Autodifesa al femminile

L’anno scorso sotto Natale presi parte a un corso di autodifesa a scopi benefici. Durò poco più di mezza giornata e per il modico prezzo di un giocattolo mi portai via molti consigli utili. 

Quali erano i punti più sensibili in cui colpire, come atterrare anche l’avversario più nerboruto con un colpo di nocche, cose così. Allo stesso corso ci spiegarono anche che le modalità di aggressione, secondo le statistiche, sono molto diverse fra uomini e donne. Gli uomini hanno più probabilità di essere aggrediti in gruppo e da estranei. Le donne da una sola persona, conosciuta.

Mentre tornavo a casa, più baldanzosa e impavida del solito, all’improvviso mi resi conto che quello che avevo imparato, stando alle statistiche, non sarebbe servito a un tubo.

Al corso eravamo tutte donne, ma gli istruttori erano uomini e per quanto bravi fossero, i loro consigli erano tarati sulla sicurezza maschile, non su quella femminile.

Dare un colpo di nocche allo sterno forse sarà utile in una strada buia, ma non nella propria cucina e non per difendersi dalla rabbia di un compagno o del marito. Farsi trovare con le mani sollevate pronte a difendersi può servire se si avvicina un estraneo, ma non lo faremo mai con una persona conosciuta, se non di istinto.

Per difendersi dalla violenza che ci riguarda davvero, in quanto donne, non servono (solo) i consigli dei corsi di autodifesa. Serve la consapevolezza di avere il diritto di dire di no, servono limiti chiari posti intorno alla propria felicità e ai propri diritti. Serve sapere che la felicità e la soddisfazione altrui non sono la misura del nostro valore, che se il marito o compagno è infelice è un problema suo o di entrambi, ma non nostro. Che la felicità altrui non è una nostra responsabilità. Serve convincersi di non essere costrette a essere l’anima del focolare, che non dobbiamo scusarci se la cena non è pronta o se la casa non è in ordine. Serve avere ben chiaro che le donne non sono nate per sopportare o per mettere le pezze all’infelicità e ai fallimenti altrui, che non sono obbligate a sacrificare se stesse e il proprio tempo libero e i propri sogni in nome della pace domestica.

Ecco il corso di autodifesa che vorrei per Natale, allora, quest’anno. Un corso di autodifesa pensato per le donne, per aiutarle a far fronte alla violenza che rischiano davvero di subire. Perché la forza di reagire nasce dentro di noi, dalla consapevolezza del diritto. Nasce dove muoiono i nostri sensi di colpa. 

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Il peso specifico dei no delle donne

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Foto di Mario Klingemann (CC)

“È appena uscito il mio romanzo e sono sicuro che ti piacerà.”

“Volevo avvisarti che da domani potrai comprare il mio libro, lo amerai, fidati.”

C’è la versione marpiona, quella finto umile, quella passivo aggressiva, ma l’atteggiamento di fondo è sempre lo stesso: è mio, io sono maschio, tu sei donna, non può non piacerti.

Fidati, ti piacerà. Che si tratti del mio libro o del gioiellino che ho in mezzo alle gambe. Ti piacerà, ma tu, donna, ancora non lo sai. E se non ti piacerà, allora è evidente che il problema è tuo. Non sai riconoscere un capolavoro, non sei all’altezza di quello che scrivo, sei lesbica, hai un problema con gli uomini.

Dietro tante molestie, letterarie e non, c’è questa prepotenza di fondo, questa convinzione assoluta di essere portatori del Sacro Graal del sesso femminile, unici dispensatori di felicità e di cultura, magnanimi educatori al piacere del sesso debole.

Le femmine devono imparare a stare al proprio posto, i maschi devono imparare a reclamare il proprio. Le femmine devono imparare l’arte della prudenza, i maschi quella del coraggio. Le femmine devono imparare a chiedere, gli uomini a non aver bisogno di chiedere mai.

Ecco, quando si discute di molestie e aggressioni, di stupri e di violenze, bisognerebbe interrogarsi secondo me anche su questa forma di prepotenza, per cui il silenzio di una donna equivale a un sì entusiasta. È impossibile capire la situazione in cui si trova una donna che subisce molestie senza partire da qui. Perché se a un uomo le regole non scritte della nostra cultura hanno insegnato che non deve chiedere mai, a una donna hanno insegnato a dire sempre di sì. A essere accondiscendente, a passare in secondo piano, a compiacere, a soddisfare le esigenze altrui, che si tratti di un compagno, dei figli o del capo. Il no di una donna pesa come una condanna, anche e soprattutto per chi lo dice. Il no di una donna è odioso, supponente, riprovevole. Lo sanno bene le donne che l’hanno detto e ne hanno pagato le conseguenze.

Le molestie sono una questione di potere, certo, ma non solo. Esiste un filo sottile che unisce le molestie e la frequenza con cui le donne rinunciano a lavorare perché il marito possa continuare a farlo, smettono di inseguire le proprie passioni per dedicarsi alla casa e ai figli, si dedicano a se stesse senza sensi di colpa solo quando si sono spese per tutto ciò che le circonda, un attimo prima di restare senza energie, come vuole la Sindrome dello Strofinaccio. E questo filo sottile è il peso specifico del no delle donne.

Quando cerchiamo il confine della violenza, che in alcuni casi è palese ma in altri molto meno, dovremmo interrogarci anche su questo. Insegnare alle donne, alle figlie e alle amiche che possono dire di no, sempre, in qualunque ambito, senza essere considerate egoiste e superficiali e pigre. Senza che venga messo in discussione il loro valore come donne.

Che non devono mai misurarsi sull’approvazione altrui e sulla capacità di soddisfare i desideri degli altri. E forse sembra facile, ma non lo è affatto.

I nostri no pesano. I no degli uomini tracciano il confine fra il giusto e lo sbagliato. I no delle donne vengono scambiati spesso per una forma di vanità e di prepotenza e di alterigia. Sono vissuti come un’aggressione, non come l’espressione di un diritto. I no delle donne sono leciti solo quando hanno uno scopo più nobile, quando educano o vorrebbero educare i figli, per esempio.

Ricominciamo da qui, allora, ricominciamo dai nostri no. Forse a furia di dirli e di ripeterli, diventeranno finalmente più leggeri.

Non dire niente

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Non dire niente.

Se il medico ti tocca un po’ troppo a lungo le tette durante una visita, tu non dire niente.

Se a scuola il maestro di ginnastica ti dà una pacca sul culo e una palpatina e poi ti strizza l’occhio, tu non dire niente.

Se sull’autobus noti il cazzo duro del tizio dietro di te incollato al sedere e lo senti gemere, tu non dire niente.

Se l’amico di tuo padre ti dice che sei proprio graziosa e ti tocca sopra la camicetta per sentire quanto sei cresciuta, tu non dire niente.

Non dire niente perché dopo ti sentirai ancora più sporca.

Non dire niente perché daranno la colpa a te.

Non dire niente perché resterai sola.

Non dire niente perché in cambio riceverai sorrisetti paternalisti che ti faranno sentire piccola  e stupida.

Non dire niente perché ti risponderanno che non sai stare agli scherzi.

Non dire niente perché perfino tua madre ti guarderà con sospetto.

Non dire niente perché il tuo compito è capire e perdonare, non accusare.

Non dire niente perché se non ti hanno spezzato un paio di ossa non ci crederà nessuno che un po’ non ti è piaciuto.

Non dire niente perché non hai sofferto abbastanza. Perché le vere donne non si lamentano, le vere donne sono quelle che lasciano fare, che comprendono le esigenze degli uomini, le vere donne sanno che la colpa è loro, che sono sporche come il desiderio che accendono nelle mani e nella bocca degli uomini, che qualcosa hanno fatto e qualcosa devono scontare. Le vere donne sanno come si accontenta un uomo, sanno renderlo felice.

Le vere donne sanno quando è il momento di tenere la bocca chiusa. E non dire niente. Non è proprio questa la misura del nostro valore? Non è forse il silenzio delle donne, la nostra capacità di tacere, a fare la differenza fra una brava ragazza e una puttana?

Femminista in senso lato

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Foto di Claus Tom Christensen (CC)

Nel descrivere l’avvocata del carabiniere accusato di stupro – “l’avvocata Cristina”, per gli amici e per i lettori del Corriere, suvvia, potrebbe essere nostra zia, anche gli avvocati uomini del resto li chiamano tutti affettuosamente per nome… o no? – comunque, dell’avvocata il Corriere ci tiene a precisare che “non è una femminista nel senso più stretto del termine”.

La cronaca di questa vicenda e delle indagini in corso è un esempio di giornalismo dei più beceri, ma su questo hanno già scritto penne migliori della mia e non mi dilungherò. Non ce n’è neanche bisogno. Solo in questo articolo apparentemente inoffensivo, sono nascosti – neanche tanto bene – più stereotipi e messaggi pericolosi di quanto si possa pensare, e accettare.

Che accidenti significa che non è una femminista in senso stretto? Che è una femminista in senso lato? Che ha difeso i diritti delle donne ma questo non significa che sia brutta, repressa e antipatica? Avevo appena optato per la seconda ipotesi, una sorta di “è femminista ma non vogliategliene, sta cercando di smettere”, quando sono tornata su di qualche riga e ho riletto con più attenzione. L’avvocata, pare, “è una tosta” (essendo donna, si sa, è sempre opportuno precisare che non è mica una femminuccia senza palle). “Gli sgarbi, soprattutto quelli maschili, non li sopporta proprio. E forse non è un caso che rivendichi con una serena allegria d’essere una single.”

“Non è un caso”? Nel senso che se non sopporta gli sgarbi maschili, per forza che poi una resta single? O zitella che dir si voglia?

Quindi, per riassumere, l’avvocata Cristina, femminista ma non troppo, zitella per forza, ha guardato negli occhi il suo cliente e ha capito che era sincero. Ha pianto, pover’uomo. Sa di aver sbagliato. Si è lasciato trasportare. E se lo dice una che gli abusi non li sopporta, tanto da aver deciso addirittura di immolarsi alla causa e restare single – perché si sa, in coppia qualche abuso tocca sopportarlo e le donne intransigenti, quelle “toste”, che sono evidentemente un’eccezione alla regola, non vanno per la maggiore sulla strada verso l’altare – se lo dice lei, insomma, c’è da crederle.

Manca solo la ricetta della torta alle mele che le riesce così bene, nel ritratto dell’avvocata del carabiniere, o il numero di gatti con cui abita. C’è tanto di quel paternalismo, nel tono con cui viene descritta, tanta di quella condiscendenza. Si entra a gamba tesa nella sua sfera intima e personale, si esordisce con qualche dettaglio personale, si rimarca che lo “dice con un sorriso”, per descriverla si usano espressioni da fumetto come “non è una che si tira indietro”, con quel tono un po’ infantile e incredulo che accompagna spesso le descrizioni dei meriti professionali di una donna, con una spolverata di emozioni a colorire la sfera lavorativa (“si disse entusiasta”).

Ci sono così tanti stereotipi femminili in poche righe che è quasi impossibile contarli, nascosti e dissimulati quanto basta perché non possano essere rinfacciati facilmente. Sono nascosti nella sfera intima invasa automaticamente nel caso di una donna, che non merita il rispetto formale che sarebbe stato riservato a un uomo. Sono nascosti nel tono un po’ stupito e favolistico con cui si decantano le sue lodi professionali. Sono nascosti in quel “non è un caso”, una costruzione della frase sbagliata e pericolosa, per il messaggio che lascia passare (se non sopporti gli abusi e sei una tosta, allora puoi essere solo automaticamente e orgogliosamente zitella). Sono nascosti in quel “femminista con riserva” che suona come un buffetto di incoraggiamento, una sorta di vezzeggiativo, un’attenuante.

E infine il messaggio ancora più insidioso nascosto nelle parole dell’avvocata: “ho deciso di difenderlo anche da un reato che, in quanto donna, mi fa rabbrividire”. Lo stupro, insomma, è ancora una questione di categoria. Rabbrividiamo pure fra noi, finché non è uno straniero a calpestare l’orgoglio e il testosterone italico, continueremo a farlo da sole, con qualche pacca di solidarietà maschile, se saremo fortunate. Del resto, si sa, le lacrime delle donne quando non sono false sono segno di debolezza o di isteria, non di innocenza e buona volontà, come quelle maschili.

Le mamme dei maschi

miniature-1802333_960_720Le madri dei maschi sono un capolavoro di ottimismo.

Dove c’è uno spintone vedono un gesto amichevole. Dove c’è un pugno vedono una manifestazione di esuberanza. Dove c’è violenza vedono un bambino troppo sicuro del proprio corpo. Quanto testosterone, esclamano ammirate, mentre il pargolo distribuisce cazzotti agli amici, e quanta maleducazione, esclamano scandalizzate, quando il pargolo riceve cazzotti dagli amici.

Le madri dei maschi sono un capolavoro di fantasia.

Dove c’è uno scarabocchio vedono il futuro Picasso. Dove c’è un paio di scarpette da calcio vedono il futuro Messi. Dove c’è un nove in pagella vedono un futuro premio Nobel. Non so da chi ha preso, eclamano con finta modestia, a cinque anni è già più intelligente di me.

Le madri dei maschi gridano allo scandalo se qualcuno infastidisce il figlio ma non riescono a reprimere un sorrisetto divertito quando raccontano che il figlio a sei anni ha toccato le tette della compagna di banco. Le madri dei maschi fanno secchi i mariti al primo segno di autorità nei confronti della prole ma poi si lasciano prendere a calci dal figlio di cinque anni perché poverino è un po’ stanco. Le madri dei maschi sbandierano il proprio femminismo ma poi trovano così tenero che se lei esce con le amiche il figlio la tempesti di messaggi per chiederle di tornare altrimenti non dorme.

Da grande voglio vedere il mondo con gli occhi delle madri dei maschi. Dev’essere un mondo meraviglioso, in cui gli insulti sono emozioni trattenute, la disobbedienza un eccesso di vitalità, la maleducazione un segno di virilità. Non c’è spazio per gli errori, nel mondo delle madri dei maschi. Non c’è spazio per la debolezza. Non c’è spazio per i rimproveri. Non c’è spazio per i difetti.

È proprio un maschio, è la formula magica, che cura ogni sbaglio e guarisce ogni colpa.

E poi i figli crescono e sono sempre ragazzi che ogni tanto si divertono un po’ ed esagerano e non c’è niente di male e qualcosa dovranno pur fare con tutta quell’energia. Del resto guarda le ragazze come vanno in giro, anche loro come fanno poveretti, a resistere. E poi i figli crescono e scoprono che non sono Messi e non sono Picasso e non prendono neanche il premio Nobel e l’unica cosa di cui avrebbero davvero bisogno è aver imparato a sbagliare e a convivere con le proprie debolezze. A convivere con i rifiuti, soprattutto quelli delle donne.

Io guardo le madri dei maschi e non posso fare a meno di pensare che avremmo degli uomini molto migliori se qualcuna di loro tenesse a bada l’orgoglio materno e magari anche il pargolo, ogni tanto. Se qualcuna avesse insegnato ai figli a tenere a posto le mani e a cambiare tono di voce e che una donna ha il diritto di uscire con le amiche senza che nessuno le rompa le scatole, che le donne non si toccano neanche con un fiore, che le frustrazioni sono una gran brutta cosa ma sono anche un problema tutto loro. Se avessero insegnato ai figli a chiedere il permesso, ad accettare un no come risposta e che essere maschi non è una scusa, ma una responsabilità.

Anche perché una volta adulti, non ci saranno più scuse e mamme che tengano. Non importa se hanno sempre pensato che la virilità fosse quella cosa lì. La colpa di quello che faranno sarà soltanto loro.