Altro che festival. Le magie del Women’s Fiction Festival di Matera.

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Foto dell’organizzazione del WFF

Matera ti costringe a pensare diversamente. Il primo segreto del Women’s Fiction Festival è questo. Lo scopri ancora prima di arrivare alle Monacelle, sede degli eventi del Congresso, quando capisci che fra i Sassi il senso dell’orientamento non serve: hai svoltato dove ti avevano detto di svoltare, hai seguito i cartelli, hai tenuto d’occhio il campanile del Duomo… e sei finita da tutt’altra parte! Google Maps alla prima scalinata in pietra ti abbandona, quindi inutile farci conto, sei proprio da sola. Ed è così, dopo qualche giro a vuoto, dopo aver scoperto che sui sassi di Matera le suole delle scarpe sembrano sottilette e dopo un principio di panico per chi soffre di manie di controllo (come me), è così che impari la prima lezione: per arrivare dove vuoi arrivare a Matera devi fidarti dei Sassi, e di te stessa. Guardarti intorno, memorizzare, notare i dettagli, cogliere l’energia del posto, lasciarti andare, fidarti del tuo intuito e della tua curiosità, spingerti dove normalmente non ti spingeresti, guardare sempre oltre la prossima curva, dimenticarti di te stessa e imparare a guardare davvero.

Il secondo segreto del Women’s Fiction Festival sono le organizzatrici. Funziona come per le torte, se le prepari con affetto per qualche ragione misteriosa sono sempre più buone. E al festival succede qualcosa di simile. Le vedi ovunque, neanche avessero il dono dell’ubiquità, instancabili, sorridenti, hanno sempre tempo per tutti, per un abbraccio, per due chiacchiere, per risolvere un problema, per gestire un panel, alzarsi e portare il microfono in sala, accompagnare un relatore disorientato. Se Matera ti abbraccia, con le sue curve e le sue forme femminili e accoglienti, al Women’s Fiction Festival senti che si stanno prendendo cura di te, cosa che non mi era mai successa a nessun altro festival. Si preoccupano che tu possa raggiungere tranquillamente l’albergo, che tu abbia caffè e prelibatezze a disposizione, si preoccupano di ascoltarti e di informarti e di rivelarti i segreti dell’editoria, e tutto in una sorta di lunga chiacchierata fra amiche, senza protagonismi, senza gerarchie che non siano quelle dettate dalle occhiate spaventate di chi si accinge a esporre la propria storia in tre minuti a qualche editor importante.

Matera riesce a farti credere che tutto è possibile, perché fra tante cure, fra tanto affetto, fra tanto benessere dell’anima e del corpo (piedi a parte!) l’unica cosa che ti resta da fare è dedicarti a coltivare i tuoi sogni e all’improvviso scopri di avere un’idea fantastica nascosta dietro i pensieri polverosi di sempre, la testa si riempie di storie, di parole, di personaggi. Storie, parole e personaggi che fanno capolino in ogni conversazione, in ogni chiacchiera, nei panorami mozzafiato che ti circondano, fino a quando non sei più sicura di saper distinguere la realtà dalla fantasia, la letteratura dall’amicizia, le storie dalla vita. Ed è allora, nell’istante in cui te ne accorgi e capisci che va bene così, che la magia è compiuta e sei finalmente sulla strada giusta.

L’altro segreto meraviglioso di Matera, non me ne vogliano gli uomini presenti, è che ci si muove in un universo tutto femminile, e chissà che cosa avrebbero pensato le monache del convento delle Monacelle (ora trasformato in albergo) a vedere fra le loro pareti tante donne riunite in religioso silenzio ad ascoltare chi spiega loro come realizzare i propri sogni. Chissà che non ci sia anche lo zampino di qualcuna di loro, perché mi piace immaginarmele tutte lassù, che guardano divertite e sorridenti e ci mettono una buona parola.

Per anni ho visto le foto di Matera e letto i resoconti del Festival, ma non ero preparata all’esperienza che ho vissuto. Il Women’s Fiction Festival ti trasforma, ti rassicura, ti fa sentire parte di qualcosa. E se non fosse perché ai panel, a prestare attenzione e a prendere appunti, scopri tutto quello che c’è da scoprire sull’editoria italiana e sulle sue tante tantissime sfaccettature, alla fine, mentre ti allontani con il trolley che sobbalza impazzito sui sassi, avresti l’impressione di essere tornata ragazzina, alla fine di una gita di classe o di un lungo pigiama party pieno di emozioni e di spunti per il domani. Con l’unica differenza che il grande amore da affascinare, convincere e conquistare non era il ragazzo del banco davanti, ma te stessa. La vera te stessa, quella che non credevi neanche più di conoscere e che invece era lì ad aspettarti paziente, con in mano un mazzo di sogni tutti da realizzare.

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Femminismo e letteratura: che cosa ci perdiamo noi donne?

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Foto di wiredforlego (CC)

C’è un elefante nella stanza della letteratura. Un elefante rosa.

È un elefante con tanti nomi diversi e tante sfaccettature diverse, un po’ romance, un po’ women’s fiction, un po’ storia d’amore, un po’ commedia romantica. A volte non si sa neanche bene come chiamarlo. E infatti se ne parla il meno possibile. Lui non se la prende, non tanto, anche perché con la sua mole occupa una porzione non indifferente delle librerie e degli incassi. Con una zampa sostiene il vacillante mondo dell’editoria, con l’altra sostiene il morale delle sue lettrici. Che questo gli chiedono, appunto. Di essere intrattenute, di sognare un po’, di evadere.

L’elefante rosa è lì per le sue lettrici (e anche per qualche lettore), non aspira a grandi premi letterari o a recensioni osannanti (è rosa, non è mica stupido). Sa qual è il suo compito e lo svolge, sereno. Domina le classifiche e se proprio qualcuno sentisse l’esigenza di criticarlo, è sempre pronto a tirare fuori un fazzoletto gigante e, come rispondeva Hitchcock ai suoi detrattori, piangere per tutta la strada fino alla banca.

Il mercato, certo, non sempre è letteratura, come dice Luigi Spagnol nel suo bellissimo post (di cui mi sono permessa di riecheggiare il titolo) ricco di dati e di spunti di riflessione; e se lui sfida chiunque a “definire in maniera soddisfacente in che cosa consista questa differenza” non sarò certo io a provarci.

Ma continuo a non spiegarmi il motivo per cui tante femministe nelle loro riflessioni girino intorno all’elefante fingendo che non esista o lanciandogli occhiate sdegnate e sospettose. Trovo irritante, per essere del tutto sincera, l’atteggiamento di superiorità con cui il femminismo ha quasi sempre liquidato il rosa, e quindi anche le migliaia di donne che lo leggono (e che, ricordiamolo, non leggono solo quello).  E non solo il rosa in senso stretto, ma in generale la letteratura d’evasione al femminile.

È proprio necessario continuare a considerarla roba da donnette, portando quindi avanti implicitamente l’idea che la donna, per farsi rispettare, debba rinunciare alle emozioni, fingere di non averne, giocare a fare la dura? Perché dietro quest’ansia di prendere le distanze da un certo tipo di letteratura al femminile non c’è quasi mai soltanto un giudizio di valore letterario. C’è il fastidio verso la donna sospirante e vittima delle emozioni, c’è la convinzione che la donna in ozio sia una donna passiva, superficiale, egoista e sostanzialmente inutile. In sottofondo, dietro questo atteggiamento sdegnoso, si coglie un’idea che di femminista ha poco e niente, ossia che la donna debba sempre mostrarsi impegnata in qualcosa, anche quando legge.

Paradossalmente, alcune femministe adottano nei confronti della women’s fiction lo stesso atteggiamento che in un recente post su Il Libraio Michela Murgia rimprovera – giustamente – all’universo culturale dei festival e dei premi, in cui “le autrici italiane sono quasi sempre intervistatrici o moderatrici, figure di spalla al servizio di un altro ospite. Se l’ospite principale sono loro, in genere è perché sono considerate esperte di tematiche percepite come legate al mondo femminile (femminicidio, femminismi, maternità…), oppure sono portatrici di storie personali sul filo del caso umano”.

Non è poi molto diverso da quello che succede anche ai romanzi d’amore, dove l’approvazione femminista arriva soltanto se sullo sfondo c’è, appunto, una tematica legata al mondo femminile o una storia personale sul filo del caso umano. Solo accanto a un tema drammatico, di provata serietà, l’intrattenimento femminile viene sdoganato e i sorrisetti beffardi si spengono.

Ma allora, a rischio di essere bersagliata da critiche feroci, un certo tipo di femminismo non sta forse commettendo lo stesso errore che in altri campi è così pronto a criticare? Perché tanto accanimento rispetto al rosa, perché tutta quest’ansia di prenderne le distanze? I romanzi d’amore in fondo insegnano a sognare, indicano la strada verso la felicità, ci riconciliano con noi stesse. Non lasciamoci fuorviare dal personaggio maschile, che il più delle volte è soltanto un premio finale, non un mezzo o uno strumento.

Accettare di includere la letteratura d’evasione femminile, intelligente e di qualità, in un discorso femminista significherebbe non solo ampliare il proprio orizzonte femminile di riferimento (quante donne non sono femministe perché non si sentono “all’altezza”, scoraggiate da certi atteggiamenti intransigenti), ma anche pretendere una letteratura libera da dominazioni e violenze più o meno camuffate. Significherebbe portare avanti una riflessione sulla necessità di rileggere e riformulare alcuni modelli dell’amore romantico, per intaccare stereotipi duri a morire.

I sospiri delle donne non sono inutili e superficiali come possono sembrare. Lo scriveva anche Soft Revolution, in un post coraggioso in cui elencava i motivi per cui vale la pena di leggere romanzi rosa (scritti bene). Alle spalle del successo del rosa c’è un esercito di donne molto più consapevoli, preparate e colte di quanto si pensi. È un peccato che un certo tipo di femminismo volti loro le spalle, che non impari a conoscerle, che si lasci spaventare dall’etichetta di romanticismo. Anche perché le donne che sospirano in realtà il più delle volte stanno solo prendendo fiato, per tornare a credere nei sogni e prepararsi a lottare.