrione cresceva poco e lentamente, ma batteva, il cuore si vedeva e sentiva, a volte succede, mi diceva Ginecologa1, non si preoccupi, certe gravidanze cominciano lente. Beta altissime quindi è solo pigro, torni dopodomani, e ancora dopodomani, e ancora dopodomani, lo controlliamo a vista, eccolo qui, piccolo ma c’è, piccolo ma c’è, lo vede? Vede il cuore? Decima settimana, ancora piccolo ma c’è, e però davvero troppo piccolo, non sono più tranquilla, cambio ospedale: quando ha fatto l’ultimo controllo? mi chiede Ginecologa2. Ieri. E il cuore batteva? Sì. Mi spiace, adesso si è fermato. 

Al padre scappano le lacrime, teme per la mia disperazione. Io invece rigida, sopravvissuta, in accelerazione. Cosa devo fare? Come si toglie? Può scegliere se aspettare che vada via da solo o intervenire chirurgicamente; da solo potrebbe volerci tanto e potrebbe essere doloroso. Allora interveniamo, quando? Tra tre giorni. Tre giorni? Sì. Tre giorni in questa compagnia, con la morte inchiodata nella pancia? Tre giorni nell’impostura di portare avanti l’umanità?

La seconda immagine della maternità con cui fare i conti è la custodia di un pezzo di umanità. Per quanto si possa pregare all’altare del nichilismo e del cinismo e della contro-spiritualità, e io a quell’altare ci prego tanto, ci sono cellule di homo sapiens sapiens nel tuo utero, che in quaranta settimane si sviluppano al punto da poter vagire, aprire gli occhi e succhiare latte, e di lì a poco sapranno alzarsi in piedi e impareranno a controllare gli sfinteri e voilà senza quasi che tu te ne accorga un +1 camminerà sulla terra perché ha potuto svilupparsi dentro di te. Mandare avanti l’umanità è pretenzioso? Immagino di sì, ma è l’unica cosa che mi interessa fare. 

Terzo giorno arrivato, bisogna raschiare. Ho paura di poche cose, una di queste è addormentarmi. Io dormo e loro mi puliscono, io dormo e loro mi liberano dalla morte. Quando mi sveglierò niente più cellule appassite, niente più evoluzione interrotta, solo l’involucro, la bara che sono stata. E se non mi sveglierò? Prima di partire faccio la doccia a occhi chiusi per non guardare il gonfiore ingannevole del pube. Cosa ne sa l’utero di quello che è stato? Come dirgli di tornare alle sue dimensioni iniziali? Arrivo in ospedale già sedata, ho preso xanax, lo dico all’anestesista, vuole sapere quanto, vuole calibrare l’iniezione. In una prima stanza mi infilano qualcosa in vagina, non ricordo cosa, serve ad aprire il collo dell’utero, mi pare. Come quando inducono il parto per far nascere un bambino che non viene fuori, ma qui non c’è nessun bambino, qui bisogna solo tirare via quel che non sarà, un cominciamento, un ologramma. 

Nella seconda stanza sono in sei, bianchi, guantati, mascherati, sotto luci esplosive, indicano il lettino, il mio ruolo nella rappresentazione, la mia x sul palcoscenico. Comincio a tremare, mi stendo, alzo la testa all’indietro per supplicare l’anestesista: può iniettarmene un po’ alla volta così mi ci abituo? Chiedo senza più cognizione, senza accorgermi dell’assurdità di quello che dico. È marzo 2019 e doveva essere il mio terzo mese di gravidanza, avrei dovuto aspettare un secondo figlio che sarebbe nato a ottobre, e invece no.

Mi risveglio e mi dicono Ora può anche alzarsi sulle sue gambe (ma non è vero, viene da svenire), Ora deve solo far guarire il cuore (quanta retorica, cosa ne sanno loro se provo dolore al cuore?). Lo provo. 

Due mesi dopo il raschiamento non arriva il capoparto. Il capoparto è la prima mestruazione post-gravidanza a cui sarebbe il caso di cambiare nome, quando il parto non c’è stato. Io mi sento stanca, ho mal di pancia, sono sempre affannata, tra una settimana devo partire per lavoro e non voglio più sentirmi così. I medici mi chiedono se c’è la possibilità che io sia di nuovo incinta, se ho avuto rapporti non protetti. Non li ho avuti. Insistono, mi insinuano il dubbio, potrebbe essere successo qualcosa di cui non mi sono accorta? Sono stata capace di perdere le preziosissime cellule di embrione che avevo in custodia, di cos’altro sono capace? Di fare l’amore a mia insaputa? 

Faccia le betaHcG, così ci togliamo ogni dubbio, dice ginecologo3. E le beta sono alte. Non è possibile, dico io, d’improvviso più sicura, meno disponibile a prendermi la colpa. Non si resta incinta senza saperne niente. Sono un’adulta, non una ragazzina. C’è un altro motivo per cui le beta salgono?, chiedo. No, mi rispondono; solo per una gravidanza. Vi dico che non è possibile. Smettetela di usare quella parola, non è possibile. Controllo ecografico e ho ragione io: l’utero è vuoto, nessuna camera gestazionale, nessun sacco vitellino, nessun embrione. Vedete dottori? Avevo ragione, ve l’avevo detto. Sono stata buona, sono ancora vuota.

C’è però una macchia. È un residuo della scorsa gravidanza, dice Ginecologa1, bisogna ripetere il raschiamento. Non lo è, dice Ginecologa2, che ha operato il raschiamento. È una M.A.V.: una malformazione artero-venosa. Un groviglio di capillari irrorati di sangue che si moltiplicano in una zona dell’utero, appoggiati su qualcosa, non sappiamo bene cosa e perché. Qualcosa che è rimasta lì e che va tolta. Come si toglie? Proviamo con un’isteroscopia operativa. Che significa? Che cos’è? Un’operazione, sarà un po’ doloroso. Ma resterò sveglia? . Allora va benissimo. 

Ne faccio una a giugno, una a luglio, una a settembre 2019. Il professore che mi opera ha vinto l’isteroscopio d’oro, mi dicono, e la notizia mi solletica una ridarella poco elegante che non riesco a trattenere; lui mi calma con sportività, promettendomi un punteggio per ogni volta che mi stenderò sul lettino, e alla fine avrò vinto un peluche. A ogni operazione sono in cinque, tutti a dirmi quanto sono brava a sopportare il dolore, tutti a ripetere Ancora un po’, ci siamo quasi, resisti ancora un po’. Il professore vuole andare più a fondo, scavare, ma Ginecologa2 lo ferma per timore di un’emorragia. I capillari sono lì, se li tocchiamo mi dissanguo. Dopo ogni operazione ripeto le beta, scendono di poco ma non si azzerano: sono sempre incinta, dice il mio corpo. Passano i mesi, non c’è nessuna pancia, non c’è nessun embrione, nessun feto, nessun bambino, ma io sono sempre incinta. Ogni sabato pago il prelievo alla cassa dell’ospedale per controllare le beta e il cassiere mi chiede: il solito? 

Dalla biopsia capiscono cos’è che non va via: il trofoblasto, l’origine della placenta, che si è innestato nella parete dell’utero, ha messo radici, e non molla. La M.A.V. si è aggrovigliata su di lui. Per il mio corpo se c’è il trofoblasto vuol dire che c’è una gravidanza, perciò continua a comportarsi come se così fosse ed ecco perché i valori della beta non scendono. Prima dell’ultima operazione decidono che può aiutarci la menopausa. In menopausa l’utero si atrofizza e può sputare fuori queste cellule aliene. Mi prescrivono l’Enantone, un farmaco che inibisce la mia attività riproduttiva. Dovrebbe fermare il sangue, asciugare i vasi sanguigni, spegnere la vita del trofoblasto, prosciugarmi da dentro. Come un rinsecchimento: non dare più linfa alle forme di vita impazzite, come un invecchiamento precoce. 

E in effetti ho le nausee, e le vampate di calore, e ingrasso e sono sempre arrabbiata. In menopausa e incinta contemporaneamente, una beffa, uno scherzo di cattivo gusto. Il prosciugamento non funziona, sanguinerò sempre, sanguinerò per dieci mesi di seguito, tortura cinese in forma di mestruazione costante, il contrario di quello che sarebbe dovuto accadere: se sei una donna che partorisce le mestruazioni scompaiono, se sei una donna che abortisce e per di più non si ripulisce possono restare lì a ricordartelo ogni santo giorno. 

Per la terza operazione si aggiungono degli studenti americani, il professore mi opera illustrando in inglese la rarità di quello che sta facendo, li guardo annuire concentrati, io a gambe aperte, buco all’aria, strumenti infilati dentro, corpo cavo che si rifiuta di svuotarsi definitivamente, di lasciare andare, di restituirsi a me, di lasciarmi in pace. Puzza di bruciato ogni volta che mi cauterizzano, sono io che caccio fumo, è la mia carne che prende fuoco. Quando ha finito il dottore mi infila una pallottola di garza in vagina, che in poco tempo si impregna di sangue e si gonfia. Più tardi riuscire a tirarla fuori sarà la cosa più vicina a un parto che avrò vissuto in questi mesi.

Una terza immagine della maternità è dare alla luce. Bisogna ammettere che è così intensa e suggestiva che diventa complicato contrapporle altro, per esempio l’oscurità che avvolge il corpo di una donna che deve fare lo sforzo incredibile, subire il dolore imparagonabile con qualsiasi altro di rigettare una massa di 50 centimetri per 3 kg (Andrea ne pesava 4) da una fessura minuscola. Una fessura di piacere, quella che fino a ieri non era che un gioco erotico o al massimo una rappresentazione stilistica e che si trasforma in una via di fuga per la sopravvivenza: per sopravvivere occorre che si spalanchi, occorre si deformi e si laceri e lasci passare il corpo estraneo che non può più ospitare pena la morte di entrambi. Quando ho partorito Andrea il mio travaglio durava ormai da ventisei ore, la dilatazione non arrivava seppure sollecitata da ossitocina e mille altre diavolerie, e infine il periodo espulsivo andò avanti per cinque ore. Una testa incastrata in vagina per cinque ore. Mai più urlato e tremato come quella notte. Venne fuori che era l’alba (e poi ci sarebbe stato il secondamento, e poi i punti da cucire). Non mi sembrò di aver dato alla luce, mi sembrò di essermi spezzata in due per sempre. Per tre mesi piansi ogni volta che facevo pipì. Ebbi incubi per un anno intero. 

Il giorno in cui le beta finalmente si azzerano mancano solo due settimane all’anniversario del test della mia seconda gravidanza. Quella tanto voluta, accolta con gioia, ingenuità ed eccitazione, che credevo avrebbe reso di nuovo me madre e mio marito padre e soprattutto mio figlio fratello maggiore e invece mi aveva resa una donna che abortisce. Da lì in poi sarei rimasta per lungo tempo solo questo: una donna che abortisce. È gennaio 2020 e io provo ancora a credere sia stato solo un caso, un brutto caso del destino, ancora mi sento dire Signora è stata molto sfortunata, e Quello che le è capitato è un evento rarissimo e Si figuri che alcuni medici neanche sanno cosa sia una M.A.V. ma anche Meglio così, mi creda, se la gravidanza fosse proseguita lei avrebbe rischiato la vita

Ma il caso si ripresenta. Il secondo aborto, la terza gravidanza, arriva il giorno del compleanno di mio figlio, il 19 giugno 2020. Ci sono le foto di me con un sorriso tirato che spengo le candeline insieme a lui e apro i regali insieme a lui e ringrazio gli invitati insieme a lui e tra un gesto e l’altro corro in bagno a cambiare l’assorbente, perché perdo molto sangue. Sono trascorsi sei mesi da quando mi hanno dichiarata “completamente guarita”, senza M.A.V., senza residui nell’utero, senza menopausa, una normale donna di trentacinque anni ancora in età riproduttiva: Può riprovarci quando vuole, signora. È come se nulla fosse successo. È pulita, l’utero è intatto. È come nuova.

Sei mesi sembravano un tempo giusto, sembrava potessimo “ricominciare a provare”. Provare è un verbo che solo da qualche anno si lega alla volontà di avere figli. Pare che prima non ci fosse nulla da provare, prima i figli c’erano e basta, oppure non c’erano e basta, e questo teneva soddisfazioni e sofferenze in penombra, ognuno conosceva le proprie e gli altri potevano solo intuirle, se ce n’era motivo, oppure ci si faceva la propria vita per come veniva, senza intellettualizzare il corpo, senza analizzare desideri e disillusioni, senza ricercare felicità ed elaborare dolori. Un’epoca più solitaria, chiusa e non empatica, in cui forse mi sarebbe piaciuto vivere se avesse significato non essere più guidata da questa volontà caparbia e indisciplinata di avere figli. 

Per me, comunque, pare non ci sia bisogno di provare. Mi basta pensarci anche solo una volta, che voglio un figlio. Ci penso, ho rapporti non protetti con mio marito, anche solo uno, e il mese dopo il test di gravidanza si colora. È successo per quattro gravidanze tranne una, la prima, quella che mi ha dato Andrea e che ha colorato il test dopo diversi mesi di tentativi. Questo prodigio della fecondità è forse l’aspetto più crudele di quello che mi è successo, la continua illusione che basta volere per potere, come un banale slogan anni ’80 che non ti avvisa di quello che invece accadrà. 

I nove mesi di gravidanza sono universalmente scanditi da tappe e convenzioni, probabilmente la sorte più ovvia per un evento che accade dalla notte dei tempi, come tutti continuano a ripetere. Per scaramanzia non si annuncia niente prima dei tre mesi, e non si acquista niente prima del settimo mese per lo stesso motivo, e si insinua di non avere preferenze tra figli maschi e figlie femmine, basta che sia sano, e ci si commuove al primo ausculto del battito e si inviano le foto delle ecografie ad amici e parenti prossimi. Deviare strada, tenersi lontana dalla traccia non è auspicabile dalla società e neanche tu lo vuoi davvero. E per quanto possa dirti preoccupata e sentirti stordita, per quanto possa dimostrarti ansiosa, anche quella è una convenzione, e mai davvero pensi che non farai parte della moltitudine, che non sarai in grado di tenere il passo. Quando invece succede, è come inciampare in uno squarcio dell’asfalto che, avresti giurato, un attimo prima non c’era.

Stavolta comunque l’aborto è spontaneo e naturale, va via tutto da solo, un paio di settimane e sono pulita, la beta azzerata, di nuovo vuota, pronta, come nuova, riproduttiva. È stato solo un caso, mi dicono di nuovo con le stesse parole e con una tranquillità invidiabile, quasi a volerlo più loro di me, a non arrendersi di fronte a questa donna ancora clinicamente giovane e così sfortunata. Questo tipo di aborti si chiamano chimici: arrivano molto presto, vanno via da soli, si figuri che ci sono donne che neanche se ne accorgono, li scambiano per normali mestruazioni, solo più abbondanti. In un anno può accadere anche due o tre volte. Ricominci, ricominci senza paura.

Va bene, mi dico, fiducia nella scienza, niente superstizioni, niente elaborazione di lutti, è solo un embrione e lo so bene, no? Non facciamo drammi inutili. Sono di nuovo fertile, sono i giorni giusti, amo mio marito, che ci vuole a fare l’amore, sicura che te la senti, mi chiede lui, ma certo che me la sento, l’amore è bello no?, e a luglio il test di gravidanza si colora di nuovo. La terza volta al primo colpo, senza neanche una pausa dall’aborto di giugno. È un miracolo che mi sta ripagando per il dolore subito o è la maledizione che ormai sono certa che sia? 

È una condizione clinicamente senza spiegazioni ma statisticamente rilevata, mi diranno poi le Ginecologhe4e5 all’Ambulatorio Aborti Ricorrenti del Policlinico Gemelli, quando nel 2021 farò mille esami che non riscontreranno mai alcuna falla, al termine dei quali mi sentirò di nuovo dire: Ci riprovi, non c’è nessun problema. È solo un caso. È solo sfortuna. Lo sanno che sta succedendo troppo spesso, ma lei è sana, insistono, non evidenziano niente che non va. Possono offrirmi solo un nome, per quello che mi capita, e il nome è “infertilità secondaria”: una donna che ha già avuto figli in maniera naturale e che per questo si considera fertile e invece non riesce a esserlo più. Una condizione senza motivazioni, un’etichetta costituita dalla parola che tutte quelle che desiderano figli temono come nessun’altra.

Quarta immagine della maternità: destino. Con la psicologa ragioniamo molto attorno al concetto di destino, a cui io mi lascio andare con molta difficoltà, come con tutto ciò che non so controllare e non so spiegare e non so capire. Destino, caso. Quel che dovrà accadere accadrà, se è successo quel che è successo un motivo ci sarà, se continui a restare incinta è perché così deve andare. Pensiero magico. Rassegnazione. Speranza. Tutti sentimenti per cui ci vuole fede, ci vuole credenza, ci vuole accettare che non dipende da me. Sono io a voler diventare madre ma non sono io a poter fare in modo che accada. Lasciarsi andare alla vita. Forze e debolezze della natura. Fortuna e sfortuna. 

La sfortuna del mio terzo aborto, della mia quarta gravidanza, è che stavolta non va via da sola. Il cuore non si ferma, quindi non è un aborto ritenuto; il sangue non esce a ripulire, quindi non è un aborto spontaneo. Tutto procede, ma qualcosa non va come dovrebbe e ancora una volta non sappiamo cosa. La beta non raddoppia ogni due giorni come naturale, si ferma intorno ai 2000, aggiungendo poche decine o centinaia a ogni ricontrollo. Dall’ecografia sembra ci sia un po’ troppo liquido amniotico, e sembra che il sacco vitellino sia un po’ troppo grande: entrambi possibili segnali di una malformazione genetica. E infine dalle analisi risulta un progesterone un po’ troppo basso. Il caso, il mio destino in equilibrio sull’avverbio un po’

Il 10 agosto del 2020, il giorno del mio trentaseiesimo compleanno, corro a Roma per un’ecografia di secondo livello in un centro iper-specializzato di un professore super-blasonato che forse può dirmi meglio che cos’ha questo embrione, se è malato, se andrà via da solo, o se forse non sia meglio fare da me, come l’ansia di rimanere di nuovo inghiottita in un incubo mi suggerisce, piuttosto che aspettare di vivere un’altra morte che fa cucù dall’ecografo, un altro raschiamento, un’altra post operazione, altri 40 giorni di ripresa, altri controlli delle stramaledette beta: il mio personale bollettino di guerra: dover essere felice quando vanno su perché significano gravidanza, dover essere felice quando vanno giù perché significano pulizia. Una montagna russa lentissima e fuori controllo, che sta divorando la mia sanità mentale e mi costringe a una guerra civile tra determinazione e sopravvivenza. Determinazione mia, sopravvivenza anche.  

Lo possiamo aiutare è la risposta del blasonato. Ma anche: Tanto se ci sono problemi molto probabilmente andrà via da solo dopo l’undicesima settimana. E però a undici settimane in Italia l’aborto volontario o è chirurgico o non è. Anzi già dopo la nona, cioè tra due giorni. Anzi tra un giorno solo perché tra due il dottore di turno del mio ospedale è un obiettore. Non posso sopportare un altro raschiamento, non posso sopportare nessun’altra operazione che preveda la mia vagina, il mio utero, qualsiasi cosa ci sia sotto la linea dell’ombelico. Ho ventiquattro ore di tempo per scegliere se avere un aborto farmacologico e risparmiarmi almeno tutto il resto, e scelgo di sì. 

Nelle settimane precedenti la possibilità della farmacologia era stata il mio pensiero fisso, più della gravidanza e della salute dell’embrione, che davo già per perso, più di quello che ne sarebbe stato di me e del futuro, che a quel punto sembrava ormai poter solo certificare l’impossibilità di procreare – ma perché? Mi chiedevo sempre, ho Andrea, un figlio ben fatto, intelligente, bello, ho le prove, lui è la mia prova: sono capace di fare da madre –; il mio pensiero era tutto rivolto a me e al mio corpo: non voglio più essere toccata, non voglio attrezzi che mi scavano, non voglio lettini, non voglio aprire le gambe. Me le incollo, giuro che me le incollo se provate a toccarmi.

Ero per questo già stata al consultorio a chiedere cosa avrei dovuto fare se avessi voluto prendere la RU-486. Ed ecco cosa: colloquio con ostetrica, colloquio con assistente sociale, colloquio con ginecologa, che però è un’obiettrice (come può, mi chiedo ancora adesso, come può una ginecologa obiettrice lavorare in un consultorio?). Tre persone addette alla maternità che devono dirmi di sì, accettare le mie motivazioni, che ho la fortuna (caso? Destino?) essere commoventi. Tre estranee che hanno il potere di decidere del mio corpo, di quello che mi aspetta. Che ci mettono la firma. Senza la loro firma, niente pillola abortiva.

Il permesso lo ottengo, dopo giorni di attesa e andirivieni, con l’embrione ancora nella pancia, ancora che batte e cresce e potrebbe farcela se lo aiutiamo. Senso di colpa perché non credo in lui, senso di colpa perché mentre lui moltiplica stentatamente le sue cellule io penso a come liberarmene senza soffrire troppo, senso di colpa perché sto per fallire di nuovo, è la terza volta che dovrei fare un figlio e non lo faccio, è incredibile, non posso crederci, cosa mi è successo, che problemi ho, non mi vergogno? 

E con quel permesso custodito come un gioiello e con la troppo fragile promessa del poterlo aiutare entro in ospedale alle 23:00 dell’11 agosto 2020 (la ginecologa non obiettrice ha il turno di notte) e ingoio la prima delle pillole che costituiscono l’aborto farmacologico, quella che inibisce il progesterone, che ferma gli eventi. In corridoio mi aspetta mia madre, in macchina mio marito con mio figlio che crede io abbia un misterioso mal di pancia cominciato a gennaio 2019 e dopo un anno e mezzo non ancora risolto. Una volta usciti ci sediamo su una panchina di fronte al mare, tutti e quattro stretti, Andrea si addormenta, io piango, mia madre mi tiene la mano, mio marito mi stringe: la mia famiglia è tutta qui, siamo noi. Eppure non mi basta, avrei voluto altro, ne avrei voluta ancora. Senso di colpa del non sapersi accontentare. 

Fin da ragazzina volevo avere figli perché una famiglia mi era mancata. Molto banale, molto vero. Ognuna nella scelta di maternità/non maternità fa i conti con il luogo da cui proviene e con quello in cui cerca di arrivare. E forse l’emancipazione è sempre la bussola: dai propri genitori o non genitori, dal paese asfittico che ti voleva sposata e con prole, dalla rete di conoscenze che del non desiderio genitoriale ne fa punto di merito e dimostrazione di intelligenza, dal proprio corpo, dall’idea che gli altri hanno di noi, dalla pretesa che i figli si fanno per donare la vita: quinta immagine della maternità. Non è onesta. I figli si fanno o non si fanno per sé e soltanto per sé. Li vuoi e li fai per te stessa, non li vuoi e non li fai per te stessa. Emanciparsi dagli arzigogoli, evitare di darsi un tono, ammettere le proprie spinte infantili. Francesca tu perché vuoi avere così disperatamente dei figli? Perché non lo sono stata. 

Ormai sono pallida, scheletrica, poco lucida, ho l’emoglobina bassissima, e il 13 agosto torno in ospedale per la seconda pillola, quella che porta le contrazioni, induce la perdita del “materiale”, insomma ancora sangue. Resto in reparto per cinque ore, mi mettono in una stanza dove sono sola, e grazie a questa accortezza per la prima volta in questi anni mi sento fortunata: so di donne che abortiscono assegnate a stanze in condivisione con le partorienti, una specie di sadica manifestazione plastica della convivenza tra vita e morte, in cui se hai abortito tu interpreti la morte. 

Le ore passano, ancora il tempo di controllare si sia tutto fermato, sia andato via il grosso. È andato via, sì. Ho mandato via qualcosa che forse potevo aiutare ma che quasi sicuramente no. E non ho più forze. Non ce la faccio più. Non riesco più a pensare, ho perso la capacità di ragionare, di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa fa bene e cosa no, cosa sono in grado di fare, cosa voglio e perché, chi sono. E finalmente mi fermo. E finalmente mi fermano anche loro. Non riprovarci prima di un anno, mi dicono. Riposati, fai riposare gli organi, riprenditi, assumi vitamine, ferro, integratori. Stai bene, cerca di stare bene.

Il 2021 è il mio anno di riposo e oblio. Ripiombo nel lavoro, torno a essere più presente con Andrea, faccio una lunghissima vacanza estiva piena di risate e alcol a tutte le ore. Mi iscrivo ad acqua gym, ricompaiono gli addominali, mi fotografo come non facevo da tempo, orgogliosa di quel territorio di mezzo tra il pube e il seno che mi pareva ormai di riuscire a immaginare solo in forma gonfiata, in versione ripiena, e che invece può essere così sano e sexy a lasciar intravedere le ossa e la discesa morbida tra la vita stretta e la curvatura dei fianchi, e l’ombelico seminascosto, che spunta presuntuoso dalle magliette corte, dai pantaloni a vita bassa.

È dal corpo che ho ricominciato. È sempre lì che si torna? Ragionare non basta, controllare è impossibile, misurare e analizzare forse persino inutile. Intellettualizzare il bisogno una magra sfiducia in sé, una disistima. Meglio dirsi la verità. A settembre 2021 varco lo studio della psicologa per la prima volta. Sono lì per raccontarle tutto, per confessarle che nonostante le mie convinzioni e i miei razionalismi e tutto quello che leggo e le battaglie di emancipazione che combatto sono andata in pezzi perché ho perso tre promesse di figli. Una dopo l’altra, come un domino che va giù. E che non mi bastano le spiegazioni e le accettazioni dei vari caso, sfortuna, destino. Sento un vuoto in mezzo alla pancia, è una mancanza fisica, una non-cosa che mi ha resa più fragile. 

Sono lì ad aggiustare questo vuoto da neanche un mese, quando scopro che a giugno 2022 arriverà Marea. Il caso, la fortuna, il destino. Il nome viene fuori da questo, da una forza che io non posso controllare, alla quale non posso fare altro che abbandonarmi. Che mi sommergerà se si alzerà a dismisura o mi lascerà asciutta se si abbasserà fino a richiamarsi tutta l’acqua, e io microscopica in mezzo alla sabbia ingigantita ed estesa, a misurarmi con la solitudine, l’interruzione, il vuoto, la vastità del mondo in confronto alle mie volontà. E però ok, accetto di nuovo la sfida. La quinta volta. È più forte di me, continuo a volerlo, ho la matematica contro, la storia contro, la natura contro ma una caparbietà, una determinazione che neanche conoscevo, che per un periodo ho temuto non fosse sana, fosse la mia crepa, ostentasse la mia infinita non guarigione, quella del corpo degli ultimi anni, quella della non-infanzia che è lì da sempre.

Ma non è vero che volere figli è un’ossessione, come avevo creduto. E non è vero che ne ho tanto voluto un altro perché non so stare ferma, come mi ero accusata di fare. Ognuno si risolve come sa e come può. Ognuno ha un ultimo giorno in cui chiuderà gli occhi e si guarderà indietro e farà i conti con quello che ha lasciato. Io voglio lasciare la potenzialità della felicità. Voglio una bella famiglia. Non mi interessa scrivere libri, fare musica e arte, far conoscere la mia firma, far ricordare il mio nome. Quello che voglio è mettere al mondo degli esseri umani che possano essere stati felici da bambini, più felici di come sono stata io. È poco, eppure ci sarà un motivo se la felicità costa così tanto. Voglio poter dire di aver pagato il prezzo, e che adesso ce la meritiamo tutti. 

Il gesto rivoluzionario di parlare di noi. Le prime mestruazioni

 

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“Parla di noi” scrive una protagonista all’altra all’inizio di “Fazzoletti rossi”. Ed è quell’invito, in qualche modo, a cambiare tutto. Per questo in occasione dell’uscita del romanzo ho chiesto sulla pagina Facebook di Rosapercaso se qualcuna aveva voglia di ricordare le sue prime mestruazioni. Confesso, pensavo che sarebbero state in poche a raccogliere l’invito e il fiume di risposte che è arrivato, invece, mi ha sorpresa e al tempo stesso mi ha commossa. Quelle storie traboccano di emozioni, di vita, di verità su quel che significa essere donne, sono piene di energia, di gioia, amore, vergogna, paura e solidarietà. E sono piene di segreti.

Come hanno potuto convincerci che dovevamo stare zitte, con tutto quello che avevamo da dire? Il perché, invece, è fin troppo chiaro: le parole delle donne sono rivoluzionarie, basta scorrere quelle storie per capire che il solo fatto di averle scritte, e lette, ha già iniziato a cambiare le cose. Eccone allora alcuni brevi estratti, anche se non rendono giustizia del mosaico che ha preso forma sulla pagina.

Non smettiamo mai, vi prego, di parlare di noi.

Avevo nove anni e fu un trauma. Mentre le altre bambine potevano correre e giocare, io avevo il terrore di sporcare persino la sedia a scuola e rimanevo immobile per tutte e cinque le ore sperando di non fare brutta figura quando dovevo alzarmi per tornare a casa. (Tiziana)

Mio papà mi ha detto: “Ora sei grande, non potrai più uscire dal cortile da sola (!!!!)” Ricordo una sensazione di vergogna, disagio e imbarazzo. Avevo 11 anni. (Francesca)

Quel dolore alla pancia e quella robaccia marroncina mi spaventarono. (Laura)

Mia madre mi premiò con dei soldi che usai per un paio di zoccoletti rossi. (Giorgia)

Il mio ricordo è delle scuole medie e sono un paio di jeans con le tasche larghe, di dimensioni perfette per metterci già da casa l’assorbente per il cambio di metà mattina, così da evitare la vergogna di tirarlo fuori davanti ai maschi in classe! Oppure il tossire in bagno quando toglievo l’assorbente usato ed aprivo il nuovo, per evitare che si sentisse il rumore dello “strappo”! (Alessia)

Ricordo che il mio pensiero stizzito in quel momento fu: “Ma dai, che seccatura, proprio oggi che dovevo andare al mare!” (Noemi)

La sera i miei mi portarono a cena fuori per festeggiare, insieme ad una cara zia. (Loredana)

Signorina. In una parola si nascondono decenni e decenni di vergogna. (Irene)

Se dovessi riassumere tutto in una parola, ti direi vergogna. (Ilaria)

Ricordo che sentii mia madre telefonare a mia nonna e dire :”Oggi è sbocciato un fiore”. (Cinzia)

L’ho vissuta in modo naturale per fortuna. Anzi ero felice di aver concluso una prima parte di vita e di averne iniziata un’altra. (Alessandra)

Mi ricordo la prof di matematica che mi disse davanti alla classe di non fare sceneggiate, altrimenti chissà durante il parto. In verità avevo l’endometriosi, che mi fu diagnosticata solo dieci anni dopo. Ogni volta che mestruavo, e mi succede tutt’ora, mi veniva l’ansia per il male, gli antidolorifici, le emorragie. (Chiara)

Mio padre mi portò a casa le paste per festeggiare “perché sei diventata grande”. (Annamaria)

Tutto quel sangue mi sembrava una colpa e una punizione ingiusta, ogni mese, mal di schiena, mal di pancia, mal di testa davvero non capivo il perché. (Gabriella)

Scoppiai a piangere. Una volta a casa chiesi a mia mamma il perché di tutto ciò e lei mi spiego con tutto l’amore che una mamma può dare. (Sabrina)

Mi sono spaventata così tanto che pensavo sarei morta dissanguata. Poi, quando per consolarmi mi hanno detto che ero diventata “signorina” e che non ero più una bambina, sono scoppiata a piangere perché io volevo giocare ancora con le Barbie, non essere una signorina! (Lorenza)

Gli assorbenti sporchi da portare a casa nella tasca esterna dello zaino perché nella mia scuola media non c’era un cestino apposito, ed i bagni erano unisex. (Irene)

A me è andata di lusso, finalmente erano arrivati gli assorbenti usa e getta. (Antonella)

I dolori sono sempre stati fortissimi, ma a scuola non accettavano giustificazioni con scritto “indisposizione” e, quando spiegavi alle professoresse cosa avevi, rispondevano che non era una giustificazione valida. “Mica è una malattia!”. Ricordo il terrore di sporcare i pantaloni a scuola, allora mettevo due assorbenti perché era capitato ad una compagna di sporcare la sedia e tutti i maschi avevano cominciato a ridere, prendendola in giro. Ricordo ancora la bidella che disinfettava la seduta tra le risate generali. (Alessandra)

Capii subito come andavano le cose: di mestruazioni non si poteva parlare, mai.  (Laura)

 Il mio primo ricordo è un iniziale panico, seguito dalla domanda “non mi sarò mica fatta la cacca addosso?” (Beatrice)

Ricordo che non capivo cosa fosse successo, mia mamma era tutta contenta ma poi mi diceva: “Non parlare di mestruazioni, soprattutto ai maschi, di’ che hai le tue cose!”. (Susanna)

Ho passato il resto della giornata a pensare a quella cosa nelle mutande, con l’ansia che si spostasse. Ero tra le prime ad avere le mestruazioni tra le mie amiche e quindi è stato davvero traumatico! (Federica)

Orgoglio, mi sono sentita grande ma anche sana e “normale”. (Silvia)

Mia madre mi disse che era “una cosa” normale che capitava a tutte le donne e che avrei avuto “quelle perdite”, una volta al mese. Aggiunse: mi raccomando nascondi gli assorbenti che non li vedano tuo padre o tuo fratello. Vietato, in casa, l’uso del termine mestruazione. (Sonia)

Angoscia e tristezza. Non so perché. Forse non capivo bene cosa significasse ma ricordo che scoppiai a piangere quando mia madre mi disse che “ero diventata signorina”. (Nunzia)

I primi mesi sono stati un caos perché non sapevo esistessero gli assorbenti con ali e continuavo a macchiarmi e mia madre mi sgridava perché sporcavo tutto. (Gaia)

Una delle prime volte a 12 anni: mi sono macchiata molto i pantaloni e così ho coperto con la maglia fissata in vita. Salgo sull’autobus per tornare a casa da scuola e un ragazzo più grande ride di me con i suoi amici. Da quel giorno ho il terrore di macchiare i pantaloni e giro con doppio assorbente e un paio di jeans di ricambio. (Veronika)

Ancora adesso, se sono ospite da amici single, ripongo l’assorbente sporco in un apposito sacchettino che butterò una volta rientrata a casa. (Sara)

Avevo 13 anni e stavo tornando a casa da scuola in autobus, ero stravolta e pregavo di non avere macchiato il sedile!  (Liliana)

Ero molto piccola. Ricordo che il primo giorno avevo timore di fare la pipì, l’ho trattenuta quasi tutto il giorno. (Miriam)

 Ricordo il meraviglioso mazzo di rose rosa di mio padre, il passaggio all’età adulta accompagnata da un amorevole sguardo maschile, il più importante. (Paola)

Nella famiglia tutti che esultavano mentre io piangevo nella consapevolezza che stavo crescendo. (Valentina)

Piangevo disperata perché non le volevo, facevano male, mi impedivano di fare un sacco di cose (all’epoca facevo karatè e avevo il terrore che mi venissero all’improvviso chiazzando il kimono bianco). Mi sembrava una condanna. (Gaia)

Panico. (Libera)

Io. A casa di nonna. Col letto e le mutande piene. Spavento allucinante. (Jessica)

Era ora! (Rossella)

Io ho un ricordo tenero e buffo di mia mamma che dopo avermi spiegato dove teneva gli assorbenti in casa e come utilizzarli fa dietrofront e aggiunge: “Mi raccomando, la parte adesiva verso le mutande, eh”. (Valentina)

È stato un disagio terribile anche perché senza spiegarmi niente hanno iniziato a telefonare la notizia a parenti e amici. (Anna)

Il mio primo pensiero è stato “finalmente!!!” perché ero ansiosa di averle per sentirmi grande. (Serena)

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Le parole che ci curano sono le nostre

Lachlan Hardy

L’altra sera ero a cena con alcune amiche e una di loro ci ha raccontato che sul lavoro la sminuiscono in continuazione. Al vederla in difficoltà, tanto spiazzata e abbattuta, ci siamo affannate tutte a cercare le parole giuste da dirle. “Devi avere più fiducia in te stessa.” “Devi farti valere.” “Devi imparare a dire di no.” “Devi essere più furba e non farti fregare in quel modo.”

Un’altra amica poi ci ha raccontato di un episodio sgradevole accaduto in palestra durante una lezione di kickboxing, quando una donna ha avuto un attacco di panico perché ha rivissuto alcune dinamiche di una situazione di violenza. “Non sapevamo che cosa fare, come reagire. Abbiamo chiesto all’istruttore se era meglio che uscissimo. Lui ci ha detto che potevamo restare. L’unica cosa che ci chiedeva di non fare era dire a quella donna che cosa doveva fare. ‘Sono sicuro che se l’è già sentito ripetere abbastanza là fuori’ ha aggiunto.” E qualcuna di noi ha abbassato lo sguardo, sentendosi colpevole.

A fine serata, all’improvviso, un’altra amica ci ha interrotte: “Sento che devo raccontarlo adesso o non lo farò più”. O forse no, forse ha usato altre parole, non ricordo. Ricordo bene però l’urgenza nella voce, l’abbiamo notata tutte, e tutte siamo rimaste ad ascoltarla in silenzio finché non ha terminato di raccontarci un’esperienza traumatica e dolorosa, che le era accaduta molti anni prima. “Non l’avevo mai detto a nessuno” ha concluso e bastava guardarla in faccia per intuire che la ferita aveva già iniziato a rimarginarsi.

Non l’ho capito subito, mi ci è voluto qualche giorno, ma poi è diventato chiaro: le parole che ci curano sono le nostre, non quelle che ci dicono gli altri. Spiegare a un’amica in difficoltà quello che dovrebbe fare serve soltanto a farla sentire ancora più sbagliata e inadeguata. Perché a nessuna di noi è venuto in mente di chiederle qualcosa, invece? Perché non abbiamo lasciato semplicemente che parlasse lei? Perché non abbiamo almeno aspettato che ce lo chiedesse lei, un consiglio?

Le parole delle donne sono terapeutiche, quelle delle amiche sono preziose, ma soltanto le nostre, quelle che ripeschiamo da dentro di noi e mettiamo in fila come tanti caratteri mobili, dandovi improvvisamente un senso, soltanto quelle sono magiche. Alle parole delle donne è appesa la fiducia in noi stesse, il senso del nostro valore, della nostra presenza, in una società in cui la nostra voce è ridotta a un rumore di fondo a cui nessuno presta davvero attenzione. Dovremmo raccontarci più spesso, per scoprire che basta decidere di farlo perché ne valga la pena. Che quello che abbiamo da dire merita di essere detto. Dovremmo ascoltare di più le storie delle persone che vogliamo aiutare, senza affannarci a seppellire la loro apparente debolezza con la forza illusoria dei nostri buoni consigli.

Non c’è niente di più profondamente ribelle di una donna che si racconta. Non c’è niente di più rivoluzionario della volontà di ascoltarla.

Dolcemente complicate

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Un giorno il padre di un’amica mi raccontò che l’animale a cui più aveva voluto bene era stato un pappagallino cenerino. Era morto una notte d’estate, se lo ricorda perché era la settimana più calda degli ultimi dieci anni, secondo la televisione, e lui non riusciva a dormire. E al piano di sotto il pappagallo non stava zitto un secondo.

Al mattino, quando si alzò, lo trovò morto. Si avvicinò alla gabbia e si accorse che era rimasto senz’acqua. “Come facevo a capirlo?” mi chiese, sconsolato. Mi trattenni dal fargli notare che probabilmente era quello che l’animale aveva cercato di dirgli per tutta la notte, mentre lui sprimacciava il cuscino e gli gridava di non rompere e lasciarlo dormire.

L’episodio mi torna in mente ogni volta che sento un uomo sostenere che le donne non le capisce nessuno e che diciamo una cosa ma ne intendiamo un’altra e che è impossibile decifrare che cosa vogliamo. Nove volte su dieci, quello stesso uomo poi si lamenterà perché la fidanzata non sta zitta un attimo e non fa che dargli il tormento e parlare e parlare, perché le donne devono sempre essere così rompiscatole e non ci lasciano in pace, ogni tanto?

Siamo come quei pappagallini senz’acqua. Parliamo e nessuno ci sta a sentire, perché la voce delle donne è fastidiosa, è carica di pretese e di capricci e di presunzione. La voce degli uomini sa, insegna, consiglia, informa. La voce delle donne è lamentosa, arrogante, incontentabile, umorale. E così, che strano, nessuno ci capisce e a nessuno sorge il dubbio che forse, se ci ascoltassero, scoprirebbero che non c’è niente di così misterioso e impenetrabile in noi.

Chissà, forse ascoltandoci qualcuno scoprirebbe che abbiamo dei sogni e che i nostri sogni hanno bisogno di tempo e che spesso è del sacrificio di quei sogni che si nutre l’equilibrio domestico e familiare. Che averli calpestati ha reso tutto più facile agli altri, ma ha reso tristi e insoddisfatte noi. Che i nostri progetti sono incompatibili con la cura altrui, che la nostra forza non serve solo a sopportare, anche a creare. Che se non ci proviamo, quasi sempre, è perché ci hanno convinte che non ne saremo capaci. E che se stiamo zitte, molto spesso, è perché sono riusciti a farci sentire sole e sbagliate, fra tante altre donne che si credono sole e sbagliate in silenzio.

Se ci ascoltassero, scoprirebbero che la violenza sessuale ha mille facce diverse, che avviene anche nel silenzio e non solo fra urla e schiaffi. A volte perfino fra una dichiarazione d’amore e l’altra. Se ci ascoltassero, si renderebbero conto di quanto suona vuota la parola violenza del loro vocabolario in confronto all’umiliazione, all’impotenza, ai sensi di colpa, al mutismo doloroso in cui sprofondano le donne che subiscono, che perdono il diritto sul proprio corpo. Se ci ascoltassero scoprirebbero mille sfumature di dolore, quel dolore che non lascia lividi e non lascia tracce, in una cultura che non ha interesse ad ammetterlo e a riconoscerlo.

Se ci ascoltassero, forse, sarebbe più facile capire che quando una donna viene penetrata senza averlo deciso e senza averlo desiderato, quella è violenza. Che se una ragazzina ubriaca viene penetrata a turno da più uomini, quella che ha subito è un’aggressione che nessuna società civile dovrebbe tollerare. Anche se non ha detto di no. Perché se ci ascoltaste, quel no l’avreste sentito eccome, l’avreste sentito nascere dentro di voi, prima che sulle labbra di quella ragazza. Se ci ascoltaste, invece di sbuffare e girarvi dall’altra parte nel letto, forse avremmo qualche possibilità in più di salvarci.

Le presentazioni dei libri sono utili?

 

 

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Utili a chi, per cominciare?

Ai lettori? Dal mio punto di vista, da una presentazione non si ricavano grandi chicche sul libro o rivelazioni sull’autore. In una presentazione, come nelle storie migliori, sono i dettagli a fare la differenza: il tono di voce, l’espressione, i sorrisi, la pazienza o l’insofferenza, il rapporto con i lettori, le battute, i fuori programma, il microfono che non funziona, le parole intraducibili che mettono in crisi i traduttori. Ho visto tante presentazioni e sono sincera, non hanno mai aggiunto qualcosa di imprescindibile al libro che veniva presentato e che avrei letto, tranne forse qualche aneddoto curioso. Ma ci sono frasi, battute, atteggiamenti verso la vita che mi sono rimasti dentro e che non cambieranno il mio rapporto con l’opera dell’autore, ma sì il mio rapporto con la scrittura e con le storie, e quando va bene, ma proprio bene bene, anche quello con la vita.

Agli autori? La prima cosa che ci guadagna, nel caso degli autori, ammettiamolo, è l’ego. Che privilegio, che gioia, che emozione, poter parlare di ciò che abbiamo scritto davanti a qualcuno che è venuto lì apposta per quello (facendo finta di non sapere che in realtà la metà sono i cugini della sorella della migliore amica dell’organizzatrice che li ha pregati di venire). Dato il contentino all’ego, il passaggio successivo (parlo per me, almeno) è qualcosa di molto simile a quando inviti gli amici dei tuoi figli e all’improvviso scopri di avere in casa persone molto diverse da quelle che credevi di conoscere. Il figlio timido è un mattatore nato, la figlia pudica balla come se avesse vent’anni di più e un futuro da lap dancer, il figlio un po’ secchione parla come uno scaricatore di porto… Ecco, alle presentazioni succede qualcosa di simile, con la differenza che ogni sorpresa, di qualunque tipo, è gradita, perché significa che il libro ha fatto quello che doveva fare, ossia andare per la sua strada e – con un po’ di fortuna – continuare ad andare e fermarsi il più tardi possibile.

Sono redditizie per l’autore? No. In termini strettamente economici no. Il numero di copie venduto difficilmente, molto difficilmente copre i costi di una presentazione. A meno che l’autore non abiti dietro l’angolo, ovviamente.

Sono un rischio? Sì. C’è di buono che la cosa peggiore che possa succedere è che non venga nessuno e quindi nessuno lo saprà mai. In alternativa, tu, la libraia e la cugina della sorella della migliore amica dell’organizzatrice potete sempre andare a prendere un caffè e farvi una chiacchierata. Il rischio più grande, almeno secondo me, non è la mancata partecipazione dei lettori, ma quella di chi ti ospita. I lettori, si sa, possono arrivare o non arrivare per un sacco di motivi che raramente hanno a che vedere con la qualità del libro o il fatto che sia piaciuto o meno. Ma se la persona che ti ospita ha l’aria di sopportarti e poco più, allora sì, l’ego in quel caso ne esce un po’ malconcio, lo ammetto.

È l’ospitalità, infatti, l’elemento chiave delle presentazioni, l’ingrediente fondamentale, quello che dà gusto e un senso a tutto il resto. Le presentazioni funzionano nella misura in cui le porte si aprono, ci si incontra, ci si conosce, si chiacchiera. Il libraio, o il bibliotecario, o il responsabile dell’evento o del centro culturale, apre le porte di casa sua e ospita autori e lettori. L’autore si apre a sua volta e che si tratti di sincerità o di una posa o di una spontaneità solo apparente, è lì per parlare di personaggi ed emozioni e storie, non di diagrammi e di numeri, quindi in qualche modo è costretto a svelarsi. Il lettore si svela più di chiunque altro, perché c’è sempre qualcosa di molto intimo nell’avvicinarsi a una storia, soprattutto quando lo si fa davanti a chi l’ha scritta. Ci si mette in gioco. Si offre la propria disponibilità a credere alla finzione che ci verrà proposta, a sospendere la propria incredulità, nonostante si sia appena usciti da un lungo giro dietro le quinte proprio di quella stessa finzione. Iniziare a leggere un libro dopo aver conosciuto l’autore richiede sempre uno sforzo aggiuntivo, almeno all’inizio, per immergersi del tutto nella storia dimenticandosi che si tratta di un’illusione e aspettando che la narrazione compia la sua magia.

I libri, in fondo, sono giardini. Sono luoghi di incontro, di passaggio, di scambio. Ci passano i personaggi, i lettori, gli scrittori, ciascuno vi deposita le proprie emozioni e le proprie ferite, ci resta il tempo necessario e poi se ne va, lasciando lì una sedia vuota, a volte, per sapere di poter tornare. Le presentazioni sono come quel giardino. Sono un modo per recuperare la dimensione orale e collettiva delle storie, per intrecciarle al senso di una comunità sempre più sfilacciato eppure sempre più necessario. Ci si incontra, ci si conosce, si intrecciano le proprie storie, ci si arricchisce a vicenda e poi si riparte, lasciando lì una sedia, per tornare a quella storia e a quelle storie, ogni volta che ne avremo bisogno.

Leggere sul cellulare può salvare le storie?

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«Ho ricominciato a leggere, erano anni che non leggevo più.»

«Davvero? Che bello!»

«Sì, non avevo mai tempo. Non che adesso ne abbia, eh?»

Sento odore di Sindrome dello Strofinaccio lontano un chilometro. E la mia amica, devo dirlo, ne è affetta in modo grave. Ha una figlia ormai grandicella, una casa fin troppo pulita, un lavoro part time e l’incapacità cronica di ritagliarsi tempo per se stessa senza sentirsi in colpa. Piuttosto va a fare la spesa, cucina per la settimana dopo, toglie una polvere inesistente o stira le lenzuola (segno che la Sindrome dello Strofinaccio è nella fase acuta, secondo me).

«E allora quando leggi?» le chiedo.

«Mentre cucino. Sul cellulare. Guarda.»

Mi mostra la sua biblioteca sullo schermo del cellulare e devo ammetterlo, per un attimo mi irrigidisco. Eh, no, dice una parte di me, così non vale, così si perde tutta la magia, e poi guarda che schermo minuscolo, come si fa a leggere così, così non è mica un piacere…

Poi però vedo come si illumina mentre mi mostra il suo piacere proibito e tutti i titoli sul suo cellulare. Perché sì, per la mia amica la lettura è – e forse sarà sempre – un piacere proibito. Non è quello che le hanno insegnato, non rientra fra i compiti della brava donna di casa. Uscita di casa giovanissima, con un rapporto precario con i genitori, con cui ha interrotto in pratica ogni rapporto nonostante vivano a due passi da lei, la mia amica si porta dentro più sensi di colpa di quanti ne restino sull’inginocchiatoio di un confessionale. E il suo modo per affrontarli o almeno conviverci è ammazzarsi di fatica. O convincersi di farlo. Convincere se stessa e il mondo di essere esausta e di non aver dedicato neanche un minuto a se stessa. La lettura non è contemplata nel suo stile di vita. La lettura è per le donne oziose e un po’ supponenti, per chi ha tempo per guardarsi dentro e rinchiudersi dentro di sé dimenticandosi del resto. Mica come la televisione, che ti distrae. No, la lettura è uno specchio, e come ogni specchio che si rispetti, è simbolo di egocentrismo e vanità e tempo da perdere.

Leggere sul cellulare rende tutto diverso. Guardare lo schermo del cellulare nella sua visione delle cose è concesso, e il fatto che la lettura sia un po’ meno piacevole, che ci si debba sforzare per leggere, che non sia soltanto un piacere, lo rende accettabile. Farlo mentre si cucina, poi, scaccia ogni dubbio rimasto. Forse arriverà il giorno in cui anche lei metterà da parte il cellulare e le verrà voglia di entrare in libreria o almeno di passare a un ereader, ma per ora va bene così.

E mentre parlavamo, dopo aver messo a tacere con qualche gomitata la parte di me che continuava ad arricciare il naso infastidita, ho pensato che forse è proprio questa la strada per conquistare nuovi lettori e salvare la lettura. Che il cellulare può diventare un grande alleato e che le storie troveranno sempre e comunque il modo di arrivare al lettore, anche da uno schermo minuscolo e con un’impaginazione che ai grafici editoriali farebbe venire l’orticaria, probabilmente.

In fondo, che importanza ha, se al posto del profumo della carta la mia amica sente quello dei cannelloni, al momento di leggere? La luce nei suoi occhi mentre mi raccontava dell’ultimo libro che ha iniziato (stavo per mettere le virgolette a libro, eh, ma mi sono trattenuta), il suo ritrovato amore per le storie e anche e soprattutto per se stessa e per i momenti “rubati” agli altri (qui sì, le virgolette ci volevano) e dedicati a ritrovare la persona nascosta dietro tanti compiti e doveri e sensi di colpa, è questo l’importante, e non c’è profumo della carta che regga.

Ripartiamo dai lettori, non dai libri, se vogliamo che le storie continuino a vivere. Perché sono le storie che contano, non gli scrittori, non i libri e non gli editori. Le storie e chi le ascolta, le interpreta, le guarda, le legge e poi le trasmette ad altri. Saranno le storie a salvarci, non i libri e non la carta. Le storie e la loro capacità unica di restituirci a noi stessi, di permetterci di ritrovarci, finalmente, nel riflesso di un mondo nuovo e diverso da noi.

Cinque tipologie di scrittori che ho conosciuto a Bookcity

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  1. Quelli che danno per scontato di interessare, piacere, essere simpatici, come se fosse una sorta di diritto acquisito. Non sono necessariamente altezzosi, anzi, molti erano alla mano, ma ogni loro sguardo era una richiesta di conferma un po’ rabbiosa alla domanda inespressa “Vero che ti piaccio? Ma quanto ti piaccio?”
  2. Quelli che si parlano fra loro, che scrivono per farsi leggere da altri scrittori e che guardano al lettore con una sorta di sarcasmo malcelato in qualche caso, in altri con una sorta di paternalistica condiscendenza. Sono gli scrittori che scrivono per farsi recensire, prima che per farsi leggere.
  3. Quelli che si guardano dentro, che scrivono per sé, per caso, per divertirsi, per piacere. Che si raccontano sempre un po’ stupiti, forse dal fatto di essere dove sono, forse per quello che hanno scoperto scrivendo, non lo sapremo mai, ma da loro si impara sempre qualcosa.
  4. Quelli che ti guardano dentro, che conoscono davvero i propri lettori, li chiamano per nome, quando li guardano li vedono, non vedono copie vendute e neanche il riflesso della propria fama, vedono un’altra persona. O un altro personaggio.
  5. Quelli che parlano di storie e non di libri, che amano narrare, che trasformano la presentazione in un lungo racconto che si perde per strade impreviste e poi torna sui suoi passi, dopo averti ricordato quanto è prezioso il piacere delle storie. Senza bisogno di dirlo. Ponendosi al servizio della parola mentre la usano con maestria.