Piccolo decalogo contro la violenza sulle donne

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1. Mai accettare di vedersi un’ultima volta. Mai. Neanche per un saluto rapido, in un luogo pubblico, insieme a un’amica, per riprenderti la collana a cui tieni tanto, per rivedere il cane. Mai. Non glielo devi, non lo devi agli anni trascorsi insieme, non è un prezzo da pagare per lasciarlo, non sei obbligata a scrivere nessuna parola “fine”. La parola fine l’ha già scritta lui, tu devi solo chiudere il libro. L’ultimo saluto rischia di essere davvero l’ultimo.

2. Non permettergli di isolarti. È uno dei primi segnali di allarme. Ti fa il vuoto attorno. Comincia parlando male delle tue amiche, che sono tutte egoiste, non lo vedi come ti trattano, non vedi che si approfittano di te, sei sempre tu a chiamarle, mai loro. Dopo le amiche è il turno della famiglia, soprattutto se è una famiglia presente nella tua vita. Poi, quando arrivano i figli, diventa ancora più facile usarli per tenerti in casa. Non ha più neanche bisogno di proibirtelo, gli basta fare appello ai tuoi doveri di madre, ai tuoi sensi di colpa, alle tue paure, che la bimba piange finché non torni e io domani lavoro. E tu hai paura che gli scappi uno dei suoi urli, che perda la pazienza con i bambini, che gli scappi lo schiaffo, e resti in casa. E resti sola.

3. Se ti mortifica costantemente il problema è lui, non sei tu. Se critica il tuo aspetto, se ti dice di mangiare meno dolci, se ti fa sentire goffa e brutta e sbagliata. Se ti dice che stai ingrassando, che dovresti cambiare taglio o colore di capelli, che dovresti truccarti di più o di meno, stringere le gonne o allargarle. Se ti fa sentire vecchia, inutile, poco sexy, poco desiderabile. Se sminuisce il tuo lavoro, se ne parla come se fosse banale, sciocco e irrilevante, e non perché ti meriti di meglio, ma perché di meglio non sai fare. Se ti dice che cosa mangiare, quanti chili dovresti perdere, che cosa devi cucinare e come, come devi tenere la casa. Se in qualunque momento hai la sensazione che il tuo valore dipenda da lui, allora non sei sbagliata. Sei in pericolo.

4. Ogni volta che non siete in due a decidere di fare sesso, è violenza. Se ti obbliga a fare sesso quando non vuoi, ti sta usando violenza. Se ti chiede di assecondare i suoi gusti, se insiste, se ti costringe a fare quello che non vuoi quando non vuoi e come non vuoi, è violenza. Sempre. Se ogni sera fai sesso con lui solo per tenerlo buono anche dopo aver messo in chiaro che non ne avevi voglia, quella è violenza.

5. Se lo fai per non farlo arrabbiare, è violenza. Se ti sforzi di tenere la casa pulita perché non si arrabbi, di avere la cena pronta quando rientra perché non si arrabbi. Se ti vesti come gli piace perché non si arrabbi. Se non esci con le amiche per non farlo arrabbiare. Se non spendi troppo per non farlo arrabbiare, se gli nascondi le bollette o un maglione nuovo per non farlo arrabbiare, se quando esci torni presto per non farlo arrabbiare. Se chiedi ai bambini di non fare rumore perché lui non si arrabbi, ogni volta che percepisci la violenza in casa, anche quella che non lascia lividi, non sei tenuta a sopportarla. Non importa quanto ti sforzi e quanto ti impegni e quanto ci stai attenta, se pensi di dover cambiare per non farlo arrabbiare, prima o poi si arrabbierà.

6. Se ti colpisce una volta, lo farà anche una seconda. Dove è passata la violenza non crescono le seconde opportunità. Se ti dà uno schiaffo una volta, la volta dopo te ne darà due. L’unica cosa che cambierà è che invece di chiederti scusa lui, finirai per chiederglielo tu. Uno basta. Uno è già troppo.

7. Non hai bisogno del permesso di nessuno per lasciarlo. Non hai bisogno di convincere le persone che ti stanno attorno. Non hai bisogno della complicità della sua famiglia o del sostegno della tua. Non hai bisogno di fargli capire che ha sbagliato e che ha torto. Non hai bisogno che nessuno venga a dirti che hai ragione. Tu lo sai.

8. Non hai niente da perdonarti. Sì, avresti potuto lasciarlo prima. Sì, avresti potuto cacciarlo prima di casa. Sì, avresti potuto difenderti. Sì, avresti potuto colpirlo più forte. Sì, avresti potuto denunciare. Sì, avresti potuto impedirglielo. Sì, avresti potuto convincerti che meritavi di meglio. Sì, avresti potuto fidarti prima di te stessa. No, non è colpa tua.

9. Non sei costretta a odiarlo per salvarti da lui. Non c’è un prezzo da pagare in amore. Non sei tenuta a sopportare, non sei tenuta a soffrire, non sei tenuta a sacrificarti, non sei tenuta a metterti in secondo piano, non sei tenuta a rinunciare a niente. L’amore aggiunge, non sottrae. Se fa male non è amore, ma il percorso per salvarti non passa necessariamente dall’odio. Se non vuoi odiarlo, se non puoi odiarlo, se odiare chi hai amato è troppo doloroso e ti farebbe sentire ancora più sbagliata, non sei costretta a farlo. Se disprezzarlo significa disprezzare una parte troppo grande di te stessa e gettare alle ortiche una parte troppo grande della tua vita, non farlo. La priorità è salvare te stessa, non condannare lui.

10. Non sei sola e non sei sbagliata. Anche quando ti senti più sola che mai. Dietro di te ci sono tutte le altre donne che si sono sentite altrettanto sole, perché come te vivevano in un mondo declinato al maschile, in cui le regole sono scritte al maschile e quel che è giusto e sbagliato lo decidono i bisogni degli uomini. Non sei debole. Ci vuole forza per sopportare. Per salvarti te ne basterà meno di quanta ne hai avuta finora.

 

Queste note sono il frutto delle discussioni e dei commenti ai post sulla pagina Facebook di Rosapercaso. Sono emerse dalle testimonianze, dai messaggi che ho ricevuto in privato, dalle voci delle donne che hanno deciso di raccontarsi, per aiutarsi e aiutare. Da sola non avrei mai potuto scriverli.

Se vi trovate in una situazione simile, rivolgetevi al Centro antiviolenza più vicino. Se non sapete a chi rivolgervi, cercate sul sito di D.i.Re Donne in rete contro la violenza, dove trovate tutti i contatti e le informazioni utili.

Autodifesa al femminile

L’anno scorso sotto Natale presi parte a un corso di autodifesa a scopi benefici. Durò poco più di mezza giornata e per il modico prezzo di un giocattolo mi portai via molti consigli utili. 

Quali erano i punti più sensibili in cui colpire, come atterrare anche l’avversario più nerboruto con un colpo di nocche, cose così. Allo stesso corso ci spiegarono anche che le modalità di aggressione, secondo le statistiche, sono molto diverse fra uomini e donne. Gli uomini hanno più probabilità di essere aggrediti in gruppo e da estranei. Le donne da una sola persona, conosciuta.

Mentre tornavo a casa, più baldanzosa e impavida del solito, all’improvviso mi resi conto che quello che avevo imparato, stando alle statistiche, non sarebbe servito a granché. Al corso eravamo tutte donne, ma gli istruttori erano uomini e per quanto bravi fossero, i loro consigli erano tarati sulla sicurezza maschile, non su quella femminile.

I corsi di autodifesa rivolti alle donne sono cosa buona e giusta, ma sono pensati per i problemi e le necessità degli uomini, non delle donne. In una società in cui la violenza di genere avviene quasi sempre fra le pareti di casa e per mano di persone conosciute, in cui non si tratta di episodi eccezionali che avvengono in un vicolo buio, ma della quotidianità di molte donne e di molte coppie, ciò che insegnano quei corsi è utile, ma non basta.

Dare un colpo di nocche allo sterno forse sarà utile in una strada buia, ma non nella propria cucina e non per difendersi dalla rabbia di un compagno o del marito. Farsi trovare con le mani sollevate pronte a difendersi può servire se si avvicina un estraneo, ma non lo faremo mai con una persona conosciuta, se non di istinto.

Per difendersi dalla violenza che ci riguarda davvero, in quanto donne, ci serve altro. Serve la consapevolezza di avere il diritto di dire di no, servono limiti chiari posti intorno alla propria felicità e ai propri diritti. Serve sapere che la felicità e la soddisfazione altrui non sono la misura del nostro valore, che se il marito o compagno è infelice è un problema suo o di entrambi, ma non nostro. Che la felicità altrui non è una nostra responsabilità. Serve convincersi di non essere costrette a essere l’anima del focolare, che non dobbiamo scusarci se la cena non è pronta o se la casa non è in ordine. Serve avere ben chiaro che le donne non sono nate per sopportare o per mettere le pezze all’infelicità e ai fallimenti altrui, che non sono obbligate a sacrificare se stesse e il proprio tempo libero e i propri sogni in nome della pace domestica.

Bisogna riscrivere la definizione di violenza in termini non più solo maschili, e così anche la definizione di lotta e di difesa. Perché per difenderci abbiamo bisogno di una diversa percezione del nostro ruolo e della nostra identità. La forza di reagire nasce dentro di noi, dalla consapevolezza del diritto. Nasce dove muoiono i nostri sensi di colpa.

Anna P, 42 anni, strangolata dal marito

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Foto di Barbara Krawcowlcz (CC)

Mi chiamo Anna, insegno matematica in un liceo scientifico, sono sposata e ho un bambino che compirà quattro anni fra cinque mesi. Ogni tanto vado in palestra. Ci andavo, in realtà. Da quando mi sono sposata non ho più il tempo. Anzi, prima o poi devo passare e disdire l’abbonamento. Mio marito si arrabbia sempre quando gli dico che non l’ho ancora fatto e ha ragione. Comunque, dicevo, amo la musica classica e con la mia amica un tempo andavamo a un sacco di concerti. Adesso, con la famiglia e tutto il resto ci andiamo molto meno, ma ce n’è uno il mese prossimo al teatro qui in zona e ci siamo ripromesse di andarci davvero, questa volta. Domani devo ricordarmi di comprare i biglietti, quando esco da scuola. Ah, no, domani è il giorno che devo portare mio figlio dal pediatra, è vero. Dopodomani, allora.

Comunque, sono una donna fortunata. I miei genitori sono ancora vivi e non hanno problemi di salute troppo gravi, ho amiche magnifiche, un lavoro che mi piace e con i colleghi… insomma, non posso dire di andare d’accordo proprio con tutti, ma alcuni di loro sono simpatici. Ogni tanto si organizzano e vanno a mangiare una pizza tutti insieme. Io non posso andare, con il bimbo ancora piccolo, ma appena sarà un po’ più grande mi hanno fatto promettere che non inventerò più scuse e sarò dei loro.

Di tutti i momenti della giornata, i più belli sono quelli che trascorro con mio figlio, quando vado a prenderlo all’asilo e ce ne stiamo insieme noi due, nel nostro mondo speciale. Se c’è bel tempo andiamo ai giardinetti in piazza, altrimenti ce ne torniamo a casa e guardiamo i cartoni insieme oppure mi invento qualche attività da fare con lui. Martedì scorso per esempio abbiamo fatto i biscotti e abbiamo riso un sacco. Certo, poi ho dovuto rimettere tutto a posto prima che rientrasse mio marito, è stata una faticaccia, ma ci sono riuscita e non c’era più neanche un granello di farina quando lui ha suonato il citofono.

Ecco, se proprio potessi cambiare qualcosa nelle mie giornate, l’unica cosa che vorrei che scomparisse è quella sensazione d’ansia che mi stringe lo stomaco quando alle sette e mezzo suona il citofono e so già che mio marito arriverà su arrabbiato per come gli è andata al lavoro e sarà di cattivo umore e mi insulterà per qualcosa che ho fatto male. Ecco, è quello l’unico momento della giornata che non mi piace. Ma passa in fretta. In fondo basta andare a dormire presto e quando mi sveglio di solito lui sta ancora dormendo. Tranne la mattina dopo quella sera, quando mi ha dato uno schiaffo perché non avevo pulito bene il fornello e sono finita contro il frigorifero e mi si è conficcata la maniglia nella schiena. Quella mattina si è svegliato prima apposta per scusarsi e mi aveva preparato la colazione e si capiva che era dispiaciuto davvero. Così gli ho detto che non importava, che non era colpa sua se ero finita proprio contro la maniglia e che avrei fatto più attenzione a pulire bene i fornelli, adesso che sapevo che ci teneva tanto. In fondo vivere insieme è anche questo, no? Ricordarsi di quello che piace all’altro e starci un po’ attenti. L’amore è fatto di piccole cose, come ricordarsi quanto zucchero vuole tuo marito nel caffè, cose così.

L’altra sera, a proposito di caffè, quando lui era via per lavoro, la mia vicina è venuta a prenderlo da me dopo cena. Non avevo tanta voglia di bere il caffè, dopo cena poi, ma mi sembrava scortese non farla entrare. Che poi lei non l’ha neanche toccato il caffè. È rimasta seduta lì con la schiena rigida e mi ha detto che sentiva tutto da anni, ogni sera, e che avrei dovuto denunciarlo, lei era disposta a venire a testimoniare, non aveva paura, potevo contare su di lei. All’inizio non ho mica capito di che cosa parlava, giuro, e le ho chiesto chi era che dovevo denunciare. Lei mi ha risposto che sentiva mio marito urlare tutte le sere, e i mobili che sbattevano, e che suo figlio dormiva proprio nella camera che confinava con la nostra cucina e doveva portarlo via di corsa, nell’altra stanza, quella che dà sulla strada, in modo che non ci sentisse. Mi ha fatto tenerezza quella signora. Un po’ mi sono arrabbiata, all’inizio, ma poi mi ha fatto tenerezza, perché si capiva che voleva solo essere gentile. Allora ho cercato di essere più educata che potevo e le ho spiegato che ovviamente lei dall’altra parte del muro non poteva saperlo, non era colpa sua, ma mio marito mi ama davvero, mi tiene in palmo di mano, dovrebbe sentire come parla di me ai suoi amici. E come mi ha difesa sempre, davanti a sua madre e sua sorella. Solo che ha un modo di parlare un po’ brusco e grida troppo, su questo le ho dato ragione. Ma denunciarlo, ma no, ma che assurdità.

Lei ha provato a insistere, così alla fine ho dovuto chiederle di andarsene, anche perché avevo paura che finisse per svegliare il bambino. Non mi andava, in realtà, di provare a spiegarglielo. Che io in realtà ero fortunata, avevo una vita meravigliosa, piena di cose belle. Ma niente è perfetto, giusto? Tutti dobbiamo sopportare qualcosa che non ci piace, ogni tanto, ma mica per questo ne facciamo una tragedia. Io non sono come quelle disgraziate del telegiornale, che vengono picchiate dai mariti e dai fidanzati. Io ho una vita bellissima. Che cosa dovrei fare secondo la mia vicina? Rinunciare a tutto solo perché lei sente qualche urlo dall’altra parte della parete?

Più ripenso alla nostra conversazione, più mi viene una gran rabbia dentro. Io non sono una vittima, non c’entro niente con le storie che legge sul giornale. Io sono appena stata scelta dai ragazzi di quinta per accompagnarli alla gita di fine anno, hanno tanto insistito per andare con me, mica lo fanno con tutti. E ho i miei concerti, la palestra, i miei libri. E quella meraviglia di mio figlio. Io per mio figlio voglio una vita normale, una famiglia normale, con un padre e una madre. Non voglio che mio figlio abbia un padre violento. Ma poi violento perché? Per qualche schiaffo? Come se fossi l’unica che li piglia. Quel che è successo quando eravamo fidanzati non conta, è passato un sacco di tempo, lui è cambiato. No. La mia vicina con i suoi consigli e le sue belle parole vuole trasformarmi in qualcosa che non sono, vuole recitare la parte dell’eroina, ma io non ci penso neanche a recitare la parte della vittima. Mio figlio non avrà una vittima, per madre.

Per un po’ non ci siamo salutate più, con la vicina. C’è stato un momento in cui ho pensato di chiederle se voleva venire al concerto di Mozart con me, per dimostrarle che la mia vita è bella e felice almeno quanto la sua, se non di più, ma poi ho deciso di non farlo, tanto alla fine non ci sono potuta andare neanch’io. Era la sera della partita e mio marito non voleva che il bambino lo disturbasse. La mia amica si è arrabbiata un sacco, come se un uomo non avesse il diritto di guardarsi la partita, ogni tanto, dopo aver lavorato tutto il giorno.

Dal giorno della nostra chiacchierata, però, ogni volta che mio marito urla, la sera, io penso a quel bambino dall’altra parte del muro. Me lo vedo, magro magro com’è, con i capelli dritti in testa, in pigiama, che scappa fuori dalla stanza e tiene le mani premute sulle orecchie per non sentire, povera creatura spaventata e indifesa, e mi si stringe il cuore ogni volta.

Cinquanta sfumature di violenza

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Foto di Thomas Hawk (CC)

Centoventicinque milioni. Secondo Wikipedia è il numero di copie vendute dall’intera serie delle Sfumature nel mondo. Centoventicinque milioni. Con una cifra simile è evidente che non si può pensare che si tratti solo di un fenomeno editoriale. I tre libri hanno avuto conseguenze fin troppo profonde nell’incidere e sdoganare modelli sentimentali e romantici pericolosi. È già stato scritto più volte.

Ma non si può liquidare il fenomeno all’insegna della perversione o del gusto del proibito o dell’erotismo più sfrenato, come è stato fatto fin troppo spesso. È vero, molte donne lo hanno letto alla ricerca di una via di fuga, ma non si trattava di sfuggire a un quotidiano faticoso e monotono: io credo che alcune di quelle lettrici cercassero di fuggire da se stesse. Le Cinquanta sfumature non erano solo un catalogo di pratiche sessuali di dubbio gusto e piacere, per molte lettrici erano un’assoluzione. L’assoluzione per aver giustificato lo stronzo di turno tirando in ballo i problemi del suo passato, per averlo scusato per il suo caratteraccio perché poverino ha avuto una giornata difficile, per puntare sempre e comunque il dito verso la presunta sensibilità del lui di turno, sensibilità che proprio perché inesistente viene spacciata per fragile e preziosa. L’assoluzione per essersi fatte trattare male, una volta di troppo. E la trovavano. La trovavano nelle pagine del romanzo, nel modello rivisto di Cenerentola, in una rilettura del genere che sembrava fatta su misura per loro. Le Cinquanta sfumature sono state in un certo senso l’equivalente del Diario di Bridget Jones. Sono andate a pescare fra i nostri complessi, fra i nostri sensi di colpa, fra le nostre debolezze più o meno nascoste e li hanno messi su un piedistallo, sommergendoli fra le risate o fra i gemiti, poco importa, l’importante era rassicurare le lettrici.

Intervenire sul rapporto fra letteratura e modelli sociali significa sempre muoversi su un terreno pericoloso e complesso, fatto di sottigliezze, di distinguo quasi inafferrabili, dove basta a volte l’uso di una figura retorica invece di un’altra a spostare di segno l’intero discorso. Non mi azzarderò quindi a scendere su questo terreno. Dirò soltanto che la letteratura di genere, di evasione, si muove su un filo sottile, perché gioca con i modelli culturali dominanti, parte integrante della stessa struttura narrativa. Il genere di per sé è quasi sempre conservatore e proprio nel suo ripercorrere e consolidare determinati modelli incide in modo profondo sulla loro evoluzione. Per questo andrebbero ripensati una volta per tutte i modelli romantici, senza forzature, senza imporre messaggi, senza far svanire il fascino e la magia. E fra i modelli romantici che vorrei veder scomparire per primi c’è proprio quello dell’uomo bruto e brutale per colpa di qualche esperienza traumatica del passato. O del presente. O del giorno prima.

Siamo così abituate a subire, a farci carico del mantenimento dell’ordine, a ricucire, a sanare, a pacificare, che finiamo per mettere pezze assurde anche sulle violenze che subiamo. Se un uomo ci tradisce è bipolare, se un uomo si ricorda di noi solo quando gli fa comodo ha paura dell’impegno, se è scostante e scortese sta passando un brutto periodo. Siamo sempre pronte a passare lo strofinaccio dietro le pecche altrui, a cancellarne i segni, a redimere chi non se lo merita.

L’intervista di Barbara D’Urso a Ylenia Grazia Boavera, la ragazza a cui è stato appiccato fuoco, fa qualcosa di molto simile e di molto più pericoloso. La giovane che inneggia all’amore dalla corsia di un ospedale, che si rivolge alla giornalista chiamandola per nome, che sfida apertamente in tutta la sua fragilità chiunque la contraddica, ha tutte le carte in regola per diventare un modello vincente e aspirazionale per una parte delle sue coetanee. Anche lei, in modo molto diverso dalla serie delle Sfumature, ma con meccanismi analoghi, rappresenta una via di fuga. La frase terribile e vergognosa della conduttrice sui gesti motivati da “troppo amore” non è che il suggello finale, la nota in calce che rende tutto ancora più “normale”.

La figura di Ylenia, paradossalmente, rischia di diventare confortante per chi vive una situazione simile e non sa uscirne, o non è sicura di avere il diritto di uscirne. Ricuce le ferite, invece di aprirle, spalma una parvenza di normalità, permette alla violenza di tornare a mimetizzarsi nel quotidiano. È questo a cui dovremmo prestare attenzione. Da un punto di vista puramente narrativo, lasciando che tribunali, psicologi e legislatori facciano il loro dovere, dobbiamo stare attenti alle trame che dilagano e occupano l’immaginario collettivo. Dobbiamo guardarci dal loro potere catartico e dalla loro capacità di riconciliare le vittime con un’ingiustizia strisciante. Un’ingiustizia che come tutte le spaccature e le crepe del quotidiano, come tutto ciò che ci fa sentire fragili e diversi, è molto più facile e rassicurante considerare normale.

Prima dei lividi

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Foto JD Hancock  (CC)

Tutti ne conosciamo almeno una. Una donna intrappolata in una relazione sbagliata. Una sorella con un fidanzato un po’ troppo geloso, un’amica che non esce più come prima perché il marito non vuole, una conoscente che all’ora di cena corre a casa spaventata all’idea di arrivare dopo il marito.

Prima dei lividi. Quando si comincia a chiedere il permesso per ogni singola cosa. Quando a poco a poco ci si fa il vuoto attorno, semplicemente perché è più facile che dover litigare per una telefonata di troppo. Quando si rinuncia spontaneamente a fare le cose, perché così nessuno potrà venire a dirci che qualcuno ce l’ha impedito. Quando scegliamo da sole di sottometterci, perché in coppia funziona così.

Se è una vera amica, capirà che adesso non posso stare con lei. Se è una vera amica, ci sarà sempre anche se non ci vediamo più tanto spesso. È mio marito, ha tutto il diritto di dirmi a che ora devo tornare. Non lo fa per sé, lo fa per i nostri figli. E comunque sono troppo stanca.

Prima dei lividi. Quando lo senti urlare una o due volte e poi decidi che sei stata davvero un’egoista, che cosa ti costa, smettere di andare in palestra dopo l’ufficio e fargli trovare la tavola apparecchiata. Quando ti convinci che è colpa tua.

Ha ragione, la casa fa sempre schifo, dovrei tenerla più in ordine. No, ha ragione, povero, cucina sempre lui. Sono anche i suoi figli, ha tutto il diritto di chiedermi di non uscire di casa. No, lui mi avrebbe anche lasciata uscire, ma davano il suo film preferito.

Prima dei lividi. Quando a poco a poco si rimane da sole. Mai del tutto. Ogni tanto si recupera qualche amica, ogni tanto si esce la sera. Ma sempre a denti stretti, sempre lasciandosi una litigata alle spalle. E una scusa che sembra inattaccabile e che rende tutto amaro e sbagliato.

Usi troppa benzina e siamo a fine mese. Non abbiamo i soldi per una cena fuori. Lo sai che la piccola si sveglia con gli incubi se non ci sei e domani ho una riunione importante. Mi preoccupo se sei in giro di notte in macchina. Potrebbero anche venire loro a casa tua, non è colpa mia se hai delle amiche egoiste.

Prima dei lividi ci sono sensi di colpa e quel tradimento di noi stesse che a volte chiamiamo amore. Prima dei lividi ci si perde di vista, si cambia convinte che a cambiare sia lui. Si invecchia troppo in fretta, convinte che alla nostra età sia normale.

Prima dei lividi c’è il vuoto che abbiamo riempito di scuse, di doveri e di colpa fino a non sentire più l’eco. Prima dei lividi ci sono risate vuote, c’è la tensione nascosta dietro ogni sbaglio, c’è lo stomaco che si stringe a ogni urlo. Prima dei lividi c’è la paura che non ammetteremo mai di provare. Perché nella paura c’è il seme di quella battaglia che non vogliamo iniziare.

È prima dei lividi, che bisognerebbe intervenire. Ma chi ci ha provato come amica lo sa, non ci si riesce, prima o poi si è costrette a scegliere, fra essere escluse da una vita sbagliata e continuare a farne parte in silenzio. E prima dei lividi, con buona pace degli slogan e delle immagini scioccanti e delle belle parole, c’è solo la presenza colpevole. Quella presenza che si confonde con l’approvazione, quella sorta di omertà silenziosa a cui si è ridotto il nostro voler bene. Quella complicità dolorosa, in cui alla prima parola sbagliata vieni tagliata fuori. Prima dei lividi c’è il silenzio in cui inghiottiamo i nostri rimproveri e i nostri consigli in attesa del momento giusto. Che non arriva mai.

E ogni tanto, per quanto sia orribile anche solo pensarlo, quasi ci speriamo che arrivi un livido. Uno piccolo, che farà meno male di tutti i lividi che la nostra amica si porta dentro e che l’hanno resa così diversa da quello che avrebbe potuto essere. Un livido abbastanza piccolo da guarire in fretta e abbastanza grande da poter dare finalmente un nome a tutte le violenze silenziose che è troppo difficile considerare una colpa.

La sventurata felicità delle donne

Foto Lis Bokt (CC)
Foto Lis Bokt (CC)

«Ma aveva ragione. La pasta era scotta.»

Sono le parole di una donna che è stata picchiata dal marito perché la pasta che c’era in tavola non era abbastanza buona. Sentirle mi ha aiutata a capire che esiste una seconda forma di violenza, terribile quasi quanto quella fisica: quella che noi donne esercitiamo contro noi stesse. Per soffocarci, metterci a tacere, impedirci di essere quello che siamo. Una donna realizzata è una donna sbagliata, che ha tradito gli altri, ha tradito i suoi cari e i propri doveri di donna e di anima del focolare. Da qualche parte dentro di noi questa convinzione esiste. O almeno il dubbio, il sospetto che sia così.

C’è una verità che fa male, nella violenza di genere. Fa male dirla, fa male anche solo pensarla, fa male scriverla. Ed è che una parte delle donne pensa di meritarsela. Nel profondo, da qualche parte di sé, pensa che se quegli schiaffi sono arrivati un motivo doveva esserci. Che qualcosa doveva avere fatto. L’ho provocato. Avrei dovuto lasciarlo in pace. Era evidente che era di cattivo umore. Ho iniziato io.

Contro questa violenza nella violenza ci si sente, se possibile, ancora più impotenti. Il dovere di difendersi passa per il diritto a essere se stesse, a realizzarsi, a essere felici. A non cercare la nostra identità in quello che facciamo per gli altri, in quello che diamo, nella nostra capacità di annullarci per metterci al servizio altrui.

In vista del 25 novembre, mi sono chiesta che cosa poteva fare il femminismo rosa contro la violenza di genere e la mia risposta è questa. Il femminismo rosa insegna a guardare dentro di sé, a coltivare quelle emozioni che serviranno anche a difendersi, se necessario. È un femminismo in cui i sogni non indicano una via di fuga, ma la strada da seguire per stare meglio con se stesse. Per stare bene.

Il femminismo rosa serve a convincersi di avere il diritto di essere felici, a cercare dentro di noi, dentro ciascuna di noi, i motivi per cui vale la pena di combattere. Le emozioni sono il nostro strumento, la nostra arma. Ma solo se iniziamo a usarle per costruire noi stesse e per difendere quello che abbiamo costruito. E le donne, le persone, si costruiscono a partire dai loro sogni. A partire da qui potremo decidere se prendere o dare, senza sensi di colpa, e senza che nessuno provi a farci masticare rimorsi.

Perché quel piatto di pasta scotta l’abbiamo preparato tutte, ogni tanto, quando eravamo distratte a guardare dentro noi stesse. Quando avevamo troppo, o semplicemente altro, da fare. E anche se sembra assurdo, serve una donna davvero forte per convincersi che va bene lo stesso, che non è tanto grave. La felicità delle donne fa paura, soprattutto alle donne. È difficile da accettare. Ha qualcosa di vagamente impudico, di intimo, di riprovevole.

Contro il femminicidio servono leggi adeguate e una coscienza collettiva diversa. E ovviamente la colpa di una violenza è sempre e soltanto di chi la commette. Ma finché continuerà a succedere, ci vuole una donna davvero forte per difendere un’altra donna. Quella donna dobbiamo costruirla da sole, dentro di noi, a partire dai nostri sogni e dalle nostre emozioni, senza chiedere o aspettare il permesso di nessuno. Quando l’avremo costruita, dopo esserci prese cura di lei e averla incoraggiata e sostenuta, perché sarà sola, sarà sempre da sola nella sua battaglia per essere felice e per bastare a se stessa, dopo averla vista crescere, forse saremo diventate abbastanza forti da convincerci che dobbiamo difendere quella donna, sempre, da chiunque.

Imparando a sognare

Alfons Mucha, 1896
Alfons Mucha, 1896

Ci sono molti modi per combattere dalla parte delle donne, c’è il lavoro delle associazioni, c’è il lavoro di informazione dei giornalisti, c’è quello fatto a scuola dagli insegnanti contro gli stereotipi (quello che gli insegnanti migliori hanno sempre fatto, gender o non gender) e poi c’è quello di chi crea, nell’immaginario collettivo, modelli femminili e maschili diversi, insegnandoci che ruoli e diritti diversi sono possibili (e il femminismo rosa è uno dei modi per farlo).

Mariangela Camocardi con questo racconto fa due di queste cose: insieme a Emma Books devolve il ricavato delle vendite a Doppia Difesa, l’associazione che aiuta le donne vittime di violenza, e ci propone una figura femminile forte, romantica e indipendente, Clelia, ai tempi in cui sostenere il suffragio universale significava ancora essere anticonformisti.

Ecco la dedica dell’autrice, che apre Insegnami a sognare (Emma Books, 2012):

Lo spirito di sacrificio, la capacità di donarsi anche a discapito di sé, le rinunce fatte per amore, le prove affrontate con coraggio e accompagnate da un sorriso, sono il frutto di un antico retaggio insito nel DNA femminile. Come invisibili stigmate impresse da secoli di soprusi perpetrati sulle donne, tuttora vengono fatte oggetto di stupri e sopraffazioni che una società moderna e civile non deve e non può  tollerare. Molte denunciano, ma tante, troppe, tacciono.

È a tale scopo che dedico il mio racconto a chiunque viva un simile dramma sulla propria pelle con rassegnata impotenza, senza trovare la forza di ribellarsi. Un silenzio che stride e che dovrebbe invece turbare le coscienze di chi continua ad abusarne con crudeltà e cinismo.

Facciamo in modo che si ponga fine a qualunque tipo di violenza rivolta alle donne, contribuendo con la nostra solidarietà. Chi ancora subisce stupri e altre angherie ha bisogno di tutto il nostro aiuto.

Ed ecco un brano, che ci aiuta a conoscere Clelia. Siamo a Stresa, nel 1897:

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