I sogni delle donne

Che curioso, il sogno della moglie del dentista era fare l’assistente dentale. Il sogno della moglie del meccanico era fargli da segretaria. E ti ricordi quel nostro amico, quello che sognava di aprire una tenda dedicata al ciclismo? Ce l’ha fatta e va alla grande. Sua moglie gli tiene la contabilità, è bravissima. Sì, è vero, voleva diventare fotografa. Avrà cambiato idea.

I sogni delle donne sono moneta da poco, perdono valore al primo ciclo mestruale, al primo vagito di un neonato, al primo appuntamento romantico. I sogni delle donne hanno qualcosa di vagamente osceno e infantile e pericoloso, vanno bene per i diari, devono essere nascosti dietro un lucchetto di cui poi gettare via la chiave, arrivate all’età adulta.

Altro che Tre metri sopra il cielo, i lucchetti dei nostri sogni irrealizati ce li portiamo appesi al collo, abbiamo dato in pegno la chiave in cambio di una famiglia, è il nostro ex voto per il desiderio di essere madri, di sentirci sicure, protette, accettate.

Non potevamo avere le due cose insieme, l’abbiamo sempre saputo, almeno le donne della mia generazione, nate negli anni Settanta, strette fra il bisogno di realizzarsi e la necessità del sacrificio. Le donne della mia generazione non hanno tempo per sé, hanno scampoli di sogni e di ore con cui ricavare piccole gioie segrete, con cui vestire il proprio quotidiano con la stessa capacità di arranagiarsi con cui si può ricavare un abito da sera da una tenda.

Non è un abito da sera, però, resterà sempre una tenda, proprio come i nostri scampoli non saranno mai sogni realizzati, qualunque cosa ci raccontiamo.

I sogni sono amanti esigenti, hanno bisogno di tempo, ci vogliono tutte per sé, almeno ogni tanto. I sogni delle donne non si realizzano di nascosto, vogliono la luce del sole, hanno bisogno di tutta la nostra forza e fiducia e determinazione, e muoiono sotto i sensi di colpa, appassiscono al primo dubbio. I sogni delle donne sono fragili e preziosi, e non sopportano di essere trascurati. I nostri sogni hanno bisogno di noi, proprio come quelli degli uomini, anzi, di più.

E sì, siamo ancora in tempo per realizzarli, non è troppo tardi, basta non perdere tempo ad aspettare il permesso altrui. Ci basta il nostro permesso e la convinzione di essere nel giusto. Siamo bellissime sempre, anche con una tenda addosso, ma con un vestito da sera ci crederemo di più, ci crederemo davvero anche noi.

Andiamo a ripescare la chiave dei nostri sogni, ovunque l’abbiamo gettata, andiamo a riprendercela da sotto il cuscino dei nostri figli, dalla tasca di nostro marito, dal fondo della nostra autostima, torniamo ad aprire quel diario e non lasciamo più che i nostri sogni facciano da assistenti a quelli di qualcun altro. Sì, solo perché lo vogliamo noi, perché l’abbiamo deciso noi, noi e nessun altro, e chi ci ama e ci merita ci seguirà. A cominciare da noi stesse.

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Dieci cose che vorrei dire a un’adolescente (e che lei probabilmente sa già)

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1. Ti sentirai sbagliata, sola, goffa, ingenua, troppo giovane o troppo vecchia. E significherà solo che il mondo non vuole starti a sentire e non ti accetta come sei. Non smettere anche tu di accettarti e di ascoltarti. Non prendertela con te stessa, prenditela con il mondo.

2. Chiediti se la strada che fai è la tua o quella che gli altri hanno deciso per te. E ricordati che le critiche altrui non ti faranno male davvero, se non lasci che si trasformino in sensi di colpa.

3. Parla di te stessa. Parlane più che puoi. Raccontati, racconta la tua storia e le tue storie, non abbassare la voce, non lasciarti convincere che non sono importanti, che non interessano a nessuno. Il mondo ha bisogno delle storie delle donne, raccontate dalla voce delle donne. Ha bisogno di storie che assomigliano a noi e non ai bisogni altrui proiettati su di noi.

4. Non chiedere mai scusa quando hai ragione tu.

5. Se un uomo ti fa paura, anche solo una volta, non chiederti dove hai sbagliato, non chiederti neanche chi ha ragione dei due, vattene e basta. Se ti fa male, se ti fa sentire in pericolo, stupida o sbagliata, non pensare mai di meritartelo o di essere abbastanza forte per sopportarlo. Non scambiare il bisogno di punirti per amore o compassione. Non è coraggio e di certo non è amore. L’unica cosa che ti meriti è salvarti da lui.

6. No, una volta in coppia non sei tenuta a cambiare proprio niente della tua vita. Se sei costretta a cambiare qualcosa, allora comincia dal fidanzato.

7. Amerai il tuo corpo e lo odierai, ma non permettere mai a nessuno di trattarlo male o  di non rispettarlo. Il tuo corpo, le tue regole.

8. Difendi sempre il tuo lavoro e il tuo tempo, anche quando sarai l’unica a farlo, anche quando ti faranno sentire sbagliata per questo, anche quando saranno più i sensi di colpa delle soddisfazioni. Non aspettare il permesso altrui per inseguire i tuoi sogni, non ne hai bisogno. L’unico permesso che ti serve è il tuo.

9. Alza la voce, alza la testa, pretendi attenzione, rispetto e diritti. Non sei isterica, non sei di cattivo umore, non sei aggressiva, non sei poco dignitosa, non sei sbagliata. Sei forte e determinata. E va bene così.

10. Non ritagliarti il tempo che ti lasciano i bisogni altrui, perché quei bisogni sono egoisti e inesauribili. Ricordati sempre che vieni prima tu.

È iniziata. È iniziata con IN

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È iniziata con IN, che modo banale e pericoloso di iniziare.

Se fosse venuto in mente a Margaret Atwood, probabilmente l’avrebbe inserito nel Racconto dell’ancella, subito prima dei bancomat delle donne che non funzionano o dei loro conti correnti congelati.

Chissà quante donne l’hanno notato, il segnale di allarme che lampeggiava dalla loro tessera elettorale, sotto le vesti familiari e rassicuranti del cognome del marito. E forse sarà proprio questo a condannarci. Non l’abbiamo sposato, forse? Non l’amiamo? Come può esserci ostile, il cognome della persona con cui abbiamo deciso di passare tutta la vita? Il cognome dei nostri figli. Finché morte non ci separi.

Era più facile prendersela con i produttori zozzoni e con le mani sul culo e i complimenti volgari, era più facile gridare #metoo e #nonseisola e #ioticredo, ma adesso a chi dobbiamo credere? Adesso che cosa possiamo gridare, davanti a quel cognome che conosciamo così bene? È molto più difficile trovarla ora, l’indignazione che ci serve per salvarci. Quante donne dipendono da quell’IN per arrivare a fine mese, quante hanno affidato a quelle due lettere il senso della loro vita, quante hanno già prestato al marito i propri sogni e i propri progetti, accantonati per far spazio ai suoi?

E così è iniziata. Il cerchio si stringe. Il nostro spazio si riduce. Ci stanno spingendo in un angolo e lo fanno con il volto di chi amiamo. Con il cognome dei nostri figli. Quale nemico più difficile da odiare dell’amore? Non è più facile amarla, quell’ombra che si allunga sopra di noi, che ci stringe ai nostri doveri di donna, che ci vuole madri prima che donne, che ci vuole ancelle, che ci vuole deboli e prolifiche e zitte?

E così per votare ci mettiamo nella fila riservata alle donne e diamo il cognome di nostro marito, lasciamo che schiacci un po’ il nostro, che lo sbiadisca, che lo renda sempre più piccolo e insignificante, e la prossima volta forse voteremo direttamente quello che ci dicono di votare e poi forse non voteremo per niente, perché sono cose da uomini. Sono cose da cittadini a cui basta un cognome, a cui non ne servono due per avere diritto di decidere, per avere diritto di occupare lo spazio pubblico.

E torneremo a scivolare nel privato, nella sfera domestica e privata in cui ci sentiamo al sicuro e a cui ci convinceranno di appartenere. E avremo un uomo che ci protegge e ci spiega e ci insemina e se saremo fortunate lo farà con delicatezza e dirà di amarci e non ci lamenteremo, perché ci sarà sempre qualcun’altra a cui è andata peggio. Qualcuna con cui non usano neanche le buone maniere, qualcuna che non ha avuto la possibilità di scegliere, o peggio ancora, il peggio del peggio: qualcuna che nessuno ha voluto, qualcuna che è rimasta da sola. Una nondonna. Niente IN, per le ancelle che non vuole nessuno.

Sarà quell’IN a salvarci. Guardiamolo bene. Sicure di volerlo cancellare? Un giorno la nostra salvezza potrebbe dipendere da quello.

È iniziata. È iniziata con IN.

 

Non sembra sessista, lo è

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“La signora è la moglie del dottor Chiodi.”

“Bravissima. Sembra scritto da un uomo.”

“Mamma come te la tiri, neanche ce l’avessi solo tu.”

“Che disordine. E sì che sei una donna.”

“Calmina. Se hai il ciclo non è mica colpa mia.”

“Tornatene in cucina che è meglio.”

“Su, da brava, fammelo un sorriso.”

“Ti sposi? Ti sei fatto incastrare, eh?”

“Ma dove lo trovi uno che ti sopporta, con quel caratterino?”

“Che cosa ci fa una bella signora a tavola da sola?”

“Ma te l’ha data o no?”

“Auguri e figli maschi.”

“Quella è una con le palle.”

“Non cucini? E quando ti sposi come fai?”

“Ma come, niente figli?”

“Come lo mandi in giro vestito, povero.”

“Non fare la femminuccia.”

“Donna al volante, pericolo costante.”

“Ma il tuo fidanzato non ti dice niente?”

“Ti sei messa il pigiamone antistupro?”

“È una battuta… Ma fattela una risata…”

Se trovate queste frasi sessiste, è solo perché lo sono. Proprio come queste altre. E le reazioni lo dimostrano, perché se la nostra società non fosse sessista, potremmo farlo notare senza sentirci dare delle rompiscatole nazifemministe.  Il rigore declinato al femminile è quasi sempre insopportabile, ma se non ci piace quello che sentiamo, non siamo noi a essere sbagliate. È la società in cui viviamo che non ci assomiglia abbastanza.

Grazie come sempre a tutte le persone che hanno commentato sulla pagina Facebook di Rosapercaso, da cui arrivano tutti questi esempi.

Il segreto della Super Mamma

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Ora che la festa della mamma è finita possiamo dirvelo.

Dietro ogni Super Mamma non c’è spirito di sacrificio. Dietro la versione al femminile di un ottopode con vocazione al martirio, grembiule da cucina, sorriso da psicofarmaci e taglio di capelli anni cinquanta che ha invaso il nostro immaginario non c’è soltanto la capacità di fare più di una cosa alla volta che pare sia in dotazione con l’utero.

No. Dietro ogni Super Mamma c’è una donna Clark Kent che si infila in una porta girevole almeno una decina di volte al giorno, se non di più, perché nessuno si accorga che si è distratta dalla sua missione principale coltivando qualche ambizione o interesse personale o addirittura qualche vizio deplorevole come lavorare per portare a casa uno stipendio. Sì, le donne hanno interessi e aspirazioni. No, non era un’alternativa: Vuole un utero o preferisce una passione personale?

La Super Mamma non esiste, è quello che gli altri vogliono vedere e che noi rendiamo possibile cacciando sogni e aspirazioni sotto il tappeto delle loro esigenze quotidiane. Perché se non lo facessimo non saremmo più super. Se non lo facessimo avremmo bisogno di aiuto, di delegare, di condividere compiti e fatiche. Niente più medaglie, niente più concorso per la mamma più stanca dell’anno, niente più pubblicità in cui distribuiamo merendine e sorrisi come lanciapalle. È la donna Clark Kent, con le sue ambizioni timide e i suoi divertimenti colpevoli, a consolidare la convinzione che non esista altra felicità possibile per una mamma che quella altrui. È la donna Clark Kent, che rimpicciolisce su misura delle priorità di chi la circonda, a smaltire i residui tossici della Super Mamma, spesso in forma di progetti e sogni clandestini.

Se non entrassimo in continuazione in qualche cabina telefonica, non vedreste più quello che volete vedere, niente più ottopode, niente più devozione, niente più sorrisi inossidabili. Se non lo facessimo vi vorremmo bene lo stesso e forse voi ne vorreste perfino di più a noi e saremmo imperfette, stanche, egoiste, incasinate e mamme lo stesso. E ogni tanto ci dimenticheremmo di voi. Ogni tanto daremmo la precedenza a noi stesse e scopriremmo che non c’è niente ma proprio niente di male. Anzi. Ogni tanto dovreste cavarvela da soli e scoprireste di farlo benissimo, perfino meglio di noi.

E forse, tolta di mezzo la Super Mamma e la sua inspiegabile mancanza di bisogni propri, la sua misteriosa e vagamente inquietante capacità di sopravvivere a costo e necessità zero, come un cactus irrigato da occasionali spruzzi di affetto e gratitudine, forse, eliminata ogni ansia da prestazione e sgombrato il campo dal dovere, scopriremmo che i sogni sono un fertilizzante molto più efficace del senso di colpa, che la nostra felicità è più contagiosa del mollusco degli asili nido e che i sensi di colpa stancano di più delle notti insonni. Che sollievo, far sedere finalmente la nostra donna Clark Kent a tavola a cena. Che liberazione. Quanto stress e quanta ansia in meno. E quanto ci sentiremmo meno sole.

Il femminismo secondo Rosapercaso

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1 – Se non ti ritrovi nel femminismo, non pensare di non essere femminista, pretendi che il femminismo ti assomigli.

2 – Per essere femministe non serve essere forti, emancipate, intraprendenti. Si può essere femministe ed essere fragili, stanche, casalinghe, bisognose, romantiche…

3 – Siamo femministe ogni volta che decidiamo di uscire dagli schemi che la società ha tracciato per noi. Siamo femministe coraggiose e generose quando tendiamo una mano e cerchiamo di aiutare le altre donne a fare lo stesso.

4 – Le battaglie femministe sono anche quelle che combattiamo contro noi stesse, contro i sensi di colpa, contro la sensazione di tradire gli altri e le loro aspettative, contro la solitudine delle nostre ribellioni, contro gli insegnamenti con cui ci hanno cresciute, contro il bisogno dell’approvazione altrui.

5 – Femminista e romantica si può e si deve. I diritti della donna non iniziano dove finisce la coppia, al contrario, è proprio nel cuore della coppia e della famiglia che diventano fondamentali. Quando diventa necessario liberarsi della Sindrome dello Strofinaccio e iniziare a pensare a noi anche prima di aver provveduto a tutti tutti tutti i bisogni altrui (e di inventarcene di inesistenti quando sono finiti).

6 – Il corso di autodifesa più importante per una donna è quello che può fare da sola, convincendosi di avere il diritto di dire di no. Che la forza che le è servita per sopportare sarà sempre meno di quella che le servirà per salvarsi.

7 – Siamo femministe sempre, e quando ci sentiamo sole, sbagliate e fuori posto, probabilmente lo siamo più che mai.

8- Serve un movimento che abbia visibilità sociale e politica, ma è altrettanto necessario un femminismo domestico, intimo e quotidiano, che non ci faccia sentire sbagliate, che non ci chieda di rinnegare le nostre debolezze, che non pretenda niente da noi e si limiti ad accompagnarci.

9 – Ascoltare le donne, ascoltarle davvero, è il gesto più femminista che ci sia. Per questo non può esistere una femminista uguale all’altra, perché non esiste una donna uguale all’altra.

10 – Ricordiamoci che non siamo sole, neanche quando combattiamo in silenzio. È il mondo che è declinato al maschile, non siamo noi che siamo sbagliate.

Dacci oggi il nostro maschilismo quotidiano

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“È sicura di voler decidere lei per le gomme? Non è meglio sentire suo marito?”

“E i tuoi cuccioli con chi li lasci quando viaggi da sola per lavoro? Dai nonni?”

Se vuole coprire quel buco, dica a suo marito di andare a comprare lo stucco per cartongesso.”

“Caro, non vogliamo rubare il tuo tempo prezioso. Esci pure dal gruppo Whatsapp di classe e quando c’è bisogno avviso tua moglie.”

“Con quel caratteraccio, dove lo trovi uno che ti sposa e ti fa fare dei figli?”

“Per fortuna c’è la mamma, che pensa sempre a tutto, si sacrifica per voi e non si lamenta mai.”

“Ora sentiamo che cosa ne pensano i titolari dell’azienda: l’ingegner Azzurro e la signora Carla, anche lei ingegnere e madre di due bambini.”

“Ecco le vostre ordinazioni. La birra per il signore e la tisana per questa bella signorina.”

“Sei proprio fortunata ad avere un marito che ti aiuta in casa e ti lascia lavorare.”

“Non fare la femminuccia.”

“Sì, mio marito è un tesoro, mi tiene i bambini sabato così posso uscire.”

“Povero, cucina sempre lui…”

“Se non facessi tanto la difficile, ti saresti già sistemata da un pezzo.”

“Andrà benissimo, tranquilla. Con quelle gambe puoi dire quello che vuoi.”

“Signorina? Posso parlare con il medico? È lei? Ma un dottore non c’è?”

“Gli uomini sono fatti così, bisogna portare pazienza. Hanno il diritto di sfogarsi.”

“Adesso che sei sposata non puoi più fare quello che ti pare.”

“Da sola!?”

 

Grazie come sempre alla pagina Facebook di Rosapercaso, da cui arrivano tutti gli esempi del post.