Non disturbate il papà

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I papà lavorano, i papà riposano, i papà sono stanchi, i papà hanno bisogno di concentrarsi, i papà hanno bisogno di spazio. Il DO NOT DISTURB che veglia sulla calma e la serenità maschile è probabilmente l’ostacolo più infido e difficile da sradicare sulla strada verso la libertà delle donne.

“Poverino, è sempre in ufficio”, la pezza di ogni mancanza maschile domestica, ai tempi del Covid si è trasformato più rapido di Clark Kent davanti a una webcam in “Poverino, non può andare in ufficio”, mentre il nostro si apprestava ad affrontare i rischi di una videochiamata con il capo in piena pandemia, rigorosamente dietro una porta chiusa. Spesso quella dello studio della moglie, che in casa ci ha lavorato da sempre, tastiera del pc in una mano e pappina pronta a essere rigurgitata nell’altra. Perché le porte chiuse sono per i dilettanti, diciamolo. Noi siamo capaci di gestire un intero dipartimento dall’angolo del tavolo del soggiorno, lanciando pastelli colorati e regole matematiche ai figli concentrati nelle videolezioni. “Abbassa la voce, il papà sta lavorando.”

“Io costruisco il nido e lui, come il cuculo, me lo occupa sfrattandomi” mi ha scritto  un’amica. Perché alle donne che lavorano si può “tenere compagnia”, ma gli uomini che lavorano non “possono essere disturbati”. “Che fortunata, sei, ad avere un marito che ti lascia lavorare” mi confessò di essersi sentita dire un’altra amica, che si faceva carico di tutte le spese domestiche. Perché il lavoro rende l’uomo nobile, ma la donna nubile.

E così eccoci qui, tutte appollaiate sull’angolo delle videochiamate altrui, strette fra un esperimento che secondo la maestra aiuterà tuo figlio a sviluppare le sue doti di calcolo e di misurazione e che secondo te più probabilmente raderà al suolo la casa se ti distrai per un secondo, e il bisogno di attenzioni generalizzato che forse nasconde possibili traumi futuri o forse solo un certo fancazzismo egoista, ma che cosa conterà mai il tuo lavoro davanti alla possibilità di complicare le cose all’analista che fra trent’anni dirà ai tuoi figli che la colpa è stata tutta tua?

Dovremmo riprenderceli, il nostro studio, il nostro tavolo, la nostra porta chiusa, il nostro spazio, il nostro tempo. Se questo ci fa sentire egoiste, allora facciamo le egoiste. Se ci fa sentire stronze, allora facciamo le stronze. Se ci sentiamo in colpa, nove su dieci siamo nella direzione giusta. Alla peggio, avremo reso le cose più facili all’analista. Ma il punto non è neanche questo. Guardiamoli bene, tutti quei DO NOT DISTURB appesi a guardia del lavoro maschile. Sono i brufoli spuntati al patriarcato ai tempi del virus, sono un dito puntato verso la precarietà dei nostri traguardi, schiacciati come tante formichine dall’emergenza, sono la corazza del privilegio maschile. “La mamma è nuda” gridano in coro i bambini dai loro quadratini spalmati in casa dalle video lezioni come in una partita di Minecraft. Non lasciamoci rubare il nostro tempo proprio adesso. Non siamo più adattabili, non siamo più ingegnose, non siamo più versatili. Siamo solo più sacrificabili.

Non siamo mica tutti così (ma lo diciamo solo alle femministe)

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Si passa dal “Ma non siamo tutti così” a “Se voi femministe odiate gli uomini il problema non è nostro” curiosa contraddizione per cui se noi condanniamo un comportamento maschile ci viene risposto che non sono tutti così (loro, gli uomini), mentre noi invece (le femministe, donne) a quanto pare sì, siamo tutte così. Così come, non è dato capirlo. Incazzate, forse, e vorrei anche vedere. Incazzate senza garbo e senza grazia, peccato imperdonabile per il gentil sesso. Incazzate senza garbo e senza grazia per un problema che non ha niente a che vedere con l’accudimento altrui, ergo, al rogo.

C’è anche la versione più furbesca e malandrina del “Ero femminista anch’io, finché non ho capito che siete in guerra contro di noi” che sottintende probabilmente che scatti una ola alla dichiarazione di femminismo da parte di un portatore sano di testicoli, cosa che se non rientra nei motivi di beatificazione immediata dovrebbe se non altro garantirti uno stuolo di femmine adoranti.

Nello specifico, ho letto tutte queste reazioni al post in cui si denunciava un gruppo Telegram in cui padri si scambiavano foto delle figlie dodicenni, i fidanzati foto delle ex fidanzate e in cui la cosa più educata che si leggeva era l’invito a omaggiare a suon di sperma la foto della donna di turno. Il gruppo nel frattempo si è vantato di essere finito su Wired e ha già cambiato nome, come hanno fatto i molti che l’hanno preceduto e come faranno tutti quelli che verranno dopo. Sì, perché non basterà tutta l’indignazione social a fermarli, proprio come soltanto il coronavirus – forse – è riuscito a fermare i voli su cui posati capofamiglia cinquantenni andavano a fare sesso con minorenni thailandesi. Eppure anche in quel caso i “Non siamo mica tutti così” si sono sprecano da anni.

Perché non si fermeranno? Forse anche perché il mondo è pieno di tutti quegli uomini che non sono mica tutti così, ma quando ricevono un meme sessista su whatsapp rispondono con l’emoticon che si sganascia dalle risate. Poi certo, fra sé sono sicura che si stracciano le vesti per l’indignazione, ma quanti di loro davanti alla foto di un culo o di un paio di tette con battutaccia scopereccia di rigore alzano le dita sulla tastiera e scrivono “Questo meme nasce dalla stessa cultura dello stupro che in altri contesti vi fa schifo, cari miei, decidetevi”?

Quindi no, non siete tutti così, ma se viviamo in una società affascinata dalla violenza maschile, immersi in una cultura tutta testosterone, dove il maschile è potere e tutto il resto sono gradevoli sfumature di piacevolezza e maternità, se il femminile è un’eccezione di cui continua a decidere il genere maschile, questo succede perché il maschile se l’è conquistato non a suon di meriti, ma a suon di stupri, veri o virtuali che siano. Quello stupro a cui allude la metà dell’immaginario e dei messaggi da cui siamo circondati. Succede perché lo stupro è un’arma di potere e il motivo per cui pochi uomini fanno la morale davanti agli amici maschi, anche se poi drizzano la cresta indignati nei gruppi femministi, è che nel fondo lo sanno. Lo sanno che la loro indignazione stonerebbe come una nota non accordata, lo sanno che la loro indignazione li rende deboli fra i maschi e forti fra le femmine.

Quindi sì, vi crediamo, non siete tutti così. Ma non è a noi che dovete spiegarlo. Andate a dirlo alle persone giuste. Nei contesti giusti. Quando state per farvi una risata davanti a quel bel culo femminile e a tutto quello che in quel momento qualcuno millanta di farci, fermatevi a pensare a quanta fatica ci vuole per dire che “no, non fa ridere” e avrete la misura di quanta strada resta ancora da fare. A tutti quanti, insieme.

E quando sarà finita, pensiamo alle cose serie

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Quando la crisi finirà, ci sarà tanto di quel testosterone da smaltire nell’aria, nella comunicazione politica, nel modo di governare e di intendere l’autorità, che i diritti delle donne rischieranno di essere scacciati via come una spruzzata di lacca molesta. Se fino a ieri le cose serie si declinavano al maschile, da domani non si tratterà soltanto di quelle serie, ma della nostra sicurezza, dello spirito di sacrificio necessario per risorgere come comunità, della volontà comune di ripartire. E in quella volontà comune, le aspirazioni delle donne e i loro progetti di vita saranno ammennicoli graziosi che possono abbellire gli scaffali in tempo di noia, ma che in caso di emergenza devono essere spazzati via da un braccio possente e muscoloso, senza esitare, per fare spazio a quello che conta.

Nessuno ci dice abbastanza che quello che conta, ora, per salvarci, non sono le misure sempre più autoritarie, non sono i politici che fanno la voce sempre più grossa e neanche i militari o le forze dell’ordine. Senza nulla togliere al buon senso e alla necessità e all’importanza di restare in casa, in questi giorni a salvarci sono state la fantasia e la creatività e la generosità, di chi crea mascherine in 3D, di chi si reinventa professionalmente in un batter di ciglia, di chi regala il proprio lavoro, crea piattaforme on line, di chi sa che i problemi esigono soluzioni, non solo divieti.

Quando la crisi finirà, sarà facile, fin troppo facile, lasciarsi convincere che non c’è spazio per i sogni di tutti e che quelli delle donne devono essere i primi a cadere, per lasciare posto agli altri. Allora cominciamo da adesso a ricordarci che non esiste un solo modo di gestire la società, che i sacrifici non hanno genere, che nessuno potrà venire a dirci che il lavoro delle donne conta di meno o è meno utile per ripartire e che tutto questo sfoggio di autorità e potere sulla vita delle persone è un vizietto a cui più d’uno farà fatica a rinunciare, soprattutto in una società in cui i maschi ultracinquantenni si aggrappavano al potere con i cerotti di un ego smarrito, e non è che l’altra faccia dei sorrisi paternalistici con cui hanno guardato al nostro impegno fino a ieri.

Uomini che amano le donne

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Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

“L’uomo che ama le donne.” L’ho letto di recente in un titolo, non ricordo riferito a chi, a uno stilista, mi pare. Basta provare a inserire “l’uomo che ama le donne” in Google e i risultati non mancano. Sono decine, forse anche di più, gli uomini che sono stati fregiati del titolo. Stilisti, registi, dalla bellezza all’erotismo, dai capelli alle scarpe alla moda, chi se ne occupa, per definizione, “ama le donne”. Ora provate a cercare su Google “la donna che ama gli uomini”. I risultati sono molti di meno e sono tutti porno.

Mi è tornato in mente in questi giorni in cui si parla di registi quarantenni che abusano di ragazzine tredicenni e vengono comunque difesi da un esercito di sì, ma e però. Perché il nesso esiste. L’amore degli uomini verso le donne ha sempre qualcosa di magnanimo, generoso, inattaccabile. Nessuno degli uomini che sono stati definiti così è automaticamente uno stupratore, va da sé, ma l’idea di amore sottesa a quella definizione è la stessa che rende tanto facile giustificare lo stupro di una minorenne, soprattutto quando l’uomo in questione è ricco e potente. Perché l’amore degli uomini ha sempre i toni della concessione. L’amore degli uomini, nella mentalità e nella cultura dello stupro in cui siamo immersi, non è quasi mai colpevole.

L’amore delle donne invece sì. L’amore delle donne è egoista, esigente, fastidioso, molesto. Le donne che amano gli uomini non concedono, si prendono qualcosa di loro, danno sfogo a libidini e lussurie che hanno qualcosa di illecito non appena escono dal letto coniugale. L’amore degli uomini è simpaticamente godereccio, un po’ zozzone a volte ma comunque romantico, abbastanza da cancellare ogni abuso di potere, anzi, più grande è il potere, più piccolo sembra diventare l’abuso, più lo stupro finisce per tingersi di privilegio, un biglietto di sola andata per il successo.

Gli uomini che amano le donne esistono, certo, ma dovrebbero essere le donne a scrivere la definizione e i confini di quell’amore. Finché a deciderlo saranno gli uomini o una cultura declinata al maschile, i quarantenni ricchi e famosi continueranno a stuprare tredicenni in un silenzio colpevole, e se non saranno abbastanza ricchi e famosi, voleranno fino a un paese in cui lo sembrano, e ci sarà sempre qualcuno pronto a dire sì, ma anche lei però. E un sacco di uomini pronti a spiegare alle minorenni perché quello non era uno stupro.

 

La gratitudine che uccide le donne

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Foto di Free-Fotos da Pixabay

La gratitudine in una coppia è pericolosa, quando si insinua nelle fondamenta e diventa materia stessa della relazione, quando la definisce. Come il rancore, vi apre crepe sottili e impercettibili, che finiscono per minarla e renderla fragile. Possiamo essere riconoscenti al partner per decine e centinaia di motivi diversi. Ma nel momento in cui siamo riconoscenti perché ci ha portate all’altare, perché ha accettato di formare una relazione stabile e mettere su famiglia, allora la gratitudine, come il rancore, rischia di trasformarsi in uno scarto impossibile da colmare. Una relazione nata all’insegna del debito non può essere sana, vi sarà sempre una parte più debole e una più forte, una che si sente in dovere di pagare il prezzo di quel debito e/o un’altra in attesa di riscuoterlo.

Che cosa succede allora in una società che ha fatto della gratitudine un aspetto fondante delle relazioni fra uomini e donne? In una società in cui gli uomini vengono “incastrati” dalle donne, trascinati all’altare, costretti a rinunciare al proprio scanzonato ego adolescente dai ceppi del matrimonio e da quelli della paternità? In cui alle donne con troppo carattere si dice che non troveranno nessuno che se le piglia e in cui “donna sola” è un ossimoro sgradevole che evoca gatti e porte che si chiudono invece di aprirsi? In cui le donne rompono, per definizione, e gli uomini le sopportano? Succede che le donne si convincono di dover essere grate all’uomo che le ha scelte, che se le è prese, che ha sacrificato la propria libertà per loro. Quando basterebbe dare un’occhiata alle statistiche per capire che, nel caso, la gratitudine dovrebbe essere tutta maschile, per ogni donna che accetta a suo rischio e pericolo di entrare in una relazione in cui vengono commessi l’85% dei delitti in cui la vittima è di sesso femminile.

Questo squilibrio di fondo nelle relazioni di coppia non è solo il pretesto per battute e barzellette tanto radicate quanto sessiste. Questo squilibrio di fondo uccide. È quella gratitudine a convincere molte donne a tacere, a sopportare, a pagare il prezzo per essere state sposate. È quella gratitudine che si traduce in diritto, compreso il diritto di alzare le mani, a volte. Ogni volta che facciamo i complimenti a una sposa e le nostre scherzose condoglianze allo sposo stiamo rafforzando una cultura che uccide. Ogni volta che una donna sente, da qualche parte dentro di sé, di dover essere grata all’uomo che l’ha sposata non per la felicità che le ha regalato, non per gli anni meravigliosi trascorsi insieme, non per i gesti quotidiani di rispetto e di amore, ma perché quella gratitudine rientra fra i suoi doveri di donna, diventa automaticamente più vulnerabile.

La colpa di chi uccide è sempre e solo di chi uccide. Ma ad armargli la mano, a volte, è un’intera società.

E allora gli uomini?

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Puoi decidere di occuparti solo di uncinetto, di cucina vegana bio a chilometro zero, dei fossili di oreopiteco o di come scaccolarsi con l’alluce e nessuno avrà niente da ridire (tranne forse l’alluce). Ma se decidi di occuparti solo di donne, allora apriti cielo.

Occuparsi esclusivamente di libri scritti da donne, di quadri dipinti da donne o di apriscatole inventati da donne, dichiarandolo nelle intenzioni, sarebbe sessista. Il che peraltro travisa completamente il senso del sessismo, perché occuparsi esclusivamente di libri scritti da uomini o di musica composta da uomini, dichiarandolo nelle intenzioni, non è sessista per niente. Lo diventa nel momento in cui spacci quello di cui parli per rappresentazione dell’intero panorama culturale e dell’intera società.

Ma il punto, non facciamoci fregare, non è la definizione di sessismo. Il punto è che ad alcuni uomini ancora non va giù che ci siano donne che si interessano, si occupano e si battono per qualcosa che riguarda loro e loro soltanto. “Ma come, e noi?” insorgono. “Perché non vi preoccupate della nostra arte”, sembrano voler dire, “o almeno di quella di tutti quanti, PRIMA che della vostra?”

Ecco allora il bisogno di sminuire il lavoro di quelle donne, di trattarlo con condiscendenza sommergendolo di vezzeggiativi e di un alone di superficialità e carineria. Se non ti occupi di un uomo, allora sei superficiale, va da sé, quasi per definizione. Quanto assomiglia al rancore del bambino trascurato l’ostilità nei confronti delle donne che scelgono di dedicarsi solo a se stesse? Quanto è facile tacciarle di egoismo e vanità perché non hanno scelto almeno una qualche nobile causa da cui dipenda la sopravvivenza dell’umanità, dell’umanità tutta, si intende.

Se le donne che hanno successo infastidiscono, quelle che lo fanno in un terreno esclusivamente femminile, dedicando le proprie energie esclusivamente alle donne, infastidiscono il doppio. Perché ci occupiamo del nostro bene, invece di sacrificarci per quello di tutti gli altri. Perché ogni tanto veniamo prima noi.

Quello che le donne sentono

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“Se non volevi essere molestato, potevi evitare di metterti quella maglietta aderente, no?”

“Copriti un po’ i pantaloni, per favore, ti stanno guardando tutte.”

“Vai tranquillo, con quel culetto lì puoi dire quello che vuoi alla riunione.”

“Quello lo dà via con niente.”

“E i tuoi amici? Sono carini come te? Perché non chiami anche loro?”

“Questa posizione richiede la disponibilità a viaggiare, trasferte all’estero, riunioni con i clienti anche di sera e nel fine settimana. Lei è padre di due figli, quindi non avrà una disponibilità così ampia, giusto?”

“Perché non impari qualcosa dal tuo amico Paolo. Lui sì che sa come far godere una donna.”

“Cioè, siamo usciti a cena, ti ho ascoltato tutta la sera, ho riso delle tue battute, ti ho pure accompagnato a casa e adesso mi vieni a dire che non posso scoparti?”

“Lo sanno tutti come hai fatto carriera, sempre a mettere in mostra gli addominali…”

“Se continui a ingrassare così, poi per forza che tua moglie ti lascia.”

“Con quel pigiamone sei proprio in tenuta antistupro!”

“Sotto i venti centimetri non è vero amore.”

“Questo ora si sposa, quasi quasi lo licenziamo subito, capace che si mette a figliare.”

“Avanti, era solo una palpatina, era un complimento, no? Che permaloso…”

“Dai, facci divertire un po’. Non fare il guastafeste, abbassa i pantaloni e facci sognare.”

“Se insisti ad avere quel caratteraccio, non troverai nessuna che ti sposa.”

“Dovresti metterli sempre quei jeans belli attillati davanti, come piace a noi donne.”

“Con quegli argomenti che hai fra le gambe, come faccio a non assumerti?”

“Sei carino, ma dovresti sorridere più spesso, sai?”

“Potresti aprire un po’ di più la camicia e mostrare i pettorali, con tutto il ben di Dio che hai, no?”

“Dai, ammettilo che ti è piaciuto.”

“Quando ti decidi a fare un figlio?”

 

Allora, uomini, siate sinceri, che effetto fa?

(Grazie come sempre al gruppo Facebook di Rosapercaso, da cui sono tratti quasi tutti gli esempi.)

 

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