Uomini, non sostenete le battaglie delle donne

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“Non è una guerra contro gli uomini.” Lo ripetiamo fino allo sfinimento. Quella del femminismo è una battaglia contro un modo di intendere le donne, contro una cultura che ci ha educati tutti quanti, uomini e donne. Quando ce la prendiamo con le battute e gli atteggiamenti sessisti, il nostro obiettivo non sono gli uomini, ma la cultura da cui scaturiscono, in cui scorre un filo rosso che unisce quelle battute allo stupro e alla violenza di genere.

Allora perché certi uomini dicono di voler sostenere le “nostre” battaglie? Perché non dire che anche loro combattono contro quella stessa cultura, a modo loro, con i loro strumenti e le loro risorse? Non si tratta di “aiutarci” qual cavalier servente e neanche di “metterci la faccia” che sa un po’ di volontariato a costo zero. Non è che non li vogliamo accanto, certo che abbiamo bisogno di loro, ma abbiamo bisogno che facciano la loro parte, non la nostra. La nostra la sappiamo fare benissimo da sole.

Il lavoro non manca. C’è da riscrivere da capo l’abbecedario del corteggiamento, delle relazioni amorose e del sesso. C’è tutto un campionario di mascolinità tossica da smentire e reinventare. Ci sono centinaia di battute, modi di dire e di pensare che ci avvertono, come la spia rossa sul cruscotto, che c’è qualcosa che non va nelle relazioni fra i sessi.

Non vogliamo essere elogiate, non vogliamo essere difese, non vogliamo sentirci dire che meritiamo rispetto perché siamo le sorelle, le madri o le figlie di qualcuno. Non vogliamo sentirci dire che la donna è una creatura meravigliosa perché è in grado di dare alla luce, come se dare la vita esaurisse l’universo femminile. Non vogliamo sentirci dire che la donna sacra, perché il sacro è patrimonio collettivo ed è proprio la percezione della donna come bene collettivo quello che combattiamo. Dire che amate tanto le donne non sposta le nostre lotte di un centimetro e se lo fa è per riportarle indietro. Essere sorelle, figlie, madri, creature sacre e meravigliose non ci rende più libere, tutto il contrario. Rende più libero qualcun altro di fare ciò che crede con noi.

Se davanti a una battaglia femminista pensate di dover aiutare le donne, allora non avete capito il senso di quelle battaglie. Non serve impiastricciarsi di rosso la faccia per dire che le donne non devono essere picchiate. Non abbiamo bisogno che sosteniate le nostre battaglie, abbiamo bisogno che combattiate le vostre.

Dove sono gli uomini?

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Queste immagini sono i primi quattro risultati che ho ottenuto dopo aver cercato su Google “uomo violento”. L’uomo dov’è? Non c’è. Non c’è quasi  mai. Se è presente, salvo rare eccezioni troviamo un pugno, la tasca posteriore dei jeans, un braccio, una spalla. La parte scelta non è quasi mai il viso, ma un dettaglio molto più anonimo e astratto, privo di emozioni. Nel caso delle donne, invece, il volto è quasi sempre presente.

L’uomo nella rappresentazione della violenza non esiste. La causa diretta del problema è assente dal racconto di quel problema, dimenticata, e quindi parzialmente assolta. Se la donna è al centro di quella rappresentazione, in qualche modo ne deduciamo che ne sia anche responsabile, che il problema sia suo, prima che dell’aggressore, che la colpa sia declinata al femminile, proprio come le immagini.

La donna delle immagini si difende, si nasconde, si sottrae alla violenza. Ed ecco allora il secondo messaggio: donne, difendetevi, fate qualcosa, per la miseria, se non volete farvi picchiare. Per averne la conferma, basta leggere i titoli dei risultati collegati a quella ricerca: “Come riconoscere un uomo violento” “Che cosa fare se incontri un uomo violento” “Come difendersi da un uomo violento”. Il tutto, lo ricordo, partendo da una ricerca che includeva soltanto le parole “uomo” e “violento”, senza alcun riferimento alle donne.

Infine il volto femminile, un volto distorto dalle emozioni, stravolto dalla paura, in netto contrasto con l’immobilità del pugno, che trasmette forza, fermezza e decisione, oltre che rabbia e aggressività. Ricordo bene una vittima di violenza che mi raccontò che non provava più dolore per i colpi del marito, che la paura lo cancellava, cancellava tutto il resto. La paura fredda e immobile che ti mangia dentro, non quella delle mani sulle orecchie o degli occhi strizzati. L’altro messaggio quindi è che la donna sia emotiva, instabile e fragile, e l’uomo invece saldo, forte, decisamente più dalle parti dell’autorità che del delinquente.

Queste immagini non raffigurano: additano, incolpano, scaricano responsabilità. Compresa la responsabilità di difendersi. Lo conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, il fatto che la maggior parte dei post sull’argomento si rivolga a una lettrice donna, non a un uomo.

La violenza sulle donne, insomma, resta ancora un problema tutto femminile. La provochiamo, la subiamo e dobbiamo imparare a impedirla. E intanto gli uomini, la stragrande maggioranza senza colpe e la minoranza colpevole, si sentono autorizzati a guardare altrove, perché il problema, dicono quelle immagini, non li riguarda.

Se hai paura, è violenza

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“Non sarà esagerato chiamare un centro antiviolenza se non mi ha mai messo le mani addosso?”

“Farò la figura della scema?”

“Mi diranno che hanno cose più gravi e importanti a cui pensare?”

Quando è violenza? Dove inizia la violenza psicologica? Quanti tipi di violenza esistono? Troppe donne non sono consapevoli di trovarsi in una situazione di pericolo, che le legittima a chiedere aiuto. Grazie alle risposte e alle testimonianze raccolte sulla pagina Facebook di Rosapercaso, ecco un elenco (incompleto) di casi in cui sì, è violenza. E sì, probabilmente hai bisogno di aiuto. Se ti sembra troppo presto, non aspettare che sia troppo tardi.

Se ti minaccia, è violenza.

Se ti controlla, se ti segue, se vuole sapere sempre dove sei, è violenza.

Se ti umilia, è violenza.

Se urla, è violenza.

Se prende a pugni le porte, se sbatte le sedie per terra, se spacca un bicchiere contro il muro, è violenza.

Se ti spinge, se ti pizzica, se ti graffia, se ti stringe troppo, se ti prende a calci, se ti strattona, se ti schiaffeggia, se non si ferma quando gli dici che ti fa male, è violenza.

Se ti costringe a restare in una situazione di dipendenza, di qualunque dipendenza si tratti compresa quella economica, è violenza.

Se non rispetta i tuoi no, è violenza.

Se vuole accompagnarti ovunque, se ti impedisce di andare in palestra, di viaggiare, di uscire con i tuoi amici o ti dice a che ora devi rientrare, è violenza.

Se ti fa sentire una nullità, è violenza.

Se pretende di gestire quello che ti appartiene, è violenza.

Se ti fa il vuoto attorno, è violenza.

Se limita la tua libertà in qualunque modo, è violenza. 

Se decide per te, è violenza.

Se ti colpevolizza, è violenza.

Se ti manda regali indesiderati e inopportuni, è violenza.

Se ti ignora costringendoti ad affrontare il suo silenzio, è violenza.

Se ti proibisce di lavorare o di studiare, è violenza.

Se ti addossa compiti e responsabilità che dovrebbero essere di entrambi, è violenza.

Se ti controlla il cellulare, è violenza.

Se hai paura, è violenza.

Se credi di avere bisogno di aiuto, o anche solo se vuoi scoprire se hai davvero bisogno di aiuto, puoi rivolgerti a un centro antiviolenza (li trovi sul sito di D.I.Re Donne in rete contro la violenza) o chiamare il numero gratuito 1522, il servizio pubblico del Dipartimento per le Pari Opportunità che offre sostegno per i casi di violenza e stalking.

No, non sei uno dei casi patetici di cui parlano i giornali o gli spot contro la violenza di genere, non lo sei perché non esiste una situazione uguale all’altra, come non esiste una donna, una relazione o una soluzione uguale all’altra. Ma fingere di non avere bisogno di aiuto non ti salverà. Provare a chiederlo forse sì.