Uomini, non sostenete le battaglie delle donne

shield-1559118_1280

“Non è una guerra contro gli uomini.” Lo ripetiamo fino allo sfinimento. Quella del femminismo è una battaglia contro un modo di intendere le donne, contro una cultura che ci ha educati tutti quanti, uomini e donne. Quando ce la prendiamo con le battute e gli atteggiamenti sessisti, il nostro obiettivo non sono gli uomini, ma la cultura da cui scaturiscono, in cui scorre un filo rosso che unisce quelle battute allo stupro e alla violenza di genere.

Allora perché certi uomini dicono di voler sostenere le “nostre” battaglie? Perché non dire che anche loro combattono contro quella stessa cultura, a modo loro, con i loro strumenti e le loro risorse? Non si tratta di “aiutarci” qual cavalier servente e neanche di “metterci la faccia” che sa un po’ di volontariato a costo zero. Non è che non li vogliamo accanto, certo che abbiamo bisogno di loro, ma abbiamo bisogno che facciano la loro parte, non la nostra. La nostra la sappiamo fare benissimo da sole.

Il lavoro non manca. C’è da riscrivere da capo l’abbecedario del corteggiamento, delle relazioni amorose e del sesso. C’è tutto un campionario di mascolinità tossica da smentire e reinventare. Ci sono centinaia di battute, modi di dire e di pensare che ci avvertono, come la spia rossa sul cruscotto, che c’è qualcosa che non va nelle relazioni fra i sessi.

Non vogliamo essere elogiate, non vogliamo essere difese, non vogliamo sentirci dire che meritiamo rispetto perché siamo le sorelle, le madri o le figlie di qualcuno. Non vogliamo sentirci dire che la donna è una creatura meravigliosa perché è in grado di dare alla luce, come se dare la vita esaurisse l’universo femminile. Non vogliamo sentirci dire che la donna sacra, perché il sacro è patrimonio collettivo ed è proprio la percezione della donna come bene collettivo quello che combattiamo. Dire che amate tanto le donne non sposta le nostre lotte di un centimetro e se lo fa è per riportarle indietro. Essere sorelle, figlie, madri, creature sacre e meravigliose non ci rende più libere, tutto il contrario. Rende più libero qualcun altro di fare ciò che crede con noi.

Se davanti a una battaglia femminista pensate di dover aiutare le donne, allora non avete capito il senso di quelle battaglie. Non serve impiastricciarsi di rosso la faccia per dire che le donne non devono essere picchiate. Non abbiamo bisogno che sosteniate le nostre battaglie, abbiamo bisogno che combattiate le vostre.

Dove sono gli uomini?

uomo violento tutte

Queste immagini sono i primi quattro risultati che ho ottenuto dopo aver cercato su Google “uomo violento”. L’uomo dov’è? Non c’è. Non c’è quasi  mai. Se è presente, salvo rare eccezioni troviamo un pugno, la tasca posteriore dei jeans, un braccio, una spalla. La parte scelta non è quasi mai il viso, ma un dettaglio molto più anonimo e astratto, privo di emozioni. Nel caso delle donne, invece, il volto è quasi sempre presente.

L’uomo nella rappresentazione della violenza non esiste. La causa diretta del problema è assente dal racconto di quel problema, dimenticata, e quindi parzialmente assolta. Se la donna è al centro di quella rappresentazione, in qualche modo ne deduciamo che ne sia anche responsabile, che il problema sia suo, prima che dell’aggressore, che la colpa sia declinata al femminile, proprio come le immagini.

La donna delle immagini si difende, si nasconde, si sottrae alla violenza. Ed ecco allora il secondo messaggio: donne, difendetevi, fate qualcosa, per la miseria, se non volete farvi picchiare. Per averne la conferma, basta leggere i titoli dei risultati collegati a quella ricerca: “Come riconoscere un uomo violento” “Che cosa fare se incontri un uomo violento” “Come difendersi da un uomo violento”. Il tutto, lo ricordo, partendo da una ricerca che includeva soltanto le parole “uomo” e “violento”, senza alcun riferimento alle donne.

Infine il volto femminile, un volto distorto dalle emozioni, stravolto dalla paura, in netto contrasto con l’immobilità del pugno, che trasmette forza, fermezza e decisione, oltre che rabbia e aggressività. Ricordo bene una vittima di violenza che mi raccontò che non provava più dolore per i colpi del marito, che la paura lo cancellava, cancellava tutto il resto. La paura fredda e immobile che ti mangia dentro, non quella delle mani sulle orecchie o degli occhi strizzati. L’altro messaggio quindi è che la donna sia emotiva, instabile e fragile, e l’uomo invece saldo, forte, decisamente più dalle parti dell’autorità che del delinquente.

Queste immagini non raffigurano: additano, incolpano, scaricano responsabilità. Compresa la responsabilità di difendersi. Lo conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, il fatto che la maggior parte dei post sull’argomento si rivolga a una lettrice donna, non a un uomo.

La violenza sulle donne, insomma, resta ancora un problema tutto femminile. La provochiamo, la subiamo e dobbiamo imparare a impedirla. E intanto gli uomini, la stragrande maggioranza senza colpe e la minoranza colpevole, si sentono autorizzati a guardare altrove, perché il problema, dicono quelle immagini, non li riguarda.

Dolcemente complicate

bird-cage-2767374_1280

Un giorno il padre di un’amica mi raccontò che l’animale a cui più aveva voluto bene era stato un pappagallino cenerino. Era morto una notte d’estate, se lo ricorda perché era la settimana più calda degli ultimi dieci anni, secondo la televisione, e lui non riusciva a dormire. E al piano di sotto il pappagallo non stava zitto un secondo.

Al mattino, quando si alzò, lo trovò morto. Si avvicinò alla gabbia e si accorse che era rimasto senz’acqua. “Come facevo a capirlo?” mi chiese, sconsolato. Mi trattenni dal fargli notare che probabilmente era quello che l’animale aveva cercato di dirgli per tutta la notte, mentre lui sprimacciava il cuscino e gli gridava di non rompere e lasciarlo dormire.

L’episodio mi torna in mente ogni volta che sento un uomo sostenere che le donne non le capisce nessuno e che diciamo una cosa ma ne intendiamo un’altra e che è impossibile decifrare che cosa vogliamo. Nove volte su dieci, quello stesso uomo poi si lamenterà perché la fidanzata non sta zitta un attimo e non fa che dargli il tormento e parlare e parlare, perché le donne devono sempre essere così rompiscatole e non ci lasciano in pace, ogni tanto?

Siamo come quei pappagallini senz’acqua. Parliamo e nessuno ci sta a sentire, perché la voce delle donne è fastidiosa, è carica di pretese e di capricci e di presunzione. La voce degli uomini sa, insegna, consiglia, informa. La voce delle donne è lamentosa, arrogante, incontentabile, umorale. E così, che strano, nessuno ci capisce e a nessuno sorge il dubbio che forse, se ci ascoltassero, scoprirebbero che non c’è niente di così misterioso e impenetrabile in noi.

Chissà, forse ascoltandoci qualcuno scoprirebbe che abbiamo dei sogni e che i nostri sogni hanno bisogno di tempo e che spesso è del sacrificio di quei sogni che si nutre l’equilibrio domestico e familiare. Che averli calpestati ha reso tutto più facile agli altri, ma ha reso tristi e insoddisfatte noi. Che i nostri progetti sono incompatibili con la cura altrui, che la nostra forza non serve solo a sopportare, anche a creare. Che se non ci proviamo, quasi sempre, è perché ci hanno convinte che non ne saremo capaci. E che se stiamo zitte, molto spesso, è perché sono riusciti a farci sentire sole e sbagliate, fra tante altre donne che si credono sole e sbagliate in silenzio.

Se ci ascoltassero, scoprirebbero che la violenza sessuale ha mille facce diverse, che avviene anche nel silenzio e non solo fra urla e schiaffi. A volte perfino fra una dichiarazione d’amore e l’altra. Se ci ascoltassero, si renderebbero conto di quanto suona vuota la parola violenza del loro vocabolario in confronto all’umiliazione, all’impotenza, ai sensi di colpa, al mutismo doloroso in cui sprofondano le donne che subiscono, che perdono il diritto sul proprio corpo. Se ci ascoltassero scoprirebbero mille sfumature di dolore, quel dolore che non lascia lividi e non lascia tracce, in una cultura che non ha interesse ad ammetterlo e a riconoscerlo.

Se ci ascoltassero, forse, sarebbe più facile capire che quando una donna viene penetrata senza averlo deciso e senza averlo desiderato, quella è violenza. Che se una ragazzina ubriaca viene penetrata a turno da più uomini, quella che ha subito è un’aggressione che nessuna società civile dovrebbe tollerare. Anche se non ha detto di no. Perché se ci ascoltaste, quel no l’avreste sentito eccome, l’avreste sentito nascere dentro di voi, prima che sulle labbra di quella ragazza. Se ci ascoltaste, invece di sbuffare e girarvi dall’altra parte nel letto, forse avremmo qualche possibilità in più di salvarci.

Se hai paura, è violenza

life-1428183_1280

“Non sarà esagerato chiamare un centro antiviolenza se non mi ha mai messo le mani addosso?”

“Farò la figura della scema?”

“Mi diranno che hanno cose più gravi e importanti a cui pensare?”

Quando è violenza? Dove inizia la violenza psicologica? Quanti tipi di violenza esistono? Troppe donne non sono consapevoli di trovarsi in una situazione di pericolo, che le legittima a chiedere aiuto. Grazie alle risposte e alle testimonianze raccolte sulla pagina Facebook di Rosapercaso, ecco un elenco (incompleto) di casi in cui sì, è violenza. E sì, probabilmente hai bisogno di aiuto. Se ti sembra troppo presto, non aspettare che sia troppo tardi.

Se ti minaccia, è violenza.

Se ti controlla, se ti segue, se vuole sapere sempre dove sei, è violenza.

Se ti umilia, è violenza.

Se urla, è violenza.

Se prende a pugni le porte, se sbatte le sedie per terra, se spacca un bicchiere contro il muro, è violenza.

Se ti spinge, se ti pizzica, se ti graffia, se ti stringe troppo, se ti prende a calci, se ti strattona, se ti schiaffeggia, se non si ferma quando gli dici che ti fa male, è violenza.

Se ti costringe a restare in una situazione di dipendenza, di qualunque dipendenza si tratti compresa quella economica, è violenza.

Se non rispetta i tuoi no, è violenza.

Se vuole accompagnarti ovunque, se ti impedisce di andare in palestra, di viaggiare, di uscire con i tuoi amici o ti dice a che ora devi rientrare, è violenza.

Se ti fa sentire una nullità, è violenza.

Se pretende di gestire quello che ti appartiene, è violenza.

Se ti fa il vuoto attorno, è violenza.

Se limita la tua libertà in qualunque modo, è violenza. 

Se decide per te, è violenza.

Se ti colpevolizza, è violenza.

Se ti manda regali indesiderati e inopportuni, è violenza.

Se ti ignora costringendoti ad affrontare il suo silenzio, è violenza.

Se ti proibisce di lavorare o di studiare, è violenza.

Se ti addossa compiti e responsabilità che dovrebbero essere di entrambi, è violenza.

Se ti controlla il cellulare, è violenza.

Se hai paura, è violenza.

Se credi di avere bisogno di aiuto, o anche solo se vuoi scoprire se hai davvero bisogno di aiuto, puoi rivolgerti a un centro antiviolenza (li trovi sul sito di D.I.Re Donne in rete contro la violenza) o chiamare il numero gratuito 1522, il servizio pubblico del Dipartimento per le Pari Opportunità che offre sostegno per i casi di violenza e stalking.

No, non sei uno dei casi patetici di cui parlano i giornali o gli spot contro la violenza di genere, non lo sei perché non esiste una situazione uguale all’altra, come non esiste una donna, una relazione o una soluzione uguale all’altra. Ma fingere di non avere bisogno di aiuto non ti salverà. Provare a chiederlo forse sì.

 

Piccolo decalogo contro la violenza di genere

hradec-kralove-2490683_1280

1. Mai accettare di vedersi un’ultima volta. Mai. Neanche per un saluto rapido, in un luogo pubblico, insieme a un’amica, per riprenderti la collana a cui tieni tanto, per rivedere il cane. Mai. Non glielo devi, non lo devi agli anni trascorsi insieme, non è un prezzo da pagare per lasciarlo, non sei obbligata a scrivere nessuna parola “fine”. La parola fine l’ha già scritta lui, tu devi solo chiudere il libro. L’ultimo saluto rischia di essere davvero l’ultimo.

2. Non permettergli di isolarti. È uno dei primi segnali di allarme. Ti fa il vuoto attorno. Comincia parlando male delle tue amiche, che sono tutte egoiste, non lo vedi come ti trattano, non vedi che si approfittano di te, sei sempre tu a chiamarle, mai loro. Dopo le amiche è il turno della famiglia, soprattutto se è una famiglia presente nella tua vita. Poi, quando arrivano i figli, diventa ancora più facile usarli per tenerti in casa. Non ha più neanche bisogno di proibirtelo, gli basta fare appello ai tuoi doveri di madre, ai tuoi sensi di colpa, alle tue paure, che la bimba piange finché non torni e io domani lavoro. E tu hai paura che gli scappi uno dei suoi urli, che perda la pazienza con i bambini, che gli scappi lo schiaffo, e resti in casa. E resti sola.

3. Se ti mortifica costantemente il problema è lui, non sei tu. Se critica il tuo aspetto, se ti dice di mangiare meno dolci, se ti fa sentire goffa e brutta e sbagliata. Se ti dice che stai ingrassando, che dovresti cambiare taglio o colore di capelli, che dovresti truccarti di più o di meno, stringere le gonne o allargarle. Se ti fa sentire vecchia, inutile, poco sexy, poco desiderabile. Se sminuisce il tuo lavoro, se ne parla come se fosse banale, sciocco e irrilevante, e non perché ti meriti di meglio, ma perché di meglio non sai fare. Se ti dice che cosa mangiare, quanti chili dovresti perdere, che cosa devi cucinare e come, come devi tenere la casa. Se in qualunque momento hai la sensazione che il tuo valore dipenda da lui, allora non sei sbagliata. Sei in pericolo.

4. Ogni volta che non siete in due a decidere di fare sesso, è violenza. Se ti obbliga a fare sesso quando non vuoi, ti sta usando violenza. Se ti chiede di assecondare i suoi gusti, se insiste, se ti costringe a fare quello che non vuoi quando non vuoi e come non vuoi, è violenza. Sempre. Se ogni sera fai sesso con lui solo per tenerlo buono anche dopo aver messo in chiaro che non ne avevi voglia, quella è violenza.

5. Se lo fai per non farlo arrabbiare, è violenza. Se ti sforzi di tenere la casa pulita perché non si arrabbi, di avere la cena pronta quando rientra perché non si arrabbi. Se ti vesti come gli piace perché non si arrabbi. Se non esci con le amiche per non farlo arrabbiare. Se non spendi troppo per non farlo arrabbiare, se gli nascondi le bollette o un maglione nuovo per non farlo arrabbiare, se quando esci torni presto per non farlo arrabbiare. Se chiedi ai bambini di non fare rumore perché lui non si arrabbi, ogni volta che percepisci la violenza in casa, anche quella che non lascia lividi, non sei tenuta a sopportarla. Non importa quanto ti sforzi e quanto ti impegni e quanto ci stai attenta, se pensi di dover cambiare per non farlo arrabbiare, prima o poi si arrabbierà.

6. Se ti colpisce una volta, lo farà anche una seconda. Dove è passata la violenza non crescono le seconde opportunità. Se ti dà uno schiaffo una volta, la volta dopo te ne darà due. L’unica cosa che cambierà è che invece di chiederti scusa lui, finirai per chiederglielo tu. Uno basta. Uno è già troppo.

7. Non hai bisogno del permesso di nessuno per lasciarlo. Non hai bisogno di convincere le persone che ti stanno attorno. Non hai bisogno della complicità della sua famiglia o del sostegno della tua. Non hai bisogno di fargli capire che ha sbagliato e che ha torto. Non hai bisogno che nessuno venga a dirti che hai ragione. Tu lo sai.

8. Non hai niente da perdonarti. Sì, avresti potuto lasciarlo prima. Sì, avresti potuto cacciarlo prima di casa. Sì, avresti potuto difenderti. Sì, avresti potuto colpirlo più forte. Sì, avresti potuto denunciare. Sì, avresti potuto impedirglielo. Sì, avresti potuto convincerti che meritavi di meglio. Sì, avresti potuto fidarti prima di te stessa. No, non è colpa tua.

9. Non sei costretta a odiarlo per salvarti da lui. Non c’è un prezzo da pagare in amore. Non sei tenuta a sopportare, non sei tenuta a soffrire, non sei tenuta a sacrificarti, non sei tenuta a metterti in secondo piano, non sei tenuta a rinunciare a niente. L’amore aggiunge, non sottrae. Se fa male non è amore, ma il percorso per salvarti non passa necessariamente dall’odio. Se non vuoi odiarlo, se non puoi odiarlo, se odiare chi hai amato è troppo doloroso e ti farebbe sentire ancora più sbagliata, non sei costretta a farlo. Se disprezzarlo significa disprezzare una parte troppo grande di te stessa e gettare alle ortiche una parte troppo grande della tua vita, non farlo. La priorità è salvare te stessa, non condannare lui.

10. Non sei sola e non sei sbagliata. Anche quando ti senti più sola che mai. Dietro di te ci sono tutte le altre donne che si sono sentite altrettanto sole, perché come te vivevano in un mondo declinato al maschile, in cui le regole sono scritte al maschile e quel che è giusto e sbagliato lo decidono i bisogni degli uomini. Non sei debole. Ci vuole forza per sopportare. Per salvarti te ne basterà meno di quanta ne hai avuta finora.

 

Queste note sono il frutto delle discussioni e dei commenti ai post sulla pagina Facebook di Rosapercaso. Sono emerse dalle testimonianze, dai messaggi che ho ricevuto in privato, dalle voci delle donne che hanno deciso di raccontarsi, per aiutarsi e aiutare. Da sola non avrei mai potuto scriverli.

Se vi trovate in una situazione simile, rivolgetevi al Centro antiviolenza più vicino. Se non sapete a chi rivolgervi, cercate sul sito di D.i.Re Donne in rete contro la violenza, dove trovate tutti i contatti e le informazioni utili.

Autodifesa al femminile

L’anno scorso sotto Natale presi parte a un corso di autodifesa a scopi benefici. Durò poco più di mezza giornata e per il modico prezzo di un giocattolo mi portai via molti consigli utili. 

Quali erano i punti più sensibili in cui colpire, come atterrare anche l’avversario più nerboruto con un colpo di nocche, cose così. Allo stesso corso ci spiegarono anche che le modalità di aggressione, secondo le statistiche, sono molto diverse fra uomini e donne. Gli uomini hanno più probabilità di essere aggrediti in gruppo e da estranei. Le donne da una sola persona, conosciuta.

Mentre tornavo a casa, più baldanzosa e impavida del solito, all’improvviso mi resi conto che quello che avevo imparato, stando alle statistiche, non sarebbe servito a granché. Al corso eravamo tutte donne, ma gli istruttori erano uomini e per quanto bravi fossero, i loro consigli erano tarati sulla sicurezza maschile, non su quella femminile.

I corsi di autodifesa rivolti alle donne sono cosa buona e giusta, ma sono pensati per i problemi e le necessità degli uomini, non delle donne. In una società in cui la violenza di genere avviene quasi sempre fra le pareti di casa e per mano di persone conosciute, in cui non si tratta di episodi eccezionali che avvengono in un vicolo buio, ma della quotidianità di molte donne e di molte coppie, ciò che insegnano quei corsi è utile, ma non basta.

Dare un colpo di nocche allo sterno forse sarà utile in una strada buia, ma non nella propria cucina e non per difendersi dalla rabbia di un compagno o del marito. Farsi trovare con le mani sollevate pronte a difendersi può servire se si avvicina un estraneo, ma non lo faremo mai con una persona conosciuta, se non di istinto.

Per difendersi dalla violenza che ci riguarda davvero, in quanto donne, ci serve altro. Serve la consapevolezza di avere il diritto di dire di no, servono limiti chiari posti intorno alla propria felicità e ai propri diritti. Serve sapere che la felicità e la soddisfazione altrui non sono la misura del nostro valore, che se il marito o compagno è infelice è un problema suo o di entrambi, ma non nostro. Che la felicità altrui non è una nostra responsabilità. Serve convincersi di non essere costrette a essere l’anima del focolare, che non dobbiamo scusarci se la cena non è pronta o se la casa non è in ordine. Serve avere ben chiaro che le donne non sono nate per sopportare o per mettere le pezze all’infelicità e ai fallimenti altrui, che non sono obbligate a sacrificare se stesse e il proprio tempo libero e i propri sogni in nome della pace domestica.

Bisogna riscrivere la definizione di violenza in termini non più solo maschili, e così anche la definizione di lotta e di difesa. Perché per difenderci abbiamo bisogno di una diversa percezione del nostro ruolo e della nostra identità. La forza di reagire nasce dentro di noi, dalla consapevolezza del diritto. Nasce dove muoiono i nostri sensi di colpa.

Anna P, 42 anni, strangolata dal marito

3842912076_5e3a07c7b2_o
Foto di Barbara Krawcowlcz (CC)

Mi chiamo Anna, insegno matematica in un liceo scientifico, sono sposata e ho un bambino che compirà quattro anni fra cinque mesi. Ogni tanto vado in palestra. Ci andavo, in realtà. Da quando mi sono sposata non ho più il tempo. Anzi, prima o poi devo passare e disdire l’abbonamento. Mio marito si arrabbia sempre quando gli dico che non l’ho ancora fatto e ha ragione. Comunque, dicevo, amo la musica classica e con la mia amica un tempo andavamo a un sacco di concerti. Adesso, con la famiglia e tutto il resto ci andiamo molto meno, ma ce n’è uno il mese prossimo al teatro qui in zona e ci siamo ripromesse di andarci davvero, questa volta. Domani devo ricordarmi di comprare i biglietti, quando esco da scuola. Ah, no, domani è il giorno che devo portare mio figlio dal pediatra, è vero. Dopodomani, allora.

Comunque, sono una donna fortunata. I miei genitori sono ancora vivi e non hanno problemi di salute troppo gravi, ho amiche magnifiche, un lavoro che mi piace e con i colleghi… insomma, non posso dire di andare d’accordo proprio con tutti, ma alcuni di loro sono simpatici. Ogni tanto si organizzano e vanno a mangiare una pizza tutti insieme. Io non posso andare, con il bimbo ancora piccolo, ma appena sarà un po’ più grande mi hanno fatto promettere che non inventerò più scuse e sarò dei loro.

Di tutti i momenti della giornata, i più belli sono quelli che trascorro con mio figlio, quando vado a prenderlo all’asilo e ce ne stiamo insieme noi due, nel nostro mondo speciale. Se c’è bel tempo andiamo ai giardinetti in piazza, altrimenti ce ne torniamo a casa e guardiamo i cartoni insieme oppure mi invento qualche attività da fare con lui. Martedì scorso per esempio abbiamo fatto i biscotti e abbiamo riso un sacco. Certo, poi ho dovuto rimettere tutto a posto prima che rientrasse mio marito, è stata una faticaccia, ma ci sono riuscita e non c’era più neanche un granello di farina quando lui ha suonato il citofono.

Ecco, se proprio potessi cambiare qualcosa nelle mie giornate, l’unica cosa che vorrei che scomparisse è quella sensazione d’ansia che mi stringe lo stomaco quando alle sette e mezzo suona il citofono e so già che mio marito arriverà su arrabbiato per come gli è andata al lavoro e sarà di cattivo umore e mi insulterà per qualcosa che ho fatto male. Ecco, è quello l’unico momento della giornata che non mi piace. Ma passa in fretta. In fondo basta andare a dormire presto e quando mi sveglio di solito lui sta ancora dormendo. Tranne la mattina dopo quella sera, quando mi ha dato uno schiaffo perché non avevo pulito bene il fornello e sono finita contro il frigorifero e mi si è conficcata la maniglia nella schiena. Quella mattina si è svegliato prima apposta per scusarsi e mi aveva preparato la colazione e si capiva che era dispiaciuto davvero. Così gli ho detto che non importava, che non era colpa sua se ero finita proprio contro la maniglia e che avrei fatto più attenzione a pulire bene i fornelli, adesso che sapevo che ci teneva tanto. In fondo vivere insieme è anche questo, no? Ricordarsi di quello che piace all’altro e starci un po’ attenti. L’amore è fatto di piccole cose, come ricordarsi quanto zucchero vuole tuo marito nel caffè, cose così.

L’altra sera, a proposito di caffè, quando lui era via per lavoro, la mia vicina è venuta a prenderlo da me dopo cena. Non avevo tanta voglia di bere il caffè, dopo cena poi, ma mi sembrava scortese non farla entrare. Che poi lei non l’ha neanche toccato il caffè. È rimasta seduta lì con la schiena rigida e mi ha detto che sentiva tutto da anni, ogni sera, e che avrei dovuto denunciarlo, lei era disposta a venire a testimoniare, non aveva paura, potevo contare su di lei. All’inizio non ho mica capito di che cosa parlava, giuro, e le ho chiesto chi era che dovevo denunciare. Lei mi ha risposto che sentiva mio marito urlare tutte le sere, e i mobili che sbattevano, e che suo figlio dormiva proprio nella camera che confinava con la nostra cucina e doveva portarlo via di corsa, nell’altra stanza, quella che dà sulla strada, in modo che non ci sentisse. Mi ha fatto tenerezza quella signora. Un po’ mi sono arrabbiata, all’inizio, ma poi mi ha fatto tenerezza, perché si capiva che voleva solo essere gentile. Allora ho cercato di essere più educata che potevo e le ho spiegato che ovviamente lei dall’altra parte del muro non poteva saperlo, non era colpa sua, ma mio marito mi ama davvero, mi tiene in palmo di mano, dovrebbe sentire come parla di me ai suoi amici. E come mi ha difesa sempre, davanti a sua madre e sua sorella. Solo che ha un modo di parlare un po’ brusco e grida troppo, su questo le ho dato ragione. Ma denunciarlo, ma no, ma che assurdità.

Lei ha provato a insistere, così alla fine ho dovuto chiederle di andarsene, anche perché avevo paura che finisse per svegliare il bambino. Non mi andava, in realtà, di provare a spiegarglielo. Che io in realtà ero fortunata, avevo una vita meravigliosa, piena di cose belle. Ma niente è perfetto, giusto? Tutti dobbiamo sopportare qualcosa che non ci piace, ogni tanto, ma mica per questo ne facciamo una tragedia. Io non sono come quelle disgraziate del telegiornale, che vengono picchiate dai mariti e dai fidanzati. Io ho una vita bellissima. Che cosa dovrei fare secondo la mia vicina? Rinunciare a tutto solo perché lei sente qualche urlo dall’altra parte della parete?

Più ripenso alla nostra conversazione, più mi viene una gran rabbia dentro. Io non sono una vittima, non c’entro niente con le storie che legge sul giornale. Io sono appena stata scelta dai ragazzi di quinta per accompagnarli alla gita di fine anno, hanno tanto insistito per andare con me, mica lo fanno con tutti. E ho i miei concerti, la palestra, i miei libri. E quella meraviglia di mio figlio. Io per mio figlio voglio una vita normale, una famiglia normale, con un padre e una madre. Non voglio che mio figlio abbia un padre violento. Ma poi violento perché? Per qualche schiaffo? Come se fossi l’unica che li piglia. Quel che è successo quando eravamo fidanzati non conta, è passato un sacco di tempo, lui è cambiato. No. La mia vicina con i suoi consigli e le sue belle parole vuole trasformarmi in qualcosa che non sono, vuole recitare la parte dell’eroina, ma io non ci penso neanche a recitare la parte della vittima. Mio figlio non avrà una vittima, per madre.

Per un po’ non ci siamo salutate più, con la vicina. C’è stato un momento in cui ho pensato di chiederle se voleva venire al concerto di Mozart con me, per dimostrarle che la mia vita è bella e felice almeno quanto la sua, se non di più, ma poi ho deciso di non farlo, tanto alla fine non ci sono potuta andare neanch’io. Era la sera della partita e mio marito non voleva che il bambino lo disturbasse. La mia amica si è arrabbiata un sacco, come se un uomo non avesse il diritto di guardarsi la partita, ogni tanto, dopo aver lavorato tutto il giorno.

Dal giorno della nostra chiacchierata, però, ogni volta che mio marito urla, la sera, io penso a quel bambino dall’altra parte del muro. Me lo vedo, magro magro com’è, con i capelli dritti in testa, in pigiama, che scappa fuori dalla stanza e tiene le mani premute sulle orecchie per non sentire, povera creatura spaventata e indifesa, e mi si stringe il cuore ogni volta.