Il futuro femminista (ma non solo) è fatto di hashtag

I toni accesi con cui si finisce per affrontare certe questioni fra femministe, anche fra chi andava perfettamente d’accordo fino al minuto prima, sono il segno secondo me che è necessaria una nuova modalità di azione. L’astio girato in rete in questi giorni è l’urlo morente di un sistema troppo pesante e troppo vecchio, secondo me, per stare dietro ai tempi. Non riguarda solo il femminismo, ovviamente, e non è neanche così nuovo, è un cambiamento già in atto, che lascia un passo indietro i movimenti e perfino i partiti politici, per tendere verso un modo di lottare diverso, in cui si sia capaci di aggregarsi e disaggregarsi a seconda dei temi e delle occasioni. Una forma di lotta per hashtag, in un certo senso, in cui quello che conta è la battaglia, non i contorni del movimento che la porta avanti.

È un cambiamento radicale, in cui le donne potrebbero essere l’avanguardia di una trasformazione in atto, proprio come hanno già fatto gli adolescenti e i preadolescenti spostandosi progressivamente da Instagram a TikTok, sfumando la definizione di un’identità individuale fondata sull’ostentazione verso il fluire in identità e trend collettivi. Un futuro in cui la partecipazione è occasione, prima che identificazione, in cui le sigle e i collettivi continuano a esistere, ma in forma più mutevole ed elastica, sovrapponendosi se necessario, sfumando i confini, adattandosi, reinventandosi continuamente.

Ecco allora che certi temi (la prostituzione, l’identità di genere…) invece di dividere e separare finirebbero per accorpare e unire, creando nuove realtà provvisorie ma efficaci, perché liberate dal peso della polemica sterile e spesso aggressiva, delle fratture interne allo stesso movimento o collettivo. Sta già succedendo, in realtà, i social e i tempi e i modi di fruizione della cultura in generale lo impongono e lo rendono inevitabile, fluttuiamo già da una pagina all’altra, da un gruppo all’altro, a seconda dell’interesse e della battaglia del momento. E abbiamo scoperto che non ci snatura, non ci indebolisce e non ci separa, al contrario, ci rafforza e ci tiene unite.

Perché non continuare a confrontarci, allora, senza il bisogno di difendere e tenere insieme un’identità, una sigla, un collettivo che rischia di renderci tanto feroci e intransigenti. Lasciamo che quel collettivo e quella sigla scivolino sullo sfondo e che siano gli hashtag, le occasioni di lotta, gli obiettivi comuni a creare legami e momenti di condividisione e collaborazione. Non immagino un futuro fatto di manifesti e partiti politici e sigle che si stanno rivelando sempre più vecchi, rigidi e inadeguati ai tempi. E non immagino e non voglio immaginare un futuro in cui le femministe si fermano sulle divisioni e sulle fratture, quando sarebbe più semplice e costruttivo avanzare verso le occasioni di impegno comune e di condivisione.

In un futuro in cui l’identità viene ridefinita sotto ogni aspetto possibile, non è pensabile che le forme di lotta non se la lascino alle spalle, in qualche modo. Sta già succedendo, è già successo, basta pensare al #metoo. Andiamo avanti in questa direzione allora e cerchiamo i punti di incontro, senza accanirci su quelli di disaccordo. Nell’epoca degli hashtag non è più necessario, non c’è spazio per le polemiche e gli attacchi personali. Possiamo lasciarli nel passato senza che la nostra identità ne venga minimamente scalfita. La nostra identità si definisce nella condivisione e nella partecipazione, il resto ci tiene ferme a un passato che non serve più.

La polemica non è la nostra forma di lotta, la forma di lotta delle donne è la condivisione, la ricerca di punti comuni, di momenti di incontro. Non dimentichiamocene proprio adesso, che i tempi si prestano per farlo in modo ancora più rivoluzionario. Sì, è vero, per riuscirci bisogna provare a guardare al mondo in modo del tutto diverso. Ma non è questo, in fondo, il femminismo?

I complimenti. Istruzioni per l’uso

Tu prova a parlare di molestie e prima o poi salterà fuori la questione: “Non vi si possono più neanche fare i complimenti?”

Sorvoliamo sul fatto che in una società meno fallocentrica davanti alle molestie e al cat calling e a quello che significa nella vita delle donne, il bisogno di un uomo di esprimere il suo parere sul tuo culo non dovrebbe avere la precedenza. Sorvoliamo anche sul fatto che tutti coloro che si dichiarano sconvolti e offesi dalla tua incapacità di sorridere di un complimento innocente con ogni probabilità non ti avrebbero mai rivolto quel complimento innocente se tu non fossi stata da sola, ma abbracciata a un uomo, per esempio (“Oh, trovi anche tu che la mia fidanzata abbia un gran bel paio di tette? Grazie, amico, molto gentile da parte tua.”) Sorvoliamo perfino sul fatto più ovvio, ossia il fatto che essere considerata alla stregua di un taglio di carne da macelleria non è esattamente un complimento e non è una sensazione piacevole.

Sorvoliamo sui disturbi alimentari legati e scatenati da questo modo di guardare alle donne e da tutti questi complimenti. Sorvoliamo sul fatto che il cat calling è una delle tante manifestazioni della cultura dello stupro. Sorvoliamo sul fatto che i complimenti e i fischi per strada sono l’altra faccia della gelosia, del controllo ossessivo da parte degli uomini, delle donne tenute chiuse in casa perché non camminino da sole e non vengano tempestate di “complimenti”.

Sorvoliamo sull’insicurezza, sul senso di pericolo che si prova a essere bersagliate da commenti sul tuo corpo e su quello che qualcuno vorrebbe farci, bella o brutta che sei, vestita o svestita, perché non esiste un dress code per i “complimenti”, basta essere donna. Sorvoliamo sul fatto che cresci pensando che la colpa sia tua e che il tuo compito di donna sia muoverti nello spazio pubblico facendoti notare il meno possibile, rimpicciolirti, abbassare la testa, vestirti di modestia e invisibilità e non servirà a niente lo stesso, anzi, ma se non lo fai verranno a dirti che la colpa era tua. Sorvoliamo sul fatto che la vostra opinione sul nostro sedere non è necessariamente un complimento, che a molte non interessa proprio conoscerla e che se pensate il contrario è perché viviamo in una cultura in cui il corpo delle donne si misura sulle esigenze e sui desideri maschili.

Sorvoliamo su tutte le cose importanti e fermiamoci su una soltanto: quelli che qualcuno chiama “complimenti”, sì, perfino quelli che sembrano così poco offensivi, in realtà sono uno sfoggio e un’esibizione di potere. Sono il modo in cui alcuni uomini urlano la posizione in cui si trovano rispetto alle donne, il loro posto nel mondo. Chi ti urla che hai un bel paio di tette in realtà ti sta dicendo che può gridartelo e che a te deve interessare e che devi sentirti lusingata, perché lui ha il potere che gli consente di rivolgersi a te senza neanche un saluto e tu hai il dovere di considerarlo un complimento, se non vuoi sentirti dire che sei carica di rabbia o di manie o di presunzione. Quei “complimenti” sono l’equivalente di un “non mordo mica”, una sorta di offerta di docilità, che non sarebbe necessaria se i rapporti uomo-donna non fossero definiti anche, contro la vostra e la nostra volontà, da un patto tacito di non aggressione. Quel patto che diventa inevitabile in una società in cui il potere è in mano a una delle due parti. Quel patto di cui si rischia perfino di subire il fascino, da entrambe le parti.

Quando fate un “complimento” a una donna dietro c’è tutto questo. Siete liberi di ignorarlo, ovviamente. Ma i complimenti, quelli veri, dovrebbero avere più a che fare con chi li riceve e meno con l’egocentrismo, il potere e il bisogno di affermazione di chi li pronuncia. Soprattutto se vengono urlati per strada.

Le donne in Nepal: Kumari la dea bambina e l’isolamento mestruale

MATERIALE DIDATTICO PER ACCOMPAGNARE LA LETTURA DI “FAZZOLETTI ROSSI”

La Kumari: la dea bambina in Nepal

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La Kumari, o Kumari Devi, è una dea bambina, la reincarnazione di una divinità conosciuta come Durga, nella religione indù. Una dea vivente, insomma.

La più conosciuta è quella di Kathmandu ed è scelta fra le bambine di un’alta casta buddista quando è ancora molto piccola. Le candidate poi vengono sottoposte a una serie di prove, da cui emergerà la futura Kumari. Perfino il suo oroscopo deve ricevere l’approvazione di un astrologo! Devono avere una pelle e una dentatura perfetta, nessuna cicatrice e una bellezza fuori dal comune, oltre ovviamente a essere sane. Inoltre non devono avere mai perso sangue, neanche per un taglietto. Ma come si definisce e si riconosce la bellezza necessaria per diventare una Kumari? Nulla è lasciato al caso. Esistono infatti ben 32 criteri di perfezione, che devono essere rispettati. La lingua piccola, per esempio. Il collo come una conchiglia e le cosce di un daino. Le ciglia di una mucca e una pelle chiara e profumata. Piedi proporzionati e le guance di un leone e una voce morbida e limpida. E via così.

Fra le prove, alcune servono a dimostrare che la bambina ha un carattere sereno, che non ha paura, in particolare del sangue, e che non piange mai. Per questo viene rinchiusa in una stanza con decine di teste mozzate di capra e 108 bufali morti e lasciata lì tutta la notte, mentre alcuni uomini mascherati da demoni cercano di spaventarla. Solo la bambina che resterà impassibile diventerà la nuova Kumari, che letteralmente significa “vergine”.

A quel punto dovrà abbandonare la sua famiglia e trasferirsi a palazzo, da dove non potrà mai uscire, se non per occasioni particolari. Si vestirà sempre di rosso e non potrà mai toccare terra con i piedi. L’unico posto in cui può camminare infatti sono le sue stanze, per il resto dev’essere portata in braccio o su una portantina. È circondata da servitori pronti a esaudire ogni suo desiderio e negli ultimi anni riceve anche una certa istruzione, a differenza di quanto accadeva in passato; i suoi tutori però non possono obbligarla a studiare o darle ordini: si tratta di una dea, non di un’alunna qualsiasi!

Nelle rare occasioni in cui esce o si affaccia alla finestra, viene venerata e osannata e la folla si accalca attorno a lei, nella speranza di una benedizione. L’occhio disegnato al centro della sua fronte rappresenta il potere divino di cui è portatrice e ogni sua reazione e ogni minimo gesto acquistano un significato preciso: se resta immobile, per esempio, significa che la richiesta che è stata fatta verrà esaudita; se trema significa che qualcuno finirà in prigione; se piange, che il futuro riserva morte e malattia.

Non si resta Kumari per sempre, però. Vi è un evento ben preciso nella vita di quelle ragazze che segna la fine della loro condizione divina. E quell’evento è l’arrivo delle mestruazioni. Da quel giorno infatti cessano di essere Kumari e tornano a essere comuni mortali. Devono abbandonare il palazzo, che verrà occupato dalla nuova Kumari, e prepararsi a una vita tutto fuorché facile. Avranno un vitalizio, certo, ma non hanno ricevuto un’istruzione adeguata e sono completamente impreparate ad affrontare il mondo. Come se non bastasse, la leggenda dice che l’uomo che sposa una Kumari è destinato a morire giovane.

Spunti di riflessione

L’arrivo delle mestruazioni significa la perdita di ogni privilegio, per la giovane Kumari. Esiste qualche affinità con la situazione delle ragazze nel mondo occidentale? Come cambia lo sguardo della società e della famiglia? Come cambiano le regole che decidono della loro vita? Come cambia la vita delle ragazze e la loro immagine, nel momento in cui iniziano ad avere le mestruazioni? Che cosa significa, secondo te, smettere di essere bambine e diventare donne?

Il rosso è il colore che caratterizza la Kumari, a cominciare dalle vesti che indossa. Che significato ha secondo te questo colore nella nostra cultura? A che cosa lo associ? Viene usato abbastanza per parlare di mestruazioni?

Scaricate il pdf con il materiale didattico di approfondimento: Le Kumari in Nepal

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Le mestruazioni in Nepal

Nel maggio del 2019, alcune donne del villaggio nepalese di Ripi si ribellarono e rifiutarono di sottomettersi al rito mestruale della chapaudi. In che cosa consiste? Nelle zone rurali del Nepal occidentale, quando le donne hanno le mestruazioni sono considerate impure, quindi devono allontanarsi da casa e rinchiudersi in capanne primitive, spesso di fango e senza finestre, dove non possono lavarsi e non possono consumare carne o latticini, né usare coperte per scaldarsi. L’isolamento nel chaughot, come è chiamata la “capanna delle mestruazioni” inizia fin da giovanissime, anche a 13 anni, e significa dover restare da sole e al freddo, di notte e di giorno, senza poter prendere parte alla normale vita familiare.

È stato calcolato che ogni anno almeno una donna muore durante quei giorni, spesso asfissiata dopo aver acceso un fuoco per cercare di riscaldarsi. In un caso, una giovane morì morsa da un serpente. La chapaudi è stata dichiarata illegale più di una volta, eppure l’usanza prosegue. Non basta infatti la legge a cancellare la convinzione che le donne con le mestruazioni siano pericolose per la loro famiglia e che quindi isolarsi sia un modo per proteggerla. Se una donna che ha le mestruazioni tocca un uomo, per esempio, questo si ammalerà; se beve latte, la mucca non ne darà più; se attinge acqua dal pozzo, il pozzo si prosciugherà. Per ragioni analoghe, legate alla stessa visione del femminile come impuro, durante le mestruazioni le donne non possono andare al tempio o a scuola, e hanno il divieto di toccare gli uomini o di mangiare determinati alimenti.

Spunti di riflessione

La situazione delle donne in Nepal e il rito mestruale a cui devono sottoporsi sono strettamente legati, tanto che le proteste recenti sono diventate possibili solo perché le donne iniziano a godere di maggiori libertà e a essere più indipendenti, anche economicamente. L’esempio della chapaudi rivela il legame profondo che unisce i diritti delle donne e le mestruazioni, l’importanza della tradizione e della cultura di un paese nel tracciare i confini del presente e del futuro delle donne.

In molte culture esiste uno stigma legato alle mestruazioni. Nella Bibbia (Levitico 15,19-20) si legge: “Se una donna ha un flusso nel suo corpo, e questo è un flusso di sangue, la sua impurità durerà sette giorni; chiunque la tocca sarà impuro fino alla sera. Qualunque cosa su cui si sdraia durante la sua impurità, sarà impura; qualunque cosa su cui si siede, sarà impura.”

Quali usanze e quali superstizioni conosciamo nel nostro paese, legate alle mestruazioni? Esistono anche in Italia alcuni divieti imposti alle donne, durante quei giorni del mese? Che significato hanno e che cosa ci rivelano sul ruolo delle donne, sulla loro libertà e sul modo in cui sono viste e considerate?

Scaricate il pdf con il materiale didattico di approfondimento: Le mestruazioni in Nepal.

Consultate la scheda del romanzo su LeggendoLeggendo, il sito per insegnanti, con altre proposte didattiche di approfondimento e le pagine del Diario di Camilla da scaricare gratuitamente.

 

Perché leggere “Fazzoletti rossi” a scuola:

  • Un libro che ha il coraggio di affrontare una tematica considerata tabù e di normalizzarla.
  • Una storia che parla di bullismo e sessismo a scuola.
  • Un inno all’amicizia tra ragazze che farà molto bene anche ai ragazzi

 

Lo smartworking e la fabbrica dei sensi di colpa

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Di tutte le menzogne che racconta chi lo smartworking l’ha studiato a tavolino, o dalla scrivania del proprio ufficio, la più pericolosa per le donne è che sia un modo fantastico per conciliare casa e lavoro e mettere quindi a tacere ogni senso di colpa.

Lasciatevelo dire da chi lavorava in smartworking quando ancora si chiamava essere così sfigata da lavorare da casa: i sensi di colpa non scompaiono affatto, si moltiplicano.

Scena uno: lasciate il pargolo al nido in lacrime e correte in ufficio. Vi sentite uno schifo, non importa quante volte vi ripetono che appena svoltate l’angolo lui si trasforma nell’animatore dell’aula e fa il giocoliere con i cubi per le costruzioni, voi ve lo immaginerete comunque con l’espressione e l’allegria di quei cani sui poster delle pubblicità progresso che ti spiegano perché è sbagliato abbandonare il migliore amico dell’uomo in autostrada. Ma siete in ufficio, avete un orario da rispettare, un capo e quattro pareti e un intero sistema contrattuale su cui scaricare parte della responsabilità.

Scena due: lasciate il pargolo al nido in lacrime e correte a casa perché siete in ritardo con una consegna. Riuscite a ignorare la lavatrice, la lavapiatti e perfino quelle due dita di polvere che fanno tanto Sahara e vi tuffate davanti al pc. Al vostro tavolo. A qualche metro di distanza dal punto esatto in cui vostro figlio ora potrebbe giocare allegro e spensierato, senza traumi da abbandono e senza dover fare lo slalom fra i bacilli e la fase orale dei morsi altrui. Voi siete a casa, vostro figlio no, eccola la crudele verità. Nessuno vi obbliga a lavorare proprio adesso, diciamolo, la notte è il momento perfetto, nel silenzio, quando nessuno ha più bisogno di voi e non rischiate di perdervi qualche tappa epocale del suo sviluppo. Basta solo non essere così egoiste da pretendere di passarla dormendo.

Scena tre: siete in grado di lavorare con il piccolo sulle ginocchia, sulle spalle, sulla schiena, solfeggiando la canzone del Re Leone e lanciandolo per aria con una mano per poi afferrarlo con l’altra nel tempo che vi ci vuole a stendere un piano aziendale. Voi non avete bisogno di conciliare, voi siete la conciliazione, nulla vi separerà dal vostro cucciolo e dai vostri obiettivi. Nulla tranne un raggio di sole, quel raggio di sole che scenderà sul vostro tappetino per il mouse a ricordarvi l’esistenza dei parchi e delle malattie orribili dovute alla carenza di vitamina D. Per non parlare di idraulici, elettricisti, corrieri, pediatri e dei supermercati che dopo le sette c’è una coda pazzesca e se potessi passare tu dal meccanico sarebbe fantastico altrimenti non preoccuparti, prendo un giorno di permesso che sarà mai, l’ultimo l’hanno solo trascinato per l’ufficio coperto di pece e piume prima di licenziarlo ma non voglio mica disturbarti.

Lavorare in casa può essere la scelta migliore o la peggiore, non c’è una vita uguale all’altra, ma una cosa posso assicurarvela: piovono sensi di colpa grossi come pietre sulla classe lavoratrice a km 0, e piovono tutto il tempo, non solo in orario d’ufficio. Con ogni probabilità passerete l’intera giornata a schivarli e a sentirvi pure uno schifo per questo. Per lavorare da casa non serve il wi-fi, serve la convinzione incrollabile di meritarvi almeno una parte del vostro tempo in esclusiva, non solo gli avanzi spossati che vi deposita davanti a fine giornata la vostra famiglia. La certezza che il tempo che dedicate a voi stesse non è sempre e comunque rubato a qualcun altro e che il valore di una donna non si misura prima di tutto sul suo sacrificio. Se ne siete sicure, lo smartworking può essere fantastico. Se non lo siete, finirete per scoprire che cosa specificava la postilla scritta in fondo a corpo 8 e per pagare la tassa che il mondo ha messo sulla felicità e sulle ambizioni delle donne.

Come parlo di femminismo a mia figlia?

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“Mi consigliate un libro femminista per una dodicenne?”

Dobbiamo parlare di femminismo alle adolescenti. È fondamentale farlo negli anni in cui diventano donne e i dati sulla violenza di genere dimostrano che un’idea sbagliata della coppia e dell’amore può diventare pericolosa a un’età sempre più giovane. Decidere di parlare di femminismo alla propria figlia, però, è la parte facile. Quella difficile è capire come farlo, se non vogliamo rischiare di assomigliare alla madre di Lunatika in “Fazzoletti rossi”. Proporle manuali femministi, senza una richiesta esplicita da parte sua, è un po’ come proporle quel “vestito adorabile che ti starebbe così bene” e che di solito viene scartato per l’ultima cosa che avresti mai pensato che potesse piacerle.

Allora come fare? Come proporre il femminismo a nostra figlia senza commettere l’errore più comune e più fastidioso dei genitori, ossia pensare che per nostra figlia vada bene quello che noi riteniamo adatto a lei? Se le compriamo l’edizione riveduta e corretta del libro che a noi cambiò la vita alla sua età – e che inspiegabilmente abbiamo fatto una faticaccia a trovare in libreria nonostante siano passati solo… ecco, 30 anni dalla pubblicazione – e poi lo piazziamo in posizione strategica dove non può non vederlo, basterà?

Misurarsi con le esigenze di una figlia adolescente è un po’ come infilarsi un paio di jeans troppo stretti o presentarsi a una festa di tredicenni e cercare di fare la simpatica. L’unica alternativa al ridicolo è trattenere il fiato tutto il tempo necessario a non peggiorare le cose. Di solito più ti senti all’altezza della situazione, meno lo sei. La scelta, insomma, è fra diventare patetiche, sembrare inopportune e defilarsi sentendosi colpevolmente assenti.

Dove non arrivano i libri femministi, però, arriva l’esempio. E se abbiamo pensato di regalargliene uno, probabilmente tutto quello che nostra figlia ha bisogno di sapere sul ruolo delle donne ce l’ha davanti agli occhi ogni giorno. Se così non fosse, il problema è nostro, prima che suo. Ma non di soli esempi vive una figlia, e allora, che cosa le diciamo? Non basterà spiegarle che il corpo è suo e a lei e soltanto a lei deve piacere,  alle prime crisi per i chili di troppo. Non basterà dirle che può andare in giro vestita come le pare, e che le occhiate viscide al suo sedere sono un problema di chi le lancia, non suo, ma nel dubbio che tenga il cellulare a portata di mano e gridi “Al fuoco!” per essere sicura che qualcuno reagisca. Non basterà neanche dirle che quando si sentirà sbagliata molto probabilmente a esserlo sarà il mondo intorno a lei e quello che ha già deciso sul suo futuro al posto suo.

Non basterà perché sentirsi sbagliata e incompresa fa parte dell’adolescenza, a prescindere dall’essere donna. Rientra in quel bubbone confuso di negatività che ti scava dentro praticamente ogni giorno. Il lato più battagliero e rivendicativo del femminismo può tenerlo a bada e incastrarsi bene fra mood incazzosi e meme che mandano affanculo il mondo con un’alzata di spalle sfrontata, ma è davvero quello il femminismo che serve alle nostre figlie? Il femminismo aspirazionale e guerrigliero del girl power e delle magliette dove I’m a feminist assomiglia più al bisogno sacrosanto di una tribù che a una rivendicazione? Forse la risposta è sì, ma anche in quel caso, è per definizione un femminismo che non può essere servito su un  piattino d’argento dai genitori, non fosse altro perché incompatibile con ogni idea di autorità e di quotidiano. E soprattutto, se è infarcito di negatività e aggressività, non rischia di spegnersi come una candela al primo sospiro d’amore, ossia proprio quando nostra figlia ne avrà più bisogno?

Ci resta la sorellanza, ma quella la masticano già molto meglio di noi, ce l’hanno del dna, l’hanno imparata sui banchi di scuola e durante le eterne e intramontabili chiacchierate e l’hanno cementata scavalcando scazzi su WhatsApp che sembravano definitivi e non lo erano mai, per poi aggiungerci una spruzzata di hashtag e lustrini e canzoni e affetto sui social, che arrivano dove il resto si esaurisce.

Il femminismo che un genitore può proporre a un’adolescente non cancella, secondo me, sottolinea, è un inno all’essere donna. Una festa per ogni nuova curva e un invito a godersele, prima che a proteggerle. Un racconto per ogni mestruazione, per ogni dolore e ogni disagio, ogni ventotto giorni, non solo la prima volta. Il femminismo formato famiglia può abbattere tabù intorno al tavolo a cena, insegnare a punire le colpe, non le provocazioni. Può spiegare che la vita delle donne non è uno slalom fra le perversioni maschili, che la nostra forza non è una pezza per le mancanze altrui e la nostra presunta debolezza non è mai un invito o un permesso in bianco.

Il femminismo che un genitore può insegnare a una figlia si gioca più sul lato delle nostre paure che delle sue, ha più a che fare con i nostri tentativi di proteggerla che con la sua ansia di libertà, a volte dice di più dei nostri sbagli e del nostro desiderio di tornare giovani che del suo bisogno di crescere. L’adolescenza è ribelle per definizione e forse ogni tanto la cosa più femminista che possiamo dire a nostra figlia è: “Sì, è vero, hai ragione tu. O forse no. Ma se ne sei convinta, imparare a farti bastare la tua approvazione e il tuo permesso potrebbe essere la lezione più preziosa di cui avrai mai bisogno”.

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Non disturbate il papà

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I papà lavorano, i papà riposano, i papà sono stanchi, i papà hanno bisogno di concentrarsi, i papà hanno bisogno di spazio. Il DO NOT DISTURB che veglia sulla calma e la serenità maschile è probabilmente l’ostacolo più infido e difficile da sradicare sulla strada verso la libertà delle donne.

“Poverino, è sempre in ufficio”, la pezza di ogni mancanza maschile domestica, ai tempi del Covid si è trasformato più rapido di Clark Kent davanti a una webcam in “Poverino, non può andare in ufficio”, mentre il nostro si apprestava ad affrontare i rischi di una videochiamata con il capo in piena pandemia, rigorosamente dietro una porta chiusa. Spesso quella dello studio della moglie, che in casa ci ha lavorato da sempre, tastiera del pc in una mano e pappina pronta a essere rigurgitata nell’altra. Perché le porte chiuse sono per i dilettanti, diciamolo. Noi siamo capaci di gestire un intero dipartimento dall’angolo del tavolo del soggiorno, lanciando pastelli colorati e regole matematiche ai figli concentrati nelle videolezioni. “Abbassa la voce, il papà sta lavorando.”

“Io costruisco il nido e lui, come il cuculo, me lo occupa sfrattandomi” mi ha scritto  un’amica. Perché alle donne che lavorano si può “tenere compagnia”, ma gli uomini che lavorano non “possono essere disturbati”. “Che fortunata, sei, ad avere un marito che ti lascia lavorare” mi confessò di essersi sentita dire un’altra amica, che si faceva carico di tutte le spese domestiche. Perché il lavoro rende l’uomo nobile, ma la donna nubile.

E così eccoci qui, tutte appollaiate sull’angolo delle videochiamate altrui, strette fra un esperimento che secondo la maestra aiuterà tuo figlio a sviluppare le sue doti di calcolo e di misurazione e che secondo te più probabilmente raderà al suolo la casa se ti distrai per un secondo, e il bisogno di attenzioni generalizzato che forse nasconde possibili traumi futuri o forse solo un certo fancazzismo egoista, ma che cosa conterà mai il tuo lavoro davanti alla possibilità di complicare le cose all’analista che fra trent’anni dirà ai tuoi figli che la colpa è stata tutta tua?

Dovremmo riprenderceli, il nostro studio, il nostro tavolo, la nostra porta chiusa, il nostro spazio, il nostro tempo. Se questo ci fa sentire egoiste, allora facciamo le egoiste. Se ci fa sentire stronze, allora facciamo le stronze. Se ci sentiamo in colpa, nove su dieci siamo nella direzione giusta. Alla peggio, avremo reso le cose più facili all’analista. Ma il punto non è neanche questo. Guardiamoli bene, tutti quei DO NOT DISTURB appesi a guardia del lavoro maschile. Sono i brufoli spuntati al patriarcato ai tempi del virus, sono un dito puntato verso la precarietà dei nostri traguardi, schiacciati come tante formichine dall’emergenza, sono la corazza del privilegio maschile. “La mamma è nuda” gridano in coro i bambini dai loro quadratini spalmati in casa dalle video lezioni come in una partita di Minecraft. Non lasciamoci rubare il nostro tempo proprio adesso. Non siamo più adattabili, non siamo più ingegnose, non siamo più versatili. Siamo solo più sacrificabili.

Lasciatemi fare la cinquantenne

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Foto di Dean Moriarty da Pixabay

Non la mamma. Non la moglie. Non la milf attempata. La cinquantenne e basta.

Arriva un punto nella vita di una donna in cui vivere stretta fra le esigenze e i parametri altrui non è più soltanto sbagliato e inaccettabile, è anche impossibile. Se hai sempre tirato la coperta da una parte e dall’altra, lasciando scoperto ogni volta qualcosa (il lavoro, i figli, la tua autostima, la tua fragilità, il tuo corpo), arriva un momento in cui quella coperta ti si strappa fra le mani. E tu non hai più voglia di rattopparla.

Sei sempre stata la figlia di, la fidanzata di, la madre di. Hai vissuto proiettando un’ombra di desiderabilità e piacevolezza, hai finito per accettare che le tue idee e i tuoi succcessi fossero rinchiusi fra parentesi di paternalismo e occhiate alle tette, soppesando affondi aggressivi per farsi valere e ritirate dietro sorrisi modesti e innocui, quando era più facile tenere buono l’ego maschile che tirarselo contro. Hai finito per accettare che venisse prima il tuo aspetto, la tua carica sensuale, poca o tanta che fosse, che la tua disponibilità a incassare battute maliziose e occhiate insistenti facesse parte del gioco, comunque decidessi di spenderla. Hai assottigliato i tuoi progetti di vita come un elastico teso fra la coppia e la maternità. E adesso, arrivata ai cinquant’anni, che cosa dovresti fare, secondo il mondo degli uomini?

Arrivata ai cinquanta fra te e l’invisibilità resta tutto quello che appartiene esclusivamente a te. E diventa frustrante e spossante difenderlo incollandosi addosso la maschera di una finta fertilità, di una sensualità da ventenne a misura dei desideri altrui, di una giovinezza di cui non sentiresti neanche la mancanza, se essere donna non la rendesse tanto indispensabile.

Eccola allora la gravità del body shaming, del giudizio costante sul corpo delle donne, eccolo il peso di una vita passata a schivare commenti e mani sul culo e sorrisetti per poter dire come la pensi. Lo senti tutto quando arrivi a cinquant’anni e diventi invisibile, un bozzo a forma di mamma accanto alla figlia adolescente a cui sono indirizzati adesso sguardi e sorrisi, una forma umana con un paio di guanti da forno che prepara pizze per gli amici del figlio, una creatura in menopausa che aleggia invisibile fra gli ormoni altrui. E ti starebbe benissimo così, se questo non finisse per passare un colpo di spugna anche sul tuo valore in quanto persona, sui tuoi desideri e sul tuo desiderio, sulla tua autonomia, sul senso della tua presenza.

Nello spaesamento di una donna di cinquant’anni, nella sua fragilità, nel corpo segnato dalla vita propria e altrui, si nasconde una risorsa preziosa, c’è una direzione da seguire, non un pozzo di botox e inadeguatezza. C’è tutto quello che resta quando ci scrolliamo di dosso il peso delle aspettative altrui, quando non ci incastriamo più a forza nei contorni tracciati dal desiderio e dalle esigenze maschili e riproduttive. Lasciateci fare le cinquantenni, allora, non imitazioni raffazzonate della ventenne che siamo già state. Basta invertire lo sguardo, e imparare a raccontare le donne partendo dalle donne.

 

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