Se ci emoziona, non può essere sbagliato

Foto di chiguy66 da Pixabay

“Sono bisessuale”. L’ha scritto una ragazza di tredici anni, su una crostata alle fragole che aveva preparato per i genitori. A farle paura non era l’omofobia dei compagni o degli amici. Aveva solo bisogno di capire chi era e di ritagliare uno spazio a quella sua nuova identità nel mondo degli adulti e delle persone che le volevano bene.

Questo episodio, che mi è stato raccontato da alcuni amici, è uno dei motivi per cui ho deciso di scrivere Speciale Elsa. Un romanzo non sarà mai all’altezza di un messaggio scritto con le lettere dell’impasto di un dolce, che è la metafora più bella che mi venga in mente del bisogno di essere accettati, ma può fare qualcosa di molto simile: ritagliare uno spazio nel discorso pubblico, far capire ai lettori che non sono soli e non sono sbagliati, e che nel mondo degli adulti c’è posto per loro.

Le serie per il target adolescenziale (che spesso vengono viste già dai preadolescenti) raccontano amori omosessuali da tempo, basti pensare a Euphoria, Élite, Skam, Sex Education, Atypical, fino alla più recente Heartstopper. Le storie omosessuali fanno parte della vita dei ragazzi e delle ragazze, che li vivono con una naturalezza che stupisce noi adulti, che siamo cresciuti fra il dramma del coming out e lo spettro dell’emarginazione sociale. L’omofobia continua a esistere, ma con connotati diversi da quelli a cui siamo abituati, e finché non viene convalidata dallo sguardo adulto è sopraffatta facilmente dalla realtà in cui sono immersi. Le storie d’amore omosessuali invadono TikTok, gli outfit dei cantanti sfidano ogni rappresentazione di genere, le storie d’amore fra celebrità (vere o presunte) emozionano perfino di più quando sfuggono ai canoni etero. Se non la insegnassimo noi ai ragazzi, insomma, l’omofobia probabilmente sarebbe destinata a estinguersi.

“C’è qualcosa di pericoloso in quello che provo per Nora, lo so. Nel modo in cui mi fa sentire, in quello che mi fa desiderare di fare. È come se mi portasse via da tutto quello che ero fino a ieri, da quello che mi tiene ancorata a terra, come le zampe del drago sotto l’asfalto. Dalla Elsa che conoscono gli altri. Nessuno conosce la Elsa che ha baciato Nora e questo mi fa sentire molto libera e molto spaventata.”

Speciale Elsa, Il Battello a Vapore

È il concetto stesso di identità del resto a essere cambiato fra i giovani, è diventato più fluido e meno ingombrante (basti pensare al modo in cui usano Instagram, non come vetrina, bensì come contenitore di momenti fugaci), ma al tempo stesso anche più difficile da afferrare. La Generazione Z non ha bisogno di punti fissi, fossero anche quelli del binarismo di genere, li schiva e ci scorre in mezzo, insegue trend collettivi destinati a essere fuggevoli, li incrocia e li trasforma e poi cambia direzione di nuovo.

La riflessione sulla propria identità è un altro dei motivi per cui ho scritto Speciale Elsa. Per raccontare quel momento in cui, crescendo, ci imbattiamo in un’immagine di noi stessi diversa da quella che credevamo di conoscere, e più cerchiamo di assomigliare a quell’immagine, più abbiamo la sensazione di tradire le nostre radici. Quanto possiamo allontanarci dall’idea che gli altri hanno di noi senza perderci? E quanto possiamo sfuggire all’immagine che ci rispecchia davvero senza perdere noi stessi?

Ecco perché è fondamentale parlarne e perché bisogna farlo già alle medie, quando è più facile e al tempo stesso ancora più necessario. Non si tratta solo di insegnare a non discriminare; usare un atteggiamento normativo e punitivo nelle battaglie per i diritti rischia di essere controproducente. Normalizzare gli amori omosessuali e le diverse identità di genere, invece, fare loro spazio nella vita scolastica, nei romanzi per quel target d’età, nei discorsi pubblici, rende tutto accessibile, prossimo, familiare e quindi meno estraneo. Se ci emoziona, non può essere sbagliato. Se ci emoziona, in qualche modo riguarda anche noi. Dovremmo smettere di associare l’omosessualità, nell’immaginario dei bambini, a qualcosa di clandestino e pericoloso. L’omofobia si combatte anche a colpi di lieto fine e di normalità. Certo, è importante spiegare ai ragazzi che alcuni insulti non sono come gli altri. Così come è fondamentale saper riconoscere il bullismo omofobico e avere gli strumenti per intervenire. Ma è altrettanto importante, secondo me, insegnare ai ragazzi a non avere paura di essere come sono.

L’estate dei miei quattordici anni. La prima delle superiori. Ero convinta che a quattordici anni sarebbe cambiato tutto. E infatti è successo, solo che è cambiato tutto quello che non doveva cambiare. A volte la vita ha un senso dell’umorismo proprio del cavolo.

Speciale Elsa, Il Battello a Vapore

La letteratura per ragazzi racconta il mondo e disegna traiettorie, e quel mondo deve assomigliare alla realtà dei suoi lettori, dev’esserci posto per il loro coraggio e la loro libertà, non per le paure degli adulti. I ragazzi e le ragazze sanno già come amare, hanno solo bisogno di spazio, di essere rappresentati, di sapere che non sono sbagliati, che se ascoltano la propria voce andranno nella direzione giusta e che le loro radici li seguiranno sempre, ovunque andranno. Non si perderanno strada facendo, anzi, succederà esattamente il contrario. Come dice la nonna di Elsa: “La gente si abitua a tutto. Tu preoccupati solo di non essere diversa da te stessa”.

Fra i tanti motivi per cui è importante combattere l’omofobia fra i ragazzi, quindi, ce n’è uno che forse non viene ricordato abbastanza spesso: perché è il modo migliore per insegnare a tutti, qualunque sia il loro orientamento sessuale, ad assomigliare sempre a se stessi.

Sì, è victim blaming

“Potevi dire di no.”

“Perché non te ne sei andata?”

“Che cosa ci facevi lì?”

“Eri già grande, non eri più una bambina, potevi difenderti.”

“Te lo sei scelto tu.”

“Perché non hai denunciato?”

“Se ti è successo è perché gliel’hai permesso.”

“Sei sicura che lui non abbia frainteso? Forse non sei stata abbastanza chiara.”

“Ci hai fatto due figli, non lo sapevi com’era?”

“La stai facendo più grande di quanto non sia.”

“Se non ti andasse bene davvero l’avresti già mollato.”

“Devi imparare a fregartene.”

“Tu però non rispondere, non provocarlo.”

“Ma che cosa gli fai agli uomini?”

“Succedono tutte a te.”

“Come hai fatto a restarci insieme. Io me ne sarei andata.”

“Ma come? È così innamorato!”

“Quando ti ci sei messa assieme, qualche segnale l’avrai avuto, no?”

“Non potevi urlare e dargli un calcio nelle palle?”

“Potevi evitare di restare da sola con lui.”

“Bisogna sentire tutte e due le campane, però. Qualcosa avrai fatto anche tu.”

“Perché lo stai dicendo solo ora?”

“Sì, però anche tu…”

“Sei sicura?”

Grazie come sempre alla pagina Facebook di Rosapercaso, da cui arrivano questi esempi e dove ne trovate molti altri.

La trappola del consenso nella cultura dello stupro

  1. Conformità di intenti e di voleri.
  2. Permesso, approvazione.

Quale di questi due significati della parola “consenso” abbiamo in mente, quando la usiamo in relazione a uno stupro? In quanti casi è un no mancato a travestirsi da consenso/permesso agli occhi di una società in cui la donna è sempre consenziente, salvo dimostrazione del contrario?

Nelle storie che arrivano a Rosapercaso, quando le donne sono in dubbio e si interrogano sulla definizione da dare alla violenza subita, è quasi sempre questo il discrimine: il permesso dove avrebbe dovuto esserci conformità di intenti e di voleri. Quelle donne si trovavano in una strada buia, in una situazione di pericolo, non avrebbero saputo come gestire un no, non si fidavano abbastanza di se stesse per dirlo, così hanno finito per accettare, per paura che lui diventasse violento, per non peggiorare la situazione. L’unica faccia del consenso che era possibile rintracciare era il permesso, non certo la conformità di intenti. Ti do il permesso di fare sesso con me, per evitare di essere lasciata sola in una strada isolata/di essere picchiata/di essere trattata da stupida/di essere umiliata… Nella realtà non abbiamo davanti un grande tasto rosso da premere per comunicare la nostra decisione. La realtà è fatta di momenti che corrono rapidi, di sensazioni che non abbiamo imparato a riconoscere e a tenere in conto, di cui non ci hanno insegnato a fidarci. In una realtà di analfabeti del consenso e del piacere femminile, la violenza sulle donne a volte precede (di qualche frazione di secondo o di qualche anno) la sua definizione, anche per chi la subisce. “Io non lo so se ho subito violenza, perché in realtà l’ho lasciato fare per evitare che andasse a finire peggio.”

Ed è spesso lì, in quel permesso travestito da consenso, il punto. “In realtà si conoscevano già, erano amici” mi hanno detto a mo’ di attenuante commentando lo stupro di una minorenne durante una festa in spiaggia. Se lui è uno sconosciuto che la trascina in un angolo con la forza, allora (forse) è stupro. Ma per tutto il resto il consenso è ovunque, basta cercarlo con un po’ di attenzione e ne trovi quanto ne vuoi. Perfino nelle parole delle vittime: era un mio amico, gli avevo sorriso, non gli ho detto di no, sono stata ingenua, avrei dovuto capirlo, avevo su un bel vestito.

La ragazza in spiaggia si era allontanata di sua spontanea volontà con un amico, poi era tornata dal gruppo piangendo. Ma fra amici, fra fidanzati, fra sorrisi e alcol e divertimento non è mai stupro. Al massimo la versione un po’ spinta di un gioco di potere, e piovono allegri gettoni di mascolinità tossica e cameratismo. E se proprio non si riesce a strappare un permesso, resterà sempre il desiderio maschile come eterna attenuante. Eccolo, allora, tutto il consenso di cui ha bisogno la cultura dello stupro.

  1. Conformità di intenti e di voleri.
  2. Permesso, approvazione.
  3. Qualunque cosa ecciti un uomo.

L’unico consenso che ha valore e significato è la conformità di intenti e di voleri. Non si tratta di aggirare un no o di portare a casa un d’accordo, ma di incontrare un sì, lo voglio. Tutto il resto è violenza.

Come insegniamo alle bambine a subire la violenza maschile

“I maschietti sono fatti così, sono più portati ai giochi aggressivi.”

“Ha bisogno di esprimere la propria energia, è molto fisico.”

“Se ti picchia è perché in fondo in fondo gli piaci.”

“È tutto testosterone!”

“È colpa tua che ti metti a piangere e gli dai soddisfazione.”

“Il mio Mario tocca già il sedere alle compagne, da grande sarà un donnaiolo.”

“Ha solo bisogno di sfogare l’energia.”

“Devi portare pazienza con lui, ha difficoltà di apprendimento e ti picchia per sfogare la frustrazione.”

“Non mettetevi la gonna, se non volete che i maschi cerchino di guardarvi le mutandine.”

“Con i maschi bisogna avere pazienza.”

“È il suo modo di esprimersi.”

“Se vuoi fare giochi da maschi, tanto vale che ti abitui.”

“Voi femmine siete più mature, cerca di capirlo e vai tu a chiedergli scusa.”

“Sicura di non avere fatto niente per provocarlo?”

Sono alcune frasi che probabilmente abbiamo sentito e forse anche detto, magari senza renderci conto che erano tanti mattoncini della cultura dello stupro che ci circonda e che dietro ogni frase si nascondeva il bisogno di giustificare la violenza maschile, perché è su quella violenza che poggiano le basi del potere in una società patriarcale. Possono sembrare innocue, ma sono frasi pericolose, perché abituano le bambine a essere dalla parte sbagliata del potere, a dubitare prima di tutto di se stesse, le convincono che il valore e la maturità di una donna si misurino anche con la sua capacità di sopportare. Lo dimostra il fatto che dietro quelle frasi si nasconda spesso la paura di crescere un maschio “debole”, che scivoli troppo lontano dalla propria posizione di privilegio. E sì, certo, esiste anche la violenza femminile, ma non fa parte del sistema di potere in cui viviamo e proprio per questo si è spesso molto più rapidi e meno esitanti al momento di condannarla.

Grazie come sempre alla community della pagina Facebook Rosapercaso, da cui arrivano questi esempi.

La violenza sulle donne si combatte occupando gli spazi pubblici, non abbandonandoli

Il victim blaming, l’atteggiamento che tende a colpevolizzare la vittima di una violenza invece di chi l’ha commessa, ha molte facce e forse non tutte sono immediatamente riconoscibili. È victim blaming chiedersi come fosse vestita una sopravvissuta a uno stupro, ma lo è anche stendere un elenco di consigli per la sicurezza delle donne quando vanno in giro la sera. È victim blaming soffermarsi su quanto avesse bevuto la ragazza, ma lo è anche chiedersi che cosa ci facesse da sola per strada. Ed è victim blaming insistere sulla separazione che ha preceduto un femminicidio o sulle “pretese” economiche della donna.

Le statistiche parlano chiaro: la maggior parte degli episodi di violenza subiti dalle donne avviene all’interno della coppia, o da parte dell’ex partner, di amici, di familiari. Perché allora, se proprio si vuole insistere nel victim blaming, non sconsigliare alle donne di sposarsi o di iniziare una relazione? Perché nel momento in cui si decide di controllare la donna lo si fa privandola del diritto alla solitudine e alla libertà di movimento? Gli uomini inglesi hanno reagito indignati alla proposta di Jenny Jones di un coprifuoco solo maschile, perché certo, non sono mica tutti così. Ma allora perché tutte le donne dovrebbero restare a casa quando una di loro viene violentata e uccisa?

Forse perché è stata violentata e uccisa in quanto donna. Non per quello che indossava, per l’ora a cui andava in giro da sola o perché non aveva seguito un corso di autodifesa e non sapeva come chiedere aiuto. Non perché è stata imprudente, perché era in spiaggia alle tre del mattino, perché voleva divertirsi, perché aveva voglia di conoscere persone nuove, perché non ha controllato che non le mettessero niente nel bicchiere, perché non aveva detto a un’amica dove andava o perché ha sorriso troppo. Solo in quanto donna.

Ecco allora l’unico modo sensato di raccontare la violenza sulle donne: contestualizzandola, all’interno di una società che si regge su uno squilibrio di potere, una società che misura quello stesso potere sulla capacità di possesso maschile, in tutte le sue forme, compreso il possesso del corpo femminile e quindi anche lo stupro. Una società in cui le donne non hanno voce e in cui la narrazione collettiva risponde alle esigenze e ai desideri maschili, compreso quello di lasciare le cose esattamente come stanno.

Smettiamola con gli inviti alla prudenza. Siamo prudenti da anni, conosciamo tutti i trucchi, sappiamo in quali strade passare, qual è il modo più sicuro per entrare nel portone di casa, impariamo da giovanissime a stringere un oggetto fra le dita se camminiamo da sole, sperando di colpire più forte. Sappiamo che dobbiamo informare qualcuno dei nostri spostamenti, siamo allenate a riconoscere il pericolo dal suono dei passi che ci seguono, decifriamo gli sguardi, cronometriamo i sorrisi, proviamo a renderci invisibili nascondendoci in abiti a prova di curve. Calcoliamo per istinto qual è il posto più sicuro dove sederci su un treno, abbassiamo le sicure quando siamo da sole in macchina la sera, ci muoviamo nel mondo in uno stato di allerta quasi costante, affinando doti degne di qualche corpo speciale. E non è servito a un accidenti. Continuano a ucciderci e a violentarci e a metterci le mani sul culo per la semplice ragione che possono farlo. Perché quando lo faranno, qualcuno verrà da noi a dirci di rientrare a casa prima e di stare più attente.

Per sconfiggere la violenza sulle donne è fondamentale scardinare la narrazione attuale, assolutoria e tesa a salvaguardare il sistema di potere maschile senza metterlo mai davvero in discussione. La violenza sulle donne è un problema politico, culturale e sociale, non individuale. La strada per la nostra sicurezza non può passare dalla limitazione della nostra libertà, ma dalla rivendicazione di quella stessa libertà. Dobbiamo fare tutto il contrario: riappropriarci dello spazio pubblico. Impedire che ci ammazzino o che ci stuprino non è una nostra responsabilità.

È stato un massaggio o violenza sessuale?

“Non ho detto niente, perché credevo di essere scema io. Mi ripeteva che non ero abbastanza rilassata e che dovevo lasciarlo fare.”

“Mi sembrava strano e non mi sentivo comoda, ma pensavo di non capire il suo metodo.”

“Era la prima volta che andavo da un massaggiatore e non sapevo che cosa dovevo aspettarmi.”

Quando abbiamo di fronte un medico o un fisioterapista, ci troviamo nella situazione non sempre comoda di dover cedere a qualcun altro il diritto di decidere, entro determinati limiti, del nostro corpo. Ne sanno più di noi sul nostro organismo, lo capiscono meglio e dipendiamo da loro per essere curate. Cedere il controllo su di sé quindi fa parte di quella relazione e la definisce, entro determinati limiti, da cui lo squilibrio di potere che la caratterizza. Fare chiarezza su quei limiti dunque diventa fondamentale, aiuta a capire quando siamo state vittime di violenza e contribuisce a prevenirla.

Una paziente consapevole dei propri diritti, inoltre, è una paziente più disponibile a collaborare, più serena, più fiduciosa. Anche per questo esigere chiarezza non è un atto d’accusa alla categoria, tutto il contrario, è uno strumento comune che va a beneficio di entrambi. A rimetterci, tutt’al più, è quell’alone di onnipotenza che una minoranza di specialisti sfoggia insieme ai titoli alle pareti, che intimidisce e confonde, e che non è quasi mai la strada per il rispetto reciproco. Nel momento in cui entriamo nello studio di un medico, di un fisioterapista, di un osteopata o di un massaggiatore non lasciamo i nostri diritti fuori dalla porta. E per quanto insolito o alternativo sia il trattamento a cui ci sottoponiamo, non prevederà o giustificherà mai la sensazione di essere state violate.

Ecco allora alcuni punti che può essere utile tenere a mente.

Non siamo ingenue, sprovvedute o stupide se ignoriamo l’opportunità o la necessità di quello che sta per succedere. Semplicemente, abbiamo alle spalle un percorso professionale diverso. Quindi chiedere è nel nostro diritto. Abbiamo il diritto di chiedere quanto dovremo spogliarci prima che inizi la visita, per esempio, e di esporre i nostri limiti e manifestare le nostre riserve, nel caso ne avessimo. Se il massaggiatore o il fisioterapista li riterrà inconciliabili con la terapia di cui abbiamo bisogno potrà spiegarci perché e darci la possibilità di capire e decidere, prima di cominciare.

Abbiamo il diritto di interrompere un massaggio se ci sta procurando dolore, imbarazzo o disagio, o se non capiamo che cosa sta succedendo. La comunicazione e il consenso sono fondamentali, in qualunque momento della visita. Abbiamo il diritto di essere infastidite da battute, allusioni e commenti di natura sessuale, da qualunque tipo di corteggiamento o malizia. Abbiamo il diritto di spogliarci con discrezione, senza essere tenute a farlo sotto gli occhi del medico.

Non è necessario che ci sia violenza perché si tratti di un abuso. Non si accende una spia rossa a confermare i nostri dubbi e il nostro disagio. Forse il fisioterapista è un amico di famiglia o è lo stesso da cui sono andati i tuoi genitori o è una persona molto conosciuta. Magari ha la fama del donnaiolo e quando lo racconterai in giro ti risponderanno ridendo che lo sanno tutti e che dovresti sentirti onorata. Magari hai provato perfino piacere e non osi confessarlo a nessuno, neanche a te stessa. Così alla fine ti convinci che non è successo niente di male, forse doveva toccarti per forza il seno in quel modo, forse si è messo in quella posizione dietro di te perché doveva fare così, forse quelle non erano carezze insistenti, voleva solo toglierti quella brutta contrattura muscolare, forse non si è avvicinato troppo all’inguine e te lo sei solo immaginato. Forse gli piacevi, in fondo, è un uomo anche lui. Forse sei stata troppo sfacciata tu, forse sei tu a suscitare certi comportamenti, a provocarli. Ti senti sporca, ti senti violata, ti senti vulnerabile, e ti senti sbagliata.

Se la violenza la raccontassero più spesso le donne, sapremmo che non è sempre fatta di urla e di schiaffi e di minacce. Che avviene molto più spesso nel silenzio, nella confusione, che è fatta di mani che si ritirano in fretta o che si soffermano più a lungo del dovuto, di sguardi sporchi, di permessi mai chiesti, di limiti spostati lentamente in avanti, molto lentamente, quella lentezza che ci convincerà poi di essere state complici, di non avere fatto abbastanza per evitarlo. La violenza è fatta di giochi di potere sottili, di situazioni ambigue, di reggiseni tolti per curarti un ginocchio, di insinuazioni, di sguardi che si saziano in silenzio.

Per combattere gli abusi, insieme, professionisti e pazienti, l’arma più efficace è quella della chiarezza, della comunicazione e del consenso. Ricordare alle pazienti i loro diritti, con un cartello in sala d’attesa, per esempio, o con un messaggio in calce alla posta elettronica o sulla propria pagina web, è un modo efficace per isolare i comportamenti scorretti e impostare una relazione serena e senza zone d’ombra. Informare le pazienti della procedura che si seguirà e chiedere il loro permesso è un segno di serietà e di professionalità, come rispettare i loro limiti e la necessità di spiegazioni e chiarimenti.

Chiarezza, comunicazione e consenso sono fondamentali, ma non dimentichiamo che non sono le uniche armi a disposizione. Che un massaggio invasivo sia reato lo dice la legge, come ha ricordato la sentenza di Cassazione numero 42518/19, depositata il 16 ottobre del 2019, che ha condannato un medico di famiglia a diciotto mesi di reclusione per reato di violenza sessuale, in seguito alle “palpazioni invasive” eseguite durante un trattamento estetico-sanitario.

Chiarezza, Comunicazione, Consenso. Sono le tre C che dovremmo tenere a mente ogni volta che ci sottoponiamo alle cure di uno specialista, per contribuire a combattere gli abusi e le violenze sessuali. Rilassarsi e cedere parzialmente il controllo del nostro corpo perché possa essere curato non passa mai dalla sensazione di essere state violate. Quando succede non è una terapia, è un abuso.

5 R (+1) per sopravvivere a un figlio adolescente

Ritirarsi, quello che qualcuno definirebbe “dargliela vinta” a volte è meglio che portare lo scontro a un livello troppo alto, da cui poi sarebbe difficile tornare indietro. “Che faccio, lo costringo di peso?” si chiede prima o poi qualunque genitore, davanti alla creatura che adesso ha più ormoni, più muscoli e più tempo di lui. Il suo spazio personale cresce e insieme a quello la nostra necessità di tirarci indietro e lasciare che ogni tanto lo abiti da solo, anche quando sta sbagliando.

Rimandare, le conseguenze, le spiegazioni, i rimproveri, i chiarimenti, segna la differenza fra ritirarsi e dargliela vinta. E a volte anche la differenza fra educare e sfogarsi.

Raccontarsi, parlare di noi, è il ponte migliore che si possa costruire fra genitore e figlio, quello fra il nostro passato e il suo futuro. Rafforza le radici e il senso di identità, accorcia la distanza fra problema e soluzione e soprattutto invita a fare altrettanto. Aprirsi, esporsi, anche quando sembra che dall’altra parte ci sia lo stesso interesse di un piguino per un costume da bagno, quando è fatto senza ostentazione è una grande dimostrazione di fiducia.

Reggere la barca quando fa di tutto per ribaltarla, tenerla forte, impedirgli di imbarcare acqua fino ad affondare. Anche quando la tentazione sarebbe spingerlo giù e lanciargli un bel salvagente e che inizi a nuotare. In realtà non vuole affondare, ci sta sfidando a dimostrargli che non se lo merita, che non è destinato a fallire, che tutta la negatività che si è scoperto dentro non avrà la meglio e che c’è qualcuno che regge forte la barca insieme a lui. Ha solo bisogno di sapere che può farcela, e quale modo migliore che tentare disperatamente il contrario e non riuscirci.

Riflettere il meglio di lui, l’immagine che vorremmo che vedesse nello specchio anche quando non la vediamo più neanche noi, anche quando ci sembra scomparsa, anche quando lui diventa lo specchio dell’immagine di noi che non vorremmo mai vedere. La tenerezza, lo smarrimento, l’entusiasmo, la genialità della bambina o del bambino che conoscevamo c’è ancora, più lontana, confusa, un po’ estranea, fra contorni che non avremmo mai immaginato, ma c’è, deve esserci. Forse passiamo tutta la vita a inseguire quell’immagine e vederla riflessa negli occhi di un genitore la rende la misura del nostro valore.

E infine, recitare una preghiera, incrociare le dita, attirare energie positive, invocare qualche spirito… insomma, sperare che vada tutto bene. Perché per quanto ci faccia star bene pensare il contrario, contiamo molto meno di quanto vorremmo.