Prima dei lividi

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Foto JD Hancock  (CC)

Tutti ne conosciamo almeno una. Una donna intrappolata in una relazione sbagliata. Una sorella con un fidanzato un po’ troppo geloso, un’amica che non esce più come prima perché il marito non vuole, una conoscente che all’ora di cena corre a casa spaventata all’idea di arrivare dopo il marito.

Prima dei lividi. Quando si comincia a chiedere il permesso per ogni singola cosa. Quando a poco a poco ci si fa il vuoto attorno, semplicemente perché è più facile che dover litigare per una telefonata di troppo. Quando si rinuncia spontaneamente a fare le cose, perché così nessuno potrà venire a dirci che qualcuno ce l’ha impedito. Quando scegliamo da sole di sottometterci, perché in coppia funziona così.

Se è una vera amica, capirà che adesso non posso stare con lei. Se è una vera amica, ci sarà sempre anche se non ci vediamo più tanto spesso. È mio marito, ha tutto il diritto di dirmi a che ora devo tornare. Non lo fa per sé, lo fa per i nostri figli. E comunque sono troppo stanca.

Prima dei lividi. Quando lo senti urlare una o due volte e poi decidi che sei stata davvero un’egoista, che cosa ti costa, smettere di andare in palestra dopo l’ufficio e fargli trovare la tavola apparecchiata. Quando ti convinci che è colpa tua.

Ha ragione, la casa fa sempre schifo, dovrei tenerla più in ordine. No, ha ragione, povero, cucina sempre lui. Sono anche i suoi figli, ha tutto il diritto di chiedermi di non uscire di casa. No, lui mi avrebbe anche lasciata uscire, ma davano il suo film preferito.

Prima dei lividi. Quando a poco a poco si rimane da sole. Mai del tutto. Ogni tanto si recupera qualche amica, ogni tanto si esce la sera. Ma sempre a denti stretti, sempre lasciandosi una litigata alle spalle. E una scusa che sembra inattaccabile e che rende tutto amaro e sbagliato.

Usi troppa benzina e siamo a fine mese. Non abbiamo i soldi per una cena fuori. Lo sai che la piccola si sveglia con gli incubi se non ci sei e domani ho una riunione importante. Mi preoccupo se sei in giro di notte in macchina. Potrebbero anche venire loro a casa tua, non è colpa mia se hai delle amiche egoiste.

Prima dei lividi ci sono sensi di colpa e quel tradimento di noi stesse che a volte chiamiamo amore. Prima dei lividi ci si perde di vista, si cambia convinte che a cambiare sia lui. Si invecchia troppo in fretta, convinte che alla nostra età sia normale.

Prima dei lividi c’è il vuoto che abbiamo riempito di scuse, di doveri e di colpa fino a non sentire più l’eco. Prima dei lividi ci sono risate vuote, c’è la tensione nascosta dietro ogni sbaglio, c’è lo stomaco che si stringe a ogni urlo. Prima dei lividi c’è la paura che non ammetteremo mai di provare. Perché nella paura c’è il seme di quella battaglia che non vogliamo iniziare.

È prima dei lividi, che bisognerebbe intervenire. Ma chi ci ha provato come amica lo sa, non ci si riesce, prima o poi si è costrette a scegliere, fra essere escluse da una vita sbagliata e continuare a farne parte in silenzio. E prima dei lividi, con buona pace degli slogan e delle immagini scioccanti e delle belle parole, c’è solo la presenza colpevole. Quella presenza che si confonde con l’approvazione, quella sorta di omertà silenziosa a cui si è ridotto il nostro voler bene. Quella complicità dolorosa, in cui alla prima parola sbagliata vieni tagliata fuori. Prima dei lividi c’è il silenzio in cui inghiottiamo i nostri rimproveri e i nostri consigli in attesa del momento giusto. Che non arriva mai.

E ogni tanto, per quanto sia orribile anche solo pensarlo, quasi ci speriamo che arrivi un livido. Uno piccolo, che farà meno male di tutti i lividi che la nostra amica si porta dentro e che l’hanno resa così diversa da quello che avrebbe potuto essere. Un livido abbastanza piccolo da guarire in fretta e abbastanza grande da poter dare finalmente un nome a tutte le violenze silenziose che è troppo difficile considerare una colpa.

Femminismo Super Plus

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Foto z a m i r a no more (CC)

Ci sono cose che capisci davvero solo quando cerchi di spiegarle ai tuoi figli. Come la fotosintesi, il plurale in -ie o i lati buoni di tua suocera. E le mestruazioni. Non solo perché ti scopri vergognosamente impreparata su un sacco di dettagli tecnici o perché non sai mai dove ti porterà la domanda successiva o dove finirà il tampax che il figlio minore sta usando come elica. È perché ti scopri a parlarne come di una condanna, un piccolo segretuccio imbarazzante, una cosa che ti capita, da sopportare stoicamente come ogni brava donna che si rispetti, nel più assoluto silenzio. «E ringrazia che adesso puoi andare in spiaggia lo stesso»  ti scopri a dire, con le stesse parole che hanno detto a te in quel giorno che ti sembra ieri ma che ieri non è, quando avevi visualizzato schiere di donne in costumi a mezza coscia coraggiosamente incollate alle sdraio. «E non devi neanche metterti le mutande di plastica.»

Poi leggi qualcosa negli occhi di tua figlia, una sorta di incomprensione mista a incredulità, in cui ritrovi la stessa incredulità che avevi provato anche tu anni prima. E capisci che non è per la faccenda degli ovuli e neanche per la tua spiegazione raffazzonata e men che meno per il sangue. I bambini il sangue lo vedono in continuazione, a ogni caduta e a ogni graffio al parco. No. È la vergogna la parte che non capisce, come non la capivo io allora. Se succede tutti i mesi, dice quello sguardo in cui mi riconosco, se succede perché lo dice il mio corpo, non può esserci niente di male. Dove è andato a finire l’orgoglio di essere donna che mi hai insegnato finora? Entra in stand by per qualche giorno al mese? Come funziona esattamente, in quei giorni sei donna a metà? Sei donna nel modo crudele in cui ti impongono di essere donna, a volte, quando significa subire in silenzio, dimostrare il proprio valore soffrendo, come sa bene qualunque donna sia entrata in sala parto e abbia chiesto un’epidurale.

Poi un giorno senti sussurrare all’uscita di scuola di una compagna che ha sporcato di sangue il bagno e ti immagini che cosa deve aver provato quella bambina e all’improvviso capisci che è lì che nasce tutto il maschilismo del mondo, in quello stigma che ci portiamo dietro, senza neanche accorgercene. In quel peccato mensile da scontare, per cui non bastano tutti i cicli e tutti i palloncini rossi del mondo. E che torna puntuale come l’aglio, ogni ventotto giorni.

Pensi a tutte le situazioni in cui hai dovuto mentire, nasconderti, a tutte le volte in cui sei arrossita. A tutti gli anni in cui, una volta al mese, automaticamente, hai ricordato a te stessa che a essere donna in fondo in fondo c’è un po’ da vergognarsi. E il prezzo di quella vergogna si paga in monete sonanti, comprando assorbenti che al chilo costano più del tartufo.

Per più di trent’anni una parte di me ha creduto che una volta al mese la natura ti insegnasse ad abbassare la testa, che ti ricordasse qual era il tuo posto. Ora mi rendo conto che la natura non c’entra niente, che sono sempre stati solo condizionamenti sociali e culturali, gli stessi che ti spingono a pensare che la felicità delle donne sia intrinsecamente sbagliata e che essere donna sia essere meno, a prescindere. È una differenza sottile e sfuggente, forse, ma cambia tutto radicalmente.

Non so bene come se ne esce, confesso. Ma confido che lo sapranno le nostre figlie. Confido in un futuro in cui gli assorbenti costeranno come la schiuma da barba, in cui non ci si vergognerà a vederli sfilare sul nastro alla cassa e in cui le pubblicità la pianteranno di dirti che con l’assorbente giusto non te ne accorgi neanche, perché col cazzo che non te ne accorgi, sappilo, caro creativo uomo. Te ne accorgi eccome. Prova tu ad andartene in giro con un tampax infilato nel sedere, poi vediamo se ti viene voglia di fare la ruota.

«Ma perché succede?»
«È la natura, serve per riprodurci.»
«Come quando l’albero mette le ciliegie, ma una volta al mese.»
Sorrido. Messa così sembra improvvisamente facile. «Esatto.»
«Il sangue poi smette di uscire da solo, vero?»
«Sì, a un certo punto sì.»
«Allora okay, non c’è problema.»

La generazione on demand forse in fondo ha proprio l’atteggiamento giusto.

 

 

Il televisore nell’armadio

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Foto Giulia van Pelt (CC)

L’altro giorno ero in un’agenzia immobiliare e nella stanza accanto alla mia si discuteva della vendita di una casa. Ho sbirciato, incuriosita, e ho visto una coppia anziana insieme a una ragazza giovane, probabilmente la figlia, perché aveva gli stessi occhi intensi e mansueti della madre. Dall’altra parte del tavolo c’era una coppia giovane, belli, ben vestiti, impazienti.

Mentre aspettavo ho origliato, confesso. Stavo per smettere, annoiata da quel susseguirsi di tasse, assegni circolari, mappe catastali, quando la voce della signora anziana ha richiamato la mia attenzione. Mentre la figlia e l’agente immobiliare discutevano del contratto della luce e dell’assicurazione, lei li ha interrotti ansiosa per ricordare che nel secondo cassetto in bagno c’erano i suoi occhiali di lettura e che gli asciugamani buoni erano ancora nell’armadio in corridoio.

Ho sorriso. Doveva trattarsi di una seconda residenza, l’ho intuito dai loro discorsi. Ho sbirciato di nuovo. La proprietaria aveva una gran testa di capelli neri, acconciata per l’occasione, e una giacca scura di panno all’antica ma di buon taglio. Accanto a lei, il marito guardava sornione la coppia di successori e cercava di convincerli a comprare un quadro africano.

La segretaria dell’agenzia è passata da me per avvisarmi che la persona con cui avevo appuntamento era in ritardo. Era appena uscita, quando ho sentito la donna anziana commentare alla giovane acquirente, a bassa voce e in tono di intesa: «C’è una televisione nascosta nell’armadio in camera da letto. Sa, per quando mio marito faceva tardi di sotto» ha aggiunto con aria vergognosa, ma orgogliosa del suo piccolo segreto. Poi l’ho sentita sospirare. «L’ho curata così tanto quella casa.»

Una decina di minuti dopo, mentre io cercavo un appartamento in montagna a un prezzo ragionevole, ho sentito che uscivano e ho allungato il collo. La signora anziana avanzava in testa al corteo, tamponandosi discretamente gli occhi dietro le lenti scure. Il marito la seguiva a ruota scherzando con la giovane acquirente.

E mi si è stretto qualcosa dentro. Era una storia d’amore che finiva, quella fra l’anziana signora e la sua casa al mare. Ho pensato a tutte le attenzioni che doveva avervi riversato, pulendola e strigliandola, mentre gli altri se la godevano. E adesso stavano per svuotarla da cima a fondo rischiando di dimenticarsi i suoi occhiali di lettura nel cassetto del bagno. Tutte quelle pulizie erano state un gesto d’amore, in fondo, un modo come un altro per buttare fuori quell’intensità senza nome che a volte noi donne ci portiamo dentro e che se non traduciamo in gesti e parole ci marcisce nel petto e ci sommerge in una malinconia incurabile. Mi sono chiesta se la casa l’avesse ricambiata. Immagino che lo facesse la sera, quando la signora apriva l’anta dell’armadio e si godeva in solitudine il suo televisore segreto.

Se è stata davvero una storia d’amore, è stata una storia triste, probabilmente. Come tutte le storie vissute in solitudine, quella solitudine che conosciamo solo noi donne, credo, anche quando siamo al centro della più affettuosa e unita delle famiglie. Quella solitudine che tinge ogni piccolo piacere di un senso di colpa strisciante, perfino il piacere di un televisore nascosto in un armadio, di cui approfittare solo quando “mio marito fa tardi di sotto”.

Forse, pensavo tornando alla mia casa caotica e sporca, quella donna starà meglio, in fondo, senza quelle stanze di cui prendersi cura con tanta dedizione. Forse, esauriti a poco a poco gli oggetti su cui riversare le nostre attenzioni, un giorno potremo tutte aprire l’anta dell’armadio e trovarci dentro noi stesse. E a quel punto non avremo più scuse per guardare da un’altra parte, con un po’ di fortuna il senso di colpa tacerà e potremo ascoltare la voce che ci grida dentro.

Perché sono sicura che in realtà fosse quella voce a far piangere l’anziana signora dopo la vendita della casa. L’eco di una voce di tanti anni prima, una voce giovane, piena di sogni e di promesse.  Qualcuno di quei sogni sarà incorniciato nelle fotografie sulla mensola del camino, qualche altro, i più audaci ed egoisti, secondo me è rimasto sul fondo di un cassetto in una casa vuota.

La drag queen e il femminismo rosa

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Foto Corey Balazowich (CC)

Prendete il padiglione sportivo di un paesino di duemila abitanti. Riempitelo di tavoli da campeggio, carne alla brace, vino e centotrenta signore dai cinquanta in su (con poche eccezioni) riunite per festeggiare la festa della donna. Ora immaginate che per molte di queste signore uscire la sera sia una stravaganza, ma per una volta hanno fatto un’eccezione. Perché l’attrazione della serata è il loro parrucchiere. Lo stesso da cui probabilmente sono andate a farsi la messa in piega per l’occasione. Un parrucchiere attento, affettuoso, dotato con le forbici e che di notte è una bravissima drag queen.

E che fosse bravissima l’ha dimostrato nel giro di mezzo minuto, quando ha attaccato a cantare Beyoncé – rigorosamente in playback, ça va sans dire – fra le clienti fresche di permamente, chiamandole hija de puta e invitandole a palpatine platoniche. Ed è cambiato tutto. Il padiglione non era più un padiglione. Le cinquantenni agitavano le spalle come ventenni. La drag queen si muoveva come una regina (Perché io per strada sono una signora, ma fra le pareti di casa sono una zoccola, sappiatelo, come tutte voi, del resto), la musica impazzava e che ci crediate o no, d’un tratto tutto ma proprio tutto sembrava possibile.

È stato allora, catapultata all’improvviso in un film di Almodóvar, che ho capito che il vero femminismo rosa era quello. Non quello dei discorsi un po’ pizzosi che avevano preceduto la cena. E neanche quello della frase di circostanza detta dalla drag queen perché l’occasione lo richiedeva, e che è suonata falsa e impostata rispetto al diluvio di lustrini, tacchi vertiginosi, piume e ciglia finte che addosso a lei erano più autentici che mai. Perché erano il guardaroba di un sogno, quello che tutte noi avremmo voluto indossare quella sera. Erano il vestito di Cenerentola. Erano quel che ci portiamo dentro e il coraggio di mostrarlo davanti a tutti. Perfino alle tue attempate clienti che fino al giorno prima ti chiedevano di non tagliare la frangia troppo corta e che ora scattavano in piedi e iniziavano a ballare ogni volta che durante un pezzo ti toccavi el paquete.

È questo il femminismo che vorrei. La capacità di sfidare ogni stereotipo di genere per mostrarsi come si è davvero, di mettere in scena i propri sogni, di diventare una diva solo con il coraggio che ci vuole per crederci abbastanza. Senza traccia di volgarità, perché quella che vibrava nella sala era complicità. Possiamo farcela, diceva ogni scatto delle braccia. Se io sono qui, adesso, significa che è davvero tutto possibile. Significa che ciascuna di voi può essere una diva, quando e come vuole, basta che smetta di avere paura.

Le drag queen hanno qualcosa di malinconico, nel loro essere primedonne, protagoniste di uno spettacolo sempre sul punto di terminare. E la stessa malinconia si annidava anche negli angoli della sala, fra tante donne protagoniste di uno spettacolo sempre sul punto di cominciare, sempre rimandato.

Allora viva il femminismo dei lustrini, delle parrucche, del trucco esagerato. Viva il femminismo folle, provocatore, scandaloso, che ci aiuta a mettere in scena tutto quello che ci portiamo dentro. Il femminismo senza vergogna, senza falsi pudori, senza freni. Il femminismo che ha permesso a quelle donne di riscoprire la ragazza che c’era dentro di loro. Il femminismo che permetterà a tutte noi di assomigliare a noi stesse e di seppellire ogni pregiudizio sessista sotto una valanga di paillettes.

Il femminismo rosa della Mamma Polpo

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Foto :: wintertwined :: (CC)

 

Ci sono momenti in cui le battaglie contro gli stereotipi di genere si schiantano contro la realtà con la delicatezza di una valanga. Come quando guardi la lista dei regali chiesti dai tuoi figli a Babbo Natale. O quando a tavola aspetti che ti serva il vino un uomo. O quando supplichi tuo marito di andare a fare benzina al posto tuo.

Poi ci sono quelli che io chiamo i momenti da Mamma Polpo, in cui ti ritrovi a chiudere gli scarponi da sci di un figlio con una mano, mentre con l’altra mano infili i guanti all’altro figlio e con l’altra mano ancora raccogli il cappello prima che finisca sul pavimento bagnato e con l’altra mano ancora chiudi la bottiglia di succo prima che si rovesci sopra l’unico maglione del figlio e con l’altra mano ancora regoli l’elastico degli occhiali da sci di un altro figlio e con l’altra mano ancora aggiusti una bretella di un altro figlio e con l’altra mano ancora impedisci a un altro figlio di divorare la merenda alle nove del mattino e con l’altra mano spalmi la crema da sole a tutti i figli, nel tempo che ci vuole a tuo marito per chiederti se hai visto i suoi occhiali da sole. E no, prima che me lo chiediate, non ho otto mani. E neanche otto figli (anche se ogni tanto mi sembra di sì).

Questo genere di momenti. Che quando finiscono mi trovano più o meno dell’umore di Crudelia de Mon quando si accorge che i cuccioli sono scomparsi (con la differenza rilevante che i miei cuccioli non sono andati da nessuna parte e cercano di uccidersi a vicenda a pochi metri da me). Ecco, è allora, terminato il momento, mentre mi affanno a chiudere i miei di scarponi, infilarmi i miei guanti, raccogliere il mio cappello, regolare l’elastico dei miei occhiali e spalmarmi la crema da sole, un attimo dopo che mio figlio mi abbia chiesto quando andiamo a sciare e un attimo prima che mio marito mi chieda perché sono così nervosa visto che siamo in vacanza. È in questo preciso istante che me ne ricordo.

Che cosa direbbe il femminismo rosa in una situazione simile?

Perché la teoria la conosco, ma nella pratica io proprio non ce lo vedo mio marito con otto mani. Datemi della sessista, ma l’unica volta che ho visto un uomo fare due cose contemporaneamente stava starnutendo e rispondendo al cellulare nello stesso istante. Con risultati non proprio eccelsi.

Allora, come se ne esce? Spero non come sono uscita io da quel noleggio sci: sudata, isterica, stanca morta e soprattutto arrabbiata con me stessa perché in quel preciso istante ero così diversa dalla donna felice e sorridente che avrei voluto essere. Certo, potrei lasciar fare a mio marito, direte voi, ma anche nella più ottimistica delle previsioni è comunque richiesto un tempo minimo di addestramento (cinque o sei anni?) che nel noleggio sci, circondata da sciatori impazienti che si lanciavano scarponi e racchette sopra la mia testa, non avevo proprio. Oltre al fatto che anche nella più ottimistica delle previsioni, tempi minimi di addestramento compresi, il cappello sarebbe finito sul pavimento bagnato, il succo sul maglione e la crema da sole non sarebbe mai arrivata sulla faccia dei miei figli.

Lo so che adesso verrete a dirmi che la colpa è mia e delle donne in generale e che dovrei tirarmi indietro, lasciarli aspettare, non voler fare tutto da sola, smetterla con la mania del controllo. E probabilmente avete anche ragione (la colpa, del resto, si sa, è sempre delle donne). Ma dopo una sessione di Mamma Polpo non c’è spazio per fare slalom fra i sensi di colpa, ve l’assicuro. Una pista scesa di filata da sola, invece, dove per una volta l’unica che rischia di rompersi qualcosa sono io, fa miracoli. L’amore è la risposta, dicevano. Ogni tanto lo è anche la solitudine. Non sempre. Solo ogni tanto. Noi donne abbiamo tanti sorrisi diversi, quando stiamo bene con il nostro compagno, con i figli, con le amiche… Ma c’è un sorriso speciale, inimitabile e fin troppo raro: quello che ci spunta sul viso quando stiamo bene con noi stesse.

Ecco allora come se ne esce, forse: ricordandosi di sorridere di più, anche da sole.

Meglio sole che ben accompagnate

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Foto Claus Tom Christensen (CC)

Donna sola è un ossimoro, come piacere disgustoso o lucida follia. A differenza di questi ultimi, però, è un ossimoro che prelude a sventure e tragedie. Le racchiude, in qualche modo. La donna sola si fa ammazzare, si fa violentare, si caccia nei guai. La donna sola, è evidente, non sta bene. Ha qualche problema. Nella migliore delle ipotesi, non ha trovato nessuno che se la pigli.

Ricordo ancora le telefonate quando decisi di andare a vivere da sola, superati i vent’anni da un pezzo. Quando scoprivano che i miei genitori vivevano nella stessa città, nessuno voleva più affittarmi la stanza. Se te ne vai di casa avrai già i tuoi problemi, mi disse una tizia. Ci rimasi malissimo. No, non avevo nessun problema. Andavo d’accordissimo con i miei genitori. Solo mi sembrava che fosse arrivato il momento di stare da sola. Non avevo capito che il problema era tutto lì, in quella parola. Sola. Che poi sola un corno, visto che ho passato l’anno successivo a difendere il mio scaffale in frigo.

Ai tempi comunque non mi soffermai troppo sulla faccenda. Ci arrivai qualche anno dopo, al funerale di mio padre. Quando una cara amica si avvicinò e mi disse Tranquilla, voi siete tre donne forti. Eccola, ce l’avevo sotto il naso e non l’avevo vista. La tragedia nella tragedia. Non avevamo perso soltanto nostro padre. Avevamo perso l’unico uomo della famiglia. Tre donne sole, e come si fa, pensavano probabilmente in molti. Tre donne sole sono vittime per definizione, come potranno mai cavarsela, così ingenue e sprovvedute, senza una salda mano maschile che le guidi?

La questione insomma rimane. Me la sono ritrovata di nuovo sotto il naso un’infinità di volte, viaggiando da sola, leggendo dell’omicidio delle due ragazze argentine nello stesso posto in cui ero stata con un’amica, perfino incappando in un post apparentemente innocuo come questo.

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Quale tragedia può mai spingere una donna a voler restare sola? Quale grave forma di isteria e di malattia mentale? Ma soprattutto, quanto può essere brutta una donna che vuole stare da sola? Brutta dentro e brutta fuori, si intende. Quanto dev’essere egoista, sventata, imprudente, meschina, arida, una donna che decide, chessò, di trascorrere il suo tempo a leggere e andare alle mostre, a viaggiare e andare al cinema, da sola? Per forza che poi le succede qualcosa di brutto. Come si fa, siamo sinceri, a non pensare che se l’è meritato almeno un po’?

La gravidanza delle donne non dura nove mesi, nossignori. La nostra è una gravidanza eterna. Noi restiamo incinte tutta la vita, ogni volta che un uomo si sente in diritto di dirci che cosa dobbiamo fare e perché abbiamo bisogno di lui. Siamo incinte quando ci considerano deboli, con la mente offuscata. Siamo incinte quando protestiamo e ci dicono di darci una calmata, di non fare le isteriche. Siamo incinte ogni volta che ci tarpano le ali facendoci sentire in colpa, spaventandoci, mettendoci paura, chiudendoci in casa. Noi te l’abbiamo spiegato per bene, poi, se ti succede qualcosa, non venire anche a lamentarti.

Una donna sola è un’anomalia, una stranezza della natura. Una chiocciola senza conchiglia, un cono senza gelato, un Moscow Mule senza zenzero. La strada verso i diritti delle coppie omosessuali è lunga e in salita. Ma quella verso il diritto della donna a non stare in coppia lo è ancora di più, se possibile.

Eppure il bellissimo post con cui ragazza paraguaiana ha dato voce alle due turiste uccise racconta una storia diversa. La storia di migliaia di donne che hanno sempre viaggiato sole e continueranno a farlo. La paura che ci portiamo dentro non ci appartiene, è fatta della stessa sostanza dei sensi di colpa con cui ci hanno tenute buone. Liberiamocene. Possiamo scegliere di farlo per tutte le donne a cui hanno fatto il processo da morte. Possiamo farlo per le nostre figlie e le nostre nipoti e le figlie delle nostre amiche. Ma sarebbe ancora più bello se lo facessimo solo per noi stesse, per una volta. Anche perché significherebbe che dobbiamo iniziare a farlo da subito.

Pelo e contropelo

 

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Foto Beth (CC)

Non so più se sono incazzosa perché sono femminista o se sono femminista perché sono incazzosa. E pelosa, il che farebbe di me, secondo gli stereotipi duri a morire ricordati dalla Stampa, una femminista almeno per sei mesi l’anno (da quando vivo al mare, prima ero femminista molto più a lungo).

Pelosa per scelta, d’accordo, ma incazzosa un po’ per forza. Perché davanti, chessò, a Vissani che dice che le ragazzine fanno le stupide con la stessa tranquillità con cui avrebbe potuto dire che la maionese ogni tanto impazzisce (cosa che peraltro non autorizza nessuno, che io sappia, a usarla per attività illegali e poi appellarsi all’infermità mentale) è difficile non provare la tentazione di rispolverare la sua ricetta e ricoprirlo di sugo alla puttanesca.

In ogni caso, non mi ero mai soffermata più di tanto sulla questione “brutte e pelose”, finché non ho letto il post della Stampa sulle nuove femministe e sugli stereotipi duri a morire. Il femminismo rosa è uno di quei nuovi femminismi (loro ancora non lo sanno, ma per ora non gliene faremo una colpa) e quindi l’argomento mi interessava. Peccato che a metà del post abbia capito di non avere capito niente. Perché ho scoperto che, cito per pigrizia: il dizionario lo dice chiaramente: il femminismo è il «movimento diretto a conquistare per la donna la parità dei diritti nei rapporti civili, economici, giuridici, politici e sociali rispetto all’uomo».

Oh, cazzo. Allora ho sbagliato tutto. Io non voglio la parità di diritti. Io voglio il diritto di essere me stessa, di realizzarmi e di essere felice. Che gli uomini lo facciano oppure no rientra fra i tanti altri problemi, dall’effetto serra ai diritti degli animali, che mi preoccupano ma che non cambiano di una virgola il mio proposito. Voglio il diritto di emozionarmi, di vestirmi come mi pare, di studiare, di lavorare, di dedicarmi a me stessa. Se gli uomini intorno a me non lo fanno mi dispiace per loro, certo, ma io continuerò lo stesso a lottare per i miei diritti. E se potrò, anche per i loro (perché non credo di avere mai sentito un uomo che diceva di voler essere felice tanto quanto una donna; liberali a volte sì, ma scemi no, va detto).

E uno dei diritti che vorrei, a cui terrei davvero tanto, è che si possa parlare di noi donne senza fare riferimento al nostro aspetto, a quanto siamo belle o brutte e alle zone del nostro corpo che scegliamo di ricoprire di peli superflui. (No, neanche per dire che non è importante e che sono stereotipi duri a morire.) Non per altro, è che altrimenti, per rispecchiare la definizione di femminismo del dizionario, ci toccherà fare lo stesso con gli uomini. Con i politici italiani, per esempio. E ho il sospetto che non sarà molto piacevole. Non so se è peggio sentire quello che dice Salvini o soffermarsi sui suoi difetti fisici e sui suoi peli corporei.

Allora facciamoci un favore a vicenda, ignoriamo il nostro aspetto e parliamo d’altro. Perché sarà anche femminismo rosa, ma quelli che vogliamo estirpare alla radice sono gli stereotipi sessisti, non i peli superflui.