Piccolo decalogo per riconoscere una relazione tossica

Foto di George Thomas (CC)

Quali sono i campanelli d’allarme per riconoscere un soggetto che rischia di intrappolarci in una relazione tossica? Quali sono le prime avvisaglie? I tratti che li accomunano? Grazie alle testimonianze arrivate sulla pagina Facebook di Rosapercaso ne abbiamo individuati alcuni. Sono segnali che è importante conoscere per capire, prima di tutto, che non siamo noi a essere sbagliate, che non stiamo impazzendo, non siamo paranoiche o troppo esigenti. Per dare retta alla nostra voce interiore quando ci dice che siamo in pericolo. E che no, non è colpa nostra.

1. “Senza di me resterai sola.” Ci sono tanti modi diversi, anche sottili, per arrivare a questa conclusione. Passano dal “Chi vuoi che ti prenda con tutti quei figli/con quel carattere/con quella ciccia” a “Nessuno ti amerà mai quanto ti amo io”. Non importa se vengono spacciate per dichiarazioni d’amore o se suonano come minacce, l’effetto è lo stesso: sminuirti, renderti dipendente da lui. Se è l’unico che può amarti così, significa che non meriti di essere amata da nessun altro, che non vali abbastanza, che non hai scelta. La tua unica possibilità è lui.

2. “Guarda che cosa mi fai fare.” Non è mai colpa sua. Non si mette mai in discussione, non si assume una sola responsabilità. La colpa è sempre tua. Perché lo fai arrabbiare, perché lo obblighi a controllarti, perché gli fai perdere la pazienza, perché non ti fidi di lui, perché ti inventi le cose, non ti ricordi niente, non capisci. Sei paranoica, ossessionata, fuori di testa, finché non ti convinci che è davvero così, che la colpa è tua. L’altra faccia è il vittimismo, nei tuoi confronti, in quello dei colleghi o delle ex fidanzate, che erano tutte cattive, ingiuste e sbagliate. Lui si sacrifica, fa e farebbe di tutto per te, e questo significa che devi concedergli la tua fetta di libertà in cambio, devi fare la tua parte, devi amarlo altrettanto, se non di più. Anche l’assenza di amici di lunga data, segno dell’incapacità di far durare le relazioni nel tempo, può essere un segnale.

3. Il love bombing. Complimenti, sorprese, regali, attenzioni, un “bombardamento” di dichiarazioni magniloquenti e manifestazioni d’amore. Non è sempre facile distinguere il love bombing dall’entusiasmo romantico dell’inizio di una relazione. Quello che lo caratterizza di solito è il fatto di essere troppo, troppo presto. Una parte di noi penserà che è magnifico, che i principi azzurri esistono, un’altra lo troverà un po’ strano, un po’ forzato. La tentazione di crederci spesso è più forte della prudenza, ma il love bombing non è che un’altra forma di controllo e di manipolazione. Un’altra faccia è l’idealizzazione: sei la persona della sua vita, sei perfetta, non troverà mai un’altra migliore di te, ti sposerebbe anche domani e senza avere avuto il tempo di conoscerti. Prima o poi finisce, però, anche di colpo. E allora inizi a dubitare di te stessa, a chiederti che cosa hai fatto per non meritartelo più. La colpa non può essere sua, era così gentile e innamorato e premuroso. Quindi può essere soltanto tua.

4. Le montagne russe. Prima ti idealizza, poi ti mortifica. Prima ti esalta, poi ti sminuisce. Un attimo prima eri perfetta, la migliore in assoluto, e quello dopo dovresti dimagrire, mangiare meglio, lavarti di più, vestirti in modo diverso. Un attimo prima eri tutto per lui, l’attimo dopo ti ignora. Un attimo prima ti inondava di amore ed era una presenza costante e quello dopo è scomparso. Poi torna, però. Torna sempre. Con una sorpresa, un regalo, con le parole che avevi sognato di sentire. E a quel punto non puoi che darti della scema e dubitare di te stessa. Dovresti fidarti di più, sei paranoica, l’hai giudicato male, sei troppo possessiva, troppo esigente, non vedi che uomo meraviglioso è? Come hai potuto arrabbiarti per quella sciocchezza? Quella sbagliata sei tu, non lui.

5. “Non lo vedi come ti trattano?” Ti fa il vuoto attorno, dalla famiglia agli amici, è un susseguirsi continuo di critiche. Si approfittano di te, non sono corretti nei tuoi confronti, non ti meritano. Così finisci per restare sola, lontana dal tuo mondo e precipitata in quello che lui ti ha disegnato attorno, e dubitare ancora una volta delle tue capacità di giudizio.

6. La punizione del silenzio. Nessuna spiegazione. Nessun tentativo di chiarimento. Nessuna possibilità di dialogo. Solo un muro di silenzio che ha lo scopo di punirti, ignorandoti. Può durare anche per giorni e intanto tu stai lì a chiederti che cos’hai fatto di male, dove hai sbagliato. Perché qualcosa, pensi, devi aver fatto per forza. L’idea stessa della punizione e del ricatto come moneta del rapporto è il segnale di una relazione tossica, punizione spesso spacciata per patimento e malessere di chi la impone, confondendo ancora di più le carte.

7. Ogni forma di controllo. Dalla gelosia all’ossessione per l’ordine e la pulizia. Dall’incapacità di accettare un rifiuto alla pretesa di sapere sempre dove e con chi sei. Dalla necessità di avere costantemente ragione al bisogno di imporre la propria visione del mondo e i propri giudizi, di spacciare le proprie opinioni per dati di fatto. Fino al fastidio per tutto quello che riguarda solo te e non lui, che lo esclude, non lo riguarda. Fastidio che può assumere la forma di capricci quasi infantili o diventare rabbia. Anche testare i tuoi limiti, per capire come ferirti e fino a dove può spingersi, è una forma di controllo. Comparire e scomparire a proprio piacimento, accendere e spegnere la relazione come un interruttore e pretendere di imporre il proprio ritmo e i propri tempi. Oltre ovviamente al controllo sulla tua persona, su ciò che indossi, sul tuo corpo e il tuo peso, il tuo taglio di capelli, il tuo modo di parlare, il tuo lavoro, i tuoi soldi…

E noi? Quali sono i segnali che riceviamo da noi stesse?

8. La paura. La paura di raccontare quello che sta succedendo, delle sue reazioni, di contrariarlo. La paura costante di perderlo, di vederlo scappare via senza sapere perché se n’è andato. Ma anche la sensazione di muoverti in punta di piedi e soppesare ogni parola, per anticipare i suoi stati d’animo, per non infastidirlo, per assecondarlo, per non scatenare reazioni negative. Vivere in funzione di quello che pensa o potrebbe fare o non fare, dei suoi cambiamenti di umore repentini, della sua approvazione. Giustificarti in continuazione, anche per cose banali, ritrovarti a difendere i tuoi no. E al tempo stesso normalizzare quello che ti fa stare male, passarci sopra, fingere di non vederlo, come se lasciartelo alle spalle e non sanzionarlo equivalesse a farlo scomparire.

9. La sensazione che ci sia qualcosa che non va. È tutto troppo lontano da te, o troppo vicino. Come se non ti riguardasse del tutto. La sua presenza ti rende tesa e nervosa, ti confonde e ti agita, ti stanca, ti mette a disagio. Sei sconnessa da te stessa, è come guardare alla relazione e alla tua vita da un cannocchiale. Puoi avvicinarti solo fino a un certo punto, se vuoi continuare ad andare avanti.

10. “Sentivo di scomparire.” Non possiamo sentirci sbagliate e inadeguate in eterno. C’è un limite alla possibilità di prendercela con noi stesse, pensare di essere pazze, convincerci di non valere niente, essere insultate e criticate e corrette. Essere sminuite e ridotte al silenzio. Superato quel limite, iniziamo a sparire.

Sì, è victim blaming

“Potevi dire di no.”

“Perché non te ne sei andata?”

“Che cosa ci facevi lì?”

“Eri già grande, non eri più una bambina, potevi difenderti.”

“Te lo sei scelto tu.”

“Perché non hai denunciato?”

“Se ti è successo è perché gliel’hai permesso.”

“Sei sicura che lui non abbia frainteso? Forse non sei stata abbastanza chiara.”

“Ci hai fatto due figli, non lo sapevi com’era?”

“La stai facendo più grande di quanto non sia.”

“Se non ti andasse bene davvero l’avresti già mollato.”

“Devi imparare a fregartene.”

“Tu però non rispondere, non provocarlo.”

“Ma che cosa gli fai agli uomini?”

“Succedono tutte a te.”

“Come hai fatto a restarci insieme. Io me ne sarei andata.”

“Ma come? È così innamorato!”

“Quando ti ci sei messa assieme, qualche segnale l’avrai avuto, no?”

“Non potevi urlare e dargli un calcio nelle palle?”

“Potevi evitare di restare da sola con lui.”

“Bisogna sentire tutte e due le campane, però. Qualcosa avrai fatto anche tu.”

“Perché lo stai dicendo solo ora?”

“Sì, però anche tu…”

“Sei sicura?”

Grazie come sempre alla pagina Facebook di Rosapercaso, da cui arrivano questi esempi e dove ne trovate molti altri.

La trappola del consenso nella cultura dello stupro

  1. Conformità di intenti e di voleri.
  2. Permesso, approvazione.

Quale di questi due significati della parola “consenso” abbiamo in mente, quando la usiamo in relazione a uno stupro? In quanti casi è un no mancato a travestirsi da consenso/permesso agli occhi di una società in cui la donna è sempre consenziente, salvo dimostrazione del contrario?

Nelle storie che arrivano a Rosapercaso, quando le donne sono in dubbio e si interrogano sulla definizione da dare alla violenza subita, è quasi sempre questo il discrimine: il permesso dove avrebbe dovuto esserci conformità di intenti e di voleri. Quelle donne si trovavano in una strada buia, in una situazione di pericolo, non avrebbero saputo come gestire un no, non si fidavano abbastanza di se stesse per dirlo, così hanno finito per accettare, per paura che lui diventasse violento, per non peggiorare la situazione. L’unica faccia del consenso che era possibile rintracciare era il permesso, non certo la conformità di intenti. Ti do il permesso di fare sesso con me, per evitare di essere lasciata sola in una strada isolata/di essere picchiata/di essere trattata da stupida/di essere umiliata… Nella realtà non abbiamo davanti un grande tasto rosso da premere per comunicare la nostra decisione. La realtà è fatta di momenti che corrono rapidi, di sensazioni che non abbiamo imparato a riconoscere e a tenere in conto, di cui non ci hanno insegnato a fidarci. In una realtà di analfabeti del consenso e del piacere femminile, la violenza sulle donne a volte precede (di qualche frazione di secondo o di qualche anno) la sua definizione, anche per chi la subisce. “Io non lo so se ho subito violenza, perché in realtà l’ho lasciato fare per evitare che andasse a finire peggio.”

Ed è spesso lì, in quel permesso travestito da consenso, il punto. “In realtà si conoscevano già, erano amici” mi hanno detto a mo’ di attenuante commentando lo stupro di una minorenne durante una festa in spiaggia. Se lui è uno sconosciuto che la trascina in un angolo con la forza, allora (forse) è stupro. Ma per tutto il resto il consenso è ovunque, basta cercarlo con un po’ di attenzione e ne trovi quanto ne vuoi. Perfino nelle parole delle vittime: era un mio amico, gli avevo sorriso, non gli ho detto di no, sono stata ingenua, avrei dovuto capirlo, avevo su un bel vestito.

La ragazza in spiaggia si era allontanata di sua spontanea volontà con un amico, poi era tornata dal gruppo piangendo. Ma fra amici, fra fidanzati, fra sorrisi e alcol e divertimento non è mai stupro. Al massimo la versione un po’ spinta di un gioco di potere, e piovono allegri gettoni di mascolinità tossica e cameratismo. E se proprio non si riesce a strappare un permesso, resterà sempre il desiderio maschile come eterna attenuante. Eccolo, allora, tutto il consenso di cui ha bisogno la cultura dello stupro.

  1. Conformità di intenti e di voleri.
  2. Permesso, approvazione.
  3. Qualunque cosa ecciti un uomo.

L’unico consenso che ha valore e significato è la conformità di intenti e di voleri. Non si tratta di aggirare un no o di portare a casa un d’accordo, ma di incontrare un sì, lo voglio. Tutto il resto è violenza.

Come insegniamo alle bambine a subire la violenza maschile

“I maschietti sono fatti così, sono più portati ai giochi aggressivi.”

“Ha bisogno di esprimere la propria energia, è molto fisico.”

“Se ti picchia è perché in fondo in fondo gli piaci.”

“È tutto testosterone!”

“È colpa tua che ti metti a piangere e gli dai soddisfazione.”

“Il mio Mario tocca già il sedere alle compagne, da grande sarà un donnaiolo.”

“Ha solo bisogno di sfogare l’energia.”

“Devi portare pazienza con lui, ha difficoltà di apprendimento e ti picchia per sfogare la frustrazione.”

“Non mettetevi la gonna, se non volete che i maschi cerchino di guardarvi le mutandine.”

“Con i maschi bisogna avere pazienza.”

“È il suo modo di esprimersi.”

“Se vuoi fare giochi da maschi, tanto vale che ti abitui.”

“Voi femmine siete più mature, cerca di capirlo e vai tu a chiedergli scusa.”

“Sicura di non avere fatto niente per provocarlo?”

Sono alcune frasi che probabilmente abbiamo sentito e forse anche detto, magari senza renderci conto che erano tanti mattoncini della cultura dello stupro che ci circonda e che dietro ogni frase si nascondeva il bisogno di giustificare la violenza maschile, perché è su quella violenza che poggiano le basi del potere in una società patriarcale. Possono sembrare innocue, ma sono frasi pericolose, perché abituano le bambine a essere dalla parte sbagliata del potere, a dubitare prima di tutto di se stesse, le convincono che il valore e la maturità di una donna si misurino anche con la sua capacità di sopportare. Lo dimostra il fatto che dietro quelle frasi si nasconda spesso la paura di crescere un maschio “debole”, che scivoli troppo lontano dalla propria posizione di privilegio. E sì, certo, esiste anche la violenza femminile, ma non fa parte del sistema di potere in cui viviamo e proprio per questo si è spesso molto più rapidi e meno esitanti al momento di condannarla.

Grazie come sempre alla community della pagina Facebook Rosapercaso, da cui arrivano questi esempi.

Le ferite senza nome delle donne

Le donne si portano dentro ferite solitarie e colpevoli, come se fossero parte di loro, come un secondo nome. Un nome segreto che nessuno deve conoscere, un vestito sconcio che ti definisce e ti fa sentire sbagliata. Quando ci hanno insegnato il trucco? Quel trucco per cui le ferite delle donne scavano dentro e mai fuori, che le rende invisibili, che trasforma in senso di colpa le vergogne altrui, che ci incolla addosso le mani e la violenza degli altri come una seconda pelle, fino a convincerci che quella rabbia ci appartiene e porta il nostro nome.

Quante urla abbiamo ascoltato convinte di meritarle? Quante braccia ci hanno minacciato, quante dita si sono sollevate a imporre limiti e vergogne, quante mani si sono alzate e quante volte abbiamo pensato che non sentirle addosso fosse un premio, una tregua, mai un diritto, sempre una concessione? Quante volte ci siamo fatte piccole e silenziose, o anche soltanto timide e dimesse, quante volte siamo diventate invisibili, per evitare che succedesse? Quanti volti diversi abbiamo dato al nostro bisogno di tenerezza e di cura, senza mai dirci che nasceva dalle ferite aperte dalla rabbia altrui? Ce le portiamo dentro, quelle mani, quelle urla. La violenza peggiore è aver lasciato che diventassero parte di noi.

Là in fondo, dietro quella che ci hanno insegnato a chiamare fragilità, sotto la nostra rabbia, sotto l’incapacità di perdonarci senza una colpa a cui accoppiarla, sotto tutto quanto, c’è la violenza degli uomini. Quella che in un mondo di uomini, raccontato e governato dagli uomini, non viene mai chiamata con il proprio nome. E che finisce per prendere il nostro.

Non siamo mica tutti così (ma lo diciamo solo alle femministe)

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Si passa dal “Ma non siamo tutti così” a “Se voi femministe odiate gli uomini il problema non è nostro” curiosa contraddizione per cui se noi condanniamo un comportamento maschile ci viene risposto che non sono tutti così (loro, gli uomini), mentre noi invece (le femministe, donne) a quanto pare sì, siamo tutte così. Così come, non è dato capirlo. Incazzate, forse, e vorrei anche vedere. Incazzate senza garbo e senza grazia, peccato imperdonabile per il gentil sesso. Incazzate senza garbo e senza grazia per un problema che non ha niente a che vedere con l’accudimento altrui, ergo, al rogo.

C’è anche la versione più furbesca e malandrina del “Ero femminista anch’io, finché non ho capito che siete in guerra contro di noi” che sottintende probabilmente che scatti una ola alla dichiarazione di femminismo da parte di un portatore sano di testicoli, cosa che se non rientra nei motivi di beatificazione immediata dovrebbe se non altro garantirti uno stuolo di femmine adoranti.

Nello specifico, ho letto tutte queste reazioni al post in cui si denunciava un gruppo Telegram in cui padri si scambiavano foto delle figlie dodicenni, i fidanzati foto delle ex fidanzate e in cui la cosa più educata che si leggeva era l’invito a omaggiare a suon di sperma la foto della donna di turno. Il gruppo nel frattempo si è vantato di essere finito su Wired e ha già cambiato nome, come hanno fatto i molti che l’hanno preceduto e come faranno tutti quelli che verranno dopo. Sì, perché non basterà tutta l’indignazione social a fermarli, proprio come soltanto il coronavirus – forse – è riuscito a fermare i voli su cui posati capofamiglia cinquantenni andavano a fare sesso con minorenni thailandesi. Eppure anche in quel caso i “Non siamo mica tutti così” si sono sprecano da anni.

Perché non si fermeranno? Forse anche perché il mondo è pieno di tutti quegli uomini che non sono mica tutti così, ma quando ricevono un meme sessista su whatsapp rispondono con l’emoticon che si sganascia dalle risate. Poi certo, fra sé sono sicura che si stracciano le vesti per l’indignazione, ma quanti di loro davanti alla foto di un culo o di un paio di tette con battutaccia scopereccia di rigore alzano le dita sulla tastiera e scrivono “Questo meme nasce dalla stessa cultura dello stupro che in altri contesti vi fa schifo, cari miei, decidetevi”?

Quindi no, non siete tutti così, ma se viviamo in una società affascinata dalla violenza maschile, immersi in una cultura tutta testosterone, dove il maschile è potere e tutto il resto sono gradevoli sfumature di piacevolezza e maternità, se il femminile è un’eccezione di cui continua a decidere il genere maschile, questo succede perché il maschile se l’è conquistato non a suon di meriti, ma a suon di stupri, veri o virtuali che siano. Quello stupro a cui allude la metà dell’immaginario e dei messaggi da cui siamo circondati. Succede perché lo stupro è un’arma di potere e il motivo per cui pochi uomini fanno la morale davanti agli amici maschi, anche se poi drizzano la cresta indignati nei gruppi femministi, è che nel fondo lo sanno. Lo sanno che la loro indignazione stonerebbe come una nota non accordata, lo sanno che la loro indignazione li rende deboli fra i maschi e forti fra le femmine.

Quindi sì, vi crediamo, non siete tutti così. Ma non è a noi che dovete spiegarlo. Andate a dirlo alle persone giuste. Nei contesti giusti. Quando state per farvi una risata davanti a quel bel culo femminile e a tutto quello che in quel momento qualcuno millanta di farci, fermatevi a pensare a quanta fatica ci vuole per dire che “no, non fa ridere” e avrete la misura di quanta strada resta ancora da fare. A tutti quanti, insieme.

Uomini che amano le donne

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Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

“L’uomo che ama le donne.” L’ho letto di recente in un titolo, non ricordo riferito a chi, a uno stilista, mi pare. Basta provare a inserire “l’uomo che ama le donne” in Google e i risultati non mancano. Sono decine, forse anche di più, gli uomini che sono stati fregiati del titolo. Stilisti, registi, dalla bellezza all’erotismo, dai capelli alle scarpe alla moda, chi se ne occupa, per definizione, “ama le donne”. Ora provate a cercare su Google “la donna che ama gli uomini”. I risultati sono molti di meno e sono tutti porno.

Mi è tornato in mente in questi giorni in cui si parla di registi quarantenni che abusano di ragazzine tredicenni e vengono comunque difesi da un esercito di sì, ma e però. Perché il nesso esiste. L’amore degli uomini verso le donne ha sempre qualcosa di magnanimo, generoso, inattaccabile. Nessuno degli uomini che sono stati definiti così è automaticamente uno stupratore, va da sé, ma l’idea di amore sottesa a quella definizione è la stessa che rende tanto facile giustificare lo stupro di una minorenne, soprattutto quando l’uomo in questione è ricco e potente. Perché l’amore degli uomini ha sempre i toni della concessione. L’amore degli uomini, nella mentalità e nella cultura dello stupro in cui siamo immersi, non è quasi mai colpevole.

L’amore delle donne invece sì. L’amore delle donne è egoista, esigente, fastidioso, molesto. Le donne che amano gli uomini non concedono, si prendono qualcosa di loro, danno sfogo a libidini e lussurie che hanno qualcosa di illecito non appena escono dal letto coniugale. L’amore degli uomini è simpaticamente godereccio, un po’ zozzone a volte ma comunque romantico, abbastanza da cancellare ogni abuso di potere, anzi, più grande è il potere, più piccolo sembra diventare l’abuso, più lo stupro finisce per tingersi di privilegio, un biglietto di sola andata per il successo.

Gli uomini che amano le donne esistono, certo, ma dovrebbero essere le donne a scrivere la definizione e i confini di quell’amore. Finché a deciderlo saranno gli uomini o una cultura declinata al maschile, i quarantenni ricchi e famosi continueranno a stuprare tredicenni in un silenzio colpevole, e se non saranno abbastanza ricchi e famosi, voleranno fino a un paese in cui lo sembrano, e ci sarà sempre qualcuno pronto a dire sì, ma anche lei però. E un sacco di uomini pronti a spiegare alle minorenni perché quello non era uno stupro.