Il peso specifico dei no delle donne

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Foto di Mario Klingemann (CC)

“È appena uscito il mio romanzo e sono sicuro che ti piacerà.”

“Volevo avvisarti che da domani potrai comprare il mio libro, lo amerai, fidati.”

C’è la versione marpiona, quella finto umile, quella passivo aggressiva, ma l’atteggiamento di fondo è sempre lo stesso: è mio, io sono maschio, tu sei donna, non può non piacerti.

Fidati, ti piacerà. Che si tratti del mio libro o del gioiellino che ho in mezzo alle gambe. Ti piacerà, ma tu, donna, ancora non lo sai. E se non ti piacerà, allora è evidente che il problema è tuo. Non sai riconoscere un capolavoro, non sei all’altezza di quello che scrivo, sei lesbica, hai un problema con gli uomini.

Dietro tante molestie, letterarie e non, c’è questa prepotenza di fondo, questa convinzione assoluta di essere portatori del Sacro Graal del sesso femminile, unici dispensatori di felicità e di cultura, magnanimi educatori al piacere del sesso debole.

Le femmine devono imparare a stare al proprio posto, i maschi devono imparare a reclamare il proprio. Le femmine devono imparare l’arte della prudenza, i maschi quella del coraggio. Le femmine devono imparare a chiedere, gli uomini a non aver bisogno di chiedere mai.

Ecco, quando si discute di molestie e aggressioni, di stupri e di violenze, bisognerebbe interrogarsi secondo me anche su questa forma di prepotenza, per cui il silenzio di una donna equivale a un sì entusiasta. È impossibile capire la situazione in cui si trova una donna che subisce molestie senza partire da qui. Perché se a un uomo le regole non scritte della nostra cultura hanno insegnato che non deve chiedere mai, a una donna hanno insegnato a dire sempre di sì. A essere accondiscendente, a passare in secondo piano, a compiacere, a soddisfare le esigenze altrui, che si tratti di un compagno, dei figli o del capo. Il no di una donna pesa come una condanna, anche e soprattutto per chi lo dice. Il no di una donna è odioso, supponente, riprovevole. Lo sanno bene le donne che l’hanno detto e ne hanno pagato le conseguenze.

Le molestie sono una questione di potere, certo, ma non solo. Esiste un filo sottile che unisce le molestie e la frequenza con cui le donne rinunciano a lavorare perché il marito possa continuare a farlo, smettono di inseguire le proprie passioni per dedicarsi alla casa e ai figli, si dedicano a se stesse senza sensi di colpa solo quando si sono spese per tutto ciò che le circonda, un attimo prima di restare senza energie, come vuole la Sindrome dello Strofinaccio. E questo filo sottile è il peso specifico del no delle donne.

Quando cerchiamo il confine della violenza, che in alcuni casi è palese ma in altri molto meno, dovremmo interrogarci anche su questo. Insegnare alle donne, alle figlie e alle amiche che possono dire di no, sempre, in qualunque ambito, senza essere considerate egoiste e superficiali e pigre. Senza che venga messo in discussione il loro valore come donne.

Che non devono mai misurarsi sull’approvazione altrui e sulla capacità di soddisfare i desideri degli altri. E forse sembra facile, ma non lo è affatto.

I nostri no pesano. I no degli uomini tracciano il confine fra il giusto e lo sbagliato. I no delle donne vengono scambiati spesso per una forma di vanità e di prepotenza e di alterigia. Sono vissuti come un’aggressione, non come l’espressione di un diritto. I no delle donne sono leciti solo quando hanno uno scopo più nobile, quando educano o vorrebbero educare i figli, per esempio.

Ricominciamo da qui, allora, ricominciamo dai nostri no. Forse a furia di dirli e di ripeterli, diventeranno finalmente più leggeri.

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Perché le Colazioni d’autore hanno fatto un gran bene all’editoria

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Foto di Petunia Ollister

L’oggetto libro ha qualcosa di ostinato, di cocciuto e di sacro, di inamovibile. È un resistente. È passato quasi indenne attraverso le avanguardie del secolo scorso, il futurismo, il formalismo, l’iperromanzo, la metanarrativa, il post moderno e l’epoca del digitale. La letteratura è cambiata, certo, si è interrogata sulle proprie funzioni, sul ruolo del lettore, sulla citazione e la parodia e la commistione dei generi, sulla scrittura del tempo e lo smascheramento della finzione, ma senza arrivare a scalfire l’importanza della storia e della dimensione del racconto. Il libro come oggetto è rimasto praticamente identico a se stesso. È cambiata la carta, certo, sono cambiati i materiali e le modalità di stampa. Le copertine si sono adeguate all’estetica corrente e hanno sperimentato a loro volta, ma il tutto sembra essere avvenuto senza gli sconvolgimenti vissuti da altre forme artistiche, come la pittura, la scultura o il cinema.

Con tutte le variazioni grafiche e storiche del caso, un libro nella maggior parte dei casi ha un solo senso di lettura, un unico orientamento, pagine numerate e continua a proporci titolo e nome dell’autore ed editore in copertina, alette e quarta. Con alcune eccezioni più o meno significative, è scritto quasi sempre in caratteri neri e con un font che non aspira a essere protagonista. Tutto sembra insomma convergere verso la storia, la rassicurazione del racconto, il patto implicito fra autore e lettore. Il libro tiene duro, non molla. Rigetta ogni esperimento (come i flip book di qualche anno fa, che hanno avuto vita breve) e quando proprio non può ignorare un fenomeno come l’ebook, lo obbliga ad assomigliargli il più possibile e a scimmiottarlo, proponendo modalità di lettura sostanzialmente analoghe a quelle del cartaceo (con alcune differenze, certo, ma non sostanziali).

Perfino l’interattività e la multimedialità hanno lasciato il libro quasi indifferente. Chi progettava e sognava applicazioni in cui la storia prendeva vita davanti agli occhi del lettore, in cui le illustrazioni si muovevano a seconda di come inclinava il supporto di lettura o in cui la letteratura si intrecciava ai giochi di ruolo, consentendo al lettore di dirigere la trama e condizionarla, ha dovuto presto arrendersi o accontentarsi di un pubblico più ristretto di quanto sperasse.

L’oggetto libro è un sopravvissuto. L’hanno dato per morto o moribondo un’infinità di volte ed è sempre risorto e ha tirato dritto per la sua strada, un po’ più acciaccato, forse, con qualche lettore in meno e qualche refuso in più, ma si è rialzato e ha proseguito. La resilienza del libro è la sua forza, certo, ma come spesso accade, anche la sua debolezza. Il libro resta lì, si intreccia al suo tempo in modi meno sfacciati di quanto accada con altri media e altre forme artistiche, e dunque rischia di scollarsi da una parte del pubblico, che invece al suo tempo aderisce e vuole aderire con la stessa costanza e determinazione con cui aderisce allo schermo del cellulare e a quello del computer.

Poi sono arrivati i #bookbreakfast di Petunia Ollister, le sue Colazioni d’autore, e hanno cambiato tutto.

Non ce ne siamo accorti subito, o almeno io non me ne sono accorta subito, ma hanno inciso in profondità sul rapporto fra libro e lettore, portando nuova linfa e nuovi lettori all’editoria. Non solo perché sono fotografie magnifiche, non solo perché sono fatti con cura e precisione e una raffinatezza dissimulata nell’apparente semplicità. I #bookbreakfast soprattutto sono riusciti a portare il libro in altri ambiti costringendolo a parlare il loro linguaggio. Sono riusciti nella difficile impresa di schiodare l’oggetto libro dagli scaffali e schiaffarlo su Instagram e sui social in generale, operando uno slittamento di significato che in pochi sono stati capaci di fare. Nei #bookbreakfast, infatti, il libro non arriva su Instagram come protagonista di un momento di vita, come la traccia di qualcos’altro, della storia che racconta o della storia di chi lo sta raccontando e leggendo e recensendo. No. I libri nei #bookbreakfast diventano forma e colore, diventano un elemento compositivo, che solo apparentemente condiziona e orienta gli altri. Il fondo scelto, le tazzine, le matite, i taccuini, le tavolette di cioccolato hanno in realtà la stessa importanza formale del libro e ci dialogano alla pari. I libri dunque diventano oggetti grafici, giochi di linee e di colori e di forme, punto di partenza e di arrivo di attenti rimandi formali e di equilibri interni raffinatissimi. Il tutto senza mai trascurare il significato a favore della forma, senza mai dimenticarsi della storia che raccontano.

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Foto di Petunia Ollister

Ecco così che accanto al Giovane Holden, il “succo d’arancia, uovo col bacon, pane tostato e caffè” che compongono la “colazione abbondante” del protagonista diventano anche elementi formali, cerchi, rettangoli e note formali che sembrano opporre resistenza e voler far implodere l’ordine e il vuoto dell’immagine e il minimalismo della copertina bianca di Einaudi, dicendoci al tempo stesso molto del suo protagonista, del suo rapporto con l’ipocrisia e il vuoto che lo circondano, e perfino delle scelte “ipnotiche” di traduzione. E le patatine sotto Cent’anni di solitudine sembrano portarci nella selva che fa da sfondo all’immagine, in uno scrocchiare di foglie divertito che rende omaggio in modo perfetto al realismo magico dell’autore e alla sensorialità della sua scrittura.

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Foto di Petunia Ollister

Ecco come scatta la magia dei #bookbreakfast. Nel gioco di assonanze e nei palleggi fra i sensi. Nell’impossibilità di separare forma e significato, nel rincorrersi continuo di entrambi, tanto che si potrebbe guardare per ore le fotografie di Petunia Ollister, godendosi il modo in cui i temi del libro si fanno colore e odore e sapore, prendono posto nell’immagine e strizzano l’occhio all’altro capo dell’immagine, dove un altro tema fa capolino, in una simmetria o in un’assonanza di forme e colori. E i sensi non restano certo in disparte, una tazza di caffè, un ciuffo di panna, un croissant, una tavoletta di cioccolato fanno a loro volta parte del gioco, a loro volta forma e significato, insieme.

I #bookbreakfast sono irresistibili, perché procurano piacere a chi li guarda, un appagamento estetico che non tradisce mai il suo soggetto, al contrario, lo esalta. E così facendo Petunia Ollister coglie alla sprovvista perfino il tenace e cocciuto oggetto libro e lo mette al centro dei social senza snaturarlo, esaltandolo, stuzzicandone la vanità e provocandolo e punzecchiandolo un po’, ogni tanto. E i libri si offrono allo sguardo, si concedono al piacere estetico dei social e dei nuovi mezzi, come regine sorprese dal lampo di un flash. Sotto lo sguardo di Petunia Ollister, i  libri si lasciano sedurre dalla grafica e dal design, si concedono alla ricerca della bellezza e al lavoro cromatico sempre più protagonista e sempre più consapevole oggi.

Ecco perché sono convinta che i #bookbreakfast abbiano fatto un gran bene all’editoria. Perché sono riusciti a scardinare l’oggetto libro dal mondo delle parole, perché l’hanno raccontato usando un linguaggio completamente diverso, l’hanno catapultato nel mondo dell’immagine e degli hashtag e del foodporn, non come ospite e guest star un po’ spaesata, ma come soggetto della comunicazione, costringendolo a parlare il loro stesso linguaggio.

E soprattutto, i #bookbreakfast non possono fare a meno di emozionarci, completando così il circolo del piacere estetico e della narrazione. E rendendolo irresistibile.

I #bookbreakfast sono i protagonisti di un volume magnifico uscito da poco e ritratto nella foto che apre questo post, Colazioni d’autore, dove sono raccolti i ritratti di libri che parlano di cibo o di cucina, edito da Slow Food Edizioni.

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Foto di Petunia Ollister

Sette romanzi per conoscere meglio la Catalogna

Per chi in questi giorni sente il bisogno o anche solo il desiderio e la curiosità di conoscere un po’ meglio la storia della Catalogna, ecco un breve percorso narrativo, senza alcuna pretesa di essere esaustivo. Sette libri a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri (ad alcuni titoli ho dovuto rinunciare perché non sono stati tradotti in italiano), che vi invito a scrivere nei commenti al post, se vorrete.

Sette libri molto diversi, per lo stile, la voce dell’autore e il periodo storico affrontato, ma che ci lasciano tutti con la stessa sensazione colpevole di aver trascurato troppo a lungo la storia, come gli avvertimenti fastidiosi gridati sulla soglia di casa da una mamma apprensiva, che prima o poi ci si pente di non aver ascoltato.

Victus, di Albert Sánchez Piñol (Rizzoli)

È il romanzo ideale per chi vuole capire che cosa accadde nel 1714, quando Barcellona cadde nelle mani dei Borboni dopo un lungo assedio, durante la guerra di secessione spagnola. Victus racconta fra le altre cose la difesa della città e tratteggia un ritratto efficace e ricco di sfumature dei suoi protagonisti, dalla classe dirigente alla base popolare. L’autore, antropologo, racconta l’epica di quei momenti, ma anche la vigliaccheria, il meglio e il peggio dell’uomo, al centro del momento storico che cambierà per sempre la storia della Catalogna. La documentazione è esaustiva e tutto ciò che viene raccontato è reale, per quanto insolito e romanzesco possa sembrare. Per conoscere i giorni di settembre del 1714 che sono il prologo lontano delle rivendicazioni catalane di oggi. E l’avventura della difesa di una città. Avventuroso, rigoroso, appassionante.

I girasoli ciechi, di Alberto Méndez (Guanda)

Un capitano dell’esercito franchista alla vigilia della vittoria, un giovane poeta in fuga verso la Francia con la sua compagna, un prigioniero condannato a morte, un intellettuale repubblicano nascosto dentro un armadio a muro. Quattro storie che trasportano il lettore dentro il lato umano della guerra civile spagnola, fra vincitori e vinti. Storie scritte nel silenzio, che raccontano di esistenze piegate, che portano il segno della sconfitta, ma non quello del rancore, per trovare in quella guerra fratricida una lezione per il presente. Per ricordare che la guerra è sempre dietro l’angolo e a perderla siamo sempre tutti quanti. L’autore morì pochi mesi dopo l’uscita del libro.

Anatomia di un istante, di Javier Cercas (Guanda)

Tutti i libri di Cercas fanno luce sulla situazione spagnola, a partire dal romanzo che lo portò alla fama, Soldati di Salamina. In Anatomia di un istante, lo scrittore ripercorre un episodio della storia spagnola relativamente recente e significativo per capire il presente: il colpo di stato fallito del 23 febbraio 1981. Cercas racconta con dovizia di particolari il giorno in cui il colonello Tejero entrò armi in pugno al parlamento di Madrid, mentre si votava il candidato alla presidenza del governo. Il golpe, che non arrivò al giorno successivo, fu il risultato delle tensioni uscite dalla transizione, tensioni di cui si continua a risentire tutt’oggi. All’epoca a infuocare il clima politico era la situazione nei Paesi Baschi, oltre alla crisi economica e alla difficoltà che comportava l’organizzazione di uno stato democratico che albergava nelle sue fila molti esponenti appena usciti dal fascismo, nei ranghi militari e non solo. La crisi catalana di questi giorni porta in un certo senso il segno delle tensioni e delle contraddizioni di allora, di una democrazia costruita a suon di compromessi sulle ceneri ancora calde della dittatura.

Adiós muchachos, di Juan Marsé (Frassinelli)

Il romanzo, il cui titolo originale, obiettivamente intraducibile, era Si te dicen que caí (un verso di Cara al Sol, l’inno della Falange) venne messo al bando dalla censura franchista, tanto che l’autore fu costretto a pubblicarlo in Messico nel 1973. È una delle cronache più dure e disincantate che abbia letto di quegli anni, visti attraverso lo sguardo ferito e complice suo malgrado di un gruppo di ragazzi di strada, nella Barcellona degli anni quaranta. È una storia crudele, nella sua immediatezza, che non fa sconti di pena al lettore e lo catapulta nell’essenza di una dittatura: la perdita dell’innocenza, della purezza. Uno scorcio della storia che ha costretto in tanti a vendere l’anima e la propria infanzia. Un ritratto di un’ingenuità spietata e di una spietatezza ingenua. Un addio all’infanzia, sordido e doloroso e crudele. E magnifico.

La metà dell’anima, di Carme Riera (Fazi)

Il giorno di Sant Jordi in Catalogna si celebra la festa del libro e delle rose. Inizia così il romanzo, con la protagonista impegnata a firmare autografi, quando uno sconosciuto le lascia una cartelletta e poi scompare. Dentro ci sono alcune lettere d’amore che porteranno la protagonista sulle tracce di una madre che non conosce. La madre che viveva da benestante sotto la dittatura mentre appoggiava in segreto la resistenza antifascista. Un modo diverso, attraverso una figura femminile intensa e originale, per avvicinarsi agli anni della dittatura franchista e conoscerla, in tutte le sue zone d’ombra e le sue menzogne. Una dittatura la cui ombra si allunga sul futuro, tanto da spingere la protagonista a chiedersi chi sia davvero. Chi siamo noi davvero? Figli di guerre e di tragedie passate che non conosciamo del tutto, la nostra identità in bilico sul passato, un passato che dovremmo conoscere meglio ma che continuerà a sfuggirci. Insieme al senso del presente.

La piazza del diamante, di Mercè Rodoreda (Beat)

Impossibile parlare di letteratura catalana senza citare La piazza del diamante, la storia di una giovane che vive nel quartiere di Gràcia, a Barcellona, durante la guerra civile. Una giovane come tante altre, semplice, umile, riservata, discreta, attraverso i cui occhi il lettore vive, intuisce e sfiora, senza enfasi e senza proclami, il dramma della guerra civile nelle sue ripercussioni più quotidiane e dolorose: la paura, la fame, la solitudine, la morte delle persone care, tutta la fragilità dell’essere umano davanti a un momento storico più grande di lui, all’insegna della violenza e della barbarie. Una storia intessuta di rassegnazione, di attesa, di insoddisfazione e delle piccole e grandi crudeltà che la storia incide sul nostro quotidiano. Una cronaca sincera e diretta della Barcellona di quegli anni.

Omaggio alla Catalogna, di George Orwell  (Oscar Mondadori)

Non si tratta di un romanzo, in realtà, ma è un altro libro che non può non essere citato. La guerra civile spagnola vista attraverso gli occhi di George Orwell, che arrivò a Barcellona nel dicembre del 1936 e finì presto per arruolarsi nelle file repubblicane e prendere parte in prima persona alla storia del paese. Le descrizioni della città, della sua atmosfera, e le vicissitudini al fronte, sono intense e appassionanti e non hanno nulla da invidiare a un romanzo. Un viaggio avventuroso fra le contraddizioni della storia, mosso da un profondo bisogno di giustizia e scritto in uno stile asciutto che lo rende ancora più efficace. L’esperienza personale dell’autore acquista un carattere universale e si fa al tempo stesso diario e riflessione teorica e storia.

Se non sei esausta, che mamma sei?

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«Stanotte ha dormito cinque ore.»

«Il mio quattro.»

«Beata te, noi abbiamo dormito solo tre ore.»

«Io due, e con lui che mi tirava i calci nella schiena.»

«Io una e mezzo, e nel frattempo allattavo ed ero tutta storta perché lui stesse comodo.»

«Io ho dormito solo mezz’ora, seduta, mentre allattavo, gli facevo il massaggio per le coliche, mio marito russava e intanto pensavo alla lista della spesa e al menù di tutta la settimana.»

Ci sono giorni in cui le conversazioni fuori da un asilo farebbero tremare le ginocchia a un penitente, roba che in confronto portare la croce scalzo in processione deve sembrargli una passeggiata.

«Io lo ho allattato con i capezzoli sanguinanti, io fino ai tre anni, io fino ai quattro, io fino ai sei…»

«I miei figli non hanno mai dormito una notte senza la loro mamma.»

«Non esco la sera da due anni, io da tre anni, io da quattro anni… Io esco ma lo chiamo sempre almeno due o tre volte perché non si senta abbandonato e non faccio mai tardi.»

A volte sembra che il cammino della maternità sia costellato di fustigazioni, che il valore di una madre si misuri nella rinuncia a se stessa, che la stanchezza sia una medaglia da appuntarsi bene in vista, dove le altre mamme possono vederla e farsi i loro conti.

Una vera madre non arriva a sera riposata. Una vera madre non chiude la porta neanche quando va in bagno. Una vera madre non dorme più di tre ore di fila. Una vera madre mangia gli avanzi del figlio e pensa a se stessa negli avanzi di tempo del figlio.

Una vera madre soffre quando torna al lavoro. Una vera madre si sente in colpa, sempre, costantemente, anche quando lascia il figlio a una baby sitter per andare a fare un lavoro che la lascia sfinita e svuotata e in cui la trattano male ma di cui ha bisogno per arrivare a fine mese. Figuriamoci se il lavoro le piace ed è quello che ha sempre sognato di fare. Allora non c’è insonnia che tenga, non c’è sacrificio, stanchezza, esaurimento abbastanza grande da giustificare l’audacia di inseguire sogni che appartengono solo a te, lasciando tuo figlio a crescere da solo dalle otto alle sei.

Così finisci per dirti che lavori e ogni tanto esci la sera anche per insegnare a tua figlia la lezione più importante, ossia a non rinunciare mai a se stessa, e per insegnare a tuo figlio che è normale e fondamentale che una donna continui ad avere una vita e a dedicarsi a se stessa, sempre e comunque.

Ed ecco che ci sei cascata di nuovo. Sei tornata a giustificarti, hai sentito di nuovo il bisogno di essere per lo meno un esempio, un modello da seguire. Ancora una volta hai sentito la necessità di dare qualcosa in cambio ai tuoi figli, per il tempo dedicato a te stessa.

Certo, arriviamo stanche a sera, inutile negarlo, con figli o senza. Certo, i nostri figli hanno bisogno di noi (anche se sono convinta che spesso ne abbiano bisogno meno di quanto crediamo e sia vero piuttosto l’inverso, che siano le madri ad avere bisogno di loro). Certo, fare la madre significa cercare continuamente un equilibrio impossibile e avere sempre e comunque la sensazione di tradire qualcuno o qualcosa. Ma è proprio necessario questo elogio costante della stanchezza delle donne? Non potremmo smetterla? Non ci fa un gran male, in realtà, questo insistere sulla nostra capacità di esaurirci?

Perché dietro i lamenti spesso recitati con orgoglio dalle madri, dietro la loro spossatezza esibita come sfida, come prova di valore, dietro le loro rinunce e quel riversarsi per intero nell’accudimento del figlio in una sorta di immersione senza bombole, fa capolino e resiste l’idea che la donna sia nata per soffrire. Che una donna sia davvero tale solo quando arriva a sera esausta. Che una donna riposata sia una donna a metà. L’apoteosi della Sindrome dello Strofinaccio. Con il rischio peraltro che l’amore venga servito come un ricatto costante, soprattutto quando poi i figli crescono, condito da lacrime e sudore, come un dolcetto a forma di cuore ma con una spolverata di recriminazioni.

Comincia e finisce tutto in sala parto, lo sa bene chi ci è passato. Dove l’epidurale viene somministata e vissuta come una sconfitta. Dove perfino l’infermiere che ti spinge sulla sedia a rotelle vuole sapere se partorirai davvero o opterai per l’imitazione, per il parto falso e “indolore” (ah!) che passa per le mani dell’anestesista. E se hai l’ardire di rispondere che no, che partorirai naturalmente, allora lo stesso infermiere, che probabilmente si fa la barba con il rasoio più indolore e delicato che trova sullo scaffale e non con il machete, lo stesso infermiere sarà lì ad aspettarti con un sorrisetto di sfida per sapere se l’hai fatto davvero. Se hai sofferto. Se sei stata una vera donna. «Ah. Dicono tutte che vogliono partorire naturalmente e poi se le senti strillare che vogliono l’anestesia.»

Donna, partorirai con dolore, allatterai con dolore, svezzerai con dolore, dormirai con dolore, educherai con dolore, lavorerai con dolore…

In alternativa avrai l’epidurale. O una montagna di sensi di colpa.

Siamo proprio sicuri che i libri costino troppo?

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Ieri mattina mi sono alzata e mentre preparavo la colazione ho infilato nello zaino di mio figlio la ricevuta del pagamento per la visita al Museo della Musica: 24 euro.

Dopo aver lavorato, sono andata a fare la spesa, pasta, formaggio, uova, latte, biscotti, frutta e verdura: 47,20 euro.

Mentre tornavo a casa mi sono ricordata che sabato mio figlio va a una festa di compleanno e sono passata a comprare un regalo, una tazza con la cacca di Arale che farà furore: 14 euro.

Il pomeriggio avevo già comprato il biglietto per andare a sentire Colson Whitehead al CCCB (3,70 euro) così ho deciso di andare a Barcellona un po’ in anticipo. Arrivata in stazione ho comprato la T-10, che vale dieci viaggi: 34,45 euro.

Visto che diluviava e di passeggiare non se ne parlava, prima ho comprato un ombrello nuovo, perché quello che avevo si è rotto alla prima folata di vento (18 euro), poi ho commesso l’errore di entrare in un negozio da cui non riesco mai a uscire a mani vuote e con la scusa che ero congelata sono uscita con una sciarpa (bellissima!), per 19,70 euro.

Alla fine mi sono arresa, diluviava troppo, così ho saltato di pozzanghera in pozzanghera fino al CCCB dove sono arrivata zuppa e con un anticipo assurdo. Per fortuna avevo con me Le nostre anime di notte, comprato durante l’ultimo viaggio in Italia (17 euro). Così il tempo è volato fino all’arrivo di Colson Whitehead e poi fino all’arrivo a casa, sul treno affollatissimo del ritorno.

Devo fare una confessione, a questo punto: sono una di quelle persone che al momento di comprare un libro pensano “Orca, 20 euro, che caro…”. Lo penso soltanto e non lo dico, perché sono consapevole di averne anch’io uno in libreria che costa 16,40 euro e quindi so anche quanti di quei soldi vanno all’autore e quante spese ci siano dietro. Insomma, ho il buon gusto di tenermi quel pensiero per me. Ma lo penso lo stesso. E più di una volta dopo averlo pensato ho lasciato a malincuore il libro sullo scaffale, magari per poi spendere il doppio in una pentola o un maglione e senza farmi troppe domande.

Così ieri, mentre tornavo a casa con i piedi e i pantaloni fradici, stanca, schiacciata contro una ragazza che ha strillato nel cellulare e nelle mie orecchie per venti minuti, mi sono resa conto che di tutti i soldi spesi quel giorno, i 17 euro del libro erano quelli che avevano fatto davvero la differenza, mentre i personaggi di Haruf si ritagliavano un posto nel profondo dentro di me e mi concedevano di entrare nelle loro vite e nelle loro storie, di conoscere i loro segreti e vivere le loro emozioni più segrete, condividere i loro momenti di intimità intrufolandomi nella stanza e nel letto di Addie.

Nel tempo dedicato a leggere il romanzo, anche la mia storia personale diventava stranamente più interessante e più ricca, alcune delle emozioni e degli imbarazzi e delle tragedie dei personaggi davano un significato ai miei, mi permettevano di convivere in modo nuovo con la mia stessa storia e con le mie emozioni e i miei dubbi. Il romanzo in quelle poche ore ha reso tutto meno opaco, più importante, ha dato un senso diverso alla mia giornata, alle persone che mi circondavano e alle loro storie, ai piccoli dettagli che mi scorrevano intorno e che d’un tratto vedevo sotto una nuova luce. Come se fossi finita anch’io per magia a Holt, fra affetti, paure, cattiverie e piccoli gesti di coraggio che passano inosservati.

Non ho ancora finito il romanzo, quindi so che mi terrà compagnia ancora per diversi giorni. Insieme alla sciarpa, alla T-10, a quel poco che è rimasto della spesa di ieri (e con un po’ di fortuna anche all’ombrello, se durerà più del suo predecessore). E sì, certo, non posso negare che 17 euro in un’economia non disastrosa ma neanche da nababbi come la mia si facciano sentire. Ma mi ha scaldata più Haruf della sciarpa e mi ha fatto viaggiare più veloce e più lontano di quanto non abbia fatto la T-10.

Mentre tornavo spiaccicata come una sardina nel treno affollato, un signore sulla cinquantina dietro di me si lamentava di vivere da quindici anni in un seminterrato che lo obbligava a tenere sempre accesa la luce e di aver capito solo ora di non poterne più e di sognare un quarto piano e un terrazzino, a costo di dover rinunciare all’affitto stracciato che pagava nel seminterrato.

“Paghi per avere qualità di vita, è fondamentale” gli ha detto l’amica e lui ha annuito convinto.

Ho annuito anch’io, di istinto, e sono tornata alla storia di Addie e Louis.

Anche i libri migliorano la qualità della nostra vita. Qualunque libro, che si tratti di un classico o di un romanzo di evasione, di una storia raffinata e preziosa come quella di Haruf o di una storia raccontata per sommi capi ma in grado di emozionare comunque chi la legge.

Sono sicura che nessuno avrebbe esitato a consigliare a quel signore di cercarsi un altro posto dove vivere e dove poter guardare fuori dalla finestra. E allo stesso modo e per ragioni molto simili credo che nessuno, dopo essersi soffermato a pensarci, possa credere davvero che 20 euro sia un prezzo troppo alto per guardare fuori dalla finestra, gettare una luce nuova sulle nostre giornate e avere una qualità di vita migliore.

Non dire niente

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Non dire niente.

Se il medico ti tocca un po’ troppo a lungo le tette durante una visita, tu non dire niente.

Se a scuola il maestro di ginnastica ti dà una pacca sul culo e una palpatina e poi ti strizza l’occhio, tu non dire niente.

Se sull’autobus noti il cazzo duro del tizio dietro di te incollato al sedere e lo senti gemere, tu non dire niente.

Se l’amico di tuo padre ti dice che sei proprio graziosa e ti tocca sopra la camicetta per sentire quanto sei cresciuta, tu non dire niente.

Non dire niente perché dopo ti sentirai ancora più sporca.

Non dire niente perché daranno la colpa a te.

Non dire niente perché resterai sola.

Non dire niente perché in cambio riceverai sorrisetti paternalisti che ti faranno sentire piccola  e stupida.

Non dire niente perché ti risponderanno che non sai stare agli scherzi.

Non dire niente perché perfino tua madre ti guarderà con sospetto.

Non dire niente perché il tuo compito è capire e perdonare, non accusare.

Non dire niente perché se non ti hanno spezzato un paio di ossa non ci crederà nessuno che un po’ non ti è piaciuto.

Non dire niente perché non hai sofferto abbastanza. Perché le vere donne non si lamentano, le vere donne sono quelle che lasciano fare, che comprendono le esigenze degli uomini, le vere donne sanno che la colpa è loro, che sono sporche come il desiderio che accendono nelle mani e nella bocca degli uomini, che qualcosa hanno fatto e qualcosa devono scontare. Le vere donne sanno come si accontenta un uomo, sanno renderlo felice.

Le vere donne sanno quando è il momento di tenere la bocca chiusa. E non dire niente. Non è proprio questa la misura del nostro valore? Non è forse il silenzio delle donne, la nostra capacità di tacere, a fare la differenza fra una brava ragazza e una puttana?

Come nasce un’indipendentista catalana inaspettata

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Foto di Marc Borell (scattata a Sant Iscle de Vallalta)

Fino a qualche giorno fa non ero indipendentista. Non capivo del tutto le ragioni dei catalani, pur vivendo qui da più di dieci anni, non mi sentivo abbastanza catalana da sforzarmi di comprenderle e, devo ammetterlo, alcuni indipendentisti dell’ultima ora, di quelli che il giorno prima andavano al club nautico del mio paese a parlare castigliano (perché i ricchi snob parlavano solo castigliano)  e il giorno dopo se ne andavano in giro con le espadrillas con la estelada, la bandiera indipendentista, non li sopportavo proprio.

Così ho seguito tutto il processo con una relativa indifferenza, sicura che avrebbe vinto il No, perché se io in quanto straniera avrei solo da perdere con l’indipendenza e con un’eventuale e molto prevedibile uscita dall’Europa, anche per il catalano medio che per esempio percepisce la pensione dallo Stato spagnolo, non c’era da stare molto allegri all’idea.

Poi sono arrivati gli arresti. La censura. L’intimidazione. Gli agenti della polizia spagnola, neanche ci fosse una sommossa in corso. E sono arrivate le violenze. Non ero fisicamente presente davanti alle scuole e ai seggi, ma c’erano i miei amici, c’era mio marito,  c’erano le maestre dell’asilo di mio figlio. Della situazione politica catalana si è scritto molto e molto si scriverà, ma non ho letto nulla sulla reazione della popolazione, sul senso che ha avuto questo referendum nei paesi, fra la gente.

Provate a immaginare di vivere in un paesino di qualche migliaia di abitanti. Quel giorno volete andare a votare. Perché avete sempre voluto farlo. Perché avete deciso di farlo dopo aver visto la vera faccia dello Stato spagnolo. Perché voterete No, ma credete nel diritto di un popolo di esprimere la propria opinione. Forse non sarete fra i tanti (il cuoco della scuola, le maestre, la panettiera, gli scout del paese) che hanno tenuto aperto il seggio fin dal giorno prima e hanno dormito lì. Forse non sarete fra i responsabili del seggio che da settimane si organizzano per far arrivare le tanto temute urne nei seggi, con tecniche e trucchi da società segreta. Forse sarete semplicemente un votante fra i tanti, che la domenica si avvia verso il seggio, con relativa serenità.

E all’improvviso, lungo la strada principale del paese, la stessa che avete percorso ogni giorno, quella che potreste fare in macchina a occhi chiusi tanto la conoscete bene, su quella stessa strada che fa parte del vostro mondo fino a essere diventata parte di voi, vedete avanzare almeno cento agenti della Guardia Civil in tenuta antisommossa. Tutti neri e verdi, come insetti strani, caschi e scudi e armi e tutto quanto, sembrano appena usciti da un film di fantascienza. Come se Darth Vader avesse deciso di andare a comprare due michette nella vostra panetteria di fiducia. Solo che gli agenti non smettono di avanzare e proseguono e poi si scagliano contro le persone riunite lì per votare. Per votare.

E la gente incredibilmente resiste. Si aggrappano alla balaustra della scala che salgono ogni giorno i loro figli, e non mollano finché il manganello non rischia di spaccargli le dita. Si stringono intorno agli anziani per proteggerli, gli anziani che sanno bene di che cosa è capace la guardia civil, eppure non mollano e non tornano a casa, restano lì, a difendere le urne e il loro voto. E le prendono. La guardia civil non risparmia nessuno, non guarda in faccia nessuno. Il genitore dell’amico di vostro figlio finisce con sette punti in faccia. La maestra di ginnastica ha la schiena piena di lividi. L’edicolante ha la giacca strappata e una ciocca di capelli in meno. Un vostro amico a Barcellona per poco non perdeva un occhio per colpa dei proiettili di gomma.

Nel frattempo dentro il seggio ci si organizza. Le urne scompaiono e vengono nascoste in una sorta di assurda caccia al tesoro che potrebbe sembrare divertente, se non si rischiasse tanto e non si avesse tanta paura. Qualcuno in qualche seggio ha abbastanza sangue freddo da tirare fuori il domino e fingere di stare solo giocando una partita, nel seggio alloggiato nel centro ricreativo per anziani. Intanto fuori gli agenti della guardia civil sembrano macchine impazzite. Mostri disumani. Afferrano la gente per i capelli, lanciano gli anziani giù per le scale, affondano i manganelli contro gente colpevole soltanto di voler votare. E di non arrendersi. Quanta forza ci vuole, mi chiedo, per decidere una domenica mattina di essere disposti a farsi riempire di botte pur di poter esprimere il proprio voto? Quanta forza ci vuole per mobilitarsi tutti insieme, sistemare i trattori nei punti strategici, bloccare ogni accesso al paese, mentre la pizzeria del posto distribuisce tranci di pizze e buon umore, e l’intero paese per una volta mette da parte i vecchi rancori e le antipatie e diventa una cosa sola?

Perché è questa forza la risposta a qualunque tentativo di impedire il referendum e tutto ciò che seguirà nei prossimi giorni. Non basteranno tutti gli agenti dello Stato spagnolo per fermare un popolo che ha dato una dimostrazione simile domenica scorsa. Ogni volta che Rajoy apre bocca nasce un nuovo indipendentista. Allo sciopero di oggi, 3 ottobre, in molti sono scesi con i cartelli “Non sono indipendentista, ma non resterò a casa mentre pestano la mia gente”. I pompieri, i veri assoluti eroi di questi giorni, sempre a fianco della popolazione, più dei mossos (la polizia locale) che non è intervenuta né per difendere né per punire, più dei politici, che con l’eccezione di pochi (fra cui Ada Colau, la sindaca di Barcellona) non si sono visti a difendere i seggi insieme agli altri votanti, i pompieri ci sono sempre stati, tanto da scusarsi con i seggi e i votanti che non sono riusciti a difendere, in un coro di “Els bombers seran sempre vostres”.

Ecco perché oggi mi sento stranamente catalana perfino io, più lontana che mai da uno Stato spagnolo disprezzabile e odioso nel suo volto governativo fascista e autoritario, più lontana che mai dall’Europa che tace vigliaccamente lasciando che Spagna e Catalunya se la vedano fra loro.

Ecco perché se avessi potuto votare (non potevo, in quanto straniera) perfino io avrei votato sì. Ecco perché sono disposta ad affrontare l’abisso che si spalancherebbe davanti a una Catalunya indipendente pur di difendere quello che ho visto nascere in questi giorni intorno a me. La resistenza pacifica davanti a violenze inaccettabili. Il senso di appartenenza e l’orgoglio di una nazione di fronte alla censura e all’oppressione. La solidarietà e il coraggio di tanti che diventano una voce sola. Els carrers seran sempre nostres, era uno degli slogan di questi giorni. E all’improvviso mi trovo anch’io a percorrere quelle strade con l’orgoglio di chi se le sente un po’ sue, pur da straniero.

I catalani non sono mai stati molto bravi a esportare la propria causa e le proprie ragioni. Ma credo che lo stesso orgoglio e la stessa compatta chiusura su se stessi che ha impedito loro di farlo finora adesso stia levando una voce che non si può non ascoltare. Qui ogni sera alle dieci la gente esce sui balconi e sbatte pentole e coperchi in segno di protesta. E l’altra sera, al sentir gridare “Visca Catalunya” dai miei vicini, mi sono sorpresa sul punto di gridare anch’io “Visca!”.

Perché ad ascoltarlo bene, quel “Visca Catalunya”, è un grido di libertà. È un grido di resistenza, contro l’oppressione, contro ogni autoritarismo. È la resistenza di chi mette i trattori contro i furgoni di una polizia straniera, ogni giorno più straniera, chiusa negli alberghi in formazione a gridare Viva España, carica di odio. Noi italiani conosciamo bene il valore della Resistenza. Ascoltiamo quella voce, allora. Perché ha molto da insegnarci, c’è il seme di un futuro migliore, nel senso di comunità dei catalani oggi, nella loro lezione di libertà, di coraggio e di dignità. Nel loro senso di appartenza e nel loro orgoglio.

Visca Catalunya, allora. Viva la libertà!