Anna P, 42 anni, strangolata dal marito

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Foto di Barbara Krawcowlcz (CC)

Mi chiamo Anna, insegno matematica in un liceo scientifico, sono sposata e ho un bambino che compirà quattro anni fra cinque mesi. Ogni tanto vado in palestra. Ci andavo, in realtà. Da quando mi sono sposata non ho più il tempo. Anzi, prima o poi devo passare e disdire l’abbonamento. Mio marito si arrabbia sempre quando gli dico che non l’ho ancora fatto e ha ragione. Comunque, dicevo, amo la musica classica e con la mia amica un tempo andavamo a un sacco di concerti. Adesso, con la famiglia e tutto il resto ci andiamo molto meno, ma ce n’è uno il mese prossimo al teatro qui in zona e ci siamo ripromesse di andarci davvero, questa volta. Domani devo ricordarmi di comprare i biglietti, quando esco da scuola. Ah, no, domani è il giorno che devo portare mio figlio dal pediatra, è vero. Dopodomani, allora.

Comunque, sono una donna fortunata. I miei genitori sono ancora vivi e non hanno problemi di salute troppo gravi, ho amiche magnifiche, un lavoro che mi piace e con i colleghi… insomma, non posso dire di andare d’accordo proprio con tutti, ma alcuni di loro sono simpatici. Ogni tanto si organizzano e vanno a mangiare una pizza tutti insieme. Io non posso andare, con il bimbo ancora piccolo, ma appena sarà un po’ più grande mi hanno fatto promettere che non inventerò più scuse e sarò dei loro.

Di tutti i momenti della giornata, i più belli sono quelli che trascorro con mio figlio, quando vado a prenderlo all’asilo e ce ne stiamo insieme noi due, nel nostro mondo speciale. Se c’è bel tempo andiamo ai giardinetti in piazza, altrimenti ce ne torniamo a casa e guardiamo i cartoni insieme oppure mi invento qualche attività da fare con lui. Martedì scorso per esempio abbiamo fatto i biscotti e abbiamo riso un sacco. Certo, poi ho dovuto rimettere tutto a posto prima che rientrasse mio marito, è stata una faticaccia, ma ci sono riuscita e non c’era più neanche un granello di farina quando lui ha suonato il citofono.

Ecco, se proprio potessi cambiare qualcosa nelle mie giornate, l’unica cosa che vorrei che scomparisse è quella sensazione d’ansia che mi stringe lo stomaco quando alle sette e mezzo suona il citofono e so già che mio marito arriverà su arrabbiato per come gli è andata al lavoro e sarà di cattivo umore e mi insulterà per qualcosa che ho fatto male. Ecco, è quello l’unico momento della giornata che non mi piace. Ma passa in fretta. In fondo basta andare a dormire presto e quando mi sveglio di solito lui sta ancora dormendo. Tranne la mattina dopo quella sera, quando mi ha dato uno schiaffo perché non avevo pulito bene il fornello e sono finita contro il frigorifero e mi si è conficcata la maniglia nella schiena. Quella mattina si è svegliato prima apposta per scusarsi e mi aveva preparato la colazione e si capiva che era dispiaciuto davvero. Così gli ho detto che non importava, che non era colpa sua se ero finita proprio contro la maniglia e che avrei fatto più attenzione a pulire bene i fornelli, adesso che sapevo che ci teneva tanto. In fondo vivere insieme è anche questo, no? Ricordarsi di quello che piace all’altro e starci un po’ attenti. L’amore è fatto di piccole cose, come ricordarsi quanto zucchero vuole tuo marito nel caffè, cose così.

L’altra sera, a proposito di caffè, quando lui era via per lavoro, la mia vicina è venuta a prenderlo da me dopo cena. Non avevo tanta voglia di bere il caffè, dopo cena poi, ma mi sembrava scortese non farla entrare. Che poi lei non l’ha neanche toccato il caffè. È rimasta seduta lì con la schiena rigida e mi ha detto che sentiva tutto da anni, ogni sera, e che avrei dovuto denunciarlo, lei era disposta a venire a testimoniare, non aveva paura, potevo contare su di lei. All’inizio non ho mica capito di che cosa parlava, giuro, e le ho chiesto chi era che dovevo denunciare. Lei mi ha risposto che sentiva mio marito urlare tutte le sere, e i mobili che sbattevano, e che suo figlio dormiva proprio nella camera che confinava con la nostra cucina e doveva portarlo via di corsa, nell’altra stanza, quella che dà sulla strada, in modo che non ci sentisse. Mi ha fatto tenerezza quella signora. Un po’ mi sono arrabbiata, all’inizio, ma poi mi ha fatto tenerezza, perché si capiva che voleva solo essere gentile. Allora ho cercato di essere più educata che potevo e le ho spiegato che ovviamente lei dall’altra parte del muro non poteva saperlo, non era colpa sua, ma mio marito mi ama davvero, mi tiene in palmo di mano, dovrebbe sentire come parla di me ai suoi amici. E come mi ha difesa sempre, davanti a sua madre e sua sorella. Solo che ha un modo di parlare un po’ brusco e grida troppo, su questo le ho dato ragione. Ma denunciarlo, ma no, ma che assurdità.

Lei ha provato a insistere, così alla fine ho dovuto chiederle di andarsene, anche perché avevo paura che finisse per svegliare il bambino. Non mi andava, in realtà, di provare a spiegarglielo. Che io in realtà ero fortunata, avevo una vita meravigliosa, piena di cose belle. Ma niente è perfetto, giusto? Tutti dobbiamo sopportare qualcosa che non ci piace, ogni tanto, ma mica per questo ne facciamo una tragedia. Io non sono come quelle disgraziate del telegiornale, che vengono picchiate dai mariti e dai fidanzati. Io ho una vita bellissima. Che cosa dovrei fare secondo la mia vicina? Rinunciare a tutto solo perché lei sente qualche urlo dall’altra parte della parete?

Più ripenso alla nostra conversazione, più mi viene una gran rabbia dentro. Io non sono una vittima, non c’entro niente con le storie che legge sul giornale. Io sono appena stata scelta dai ragazzi di quinta per accompagnarli alla gita di fine anno, hanno tanto insistito per andare con me, mica lo fanno con tutti. E ho i miei concerti, la palestra, i miei libri. E quella meraviglia di mio figlio. Io per mio figlio voglio una vita normale, una famiglia normale, con un padre e una madre. Non voglio che mio figlio abbia un padre violento. Ma poi violento perché? Per qualche schiaffo? Come se fossi l’unica che li piglia. Quel che è successo quando eravamo fidanzati non conta, è passato un sacco di tempo, lui è cambiato. No. La mia vicina con i suoi consigli e le sue belle parole vuole trasformarmi in qualcosa che non sono, vuole recitare la parte dell’eroina, ma io non ci penso neanche a recitare la parte della vittima. Mio figlio non avrà una vittima, per madre.

Per un po’ non ci siamo salutate più, con la vicina. C’è stato un momento in cui ho pensato di chiederle se voleva venire al concerto di Mozart con me, per dimostrarle che la mia vita è bella e felice almeno quanto la sua, se non di più, ma poi ho deciso di non farlo, tanto alla fine non ci sono potuta andare neanch’io. Era la sera della partita e mio marito non voleva che il bambino lo disturbasse. La mia amica si è arrabbiata un sacco, come se un uomo non avesse il diritto di guardarsi la partita, ogni tanto, dopo aver lavorato tutto il giorno.

Dal giorno della nostra chiacchierata, però, ogni volta che mio marito urla, la sera, io penso a quel bambino dall’altra parte del muro. Me lo vedo, magro magro com’è, con i capelli dritti in testa, in pigiama, che scappa fuori dalla stanza e tiene le mani premute sulle orecchie per non sentire, povera creatura spaventata e indifesa, e mi si stringe il cuore ogni volta.

Cinquanta sfumature di violenza

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Foto di Thomas Hawk (CC)

Centoventicinque milioni. Secondo Wikipedia è il numero di copie vendute dall’intera serie delle Sfumature nel mondo. Centoventicinque milioni. Con una cifra simile è evidente che non si può pensare che si tratti solo di un fenomeno editoriale. I tre libri hanno avuto conseguenze fin troppo profonde nell’incidere e sdoganare modelli sentimentali e romantici pericolosi. È già stato scritto più volte.

Ma non si può liquidare il fenomeno all’insegna della perversione o del gusto del proibito o dell’erotismo più sfrenato, come è stato fatto fin troppo spesso. È vero, molte donne lo hanno letto alla ricerca di una via di fuga, ma non si trattava di sfuggire a un quotidiano faticoso e monotono: io credo che alcune di quelle lettrici cercassero di fuggire da se stesse. Le Cinquanta sfumature non erano solo un catalogo di pratiche sessuali di dubbio gusto e piacere, per molte lettrici erano un’assoluzione. L’assoluzione per aver giustificato lo stronzo di turno tirando in ballo i problemi del suo passato, per averlo scusato per il suo caratteraccio perché poverino ha avuto una giornata difficile, per puntare sempre e comunque il dito verso la presunta sensibilità del lui di turno, sensibilità che proprio perché inesistente viene spacciata per fragile e preziosa. L’assoluzione per essersi fatte trattare male, una volta di troppo. E la trovavano. La trovavano nelle pagine del romanzo, nel modello rivisto di Cenerentola, in una rilettura del genere che sembrava fatta su misura per loro. Le Cinquanta sfumature sono state in un certo senso l’equivalente del Diario di Bridget Jones. Sono andate a pescare fra i nostri complessi, fra i nostri sensi di colpa, fra le nostre debolezze più o meno nascoste e li hanno messi su un piedistallo, sommergendoli fra le risate o fra i gemiti, poco importa, l’importante era rassicurare le lettrici.

Intervenire sul rapporto fra letteratura e modelli sociali significa sempre muoversi su un terreno pericoloso e complesso, fatto di sottigliezze, di distinguo quasi inafferrabili, dove basta a volte l’uso di una figura retorica invece di un’altra a spostare di segno l’intero discorso. Non mi azzarderò quindi a scendere su questo terreno. Dirò soltanto che la letteratura di genere, di evasione, si muove su un filo sottile, perché gioca con i modelli culturali dominanti, parte integrante della stessa struttura narrativa. Il genere di per sé è quasi sempre conservatore e proprio nel suo ripercorrere e consolidare determinati modelli incide in modo profondo sulla loro evoluzione. Per questo andrebbero ripensati una volta per tutte i modelli romantici, senza forzature, senza imporre messaggi, senza far svanire il fascino e la magia. E fra i modelli romantici che vorrei veder scomparire per primi c’è proprio quello dell’uomo bruto e brutale per colpa di qualche esperienza traumatica del passato. O del presente. O del giorno prima.

Siamo così abituate a subire, a farci carico del mantenimento dell’ordine, a ricucire, a sanare, a pacificare, che finiamo per mettere pezze assurde anche sulle violenze che subiamo. Se un uomo ci tradisce è bipolare, se un uomo si ricorda di noi solo quando gli fa comodo ha paura dell’impegno, se è scostante e scortese sta passando un brutto periodo. Siamo sempre pronte a passare lo strofinaccio dietro le pecche altrui, a cancellarne i segni, a redimere chi non se lo merita.

L’intervista di Barbara D’Urso a Ylenia Grazia Boavera, la ragazza a cui è stato appiccato fuoco, fa qualcosa di molto simile e di molto più pericoloso. La giovane che inneggia all’amore dalla corsia di un ospedale, che si rivolge alla giornalista chiamandola per nome, che sfida apertamente in tutta la sua fragilità chiunque la contraddica, ha tutte le carte in regola per diventare un modello vincente e aspirazionale per una parte delle sue coetanee. Anche lei, in modo molto diverso dalla serie delle Sfumature, ma con meccanismi analoghi, rappresenta una via di fuga. La frase terribile e vergognosa della conduttrice sui gesti motivati da “troppo amore” non è che il suggello finale, la nota in calce che rende tutto ancora più “normale”.

La figura di Ylenia, paradossalmente, rischia di diventare confortante per chi vive una situazione simile e non sa uscirne, o non è sicura di avere il diritto di uscirne. Ricuce le ferite, invece di aprirle, spalma una parvenza di normalità, permette alla violenza di tornare a mimetizzarsi nel quotidiano. È questo a cui dovremmo prestare attenzione. Da un punto di vista puramente narrativo, lasciando che tribunali, psicologi e legislatori facciano il loro dovere, dobbiamo stare attenti alle trame che dilagano e occupano l’immaginario collettivo. Dobbiamo guardarci dal loro potere catartico e dalla loro capacità di riconciliare le vittime con un’ingiustizia strisciante. Un’ingiustizia che come tutte le spaccature e le crepe del quotidiano, come tutto ciò che ci fa sentire fragili e diversi, è molto più facile e rassicurante considerare normale.

I social ci stanno trasformando tutti in tanti Narcisi?

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Foto di Gabriel Garcia Marengo (CC)

Trolls, haters, rompicoglioni, chiamateli un po’ come volete. Sono quei commentatori social che nelle migliori delle ipotesi provocano, stuzzicano, irritano più di un maglione di lana sulla pelle nuda, e nella peggiore ti insultano apertamente con una violenza spropositata, nonostante sia la prima volta che li senti nominare.

Quale che sia il caso, sono diventata bravissima a riconoscerli e a bannarli all’istante. “Credi proprio di sapere tutto…” Bannato. “Sappi che non fa ridere per niente.” Bannato. “Se proprio vuoi saperlo…” Bannato. “Non è il caso di usare questo tono…” Bannato. “Pensi di essere spiritosa?” Bannato. Bannato. Bannato.

Ci sono giorni in cui è pioggia di ban e devo ammettere che ne vado molto fiera. Non sono caduta nella trappola più temuta dei social. Un giorno in più al riparo dalle polemiche e dagli sprechi di parole e di energie. La mia bacheca è sempre più civile e pacata, le voci che vi si alternano sono sempre più interessanti e simili alla mia, in un certo senso. Ho una bacheca personalizzata. Sono social, sì, molto social. Ma con prudenza.

Urca.

In pratica, a ben pensarci, la mia bacheca assomiglia sempre di più alla mia homepage di Amazon. Agli annunci pubblicitari di Google. Al barattolo della Nutella con sopra il mio nome! Ci sono momenti in cui apro un bookstore digitale a caso e inizio a temere seriamente che non riuscirò mai più a leggere qualcosa che non assomigli a quello che ho già letto. Sono diventata una versione vivente del telefono senza fili. Tu dici una cosa e ne capiscono un’altra e un’altra ancora e alla fine chissà che cosa salta fuori, ma il nesso c’è. C’è sempre un nesso. Un nesso che ci lega stretti stretti ai nostri vizi, alle nostre abitudini, a quello che conosciamo bene, impedendoci di evadere. Anzi, ancora peggio, illudendoci di evadere ma riportandoci sempre vicini a noi stessi. O almeno alla parte più calda, comoda, un po’ sformata e stantia ma rassicurante, di noi stessi.

La possibilità di bannare, lasciare recensioni negative, dire se un libro ti è piaciuto, se in quella stanza d’albergo il materasso è comodo, se il cameriere di quel ristorante è villano è uno strumento prezioso e praticamente indispensabile, nell’oceano indiscriminato del web. Ma forse stiamo perdendo la capacità di confrontarci con quello che non ci piace. Di scendere a compromessi, di accettare il diverso, di misurarci – non per interesse, per convinzione o per curiosità, ma per pura necessità – con quello che non ci appartiene e non ci assomiglia.

Stiamo diventando eremiti social. E non perché stiamo chiusi tutti in casa davanti al computer, ma perché ci stiamo abituando a vivere in un gioco di specchi elaborato e affascinante e ricco di possibilità, ma che ci assomiglia troppo, ogni giorno di più.

Il problema allora non è che andiamo tutti in giro con gli occhi incollati allo schermo del cellulare. Il problema è che non abbiamo più bisogno di confrontarci con gli altri, di accettarli, di dialogarci. Fare la spesa on line, lavorare da casa, trascorrere il viaggio in treno con gli occhi fissi sul cellulare non ci rende più soli. Ma rischia di renderci sempre più diffidenti verso il diverso, sempre più radicali, intransigenti, insofferenti. Io ho conosciuto persone meravigliose attraverso i social, le ho conosciute prima in rete e poi di persona e in molti casi ne sono nate delle amicizie sincere. Inizio però a chiedermi se vivere tanta parte delle mie giornate in un mondo in cui quasi tutti hanno le mie stesse opinioni politiche (Avresti votato Trump? Fuori), i miei stessi gusti letterari e in qualche caso anche musicali non abbia un prezzo. Un prezzo che ora mi sfugge, probabilmente, e che adesso come adesso sono anche disposta a pagare.

Il prezzo, forse, che si paga quando si lascia che il mondo diventi un riflesso di sé e prima o poi non si riesce a resistere alla tentazione e ci si affoga dentro, come tanti Narcisi social. Sempre se non saremo così rapidi da bannare prima noi stessi.

L’amore che cigola

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Foto di Andrew Stawarz (CC)

Sposa l’uomo che ti invia i messaggi al mattino, consiglia un bel post di Huffington Post, che però mi ha fatto sentire subito vecchia. E un po’ cinica.

Ho provato a prenderla in modo romantico, giuro. Ma non ce l’ho fatta. Ecco, per esempio, se un uomo appena sveglio pensa a me non mi verrebbe da dire che sono proprio le sue azioni a parlare. Certo, ci siamo quasi. Fa anche rima. Ma i messaggi delle sei del mattino diventano subito molto meno romantici con quell’immagine anatomica in testa. Comunque non importa, il senso non era questo, è ovvio. Certo che contano più delle parole, azioni o erezioni che siano.

Quindi sì, giusto, è importante che sia un uomo affidabile, pratico, concreto. Per questo esistono peraltro alcune prove infallibili (molto più efficaci, se posso permettermi, dei messaggi delle sei).

Se gli dite tre cose di fila, se ne ricorda più di una? Sa trovare da solo i cucchiaini che sono nel cassetto delle posate al solito posto? Conosce l’ubicazione anche approssimativa del cesto del bucato?

E infine la prova del fuoco, quella definitiva: messo davanti a una maglietta taglia quattro anni e a un’altra maglietta taglia quattro anni ma del pigiama, è in grado di distinguerle?

Se ha superato tutte queste prove, allora sì, vale la pena di farci un pensierino. O forse no?

Meritiamo di sentirci amate, niente di più vero. Ed è vero che con gli anni l’amore si nasconde nei piccoli gesti, scivola sul fondo, in secondo piano, dietro il caos della vita di tutti i giorni. Ma è sempre lì, pronto a fare capolino quando meno te lo aspetti. Nella tua marca di patatine preferite che ricompare ogni volta in fondo al mobile in cucina o nell’ultima fetta di pizza spinta verso di te sul piatto.

Come diventa piccolo e semplice dopo un po’, l’amore. Abbastanza piccolo da non intralciarci troppo nello stress di tutti i giorni, abbastanza semplice da non avere bisogno di agende e di appunti, ma capace di farti sentire accompagnata, sempre, fosse anche solo dalle buone intenzioni o dal coperchio del water sollevato.

Perché poi, nell’assenza, saranno queste le tracce dell’amore che lo riporteranno improvvisamente in vita. Un biglietto di scuse per il disordine con la promessa mai mantenuta di rimettere a posto, un posacenere strapieno, una tapparella che cigola perché non è mai stata aggiustata.

L’amore è quello che resta dopo i nostri sbagli. È una lunga serie di imperfezioni a cui ci ripromettiamo sempre di porre rimedio. È lo sforzo, l’intenzione, il tentativo. È l’elenco dei nostri piccoli fallimenti, non quello dei nostri successi. L’amore non è un uomo affidabile, ma un uomo che vorrebbe tanto diventarlo per te.

Femminismo e letteratura: che cosa ci perdiamo noi donne?

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Foto di wiredforlego (CC)

C’è un elefante nella stanza della letteratura. Un elefante rosa.

È un elefante con tanti nomi diversi e tante sfaccettature diverse, un po’ romance, un po’ women’s fiction, un po’ storia d’amore, un po’ commedia romantica. A volte non si sa neanche bene come chiamarlo. E infatti se ne parla il meno possibile. Lui non se la prende, non tanto, anche perché con la sua mole occupa una porzione non indifferente delle librerie e degli incassi. Con una zampa sostiene il vacillante mondo dell’editoria, con l’altra sostiene il morale delle sue lettrici. Che questo gli chiedono, appunto. Di essere intrattenute, di sognare un po’, di evadere.

L’elefante rosa è lì per le sue lettrici (e anche per qualche lettore), non aspira a grandi premi letterari o a recensioni osannanti (è rosa, non è mica stupido). Sa qual è il suo compito e lo svolge, sereno. Domina le classifiche e se proprio qualcuno sentisse l’esigenza di criticarlo, è sempre pronto a tirare fuori un fazzoletto gigante e, come rispondeva Hitchcock ai suoi detrattori, piangere per tutta la strada fino alla banca.

Il mercato, certo, non sempre è letteratura, come dice Luigi Spagnol nel suo bellissimo post (di cui mi sono permessa di riecheggiare il titolo) ricco di dati e di spunti di riflessione; e se lui sfida chiunque a “definire in maniera soddisfacente in che cosa consista questa differenza” non sarò certo io a provarci.

Ma continuo a non spiegarmi il motivo per cui tante femministe nelle loro riflessioni girino intorno all’elefante fingendo che non esista o lanciandogli occhiate sdegnate e sospettose. Trovo irritante, per essere del tutto sincera, l’atteggiamento di superiorità con cui il femminismo ha quasi sempre liquidato il rosa, e quindi anche le migliaia di donne che lo leggono (e che, ricordiamolo, non leggono solo quello).  E non solo il rosa in senso stretto, ma in generale la letteratura d’evasione al femminile.

È proprio necessario continuare a considerarla roba da donnette, portando quindi avanti implicitamente l’idea che la donna, per farsi rispettare, debba rinunciare alle emozioni, fingere di non averne, giocare a fare la dura? Perché dietro quest’ansia di prendere le distanze da un certo tipo di letteratura al femminile non c’è quasi mai soltanto un giudizio di valore letterario. C’è il fastidio verso la donna sospirante e vittima delle emozioni, c’è la convinzione che la donna in ozio sia una donna passiva, superficiale, egoista e sostanzialmente inutile. In sottofondo, dietro questo atteggiamento sdegnoso, si coglie un’idea che di femminista ha poco e niente, ossia che la donna debba sempre mostrarsi impegnata in qualcosa, anche quando legge.

Paradossalmente, alcune femministe adottano nei confronti della women’s fiction lo stesso atteggiamento che in un recente post su Il Libraio Michela Murgia rimprovera – giustamente – all’universo culturale dei festival e dei premi, in cui “le autrici italiane sono quasi sempre intervistatrici o moderatrici, figure di spalla al servizio di un altro ospite. Se l’ospite principale sono loro, in genere è perché sono considerate esperte di tematiche percepite come legate al mondo femminile (femminicidio, femminismi, maternità…), oppure sono portatrici di storie personali sul filo del caso umano”.

Non è poi molto diverso da quello che succede anche ai romanzi d’amore, dove l’approvazione femminista arriva soltanto se sullo sfondo c’è, appunto, una tematica legata al mondo femminile o una storia personale sul filo del caso umano. Solo accanto a un tema drammatico, di provata serietà, l’intrattenimento femminile viene sdoganato e i sorrisetti beffardi si spengono.

Ma allora, a rischio di essere bersagliata da critiche feroci, un certo tipo di femminismo non sta forse commettendo lo stesso errore che in altri campi è così pronto a criticare? Perché tanto accanimento rispetto al rosa, perché tutta quest’ansia di prenderne le distanze? I romanzi d’amore in fondo insegnano a sognare, indicano la strada verso la felicità, ci riconciliano con noi stesse. Non lasciamoci fuorviare dal personaggio maschile, che il più delle volte è soltanto un premio finale, non un mezzo o uno strumento.

Accettare di includere la letteratura d’evasione femminile, intelligente e di qualità, in un discorso femminista significherebbe non solo ampliare il proprio orizzonte femminile di riferimento (quante donne non sono femministe perché non si sentono “all’altezza”, scoraggiate da certi atteggiamenti intransigenti), ma anche pretendere una letteratura libera da dominazioni e violenze più o meno camuffate. Significherebbe portare avanti una riflessione sulla necessità di rileggere e riformulare alcuni modelli dell’amore romantico, per intaccare stereotipi duri a morire.

I sospiri delle donne non sono inutili e superficiali come possono sembrare. Lo scriveva anche Soft Revolution, in un post coraggioso in cui elencava i motivi per cui vale la pena di leggere romanzi rosa (scritti bene). Alle spalle del successo del rosa c’è un esercito di donne molto più consapevoli, preparate e colte di quanto si pensi. È un peccato che un certo tipo di femminismo volti loro le spalle, che non impari a conoscerle, che si lasci spaventare dall’etichetta di romanticismo. Anche perché le donne che sospirano in realtà il più delle volte stanno solo prendendo fiato, per tornare a credere nei sogni e prepararsi a lottare.

 

 

Riscrivere per ritrovarsi

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Foto jev55 (CC)
Le storie già scritte sono come le case in cui abbiamo abitato un tempo. In cui abbiamo sognato, ci siamo emozionati, abbiamo fatto progetti e coltivato relazioni fatte di conflitti e di prove. Quando ci torniamo dopo anni, ci aggiriamo fra le loro stanze credendo di conoscerle bene, di sapere che cosa troveremo svoltato l’angolo, ma prima o poi finiscono sempre per sorprenderci, per metterci davanti qualcosa che non ci aspettavamo e non ricordavamo. Tanto da farci sorgere il dubbio, per quanto assurdo sia, che sia passato qualcun altro dopo di noi a cambiare le cose.
Se bussiamo piano alle pareti e ascoltiamo con attenzione, poi, riusciamo a sentire se sono davvero solide o pericolanti, se sono intere o se nascondono un passaggio segreto, un nascondiglio, una cavità ancora tutta da esplorare.
A tornarvi dopo un po’ di tempo, il tempo necessario per dimenticare abbastanza e permettere alla nostra memoria di farci da editor, le pareti della storia a volte riservano grandi sorprese. Scopriamo per esempio che alcune possono essere abbattute senza pericolo, lasciando entrare aria e luce nella storia. E un attimo dopo ci accorgiamo che da qualche altra parte è necessario sollevarne subito un’altra, per evitare un cedimento strutturale di cui non avevamo tenuto conto.
Scopriremo porte che non conducono da nessuna parte, stanze che non comunicano fra loro, finestre troppo piccole che non valorizzano il panorama all’esterno. Ci sono stanze a cui non si può arrivare in alcun modo, perché ci siamo scordati la porta o le scale. Le abbiamo create per poi dimenticarcene e abbiamo costruito la storia tutt’attorno, soffocandole o riducendole a uno sgabuzzino.
A volte sentiamo il bisogno di aggiungere una cantina piena di tesori nascosti, o una soffitta in cui mettere quel che non ci servirà subito ma che tornerà utile più avanti. Altre volte dovremo andare a stanare quel tesoro e sistemarlo nella stanza giusta, perché ce l’eravamo scordato in garage o fuori dalla porta.
Anche le case più belle, quelle in cui siamo stati più felici, possono riservare sorprese, viste con altri occhi. A volte ci accorgiamo di essere stati troppo timidi, troppo preoccupati dalle necessità strutturali e dal bisogno che la casa fosse solida, per esempio, per ricordarci di fare in modo che ci assomigliasse davvero. Con le storie è lo stesso. In alcuni casi si ha bisogno di scriverle più volte, la prima per iniziare a conoscerle e imparare a costruirle senza che ci crollino addosso, la seconda per scoprire che quello che volevamo dire è rimasto in un angolo e che nessuno lo noterà, se non cambiamo il piano della casa. Qualche volta tocca sacrificare un personaggio e cacciarlo fuori di casa, qualche altro personaggio avrà una stanza più grande o magari addirittura un piano nuovo, tutto per sé. Possiamo togliere un’ala o aggiungerne una nuova, cambiare il colore della facciata e magari aprirvi intorno un bel giardino, o un piccolo parco. L’importante è che sentircisi a casa e lasciare che parli di noi.
La riscrittura, quando la affrontiamo con un pizzico di freddezza necessaria, ha qualcosa di frastornante e di rassicurante al tempo stesso, come smarrirsi in un labirinto e poi trovare finalmente l’uscita. Un labirinto costruito da noi, ma di cui abbiamo smarrito la mappa. E come per ogni viaggio, è quando ci si perde che si fanno le scoperte più belle. E si capisce che cosa è davvero importante.
Le regole del tè e dell'amore (1)