Di mamma non ce n’è una sola

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Le mamme prima di diventare mamme non esistono.

O se esistono, la loro vita è stata tutta una lunga attesa della prole e della famiglia che il futuro riservava per loro. Chi vuole una dimostrazione, può farsi un giro sull’account Instagram Mothers Before, che raccoglie le immagini di quella specie in via di estinzione che sono le madri da giovani, più misteriose e inavvistabili del mostro di Lochness o dell’Uomo delle nevi. Ed è subito Ritorno al futuro. Una collisione di piani temporali anomala e vagamente inquietante, che ci lascia spiazzati.

Che cosa ci spinge, in quanto madri, a gettare un velo di silenzio e di mistero su tutto quello che abbiamo fatto prima? Perché siamo soprattutto noi a tracciare quella linea, a decidere che la donna che siamo state fino a quel momento rischia di essere inadatta ed è meglio lasciarla fuori dalla porta. Ed è lì, in quella difficoltà a permetterle di entrare, in quel bisogno quasi inspiegabile di lasciare fuori di casa una parte di sé, che prendono forma i primi sensi di colpa e che la nostra libertà si incrina.

Quanto senso di inadeguatezza c’è, in quella riga tracciata nella nostra vita? Quanto incide lo sforzo di assecondare le aspettative altrui e di rientrare nel ruolo che la società a quel punto ha confezionato per noi? Un ruolo fatto di sacrificio, di amore materno assoluto e incondizionato, di stanchezza come misura del nostro valore, un ruolo in cui i nostri sogni si tingono di egoismo e le nostre necessità si fanno superflue.

Non dovrebbe esserci niente di incompatibile nei nostri sorrisi da giovani, nella nostra freschezza, nelle nostre espressioni maliziose, battagliere e sognanti. Non dovrebbe esserci niente di scandaloso nella dimostrazione che siamo esistite lo stesso per anni, senza un “mamma di” e un “moglie di” che ci definisse. Allora perché non ci raccontiamo di più? Serve un racconto del femminile in società, ma serve anche un racconto del femminile all’interno della famiglia, in cui la donna non sia definita soltanto dalle esigenze e dall’amore altrui.

Perché se la maternità ci separa da quel che siamo state prima, se lo rende inopportuno e sbagliato, finiremo per convincerci che quelle sbagliate e inopportune siamo noi. E che le frustrazioni ci legittimano più dei desideri, la fatica ci nobilita più del coraggio, che il nostro passo può essere scandito soltanto dal ritmo delle esigenze altrui, mai dalle nostre.

Raccontiamoci. Raccontare noi stesse ha qualcosa di rivoluzionario. Le parole possono fare miracoli, e possono renderci di nuovo protagoniste della nostra vita.

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Chi ha detto menopausa?

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Foto Daniel Lobo (CC)

Sorrisi imbarazzati, espressioni sorprese o infastidite, silenzi improvvisi.

Le prime volte mi sono data dell’inopportuna, mi sono detta che certe cose non si buttano lì in una conversazione come se niente fosse, dovrei essere più discreta, non puoi mica chiacchierare del più e del meno e all’improvviso dire che stai attraversando una fase della vita che riguarda la stragrande maggioranza delle donne e che è scandalosa più o meno come le foglie che cadono d’autunno.

Eppure non ci riesco, è più forte di me. Continuo a dirlo. Me-no-pau-sa. Come se fosse una parola magica. Me-no-pau-sa. Soprattutto davanti agli uomini. Me-no-pau-sa. E più  reagiscono scioccati e infastiditi, più mi rendo conto della necessità di parlarne. Perché dovrei viverla in segreto? Dovrei vergognarmene? Dovrei esserne imbarazzata? Perché? Prima o poi arriva e non ci rende meno donne, non ci rende meno attraenti. Non ci rende meno intelligenti, meno creative, meno divertenti, meno interessanti. Ci rende solo meno fertili.

Se nessuno si fa scrupoli a parlare del seno e del sedere delle donne, perché il nostro utero e le nostre ovaie dovrebbero restare un segreto? Perché a furia di raccontare le donne all’interno dei confini tracciati dal desiderio e delle esigenze maschili, ci siamo lasciate convincere che fossero davvero solo “cose da donne”. E quindi inopportune, minoritarie, di interesse relativo e vagamente fastidiose. Tutto questo femminile che non esiste, che nessuno vuole vedere, che nessuno vuole ascoltare. Il sesso nell’immaginario collettivo è al maschile, l’eccitazione e il desiderio sono declinati al maschile, e le donne che non ci stanno vengono etichettate come eccezioni volgari che rasentano la patologia.

In questo racconto del sesso, gli spermatozoi scompaiono magicamente dopo aver abbandonato l’organo che tutto può e tutto decide ed essere entrati nel corpo femminile. Ragion per cui quel che succede da quel momento in poi sono solo affari della donna. In questo racconto del sesso, gli ormoni non esistono, sono un impiccio, un contrattempo, perfino un rivale imbarazzante (quante volte più della virilità maschile poté il periodo fertile del ciclo, costringendo il desiderio femminile a seguire il ritmo della sopravvivenza della specie). Ma tutto questo succede sul lato oscuro del sesso, quello femminile, il dietro le quinte che non interessa a nessuno nel gran teatro della virilità.

E se non esiste un utero, se non esistono le mestruazioni, se abbiamo creduto finora che tutto girasse intorno all’obelisco del piacere, se le donne hanno finto orgasmi per anni per non incrinare questo racconto del desiderio, che bisogno c’è di venire a rovinare tutto proprio sul finale? Con quella parola così sgradevole. Menopausa. Che ne ricorda un’altra ancora peggiore. Mestruazioni.

Dall’inizio però non posso ricominciare, quindi partirò dalla fine. E continuerò a ripeterlo, proprio come se fosse la cosa naturale che è, con la speranza che arrivi presto il giorno in cui parlare di quello che riguarda le donne e le donne soltanto smetta di essere rivoluzionario.

 

Femminismo post parto

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Sì, perché spesso è la maternità a imporre limiti e decisioni. Per molte è il momento di una solitudine strana, una solitudine che suona colpevole e sbagliata, che ti si apre davanti nel momento in cui ti ritrovi inchiodata a responsabilità e doveri che fino a un attimo prima ti erano sconosciuti. Tu, e soltanto tu.

Perché dall’istante successivo al parto, tutti si aspetteranno che sia la madre a sapere che cosa fare, e poi nel caso spiegarlo con pazienza al padre. Tutti si aspetteranno che sia la madre a fare sempre la cosa giusta, a sacrificare ore di sonno, ad azzeccare ogni diagnosi come un medico esperto, a sapere come far scomparire le coliche, come calmarlo, come nutrirlo, come decifrare il pianto con la stele di Rosetta dell’istinto materno.

A un certo punto, però, ho scoperto che il mio femminismo era passato proprio da lì, da quella solitudine imposta e riscoperta, da quell’impossibilità di trovare l’approvazione altrui. Da quel bisogno improvviso di fidarmi di me stessa, senza aspettare il permesso delle persone intorno a me. E non solo quando mi davano dell’isterica perché correvo dal medico e poi si scopriva che avevo ragione io. Non solo quando mi sembrava di essere la madre peggiore del mondo. Quella solitudine era necessaria anche quando volevo lavorare, quando provavo a ritagliarmi spazi per me, quando sfuggivo, a poco a poco, alla maternità e decidevo che ogni tanto, almeno ogni tanto, venivo prima io. Anche se era necessario soltanto a me.

Per non dimenticare i propri sogni, ogni tanto bisogna dimenticarsi di essere madre. Ogni tanto. Ogni tanto i figli e la famiglia devono uscire dalla nostra testa per fare spazio al resto. E non significa trascurare nessuno, non significa essere egoiste, non è l’anticamera del “E allora i figli che cosa li hai fatti a fare?”. Di certo non significa che l’amore sia meno o meno importante. Non significa che alla prima emergenza non si possa essere lì con loro, anche se l’emergenza è che a Batman si è staccata la testa e se l’è mangiata il cane. Non significa essere meno mamma. Significa essere mamma in un modo diverso, senza perdere di vista se stesse, per esserci davvero, al cento per cento, io e tutti i miei sogni, quelli che coltivo quando non penso a loro e non posso stare con loro, perché i sogni sono esigenti e ti sfiancano e ti costringono a equilibri impossibili e se sei donna ti tolgono sempre qualcosa di più di quello che tolgono a un uomo, ma una famiglia senza sogni è una famiglia triste.  E una famiglia senza i miei sogni è una famiglia senza di me.

Così ho imparato, anzi no, sto imparando, ad aggiungere un posto a tavola per i miei sogni, accanto a quello che c’è sempre stato per i sogni di mio marito e accanto alle decine di posti già apparecchiati per i sogni dei miei figli. Ed è stato faticoso, mi ha fatta sentire colpevole, ho tolto e rimesso quel piatto centinaia di volte, ci sono stati giorni in cui l’ho spaccato per la frustrazione, altri in cui ho usato un piattino di plastica sperando di sentirmi meno in colpa. Ma ho tenuto duro e l’ho lasciato lì.

La strada per i miei sogni passa per la solitudine, la solitudine che prova a volte una donna quando decide di non aver bisogno del permesso e dell’approvazione di nessuno, solo del proprio. Dobbiamo imparare a fidarci di quella solitudine, nascosta sotto la sensazione di essere tutte sbagliate, e a trasformarla in forza e fiducia. Perché è lì, sotto strati e strati di doveri e ruoli imposti da una società pensata per gli uomini e dagli uomini, è lì che inizia il cammino verso i nostri sogni. E a volte anche verso noi stesse.

HO LE MESTRUAZIONI!/2 In spiaggia

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Sì, sempre in maiuscolo e a voce bella alta, come nel primo post, ma in bikini questa volta!

Quando il gioco si fa duro, le donne mestruate cominciano a giocare a racchettoni in spiaggia. Ma che ne sapete, voi che passeggiate sul bagnasciuga sfoggiando muscoli palestrati tutti bozzi e steroidi, con una tartaruga capovolta al posto della pancia e un costumino stretto stretto si sa mai che non si noti. Ma che ne sapete voi di forza, di resistenza, delle prove di sopravvivenza, quelle vere?

“Non è che spunta il filo del Tampax?”

“Esisterà un modo per attaccare l’assorbente al pezzo di sotto del bikini e non ritrovarmelo sotto le ascelle?”

“Sicura che una volta in acqua si bloccano? Ma poi quanti secondi di autonomia ho fino al bagno?”

“Sangue? No, no, faccio il peeling con i semini del pomodoro. Fanno miracoli.”

“Certo che vengo in spiaggia, restiamo qui soltanto una settimana, e poi mi sono appena depilata e resterò perfettamente glabra per circa ventiquattro ore. Faccio solo un salto in bagno. Ma porca put… No, non vengo.”

“Uh, che schifo, non vorrai mica fare il bagno con le mestruazioni? Nell’acqua in cui poi entriamo anche noi per fare la pipì?”

Ebbene sì, fatti due rapidi calcoli, di tutte le bellezze in bikini intorno a voi, almeno un quarto ha le mestruazioni. Le mestruazioni. Quel piccolo dettaglio fisiologico da cui dipende sostanzialmente la sopravvivenza della specie, il segreto più difeso dopo la ricetta della Coca-Cola (“Sì, certo che lo so che cosa vi succede, state buttando fuori l’uovo scaduto.” “Ci credo che sei debole, perdere trenta litri di sangue ogni mese…” “No, no, le rose no, per favore, non le toccare che me le fai appassire!”).

Incredibile, eh? E l’unico motivo per cui nel novanta per cento dei casi non ve ne accorgete è che noi ci facciamo un culo così per nasconderlo. Ricordate quel giorno in cui eravamo particolarmente interessate a esplorare quella grotta buia, in quella bellissima spiaggetta selvaggia in cui non c’era un cazzo di bagno per chilometri? O quel mattino in cui siamo rimaste nel bagno dello stabilimento per due ore finché non abbiamo scroccato un Tampax alla figlia della vicina di ombrellone? O quell’altro in cui all’improvviso abbiamo sfoggiato l’asciugamano di Peppa Pig come pareo e insistevamo per tornare in albergo? Ecco.

C’è solo un problema. Che ci siamo un po’ rotte di doverlo nascondere, neanche avessimo i funghi ai piedi. L’altro giorno il mio vicino di ombrellone ha cambiato il pannolino pieno di cacca santa sotto il mio naso e io ho capito e sono stata zitta. E l’altro giorno ancora l’ho vista quella signora con la messa in piega a prova di salsedine che entrava in acqua giusto giusto fino all’inguine e poi usciva più leggera con un sorrisino finto innocente, e io ho capito e sono stata zitta. E ho visto anche quel signore anziano che a riva si è fatto un lavaggio del cerume che neanche dall’otorino, e ho capito e sono stata zitta. E in acqua mi sono trovata davanti una nonna che ha tirato fuori dalle narici della nipotina abbastanza moccico da costruirci una diga, e anche quella volta ho capito e sono stata zitta.

E allora sapete che c’è? Io farò del mio meglio per non sporcarmi (per me, non per voi), ma se dovesse succedere, se mi ritrovassi con il costume insanguinato, con un alone rosso fra le gambe o con il cordino del Tampax che sporge dal costume, mi aspetto che voi capiate e stiate zitti.

Le nostre mestruazioni vi infastidiscono? Che peccato. Ce lo segniamo, fra le cose interessantissime  di cui non possiamo non tenere conto, subito dopo i rituali di accoppiamento dei pappagalli. Nel frattempo, mentre voi fingete che non esistano, vi spiace se per il Tampax zuppo usiamo il cono di plastica per i mozziconi di sigaretta?

Esercizi di autodifesa femminista

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È tutta questione di allenamento. Anche il femminismo. All’inizio è un po’ come quando a pilates tutti riescono a sollevare il bacino con le mani sulla fronte e tu invece ti senti come se schiacciassi il bottone del terzo piano e l’ascensore non desse segni di vita.

“Mi sa che quel muscolo non ce l’ho, possibile?” ho chiesto sconfortata dalla mia umiliante posizione supina, mentre le altre si alzavano e scendevano come se fosse la cosa più facile del mondo.

“Certo che ce l’hai, devi solo allenarlo un po’” mi ha risposto l’istruttrice.

“Mi sa che devo prima trovarlo” ho borbottato io.

Ecco allora qualche esercizio che possiamo fare tutte comodamente da casa, per riscoprire il muscolo che ci permetterà di dedicarci a noi stesse e di non ammazzarci sempre di fatica, eliminando acido lattico e sensi di colpa. Uno per ogni giorno della settimana, per liberarci delle tensioni e del sovraccarico che ci limita “in quanto donne“.

1. Uscire per prime dalla cucina, dopo i pasti.

Se vi sembra troppo facile, aggiungete la seconda parte dell’esercizio: entrare per ultima e sedersi a tavola per prima. (Se la cucina non è il nostro regno e non vogliamo che lo sia, non siamo tenute ad accogliere e congedare tutte le persone che ci entrano, o a presidiarla come capitane coraggiose mentre l’acqua sale e i topi scappano).

2. Quando vostro figlio si fa male, lasciate che il padre vada a consolarlo senza intervenire.

Se vi sembra troppo facile, provate a farlo senza sentirvi uno schifo di madre e senza controllare che nessuno vi guardi. Nella versione advanced, non gli dite neanche che cosa deve fare e che cosa sta sbagliando.

3. Ripetere a voce chiara e decisa: “No, non posso, devo lavorare”. 

Se vi sembra troppo facile, provate ad aggiungere: “Cercatelo da solo” e “Chiedi a tuo padre”. La versione advanced è quella in cui lo dite senza traccia di sensi di colpa e senza chiedervi se l’intera famiglia andrà a rotoli  e i vostri figli avranno qualche trauma da abbandono perché voi non siete intervenute.

4. Sedetevi sul divano senza far niente.

Se vi sembra troppo difficile, potete prendere un libro. Nella versione advanced, provate a farlo mentre qualche altro membro della famiglia cucina la cena.

5. Non pensate che il vostro tempo valga meno di  quello di un uomo.

Per capire se state eseguendo l’esercizio in modo corretto, assicuratevi di non dire frasi come “Lascia, ci penso io”, “Faccio prima a farlo che a spiegarlo”, “Preferisco pensarci io che sentirlo brontolare”.

6. Pretendere. Pretendere attenzione, rispetto, riconoscimento, spazio… 

Non lamentarsi. Non protestare. Non brontolare. Non chiedere che ve li concedano. Pretenderli e basta. Se vi sembra troppo facile, provate a farlo senza sentirvi prepotenti, rompiballe, aggressive, isteriche, egoiste…

7. Fidatevi di voi stesse.

Se vi sembra troppo difficile, provate a rimuovere i sostegni uno alla volta. Prima l’approvazione maschile, fuori, non vi serve. Poi quella femminile, fuori anche quella. Poi niente permesso, non vi serve il permesso di nessuno, vi basta il vostro. E per ultimo il senso di solitudine. Non siete sole, non siete sbagliate. Non avete tolto niente a nessuno. Siete in equilibrio perfetto sulla base di un piede solo, il vostro piede, occupate il vostro spazio vitale, siete armoniche, tese verso l’alto, sentite finalmente tutti i muscoli, uno a uno. E sì, eccolo lì, c’è anche quell’addominale che non credevate nemmeno di avere.

 

In quanto donna

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Non in quanto persona. Non in quanto parte di una famiglia, di una coppia, di una comunità, non in quanto genitore o inquilina o proprietaria di un animale domestico. In quanto donna.

La nostra vita è plasmata da decine, centinaia e migliaia di “scelte” che crediamo di fare ogni giorno e che in realtà sono il frutto di sensi di colpa e di una percezione distorta del nostro ruolo e dei nostri doveri. È anche questa una forma di violenza. Se usciamo dal racconto tutto maschile di una violenza fatta di colpi, di lividi e ossa rotte. Se torniamo ad appropriarci anche del significato delle parole. Le battaglie non sono solo quelle che si combattono armi in spalla, nello spazio pubblico, sono anche quelle che combattiamo dentro di noi, negli spazi privati. E per difenderci non basta il nostro corpo, serve quella difesa che prende forma dentro di noi, che traccia limiti e apre orizzonti nuovi e mette a tacere i sensi di colpa. Sembra tutto molto sciocco e superficiale e debole, vero? Già, come tutto quello che ci appartiene e ci riguarda. È quello che ci hanno fatto credere fino a ieri.

Alla violenza fisica, psicologica, economica e patrimoniale bisogna aggiungere quindi anche quella culturale e sociale. Perché se condiziona la nostra vita, se ci obbliga a cambiare e ci trasforma, allora è violenza. Eccone alcuni esempi, raccolti come sempre grazie alla pagina Facebook di Rosapercaso. A leggerli tutti d’un fiato ci si rende improvvisamente conto, come ha scritto Debora in un commento, che “la donna perfetta che ci hanno raccontato, quella a cui dovevamo somigliare, non è mai esistita”. L’abbiamo mantenuta in vita noi, senza accorgercene, a suon di sensi di colpa e di fatica e di inadeguatezza.

In quanto donna mi sento obbligata a:

– depilarmi

– avere figli

– cucinare

– tenere pulita e in ordine la casa

– pensare al bucato

– accudire

– essere sempre presente e disponibile

– lasciare tutto pronto prima di uscire

– fare sesso anche se non ne ho voglia

– rimandare i miei momenti, spazi o pensieri

– non scontentare nessuno

– stare calma

– essere forte

– essere prudente

– essere comprensiva

– essere sorridente

– essere paziente

– essere disponibile

– essere magra

– controllare il mio linguaggio

– non ribellarmi

– essere attraente

– stare all’erta quando cammino per strada

– fare la spesa pensando ai gusti degli altri e non ai miei

– ridimensionare le mie ambizioni lavorative

– farmi accompagnare

– essere all’altezza delle aspettative in quanto figlia

– mettere per ultime le mie esigenze

– giustificarmi per il mio aspetto

– chiedere il permesso prima di prendere un impegno

– sopportare gli uomini che mi dicono come dovrei pensarla in quanto donna.

Ora provate a immaginare che cosa succederebbe se qualcuno si sentisse obbligato a farlo per il colore della sua pelle, per la sua nazionalità, per via delle sue convinzioni religiose o politiche o del suo peso o del suo colore di capelli o del suo orientamento sessuale. Come lo definiremmo, a quel punto? E quanto la nostra società sarebbe disposta a sopportarlo?

 

 

 

Madre? Presente

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“Non ho tempo.”

“Magari quando sarà più grande.”

“Mi sono licenziata. Solo per qualche anno, finché i miei figli hanno bisogno di me.”

Certo, i nostri figli hanno bisogno di noi. Non solo. I nostri figli hanno sempre bisogno di noi. E quando loro smettono, a quel punto siamo noi che non siamo più capaci di fare a meno del loro bisogno, come pupazzi caricati a molla che non hanno più un posto dove andare.

“No, non posso lasciarlo con il padre e partire. Non me la sento. Magari fra un paio d’anni, quando sarà più grande.” “Ma fra un paio d’anni sarà maggiorenne!” “Sì, l’adolescenza è un periodo difficile e lui e suo padre non si capiscono proprio. Così magari ci può accompagnare lui in macchina. Non sarebbe carino?”

“No, mi spiace, non posso fermarmi, devo andare di corsa a casa, Arturino torna dall’università e non gli ho lasciato il pranzo pronto.” “Non può aprire il frigo e prepararsi qualcosa?” “Oh, povero, no. È sempre così stanco quando arriva. Ieri è rimasto a studiare fino a tardi. Si sente così in colpa per essere di nuovo fuori corso.”

Dovrebbero avvisarci, come sui pacchetti delle sigarette. “Nuoce gravemente al tuo futuro.” Nel momento in cui decidiamo di fare un passo indietro, di restare a casa, di dedicarci ai nostri figli, dovrebbero spiegarcelo. “Sì sì, lo dicono tutte che possono smettere di restare a casa quando vogliono.” “Sai quante ne ho viste che cominciavano così, solo qualche mese, perché lo facevano le amiche, per curiosità, per provare, e poi a cinquant’anni si facevano di rosolio e scoprivano di avere buttato via la loro vita?”

C’è una cosa che dovremmo chiederci: lo facciamo davvero perché i nostri figli hanno bisogno di noi? O perché siamo stanche di sentirci in colpa? Perché non importa se poi passeremo la metà delle nostre giornate a guardare il Grande Fratello e a studiare ricette che non prepararemo mai, adesso che siamo a casa non dovremo più difenderci dalle accuse altrui, esplicite o silenziose. Abbiamo preso la nostra vita e i nostri sogni e le nostre ambizioni e li abbiamo immolati sull’altare dell’accettazione e della serenità familiare, perché era più facile che dover dimostrare costantemente che avevamo il diritto di farlo, perché sentire nostro marito brontolare ci logorava, perché così finalmente la maestra la smetterà di dire che se Luigino non legge bene è perché non si esercita abbastanza “a casa”, e che se finisce sempre in direzione è perché ha bisogno di affetto e vuole richiamare la nostra attenzione, e che se non pronuncia bene la S è per qualche motivo terribile che prelude a qualche sindrome terrificante e che la colpa è tutta della mamma.

La figura materna, l’affetto materno, le attenzioni materne, la presenza materna… sono la causa e il rimedio di ogni male. E così ci sacrifichiamo. Smettiamo di lavorare, restiamo in casa, non usciamo con le amiche perché il momento della buonanotte è fondamentale e non andiamo in palestra perché lì è pieno di donne che non hanno niente da fare e noi invece qualcosa da fare ce l’abbiamo eccome. Dobbiamo portare il bambino a inglese e poi a scherma e poi dal logopedista per quella cazzo di S che ha preso dalla famiglia del padre, non sia mai che a quarant’anni parli come nostro cognato, e in piscina perché suo padre ci tiene tanto che faccia sport; e non ci perdiamo un solo saggio di fine corso e andiamo a prenderlo a scuola e quando gli chiediamo come è andata ci risponde “Bene” e quando gli chiediamo che cosa ha fatto a scuola  dice “Cose” e quando gli chiediamo se è felice ci chiede se può giocare al videogioco, ma se non altro ci siamo, per la miseria. Ci-sia-mo. E nessuno potrà più venire a dirci che è tutta colpa nostra.

Abbiamo trasformato la nostra vita in un ex voto. Abbiamo rinunciato al nostro tempo a tutto quello che ci piaceva davvero, che ci faceva sognare, che ci faceva sentire importanti. Che ci rendeva perfino più orgogliose del saggio di danza in cui la creatura zompetta per cinque minuti con le orecchie da gatto. Quante volte hai peccato, madre? Cinque torte di farina integrale e due feste di compleanno fra i gonfiabili.

Sì, i nostri figli hanno bisogno di noi. Sì, daremmo qualunque cosa per vederli felici. Ma immolarci non è la soluzione. Anche se sembra l’unica che mette sempre tutti d’accordo. (Tranne noi.)