E allora gli uomini?

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Puoi decidere di occuparti solo di uncinetto, di cucina vegana bio a chilometro zero, dei fossili di oreopiteco o di come scaccolarsi con l’alluce e nessuno avrà niente da ridire (tranne forse l’alluce). Ma se decidi di occuparti solo di donne, allora apriti cielo.

Occuparsi esclusivamente di libri scritti da donne, di quadri dipinti da donne o di apriscatole inventati da donne, dichiarandolo nelle intenzioni, sarebbe sessista. Il che peraltro travisa completamente il senso del sessismo, perché occuparsi esclusivamente di libri scritti da uomini o di musica composta da uomini, dichiarandolo nelle intenzioni, non è sessista per niente. Lo diventa nel momento in cui spacci quello di cui parli per rappresentazione dell’intero panorama culturale e dell’intera società.

Ma il punto, non facciamoci fregare, non è la definizione di sessismo. Il punto è che ad alcuni uomini ancora non va giù che ci siano donne che si interessano, si occupano e si battono per qualcosa che riguarda loro e loro soltanto. “Ma come, e noi?” insorgono. “Perché non vi preoccupate della nostra arte”, sembrano voler dire, “o almeno di quella di tutti quanti, PRIMA che della vostra?”

Ecco allora il bisogno di sminuire il lavoro di quelle donne, di trattarlo con condiscendenza sommergendolo di vezzeggiativi e di un alone di superficialità e carineria. Se non ti occupi di un uomo, allora sei superficiale, va da sé, quasi per definizione. Quanto assomiglia al rancore del bambino trascurato l’ostilità nei confronti delle donne che scelgono di dedicarsi solo a se stesse? Quanto è facile tacciarle di egoismo e vanità perché non hanno scelto almeno una qualche nobile causa da cui dipenda la sopravvivenza dell’umanità, dell’umanità tutta, si intende.

Se le donne che hanno successo infastidiscono, quelle che lo fanno in un terreno esclusivamente femminile, dedicando le proprie energie esclusivamente alle donne, infastidiscono il doppio. Perché ci occupiamo del nostro bene, invece di sacrificarci per quello di tutti gli altri. Perché ogni tanto veniamo prima noi.

Quello che le donne sentono

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“Se non volevi essere molestato, potevi evitare di metterti quella maglietta aderente, no?”

“Copriti un po’ i pantaloni, per favore, ti stanno guardando tutte.”

“Vai tranquillo, con quel culetto lì puoi dire quello che vuoi alla riunione.”

“Quello lo dà via con niente.”

“E i tuoi amici? Sono carini come te? Perché non chiami anche loro?”

“Questa posizione richiede la disponibilità a viaggiare, trasferte all’estero, riunioni con i clienti anche di sera e nel fine settimana. Lei è padre di due figli, quindi non avrà una disponibilità così ampia, giusto?”

“Perché non impari qualcosa dal tuo amico Paolo. Lui sì che sa come far godere una donna.”

“Cioè, siamo usciti a cena, ti ho ascoltato tutta la sera, ho riso delle tue battute, ti ho pure accompagnato a casa e adesso mi vieni a dire che non posso scoparti?”

“Lo sanno tutti come hai fatto carriera, sempre a mettere in mostra gli addominali…”

“Se continui a ingrassare così, poi per forza che tua moglie ti lascia.”

“Con quel pigiamone sei proprio in tenuta antistupro!”

“Sotto i venti centimetri non è vero amore.”

“Questo ora si sposa, quasi quasi lo licenziamo subito, capace che si mette a figliare.”

“Avanti, era solo una palpatina, era un complimento, no? Che permaloso…”

“Dai, facci divertire un po’. Non fare il guastafeste, abbassa i pantaloni e facci sognare.”

“Se insisti ad avere quel caratteraccio, non troverai nessuna che ti sposa.”

“Dovresti metterli sempre quei jeans belli attillati davanti, come piace a noi donne.”

“Con quegli argomenti che hai fra le gambe, come faccio a non assumerti?”

“Sei carino, ma dovresti sorridere più spesso, sai?”

“Potresti aprire un po’ di più la camicia e mostrare i pettorali, con tutto il ben di Dio che hai, no?”

“Dai, ammettilo che ti è piaciuto.”

“Quando ti decidi a fare un figlio?”

 

Allora, uomini, siate sinceri, che effetto fa?

(Grazie come sempre al gruppo Facebook di Rosapercaso, da cui sono tratti quasi tutti gli esempi.)

 

 

Dove sono gli uomini?

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Queste immagini sono i primi quattro risultati che ho ottenuto dopo aver cercato su Google “uomo violento”. L’uomo dov’è? Non c’è. Non c’è quasi  mai. Se è presente, salvo rare eccezioni troviamo un pugno, la tasca posteriore dei jeans, un braccio, una spalla. La parte scelta non è quasi mai il viso, ma un dettaglio molto più anonimo e astratto, privo di emozioni. Nel caso delle donne, invece, il volto è quasi sempre presente.

L’uomo nella rappresentazione della violenza non esiste. La causa diretta del problema è assente dal racconto di quel problema, dimenticata, e quindi parzialmente assolta. Se la donna è al centro di quella rappresentazione, in qualche modo ne deduciamo che ne sia anche responsabile, che il problema sia suo, prima che dell’aggressore, che la colpa sia declinata al femminile, proprio come le immagini.

La donna delle immagini si difende, si nasconde, si sottrae alla violenza. Ed ecco allora il secondo messaggio: donne, difendetevi, fate qualcosa, per la miseria, se non volete farvi picchiare. Per averne la conferma, basta leggere i titoli dei risultati collegati a quella ricerca: “Come riconoscere un uomo violento” “Che cosa fare se incontri un uomo violento” “Come difendersi da un uomo violento”. Il tutto, lo ricordo, partendo da una ricerca che includeva soltanto le parole “uomo” e “violento”, senza alcun riferimento alle donne.

Infine il volto femminile, un volto distorto dalle emozioni, stravolto dalla paura, in netto contrasto con l’immobilità del pugno, che trasmette forza, fermezza e decisione, oltre che rabbia e aggressività. Ricordo bene una vittima di violenza che mi raccontò che non provava più dolore per i colpi del marito, che la paura lo cancellava, cancellava tutto il resto. La paura fredda e immobile che ti mangia dentro, non quella delle mani sulle orecchie o degli occhi strizzati. L’altro messaggio quindi è che la donna sia emotiva, instabile e fragile, e l’uomo invece saldo, forte, decisamente più dalle parti dell’autorità che del delinquente.

Queste immagini non raffigurano: additano, incolpano, scaricano responsabilità. Compresa la responsabilità di difendersi. Lo conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, il fatto che la maggior parte dei post sull’argomento si rivolga a una lettrice donna, non a un uomo.

La violenza sulle donne, insomma, resta ancora un problema tutto femminile. La provochiamo, la subiamo e dobbiamo imparare a impedirla. E intanto gli uomini, la stragrande maggioranza senza colpe e la minoranza colpevole, si sentono autorizzati a guardare altrove, perché il problema, dicono quelle immagini, non li riguarda.

Dacci oggi il nostro maschilismo quotidiano

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“È sicura di voler decidere lei per le gomme? Non è meglio sentire suo marito?”

“E i tuoi cuccioli con chi li lasci quando viaggi da sola per lavoro? Dai nonni?”

Se vuole coprire quel buco, dica a suo marito di andare a comprare lo stucco per cartongesso.”

“Caro, non vogliamo rubare il tuo tempo prezioso. Esci pure dal gruppo Whatsapp di classe e quando c’è bisogno avviso tua moglie.”

“Con quel caratteraccio, dove lo trovi uno che ti sposa e ti fa fare dei figli?”

“Per fortuna c’è la mamma, che pensa sempre a tutto, si sacrifica per voi e non si lamenta mai.”

“Ora sentiamo che cosa ne pensano i titolari dell’azienda: l’ingegner Azzurro e la signora Carla, anche lei ingegnere e madre di due bambini.”

“Ecco le vostre ordinazioni. La birra per il signore e la tisana per questa bella signorina.”

“Sei proprio fortunata ad avere un marito che ti aiuta in casa e ti lascia lavorare.”

“Non fare la femminuccia.”

“Sì, mio marito è un tesoro, mi tiene i bambini sabato così posso uscire.”

“Povero, cucina sempre lui…”

“Se non facessi tanto la difficile, ti saresti già sistemata da un pezzo.”

“Andrà benissimo, tranquilla. Con quelle gambe puoi dire quello che vuoi.”

“Signorina? Posso parlare con il medico? È lei? Ma un dottore non c’è?”

“Gli uomini sono fatti così, bisogna portare pazienza. Hanno il diritto di sfogarsi.”

“Adesso che sei sposata non puoi più fare quello che ti pare.”

“Da sola!?”

 

Grazie come sempre alla pagina Facebook di Rosapercaso, da cui arrivano tutti gli esempi del post.

 

 

Non sei sola, non sei sbagliata, sei straniera

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Vivi nel mondo degli uomini, fra le regole degli uomini, e ti hanno fatto credere che è giusto così.

Ti hanno fatto credere che le battute sulle tue tette e le mani sul tuo culo sono divertenti, che sul lavoro meriti uno stipendio più basso e una tredicesima di sensi di colpa.

Ti hanno fatto credere che gli uomini gelosi sono romantici, che quelli possessivi ti amano, che quelli che alzano le mani non possono farne a meno e che il tuo compito è renderli felici e occuparti dei loro bisogni e piaceri.

Ti hanno fatto credere che hai bisogno di essere difesa e accompagnata, che la tua solitudine è oltraggiosa e pericolosa, che la tua forza è nel braccio che hai intorno alle spalle, che il tuo posto è accanto e mezzo passo indietro, la grande donna dietro ogni grande uomo, sogno e aspirazione a misura di femmina.

Ti hanno fatto credere che incisi nel tuo dna ci fossero i doveri delle cinque C, cura, casa, cena, copula e conta su di me. Che non c’è sogno professionale che regga davanti al piacere di far trovare la tavola imbandita a marito e prole. E tu l’hai imbandita quella tavola, li hai strafogati di cibo, e hai anticipato ogni loro bisogno, hai finito per rincorrerli, quei bisogni, quando ti sfuggivano, quando nessuno sembrava più avere bisogno di te e tu non sapevi più come avere bisogno di te stessa, e li hai rincorsi tutti quanti, a suon di telefonate smozzicate e pranzi che nessuno riusciva a finire e menu di cui non importa niente a nessuno e suoceri ingrati e lamentosi su un letto d’ospedale, per inseguire quelle vite a cui hai sacrificato anni e carriera e amicizie pur di essere una donna con la D maiuscola.

Ogni tanto sì, ogni tanto la sentivi, quella vocina che protestava. Ma sei nata nel mondo degli uomini, dove quella vocina è sbagliata, sola e presuntuosa. Così l’hai soffocata e lei è tornata fuori in un labbro stretto fra i denti, nel bisogno di farti male, in qualche bicchiere di vino di troppo, ma sei riuscita comunque a tenerla a bada, seppellendola sotto le cure altrui che ti hanno sempre definita e riscattata davanti agli altri e sotto il piacere dell’approvazione e della soddisfazione altrui. Giù la testa, giù la voce, su le maniche.

Se nasci straniera nel mondo degli uomini, per cercarti davvero dovrai guardare dentro di te. Ma mai troppo a lungo, se non vuoi perderti nel tuo riflesso e scoprire che non sei soltanto sola, sbagliata, arrognante, presuntuosa, viziata, egoista e aggressiva. Sei anche bellissima. E non lo vede nessuno, nel mondo degli uomini. Solo la tua voce che si sente sola e sbagliata. E invece è soltanto straniera.

Donna femminile cercasi

E adesso chi glielo spiega?
Chi glielo spiega a certi uomini che la Donna Femminile è come Babbo Natale, la proiezione dei loro desideri e delle loro fantasie? È quello che volevano vedere e pensare mentre scartavano il pacchetto, ma in realtà la Donna Femminile così come l’hanno sempre immaginata non esiste.

Se ci avete creduto finora è perché volevate crederci, perché vi abbiamo permesso di crederci. Siamo scese dal camino cariche di doni ogni 24 dicembre, abbiamo finto che le mestruazioni non esistessero, la menopausa neanche, abbiamo indossato il costume rosso dell’eterna fertilità, ventenni a qualunque età anagrafica, perché lo sguardo altrui non notasse la barba finta di un corpo, femminile, questo sì, che scandisce il ritmo della vita e della procreazione in modo impietoso e chiaro come un disegnino su un libro di testo delle elementari.

Ma noi abbiamo sempre finto di no, vi abbiamo graziosamente risparmiato l’unica vera definizione possibile di femminilità e vi abbiamo permesso di sostituirla con i vostri sogni fatti di taglie di reggiseno e natiche e voci flautate, o con altri sogni più sofisticati ed eleganti o con qualche richiamo materno di infantile memoria. E condiscendenza. Condiscendenza come se piovesse, come la neve finta sull’albero di Natale, perché l’illusione fosse completa.

Abbiamo lasciato che seppelliste dietro battutine esasperate le nostre rare apparizioni senza costume, occhi al cielo e battute grevi e rassegnate. Uomini incastrati e trascinati all’altare, tormentati da donne “rompipalle” – ahi, povera mascolinità, schiacciata sotto il tacco 12 di uno sbalzo umorale – abbiamo lasciato che sogghignaste del nostro premestruo, che vi godeste il regalo di una femminilità ben incartata e luccicante.

E voi ci avete creduto, anche quando la barba si staccava, anche quando spuntava l’orlo del nostro esaurimento e della nostra infelicità sotto la giubba rossa, avete continuato a crederci, sempre.

E adesso che il costume ci sta stretto e ci siamo stufate di passare dal camino e farci ammazzare e di avere le vostre mani sul culo e gli occhi sulle tette, adesso venite a dirci che no, che ci stiamo sbagliando, che la femminilità è un’altra cosa, ascolta me, che sono un uomo, vieni che ti spiego che cosa significa essere donna.

Be’, signori, reggetevi forte, abbiamo una notizia terribile da darvi. I regali ve li portavano i nostri ormoni, non gli elfi, sotto il costume c’è un utero, un corpo che invecchia e perfino un cervello. Tutto femminile al cento per cento. Lo sappiamo, si stava meglio prima, ma che vi piaccia o no, adesso Natale è finito. E la donna femminile è quella che avete davanti. Comunque sia.

 

Tranquilla

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“Tranquilla.”

“Brava.”

Ci sono parole che pesano più delle altre, sarà la polvere di anni decenni secoli di subordinazione. Ci sono parole che si portano dietro un giudizio collettivo, non c’è neanche bisogno di usare un tono minaccioso, la minaccia è tutta lì, nel ricordarti le regole e il tuo ruolo, nel farti sentire piccola e isterica e ingenua.

Quanta forza ci vuole per reagire a un semplice “Tranquilla”, se sei una donna educata a non alzare la voce, a non farti notare, a cercare la virtù nella posatezza? Quanta forza ci vuole, se sei un’adolescente alla ricerca di approvazione e sai, senza bisogno che vengano a dirtelo, che quell’approvazione ha un sesso e non è il tuo? E che non ce l’avrai mai se non stai “Tranquilla” quando ti dicono di farlo. Anche se in quel momento hai una mano dove non vorresti averla, un alito troppo vicino, un’erezione incollata al culo e nessuna voglia di eccitarti. “Tranquilla” e “Brava” sono le parole magiche per essere accettate. Quando sei adolescente lo sai per istinto,  quando sei adulta lo sai per esperienza.

Quanto coraggio ci vuole, a sedici anni, per scrollarti di dosso gli sguardi che non vuoi e che non hai cercato? Quanto ce ne vuole a cinquanta per mettere in chiaro che esisti anche al di fuori di quegli sguardi? Quante donne si sono perdute, nello spazio che separa un Tranquilla da un Brava?

Ci sono momenti in cui sembra che bastino quelle due parole a spazzare via tutte le battaglie delle donne, e altri in cui vorresti celebrarle tutte lì, nella capacità di disobbedire a quelle due parole per scoprire che in realtà non hai disobbedito a nulla, hai solo obbedito a te stessa.

Ogni volta che una donna ignora un “Tranquilla” e se ne frega di un “Brava” dovrebbe sapere di non essere sola. Che dietro di lei ci sono dieci, cento, mille donne che sono state tranquille fino a ieri e si sono stufate. Dieci, cento, mille donne a cui non frega più niente dell’approvazione di una società che non le rappresenta e non si cura di loro. Dieci, cento, mille donne che non hanno più nessuna voglia di stare tranquille mentre qualcuno fa loro quello che non vogliono e a cui non frega più niente di sentirsi dire brave mentre fanno a qualcun altro quello che non hanno voglia di fare.

“Tranquilla. Non fare tante storie.” Lo senti, il coro silenzioso alle tue spalle? Tranquilla un cazzo.