Le ferite senza nome delle donne

Le donne si portano dentro ferite solitarie e colpevoli, come se fossero parte di loro, come un secondo nome. Un nome segreto che nessuno deve conoscere, un vestito sconcio che ti definisce e ti fa sentire sbagliata. Quando ci hanno insegnato il trucco? Quel trucco per cui le ferite delle donne scavano dentro e mai fuori, che le rende invisibili, che trasforma in senso di colpa le vergogne altrui, che ci incolla addosso le mani e la violenza degli altri come una seconda pelle, fino a convincerci che quella rabbia ci appartiene e porta il nostro nome.

Quante urla abbiamo ascoltato convinte di meritarle? Quante braccia ci hanno minacciato, quante dita si sono sollevate a imporre limiti e vergogne, quante mani si sono alzate e quante volte abbiamo pensato che non sentirle addosso fosse un premio, una tregua, mai un diritto, sempre una concessione? Quante volte ci siamo fatte piccole e silenziose, o anche soltanto timide e dimesse, quante volte siamo diventate invisibili, per evitare che succedesse? Quanti volti diversi abbiamo dato al nostro bisogno di tenerezza e di cura, senza mai dirci che nasceva dalle ferite aperte dalla rabbia altrui? Ce le portiamo dentro, quelle mani, quelle urla. La violenza peggiore è aver lasciato che diventassero parte di noi.

Là in fondo, dietro quella che ci hanno insegnato a chiamare fragilità, sotto la nostra rabbia, sotto l’incapacità di perdonarci senza una colpa a cui accoppiarla, sotto tutto quanto, c’è la violenza degli uomini. Quella che in un mondo di uomini, raccontato e governato dagli uomini, non viene mai chiamata con il proprio nome. E che finisce per prendere il nostro.

Non siamo mica tutti così (ma lo diciamo solo alle femministe)

cell-phone-690192_1920

Si passa dal “Ma non siamo tutti così” a “Se voi femministe odiate gli uomini il problema non è nostro” curiosa contraddizione per cui se noi condanniamo un comportamento maschile ci viene risposto che non sono tutti così (loro, gli uomini), mentre noi invece (le femministe, donne) a quanto pare sì, siamo tutte così. Così come, non è dato capirlo. Incazzate, forse, e vorrei anche vedere. Incazzate senza garbo e senza grazia, peccato imperdonabile per il gentil sesso. Incazzate senza garbo e senza grazia per un problema che non ha niente a che vedere con l’accudimento altrui, ergo, al rogo.

C’è anche la versione più furbesca e malandrina del “Ero femminista anch’io, finché non ho capito che siete in guerra contro di noi” che sottintende probabilmente che scatti una ola alla dichiarazione di femminismo da parte di un portatore sano di testicoli, cosa che se non rientra nei motivi di beatificazione immediata dovrebbe se non altro garantirti uno stuolo di femmine adoranti.

Nello specifico, ho letto tutte queste reazioni al post in cui si denunciava un gruppo Telegram in cui padri si scambiavano foto delle figlie dodicenni, i fidanzati foto delle ex fidanzate e in cui la cosa più educata che si leggeva era l’invito a omaggiare a suon di sperma la foto della donna di turno. Il gruppo nel frattempo si è vantato di essere finito su Wired e ha già cambiato nome, come hanno fatto i molti che l’hanno preceduto e come faranno tutti quelli che verranno dopo. Sì, perché non basterà tutta l’indignazione social a fermarli, proprio come soltanto il coronavirus – forse – è riuscito a fermare i voli su cui posati capofamiglia cinquantenni andavano a fare sesso con minorenni thailandesi. Eppure anche in quel caso i “Non siamo mica tutti così” si sono sprecano da anni.

Perché non si fermeranno? Forse anche perché il mondo è pieno di tutti quegli uomini che non sono mica tutti così, ma quando ricevono un meme sessista su whatsapp rispondono con l’emoticon che si sganascia dalle risate. Poi certo, fra sé sono sicura che si stracciano le vesti per l’indignazione, ma quanti di loro davanti alla foto di un culo o di un paio di tette con battutaccia scopereccia di rigore alzano le dita sulla tastiera e scrivono “Questo meme nasce dalla stessa cultura dello stupro che in altri contesti vi fa schifo, cari miei, decidetevi”?

Quindi no, non siete tutti così, ma se viviamo in una società affascinata dalla violenza maschile, immersi in una cultura tutta testosterone, dove il maschile è potere e tutto il resto sono gradevoli sfumature di piacevolezza e maternità, se il femminile è un’eccezione di cui continua a decidere il genere maschile, questo succede perché il maschile se l’è conquistato non a suon di meriti, ma a suon di stupri, veri o virtuali che siano. Quello stupro a cui allude la metà dell’immaginario e dei messaggi da cui siamo circondati. Succede perché lo stupro è un’arma di potere e il motivo per cui pochi uomini fanno la morale davanti agli amici maschi, anche se poi drizzano la cresta indignati nei gruppi femministi, è che nel fondo lo sanno. Lo sanno che la loro indignazione stonerebbe come una nota non accordata, lo sanno che la loro indignazione li rende deboli fra i maschi e forti fra le femmine.

Quindi sì, vi crediamo, non siete tutti così. Ma non è a noi che dovete spiegarlo. Andate a dirlo alle persone giuste. Nei contesti giusti. Quando state per farvi una risata davanti a quel bel culo femminile e a tutto quello che in quel momento qualcuno millanta di farci, fermatevi a pensare a quanta fatica ci vuole per dire che “no, non fa ridere” e avrete la misura di quanta strada resta ancora da fare. A tutti quanti, insieme.

Uomini che amano le donne

admission-2974645_1920
Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

“L’uomo che ama le donne.” L’ho letto di recente in un titolo, non ricordo riferito a chi, a uno stilista, mi pare. Basta provare a inserire “l’uomo che ama le donne” in Google e i risultati non mancano. Sono decine, forse anche di più, gli uomini che sono stati fregiati del titolo. Stilisti, registi, dalla bellezza all’erotismo, dai capelli alle scarpe alla moda, chi se ne occupa, per definizione, “ama le donne”. Ora provate a cercare su Google “la donna che ama gli uomini”. I risultati sono molti di meno e sono tutti porno.

Mi è tornato in mente in questi giorni in cui si parla di registi quarantenni che abusano di ragazzine tredicenni e vengono comunque difesi da un esercito di sì, ma e però. Perché il nesso esiste. L’amore degli uomini verso le donne ha sempre qualcosa di magnanimo, generoso, inattaccabile. Nessuno degli uomini che sono stati definiti così è automaticamente uno stupratore, va da sé, ma l’idea di amore sottesa a quella definizione è la stessa che rende tanto facile giustificare lo stupro di una minorenne, soprattutto quando l’uomo in questione è ricco e potente. Perché l’amore degli uomini ha sempre i toni della concessione. L’amore degli uomini, nella mentalità e nella cultura dello stupro in cui siamo immersi, non è quasi mai colpevole.

L’amore delle donne invece sì. L’amore delle donne è egoista, esigente, fastidioso, molesto. Le donne che amano gli uomini non concedono, si prendono qualcosa di loro, danno sfogo a libidini e lussurie che hanno qualcosa di illecito non appena escono dal letto coniugale. L’amore degli uomini è simpaticamente godereccio, un po’ zozzone a volte ma comunque romantico, abbastanza da cancellare ogni abuso di potere, anzi, più grande è il potere, più piccolo sembra diventare l’abuso, più lo stupro finisce per tingersi di privilegio, un biglietto di sola andata per il successo.

Gli uomini che amano le donne esistono, certo, ma dovrebbero essere le donne a scrivere la definizione e i confini di quell’amore. Finché a deciderlo saranno gli uomini o una cultura declinata al maschile, i quarantenni ricchi e famosi continueranno a stuprare tredicenni in un silenzio colpevole, e se non saranno abbastanza ricchi e famosi, voleranno fino a un paese in cui lo sembrano, e ci sarà sempre qualcuno pronto a dire sì, ma anche lei però. E un sacco di uomini pronti a spiegare alle minorenni perché quello non era uno stupro.

 

La gratitudine che uccide le donne

shoes-1030823_1920
Foto di Free-Fotos da Pixabay

La gratitudine in una coppia è pericolosa, quando si insinua nelle fondamenta e diventa materia stessa della relazione, quando la definisce. Come il rancore, vi apre crepe sottili e impercettibili, che finiscono per minarla e renderla fragile. Possiamo essere riconoscenti al partner per decine e centinaia di motivi diversi. Ma nel momento in cui siamo riconoscenti perché ci ha portate all’altare, perché ha accettato di formare una relazione stabile e mettere su famiglia, allora la gratitudine, come il rancore, rischia di trasformarsi in uno scarto impossibile da colmare. Una relazione nata all’insegna del debito non può essere sana, vi sarà sempre una parte più debole e una più forte, una che si sente in dovere di pagare il prezzo di quel debito e/o un’altra in attesa di riscuoterlo.

Che cosa succede allora in una società che ha fatto della gratitudine un aspetto fondante delle relazioni fra uomini e donne? In una società in cui gli uomini vengono “incastrati” dalle donne, trascinati all’altare, costretti a rinunciare al proprio scanzonato ego adolescente dai ceppi del matrimonio e da quelli della paternità? In cui alle donne con troppo carattere si dice che non troveranno nessuno che se le piglia e in cui “donna sola” è un ossimoro sgradevole che evoca gatti e porte che si chiudono invece di aprirsi? In cui le donne rompono, per definizione, e gli uomini le sopportano? Succede che le donne si convincono di dover essere grate all’uomo che le ha scelte, che se le è prese, che ha sacrificato la propria libertà per loro. Quando basterebbe dare un’occhiata alle statistiche per capire che, nel caso, la gratitudine dovrebbe essere tutta maschile, per ogni donna che accetta a suo rischio e pericolo di entrare in una relazione in cui vengono commessi l’85% dei delitti in cui la vittima è di sesso femminile.

Questo squilibrio di fondo nelle relazioni di coppia non è solo il pretesto per battute e barzellette tanto radicate quanto sessiste. Questo squilibrio di fondo uccide. È quella gratitudine a convincere molte donne a tacere, a sopportare, a pagare il prezzo per essere state sposate. È quella gratitudine che si traduce in diritto, compreso il diritto di alzare le mani, a volte. Ogni volta che facciamo i complimenti a una sposa e le nostre scherzose condoglianze allo sposo stiamo rafforzando una cultura che uccide. Ogni volta che una donna sente, da qualche parte dentro di sé, di dover essere grata all’uomo che l’ha sposata non per la felicità che le ha regalato, non per gli anni meravigliosi trascorsi insieme, non per i gesti quotidiani di rispetto e di amore, ma perché quella gratitudine rientra fra i suoi doveri di donna, diventa automaticamente più vulnerabile.

La colpa di chi uccide è sempre e solo di chi uccide. Ma ad armargli la mano, a volte, è un’intera società.

Quello che le donne sentono

window-1844641_1280

“Se non volevi essere molestato, potevi evitare di metterti quella maglietta aderente, no?”

“Copriti un po’ i pantaloni, per favore, ti stanno guardando tutte.”

“Vai tranquillo, con quel culetto lì puoi dire quello che vuoi alla riunione.”

“Quello lo dà via con niente.”

“E i tuoi amici? Sono carini come te? Perché non chiami anche loro?”

“Questa posizione richiede la disponibilità a viaggiare, trasferte all’estero, riunioni con i clienti anche di sera e nel fine settimana. Lei è padre di due figli, quindi non avrà una disponibilità così ampia, giusto?”

“Perché non impari qualcosa dal tuo amico Paolo. Lui sì che sa come far godere una donna.”

“Cioè, siamo usciti a cena, ti ho ascoltato tutta la sera, ho riso delle tue battute, ti ho pure accompagnato a casa e adesso mi vieni a dire che non posso scoparti?”

“Lo sanno tutti come hai fatto carriera, sempre a mettere in mostra gli addominali…”

“Se continui a ingrassare così, poi per forza che tua moglie ti lascia.”

“Con quel pigiamone sei proprio in tenuta antistupro!”

“Sotto i venti centimetri non è vero amore.”

“Questo ora si sposa, quasi quasi lo licenziamo subito, capace che si mette a figliare.”

“Avanti, era solo una palpatina, era un complimento, no? Che permaloso…”

“Dai, facci divertire un po’. Non fare il guastafeste, abbassa i pantaloni e facci sognare.”

“Se insisti ad avere quel caratteraccio, non troverai nessuna che ti sposa.”

“Dovresti metterli sempre quei jeans belli attillati davanti, come piace a noi donne.”

“Con quegli argomenti che hai fra le gambe, come faccio a non assumerti?”

“Sei carino, ma dovresti sorridere più spesso, sai?”

“Potresti aprire un po’ di più la camicia e mostrare i pettorali, con tutto il ben di Dio che hai, no?”

“Dai, ammettilo che ti è piaciuto.”

“Quando ti decidi a fare un figlio?”

 

Allora, uomini, siate sinceri, che effetto fa?

(Grazie come sempre al gruppo Facebook di Rosapercaso, da cui sono tratti quasi tutti gli esempi.)

 

copertina fazzoletti rossi

 

 

Dolcemente complicate

bird-cage-2767374_1280

Un giorno il padre di un’amica mi raccontò che l’animale a cui più aveva voluto bene era stato un pappagallino cenerino. Era morto una notte d’estate, se lo ricorda perché era la settimana più calda degli ultimi dieci anni, secondo la televisione, e lui non riusciva a dormire. E al piano di sotto il pappagallo non stava zitto un secondo.

Al mattino, quando si alzò, lo trovò morto. Si avvicinò alla gabbia e si accorse che era rimasto senz’acqua. “Come facevo a capirlo?” mi chiese, sconsolato. Mi trattenni dal fargli notare che probabilmente era quello che l’animale aveva cercato di dirgli per tutta la notte, mentre lui sprimacciava il cuscino e gli gridava di non rompere e lasciarlo dormire.

L’episodio mi torna in mente ogni volta che sento un uomo sostenere che le donne non le capisce nessuno e che diciamo una cosa ma ne intendiamo un’altra e che è impossibile decifrare che cosa vogliamo. Nove volte su dieci, quello stesso uomo poi si lamenterà perché la fidanzata non sta zitta un attimo e non fa che dargli il tormento e parlare e parlare, perché le donne devono sempre essere così rompiscatole e non ci lasciano in pace, ogni tanto?

Siamo come quei pappagallini senz’acqua. Parliamo e nessuno ci sta a sentire, perché la voce delle donne è fastidiosa, è carica di pretese e di capricci e di presunzione. La voce degli uomini sa, insegna, consiglia, informa. La voce delle donne è lamentosa, arrogante, incontentabile, umorale. E così, che strano, nessuno ci capisce e a nessuno sorge il dubbio che forse, se ci ascoltassero, scoprirebbero che non c’è niente di così misterioso e impenetrabile in noi.

Chissà, forse ascoltandoci qualcuno scoprirebbe che abbiamo dei sogni e che i nostri sogni hanno bisogno di tempo e che spesso è del sacrificio di quei sogni che si nutre l’equilibrio domestico e familiare. Che averli calpestati ha reso tutto più facile agli altri, ma ha reso tristi e insoddisfatte noi. Che i nostri progetti sono incompatibili con la cura altrui, che la nostra forza non serve solo a sopportare, anche a creare. Che se non ci proviamo, quasi sempre, è perché ci hanno convinte che non ne saremo capaci. E che se stiamo zitte, molto spesso, è perché sono riusciti a farci sentire sole e sbagliate, fra tante altre donne che si credono sole e sbagliate in silenzio.

Se ci ascoltassero, scoprirebbero che la violenza sessuale ha mille facce diverse, che avviene anche nel silenzio e non solo fra urla e schiaffi. A volte perfino fra una dichiarazione d’amore e l’altra. Se ci ascoltassero, si renderebbero conto di quanto suona vuota la parola violenza del loro vocabolario in confronto all’umiliazione, all’impotenza, ai sensi di colpa, al mutismo doloroso in cui sprofondano le donne che subiscono, che perdono il diritto sul proprio corpo. Se ci ascoltassero scoprirebbero mille sfumature di dolore, quel dolore che non lascia lividi e non lascia tracce, in una cultura che non ha interesse ad ammetterlo e a riconoscerlo.

Se ci ascoltassero, forse, sarebbe più facile capire che quando una donna viene penetrata senza averlo deciso e senza averlo desiderato, quella è violenza. Che se una ragazzina ubriaca viene penetrata a turno da più uomini, quella che ha subito è un’aggressione che nessuna società civile dovrebbe tollerare. Anche se non ha detto di no. Perché se ci ascoltaste, quel no l’avreste sentito eccome, l’avreste sentito nascere dentro di voi, prima che sulle labbra di quella ragazza. Se ci ascoltaste, invece di sbuffare e girarvi dall’altra parte nel letto, forse avremmo qualche possibilità in più di salvarci.

In quanto donna

feet-1868670_1280

Non in quanto persona. Non in quanto parte di una famiglia, di una coppia, di una comunità, non in quanto genitore o inquilina o proprietaria di un animale domestico. In quanto donna.

La nostra vita è plasmata da decine, centinaia e migliaia di “scelte” che crediamo di fare ogni giorno e che in realtà sono il frutto di sensi di colpa e di una percezione distorta del nostro ruolo e dei nostri doveri. È anche questa una forma di violenza. Se usciamo dal racconto tutto maschile di una violenza fatta di colpi, di lividi e ossa rotte. Se torniamo ad appropriarci anche del significato delle parole. Le battaglie non sono solo quelle che si combattono armi in spalla, nello spazio pubblico, sono anche quelle che combattiamo dentro di noi, negli spazi privati. E per difenderci non basta il nostro corpo, serve quella difesa che prende forma dentro di noi, che traccia limiti e apre orizzonti nuovi e mette a tacere i sensi di colpa. Sembra tutto molto sciocco e superficiale e debole, vero? Già, come tutto quello che ci appartiene e ci riguarda. È quello che ci hanno fatto credere fino a ieri.

Alla violenza fisica, psicologica, economica e patrimoniale bisogna aggiungere quindi anche quella culturale e sociale. Perché se condiziona la nostra vita, se ci obbliga a cambiare e ci trasforma, allora è violenza. Eccone alcuni esempi, raccolti come sempre grazie alla pagina Facebook di Rosapercaso. A leggerli tutti d’un fiato ci si rende improvvisamente conto, come ha scritto Debora in un commento, che “la donna perfetta che ci hanno raccontato, quella a cui dovevamo somigliare, non è mai esistita”. L’abbiamo mantenuta in vita noi, senza accorgercene, a suon di sensi di colpa e di fatica e di inadeguatezza.

In quanto donna mi sento obbligata a:

– depilarmi

– avere figli

– cucinare

– tenere pulita e in ordine la casa

– pensare al bucato

– accudire

– essere sempre presente e disponibile

– lasciare tutto pronto prima di uscire

– fare sesso anche se non ne ho voglia

– rimandare i miei momenti, spazi o pensieri

– non scontentare nessuno

– stare calma

– essere forte

– essere prudente

– essere comprensiva

– essere sorridente

– essere paziente

– essere disponibile

– essere magra

– controllare il mio linguaggio

– non ribellarmi

– essere attraente

– stare all’erta quando cammino per strada

– fare la spesa pensando ai gusti degli altri e non ai miei

– ridimensionare le mie ambizioni lavorative

– farmi accompagnare

– essere all’altezza delle aspettative in quanto figlia

– mettere per ultime le mie esigenze

– giustificarmi per il mio aspetto

– chiedere il permesso prima di prendere un impegno

– sopportare gli uomini che mi dicono come dovrei pensarla in quanto donna.

Ora provate a immaginare che cosa succederebbe se qualcuno si sentisse obbligato a farlo per il colore della sua pelle, per la sua nazionalità, per via delle sue convinzioni religiose o politiche o del suo peso o del suo colore di capelli o del suo orientamento sessuale. Come lo definiremmo, a quel punto? E quanto la nostra società sarebbe disposta a sopportarlo?