E poi arrivò il Carnevale

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Foto di Roberto Trombetta (CC

Se state per entrare in un negozio di costumi di Carnevale, vi consiglio di lasciare i vostri principi femministi fuori dalla porta, legati a un palo come se fossero un pitbull. Perché è proprio così che ci si sente, un po’ pitbull, mentre ci si aggira fra infermiere scosciatissime con scollature vertiginose (roba che si spera che non entrino nel reparto dei cardiopatici), poliziotte in minigonna con le manette fra i denti, marinarette con la giarrettiera di pizzo (la giarrettiera? Ma perché? Forse per lanciarla in mare a qualche malcapitato stile salvagente?) e fatine provocanti con gonnellini che sembrano arrivare dritti dalle confezioni dei loro equivalenti infantili. La cosa più innocente che ho visto era il costume di Wonder Woman, che è notoriamente la più zoccola delle super eroine.

Mi sembrava di essere finita in una puntata di Drive In, ci mancava solo Ezio Greggio al posto della commessa che mi guardava sbuffando. Il peggio dell’immaginario televisivo anni Ottanta, tutto ripiegato in tanti bei sacchettini quadrati di plastica e prezzato, per la gioia delle adolescenti a caccia di idee.

A Carnevale ogni scherzo vale. Ma allora perché gli uomini per far ridere comprano parrucche e tette finte e si travestono da donne e le donne invece accorciano le gonne e si trasformano nel più becero degli oggetti del desiderio maschile? Che poi non sarebbe neanche solo questo il problema, con buona pace del pitbull che ringhiava fuori dalla porta, se non fosse per l’assoluta mancanza di alternative e di possibilità di scelta, almeno per chi non ha l’arte, il tempo e la pazienza di fabbricarsi il proprio costume da sé.

Carnevale dovrebbe essere l’occasione per infrangere ogni regola, per ribaltare l’ordine così come lo conosciamo, per dare briglia sciolta al piacere, al divertimento, alla fantasia. Ma l’unica cosa che rischiava di infrangersi nei costumi che ho visto erano le cuciture dei corpetti.

E sì, lo so, non crediate che non mi sia sentita io per prima terribilmente grigia e bacchettona e moralista. Ma il pitbull femminista aveva ragione. Quella sfilata di donne procaci e mezze nude non ribaltava nessuna regola, metteva in scena fantasie maschili da film pornografico, cosa ancora più grave peraltro quando a farlo erano i costumi infantili. Le ragazze e le donne che indosseranno quei costumi saranno le comparse nel film di qualcun altro ed è triste che lo facciano illudendosi di esserne le protagoniste o addirittura le registe.

Questo non è il Carnevale in cui lo schiavo diventa padrone, per un giorno, e viceversa. Questa è una farsa, in cui è la realtà a essere messa in scena nei suoi aspetti più grotteschi, fra una risata e l’altra. Il Carnevale non si esaurisce nei costumi prefabbricati di un negozio, d’accordo, ma è comunque preoccupante che qualcuno confonda quella sfilata di pin up mal svestite con un’occasione di libertà, di rovesciamento delle regole e di inversione dei ruoli. Quello che ho visto in quel negozio non era il mondo alla rovescia, era un Carnevale tutto al maschile, declinato secondo un certo tipo di piacere e di immaginario maschili, neanche dei più raffinati. Per quel genere di divertimento non serve il Carnevale, basta accendere la televisione.

La verità è che non possiamo farci niente

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Foto Mateusz Lapsa-Malawski (CC)

La verità è che non possiamo farci niente.

Possiamo mettere ai nostri figli tutta la crema solare che vogliamo, cercare di evitare che si trovino davanti siti pornografici, legarli ben stretti nei seggiolini per le auto, controllare che non ci sia traccia di olio di palma, latticini, carne di maiale, conservanti e coloranti in quello che si cacciano in bocca.

Possiamo controllare con chi giocano prima e con chi escono poi, non portarli a Londra perché abbiamo paura del terrorismo, fargli lavare le mani appena entrano in casa, toglierci le scarpe quando iniziano a gattonare, mettergli il casco quando vanno a sciare e misurare la distanza fra le assicelle del lettino quando sono piccoli. Possiamo prendercela con i cellulari e con internet e con i social e con i pericoli in agguato su Instagram. Possiamo prendercela con le canne e con i bicchieri di troppo e con le compagnie sbagliate e con i bulli a scuola e con la superficialità dell’adolescenza.

Possiamo illuderci che dove c’è la legge ci sia la giustizia, che dove ci siano le norme saranno al sicuro, che basti fare le cose nel modo giusto per non finire nei pasticci e restare sulla buona strada. Che dove il mestiere di genitore non arriva più si possano seguire i consigli della maestra, del parroco, del pediatra, del preside, dello psicologo per sfuggire ai pericoli e agli errori più gravi.

Ma la verità è che non possiamo farci niente. E lo sappiamo. Quando spegniamo la luce della loro stanza, quando entriamo in punta di piedi per vederli dormire e controllare che non abbiano scalciato via le coperte, quando ci chiniamo piano su di loro per baciarli mentre dormono, una vocina ce lo sussurra sul fondo dei nostri pensieri e del nostro affetto.

I nostri figli non saranno mai al sicuro. E noi non possiamo farci proprio un bel niente. Perché un giorno magari scopri un livido di troppo e lo vedi un po’ pallido e due anni dopo te lo porta via la leucemia. Perché gli hai insegnato quanto è importante allacciarsi la cintura di sicurezza ma in quella frazione di secondo se l’era slacciata per togliersi la giacca. Perché lui sa che se è ubriaco non deve mettersi al volante, ma quello della Seat rossa che gli si è lanciato addosso no. Perché gli hai messo il casco quando andava a fare snowboard ma era allacciato male ed è volato via un attimo prima. Perché un giorno magari tuo figlio decide di cercare la sicurezza buttandosi giù dalla finestra.

Le canne, i cellulari, i conservanti e il casco non c’entrano niente. Sono i nomi che diamo alla nostra paura. La paura di perderli, la paura di scoprirci inadatti, la paura di avere sbagliato tutto, la paura di trovare il vuoto nel letto la sera in camera loro. Sono l’uomo nero dei genitori, quello che cerchiamo di scacciare ogni volta che spegniamo la luce, quello che ci sveglia fra gli incubi e che sentiamo agitarsi nell’armadio quando andiamo a dormire. Sono il nostro mostro e continueremo a combatterlo come tanti Don Chisciotte spaventati. Ma arriva un momento in cui lo facciamo per noi, non più per i nostri figli. Arriva un momento in cui varchiamo una linea invisibile e inafferrabile e la paura ha soltanto la nostra di faccia.

La verità è che non possiamo farci niente.

Tranne forse lasciar cadere il braccio fuori dalle coperte, come nella favola che gli leggevamo quando era piccolo, e lasciare che il mostro ci prenda la mano dal suo mondo a rovescio. E scoprire che la paura in realtà ha il volto di un amore spaventato, come tutti gli amori. E come in tutti gli amori, ogni tanto forse l’unica cosa da fare è ammettere di non capirci più niente, ma continuare a camminare tenendosi ben stretti per mano.

Mamma, mollami

Mamma, mollami.

Altro che adolescenti, secondo me lo pensa anche il bambino che alle elementari fa lo slalom fra un test per diagnosticare il deficit dell’attenzione e una merendina all’olio di palma, fra la seduta dal fisioterapista e la lezione di piano e il corso di inglese all’ora di pranzo. Quando arriva a casa e la mamma si trasforma in signorina dalla penna rossa perché “domani abbiamo l’esame di scienze” e poi si trasforma in nutrizionista e gli serve una cena macrobiotica e poi diventa taxista e lo porta a lezione di scherma e poi segretaria per rispondere ai cinque inviti di compleanno in tre giorni, fissare una tabella di marcia che neanche un capo di stato (“Potete servire il dolce prima del mago così arriviamo all’altra festa prima dello spettacolo con le tigri ammaestrate?”) poi finalmente, finalmente, torna a trasformarsi in mamma, quando – dopo avergli letto una favola su Frida Kahlo per abbattere gli stereotipi di genere – gli dà il bacio della buonanotte e gli dice che gli vuole bene.

Non sarebbe molto più facile, deve pensare quel bambino, se la mia mamma si rilassasse un po’ fra il bacio del buongiorno e quello della buonanotte? Invece di essere sempre vigile come un soldato in ricognizione, a caccia di minacce che ti fanno quasi rimpiangere il “diventerai cieco” di altri tempi, che avrà turbato i piaceri solitari di molti ma non regge certo il confronto con lo spettro dei conservanti, degli ogm, dello zucchero bianco, dei germi sotto le suole e delle fiabe sessiste. Ora invece sua madre racconta alla zia di quando si strusciava contro il divano perché “non c’è niente di male, è naturale”, ma se poi lo vede con una merendina del Mulino Bianco gliela strappa di mano chiedendosi dove ha sbagliato.

Ogni giorno un bambino si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del metodo Montessori, delle lezioni di ukulele, del libro su come gestire la rabbia (fanculo il libro per gestire la rabbia) e degli hamburger vegani, più veloce dei compiti e delle mamme che si indignano per i compiti, roba che neanche i Minions nel videogioco a cui non può giocare più di venti minuti se non vuole lasciarsi dietro una scia di neuroni stecchiti al posto delle banane.

Mamma, mollami.

Tanto lo so che mi vuoi bene lo stesso. E lo so che la nonna ti trascurava e quanto avresti pagato tu per avere qualcuno che faceva i compiti con te e ti difendeva dai bulli in cortile e dalle maestre dispotiche in classe. Lo so che se a te avessero diagnosticato la discalculia i tuoi compagni non ti avrebbero chiamata scema all’ora di matematica e che se parlo bene l’inglese andrò ovunque e che la signora della mensa è una stronza a gridarci addosso in quel modo e che se tutte le altre mamme annusassero il fiato dell’autista prima della gita certe tragedie non succederebbero e che non va bene portare la bottiglietta d’acqua perché è antiecologico e che non posso bere dai rubinetti e che devo mettere il casco quando vado in bici e che la crema solare va messa anche all’ombra e che la musica classica farà di me una persona migliore. Credimi, lo so, ma non me ne frega niente. Anzi, ti dirò, per me la vita è piú bella quando non faccio le cose giuste, quando mi spavento, quando rischio l’osso del collo, quando mi sgridano, quando cado, quando combino una cavolata, quando piango, quando mi arrabbio, quando mi difendo da solo, quando mi rialzo, quando parlo la mia lingua inventata con il bambino inglese di seconda e ci capiamo benissimo, quando faccio i compiti da solo e la maestra si arrabbia sempre ma ogni tanto no, quando sbaglio, quando non mi sembra di capirci più niente, quando non riesco a gestire i miei sentimenti, quando mi sento un bambino, e basta.

Tanto lo so che poi arriva la sera e tu mi dai il bacio della buonanotte e mi dici che mi vuoi bene e io mi sento di nuovo invincibile. A me basta che tu ci sia, sei perfetta così. Ma non chiedere di essere perfetto anche a me.

Cercasi maggiordomo per posizione vacante nell’editoria

 

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Foto Matt Stratton (CC)

La colpa è dei troppi libri. Dei pochi lettori. Delle multinazionali. Della letteratura di qualità mediocre. Dei libri dei calciatori. Dei libri dei premi Strega che non ci capisce un accidenti nessuno. La colpa è dei libri di Volo. La colpa è degli editori. Dei videogiochi. Della scuola. Dei social. La colpa è delle offerte a tappeto. Dell’Unlimited. Dei libri piratati.

Che sollievo sarebbe avere un maggiordomo anche nell’editoria, a cui affibbiare la colpa una volta per tutte. Sono certa che si assumerebbe la colpa con stoicismo e aplomb, salvo poi sussurrare che in quella casa non si leggeva abbastanza da molto prima che lui arrivasse.

Mio figlio non mi legge abbastanza. Come quelle mamme all’uscita di scuola, che quando entrano in biblioteca minacciano il figlio di scegliere un “libro vero”, niente fumetti, per favore. Mio figlio non mi legge abbastanza, ti dicono, con lo stesso tono preoccupato con cui misuravano i grammi di spinaci e carote assunti dal virgulto. Carote biologiche, ovviamente, non importa se costano un occhio della testa, tanto le compro solo per mio figlio. Io mi scaldo una pizza mentre controllo il cellulare. Sono troppo stanca.

Ecco, dimenticavo. La colpa è del cattivo esempio. La colpa è della mamma. Non è sempre colpa della mamma, quando il maggiordomo è irreperibile? La mamma che compra i libri, ma con moderazione, che costano un occhio della testa e in un’ora ha già finito di leggerlo, e non è che le si possa dare torto. Ha già speso tutto per le carote biologiche. E poi è pieno di libri gratis sul Kindle, anche per ragazzi, che cominci a leggersi un po’ quelli.

Non è vero che il libro è troppo caro. Hanno speso di più quando sono andati a fare colazione fuori, quel mattino. O per la cioccolata del pomeriggio. Il problema è che per un certo tipo di intrattenimento non si spende più, non ci si sente più autorizzati a spendere. Libri. Musica. Film. L’accessibilità  ha la meglio sulla qualità e non è neanche questione di prezzo, non cambia poi tanto che un libro costi 16 euro o 2,99, l’unica discriminante che conta è fra quello che si paga e quello che è gratis, e se possibile anche legale. Con un po’ di fortuna, probabilmente, fra qualche anno conosceremo tutti i classici a menadito.

Quale sia la strada da seguire, non lo so. Probabilmente la strategia vincente resta quella di Ryanair: il volo è quasi gratis, ma se vuoi anche salire a bordo devi pagare un extra. Sarà questa la logica dietro il grande annuncio del Salone del Libro di Torino? Patti Smith varrà bene un posto extralarge e uno speedy boarding. Parola di maggiordomo.

 

Anna P, 42 anni, strangolata dal marito

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Foto di Barbara Krawcowlcz (CC)

Mi chiamo Anna, insegno matematica in un liceo scientifico, sono sposata e ho un bambino che compirà quattro anni fra cinque mesi. Ogni tanto vado in palestra. Ci andavo, in realtà. Da quando mi sono sposata non ho più il tempo. Anzi, prima o poi devo passare e disdire l’abbonamento. Mio marito si arrabbia sempre quando gli dico che non l’ho ancora fatto e ha ragione. Comunque, dicevo, amo la musica classica e con la mia amica un tempo andavamo a un sacco di concerti. Adesso, con la famiglia e tutto il resto ci andiamo molto meno, ma ce n’è uno il mese prossimo al teatro qui in zona e ci siamo ripromesse di andarci davvero, questa volta. Domani devo ricordarmi di comprare i biglietti, quando esco da scuola. Ah, no, domani è il giorno che devo portare mio figlio dal pediatra, è vero. Dopodomani, allora.

Comunque, sono una donna fortunata. I miei genitori sono ancora vivi e non hanno problemi di salute troppo gravi, ho amiche magnifiche, un lavoro che mi piace e con i colleghi… insomma, non posso dire di andare d’accordo proprio con tutti, ma alcuni di loro sono simpatici. Ogni tanto si organizzano e vanno a mangiare una pizza tutti insieme. Io non posso andare, con il bimbo ancora piccolo, ma appena sarà un po’ più grande mi hanno fatto promettere che non inventerò più scuse e sarò dei loro.

Di tutti i momenti della giornata, i più belli sono quelli che trascorro con mio figlio, quando vado a prenderlo all’asilo e ce ne stiamo insieme noi due, nel nostro mondo speciale. Se c’è bel tempo andiamo ai giardinetti in piazza, altrimenti ce ne torniamo a casa e guardiamo i cartoni insieme oppure mi invento qualche attività da fare con lui. Martedì scorso per esempio abbiamo fatto i biscotti e abbiamo riso un sacco. Certo, poi ho dovuto rimettere tutto a posto prima che rientrasse mio marito, è stata una faticaccia, ma ci sono riuscita e non c’era più neanche un granello di farina quando lui ha suonato il citofono.

Ecco, se proprio potessi cambiare qualcosa nelle mie giornate, l’unica cosa che vorrei che scomparisse è quella sensazione d’ansia che mi stringe lo stomaco quando alle sette e mezzo suona il citofono e so già che mio marito arriverà su arrabbiato per come gli è andata al lavoro e sarà di cattivo umore e mi insulterà per qualcosa che ho fatto male. Ecco, è quello l’unico momento della giornata che non mi piace. Ma passa in fretta. In fondo basta andare a dormire presto e quando mi sveglio di solito lui sta ancora dormendo. Tranne la mattina dopo quella sera, quando mi ha dato uno schiaffo perché non avevo pulito bene il fornello e sono finita contro il frigorifero e mi si è conficcata la maniglia nella schiena. Quella mattina si è svegliato prima apposta per scusarsi e mi aveva preparato la colazione e si capiva che era dispiaciuto davvero. Così gli ho detto che non importava, che non era colpa sua se ero finita proprio contro la maniglia e che avrei fatto più attenzione a pulire bene i fornelli, adesso che sapevo che ci teneva tanto. In fondo vivere insieme è anche questo, no? Ricordarsi di quello che piace all’altro e starci un po’ attenti. L’amore è fatto di piccole cose, come ricordarsi quanto zucchero vuole tuo marito nel caffè, cose così.

L’altra sera, a proposito di caffè, quando lui era via per lavoro, la mia vicina è venuta a prenderlo da me dopo cena. Non avevo tanta voglia di bere il caffè, dopo cena poi, ma mi sembrava scortese non farla entrare. Che poi lei non l’ha neanche toccato il caffè. È rimasta seduta lì con la schiena rigida e mi ha detto che sentiva tutto da anni, ogni sera, e che avrei dovuto denunciarlo, lei era disposta a venire a testimoniare, non aveva paura, potevo contare su di lei. All’inizio non ho mica capito di che cosa parlava, giuro, e le ho chiesto chi era che dovevo denunciare. Lei mi ha risposto che sentiva mio marito urlare tutte le sere, e i mobili che sbattevano, e che suo figlio dormiva proprio nella camera che confinava con la nostra cucina e doveva portarlo via di corsa, nell’altra stanza, quella che dà sulla strada, in modo che non ci sentisse. Mi ha fatto tenerezza quella signora. Un po’ mi sono arrabbiata, all’inizio, ma poi mi ha fatto tenerezza, perché si capiva che voleva solo essere gentile. Allora ho cercato di essere più educata che potevo e le ho spiegato che ovviamente lei dall’altra parte del muro non poteva saperlo, non era colpa sua, ma mio marito mi ama davvero, mi tiene in palmo di mano, dovrebbe sentire come parla di me ai suoi amici. E come mi ha difesa sempre, davanti a sua madre e sua sorella. Solo che ha un modo di parlare un po’ brusco e grida troppo, su questo le ho dato ragione. Ma denunciarlo, ma no, ma che assurdità.

Lei ha provato a insistere, così alla fine ho dovuto chiederle di andarsene, anche perché avevo paura che finisse per svegliare il bambino. Non mi andava, in realtà, di provare a spiegarglielo. Che io in realtà ero fortunata, avevo una vita meravigliosa, piena di cose belle. Ma niente è perfetto, giusto? Tutti dobbiamo sopportare qualcosa che non ci piace, ogni tanto, ma mica per questo ne facciamo una tragedia. Io non sono come quelle disgraziate del telegiornale, che vengono picchiate dai mariti e dai fidanzati. Io ho una vita bellissima. Che cosa dovrei fare secondo la mia vicina? Rinunciare a tutto solo perché lei sente qualche urlo dall’altra parte della parete?

Più ripenso alla nostra conversazione, più mi viene una gran rabbia dentro. Io non sono una vittima, non c’entro niente con le storie che legge sul giornale. Io sono appena stata scelta dai ragazzi di quinta per accompagnarli alla gita di fine anno, hanno tanto insistito per andare con me, mica lo fanno con tutti. E ho i miei concerti, la palestra, i miei libri. E quella meraviglia di mio figlio. Io per mio figlio voglio una vita normale, una famiglia normale, con un padre e una madre. Non voglio che mio figlio abbia un padre violento. Ma poi violento perché? Per qualche schiaffo? Come se fossi l’unica che li piglia. Quel che è successo quando eravamo fidanzati non conta, è passato un sacco di tempo, lui è cambiato. No. La mia vicina con i suoi consigli e le sue belle parole vuole trasformarmi in qualcosa che non sono, vuole recitare la parte dell’eroina, ma io non ci penso neanche a recitare la parte della vittima. Mio figlio non avrà una vittima, per madre.

Per un po’ non ci siamo salutate più, con la vicina. C’è stato un momento in cui ho pensato di chiederle se voleva venire al concerto di Mozart con me, per dimostrarle che la mia vita è bella e felice almeno quanto la sua, se non di più, ma poi ho deciso di non farlo, tanto alla fine non ci sono potuta andare neanch’io. Era la sera della partita e mio marito non voleva che il bambino lo disturbasse. La mia amica si è arrabbiata un sacco, come se un uomo non avesse il diritto di guardarsi la partita, ogni tanto, dopo aver lavorato tutto il giorno.

Dal giorno della nostra chiacchierata, però, ogni volta che mio marito urla, la sera, io penso a quel bambino dall’altra parte del muro. Me lo vedo, magro magro com’è, con i capelli dritti in testa, in pigiama, che scappa fuori dalla stanza e tiene le mani premute sulle orecchie per non sentire, povera creatura spaventata e indifesa, e mi si stringe il cuore ogni volta.

Cinquanta sfumature di violenza

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Foto di Thomas Hawk (CC)

Centoventicinque milioni. Secondo Wikipedia è il numero di copie vendute dall’intera serie delle Sfumature nel mondo. Centoventicinque milioni. Con una cifra simile è evidente che non si può pensare che si tratti solo di un fenomeno editoriale. I tre libri hanno avuto conseguenze fin troppo profonde nell’incidere e sdoganare modelli sentimentali e romantici pericolosi. È già stato scritto più volte.

Ma non si può liquidare il fenomeno all’insegna della perversione o del gusto del proibito o dell’erotismo più sfrenato, come è stato fatto fin troppo spesso. È vero, molte donne lo hanno letto alla ricerca di una via di fuga, ma non si trattava di sfuggire a un quotidiano faticoso e monotono: io credo che alcune di quelle lettrici cercassero di fuggire da se stesse. Le Cinquanta sfumature non erano solo un catalogo di pratiche sessuali di dubbio gusto e piacere, per molte lettrici erano un’assoluzione. L’assoluzione per aver giustificato lo stronzo di turno tirando in ballo i problemi del suo passato, per averlo scusato per il suo caratteraccio perché poverino ha avuto una giornata difficile, per puntare sempre e comunque il dito verso la presunta sensibilità del lui di turno, sensibilità che proprio perché inesistente viene spacciata per fragile e preziosa. L’assoluzione per essersi fatte trattare male, una volta di troppo. E la trovavano. La trovavano nelle pagine del romanzo, nel modello rivisto di Cenerentola, in una rilettura del genere che sembrava fatta su misura per loro. Le Cinquanta sfumature sono state in un certo senso l’equivalente del Diario di Bridget Jones. Sono andate a pescare fra i nostri complessi, fra i nostri sensi di colpa, fra le nostre debolezze più o meno nascoste e li hanno messi su un piedistallo, sommergendoli fra le risate o fra i gemiti, poco importa, l’importante era rassicurare le lettrici.

Intervenire sul rapporto fra letteratura e modelli sociali significa sempre muoversi su un terreno pericoloso e complesso, fatto di sottigliezze, di distinguo quasi inafferrabili, dove basta a volte l’uso di una figura retorica invece di un’altra a spostare di segno l’intero discorso. Non mi azzarderò quindi a scendere su questo terreno. Dirò soltanto che la letteratura di genere, di evasione, si muove su un filo sottile, perché gioca con i modelli culturali dominanti, parte integrante della stessa struttura narrativa. Il genere di per sé è quasi sempre conservatore e proprio nel suo ripercorrere e consolidare determinati modelli incide in modo profondo sulla loro evoluzione. Per questo andrebbero ripensati una volta per tutte i modelli romantici, senza forzature, senza imporre messaggi, senza far svanire il fascino e la magia. E fra i modelli romantici che vorrei veder scomparire per primi c’è proprio quello dell’uomo bruto e brutale per colpa di qualche esperienza traumatica del passato. O del presente. O del giorno prima.

Siamo così abituate a subire, a farci carico del mantenimento dell’ordine, a ricucire, a sanare, a pacificare, che finiamo per mettere pezze assurde anche sulle violenze che subiamo. Se un uomo ci tradisce è bipolare, se un uomo si ricorda di noi solo quando gli fa comodo ha paura dell’impegno, se è scostante e scortese sta passando un brutto periodo. Siamo sempre pronte a passare lo strofinaccio dietro le pecche altrui, a cancellarne i segni, a redimere chi non se lo merita.

L’intervista di Barbara D’Urso a Ylenia Grazia Boavera, la ragazza a cui è stato appiccato fuoco, fa qualcosa di molto simile e di molto più pericoloso. La giovane che inneggia all’amore dalla corsia di un ospedale, che si rivolge alla giornalista chiamandola per nome, che sfida apertamente in tutta la sua fragilità chiunque la contraddica, ha tutte le carte in regola per diventare un modello vincente e aspirazionale per una parte delle sue coetanee. Anche lei, in modo molto diverso dalla serie delle Sfumature, ma con meccanismi analoghi, rappresenta una via di fuga. La frase terribile e vergognosa della conduttrice sui gesti motivati da “troppo amore” non è che il suggello finale, la nota in calce che rende tutto ancora più “normale”.

La figura di Ylenia, paradossalmente, rischia di diventare confortante per chi vive una situazione simile e non sa uscirne, o non è sicura di avere il diritto di uscirne. Ricuce le ferite, invece di aprirle, spalma una parvenza di normalità, permette alla violenza di tornare a mimetizzarsi nel quotidiano. È questo a cui dovremmo prestare attenzione. Da un punto di vista puramente narrativo, lasciando che tribunali, psicologi e legislatori facciano il loro dovere, dobbiamo stare attenti alle trame che dilagano e occupano l’immaginario collettivo. Dobbiamo guardarci dal loro potere catartico e dalla loro capacità di riconciliare le vittime con un’ingiustizia strisciante. Un’ingiustizia che come tutte le spaccature e le crepe del quotidiano, come tutto ciò che ci fa sentire fragili e diversi, è molto più facile e rassicurante considerare normale.