Piccolo decalogo per riconoscere una relazione tossica

Foto di George Thomas (CC)

Quali sono i campanelli d’allarme per riconoscere un soggetto che rischia di intrappolarci in una relazione tossica? Quali sono le prime avvisaglie? I tratti che li accomunano? Grazie alle testimonianze arrivate sulla pagina Facebook di Rosapercaso ne abbiamo individuati alcuni. Sono segnali che è importante conoscere per capire, prima di tutto, che non siamo noi a essere sbagliate, che non stiamo impazzendo, non siamo paranoiche o troppo esigenti. Per dare retta alla nostra voce interiore quando ci dice che siamo in pericolo. E che no, non è colpa nostra.

1. “Senza di me resterai sola.” Ci sono tanti modi diversi, anche sottili, per arrivare a questa conclusione. Passano dal “Chi vuoi che ti prenda con tutti quei figli/con quel carattere/con quella ciccia” a “Nessuno ti amerà mai quanto ti amo io”. Non importa se vengono spacciate per dichiarazioni d’amore o se suonano come minacce, l’effetto è lo stesso: sminuirti, renderti dipendente da lui. Se è l’unico che può amarti così, significa che non meriti di essere amata da nessun altro, che non vali abbastanza, che non hai scelta. La tua unica possibilità è lui.

2. “Guarda che cosa mi fai fare.” Non è mai colpa sua. Non si mette mai in discussione, non si assume una sola responsabilità. La colpa è sempre tua. Perché lo fai arrabbiare, perché lo obblighi a controllarti, perché gli fai perdere la pazienza, perché non ti fidi di lui, perché ti inventi le cose, non ti ricordi niente, non capisci. Sei paranoica, ossessionata, fuori di testa, finché non ti convinci che è davvero così, che la colpa è tua. L’altra faccia è il vittimismo, nei tuoi confronti, in quello dei colleghi o delle ex fidanzate, che erano tutte cattive, ingiuste e sbagliate. Lui si sacrifica, fa e farebbe di tutto per te, e questo significa che devi concedergli la tua fetta di libertà in cambio, devi fare la tua parte, devi amarlo altrettanto, se non di più. Anche l’assenza di amici di lunga data, segno dell’incapacità di far durare le relazioni nel tempo, può essere un segnale.

3. Il love bombing. Complimenti, sorprese, regali, attenzioni, un “bombardamento” di dichiarazioni magniloquenti e manifestazioni d’amore. Non è sempre facile distinguere il love bombing dall’entusiasmo romantico dell’inizio di una relazione. Quello che lo caratterizza di solito è il fatto di essere troppo, troppo presto. Una parte di noi penserà che è magnifico, che i principi azzurri esistono, un’altra lo troverà un po’ strano, un po’ forzato. La tentazione di crederci spesso è più forte della prudenza, ma il love bombing non è che un’altra forma di controllo e di manipolazione. Un’altra faccia è l’idealizzazione: sei la persona della sua vita, sei perfetta, non troverà mai un’altra migliore di te, ti sposerebbe anche domani e senza avere avuto il tempo di conoscerti. Prima o poi finisce, però, anche di colpo. E allora inizi a dubitare di te stessa, a chiederti che cosa hai fatto per non meritartelo più. La colpa non può essere sua, era così gentile e innamorato e premuroso. Quindi può essere soltanto tua.

4. Le montagne russe. Prima ti idealizza, poi ti mortifica. Prima ti esalta, poi ti sminuisce. Un attimo prima eri perfetta, la migliore in assoluto, e quello dopo dovresti dimagrire, mangiare meglio, lavarti di più, vestirti in modo diverso. Un attimo prima eri tutto per lui, l’attimo dopo ti ignora. Un attimo prima ti inondava di amore ed era una presenza costante e quello dopo è scomparso. Poi torna, però. Torna sempre. Con una sorpresa, un regalo, con le parole che avevi sognato di sentire. E a quel punto non puoi che darti della scema e dubitare di te stessa. Dovresti fidarti di più, sei paranoica, l’hai giudicato male, sei troppo possessiva, troppo esigente, non vedi che uomo meraviglioso è? Come hai potuto arrabbiarti per quella sciocchezza? Quella sbagliata sei tu, non lui.

5. “Non lo vedi come ti trattano?” Ti fa il vuoto attorno, dalla famiglia agli amici, è un susseguirsi continuo di critiche. Si approfittano di te, non sono corretti nei tuoi confronti, non ti meritano. Così finisci per restare sola, lontana dal tuo mondo e precipitata in quello che lui ti ha disegnato attorno, e dubitare ancora una volta delle tue capacità di giudizio.

6. La punizione del silenzio. Nessuna spiegazione. Nessun tentativo di chiarimento. Nessuna possibilità di dialogo. Solo un muro di silenzio che ha lo scopo di punirti, ignorandoti. Può durare anche per giorni e intanto tu stai lì a chiederti che cos’hai fatto di male, dove hai sbagliato. Perché qualcosa, pensi, devi aver fatto per forza. L’idea stessa della punizione e del ricatto come moneta del rapporto è il segnale di una relazione tossica, punizione spesso spacciata per patimento e malessere di chi la impone, confondendo ancora di più le carte.

7. Ogni forma di controllo. Dalla gelosia all’ossessione per l’ordine e la pulizia. Dall’incapacità di accettare un rifiuto alla pretesa di sapere sempre dove e con chi sei. Dalla necessità di avere costantemente ragione al bisogno di imporre la propria visione del mondo e i propri giudizi, di spacciare le proprie opinioni per dati di fatto. Fino al fastidio per tutto quello che riguarda solo te e non lui, che lo esclude, non lo riguarda. Fastidio che può assumere la forma di capricci quasi infantili o diventare rabbia. Anche testare i tuoi limiti, per capire come ferirti e fino a dove può spingersi, è una forma di controllo. Comparire e scomparire a proprio piacimento, accendere e spegnere la relazione come un interruttore e pretendere di imporre il proprio ritmo e i propri tempi. Oltre ovviamente al controllo sulla tua persona, su ciò che indossi, sul tuo corpo e il tuo peso, il tuo taglio di capelli, il tuo modo di parlare, il tuo lavoro, i tuoi soldi…

E noi? Quali sono i segnali che riceviamo da noi stesse?

8. La paura. La paura di raccontare quello che sta succedendo, delle sue reazioni, di contrariarlo. La paura costante di perderlo, di vederlo scappare via senza sapere perché se n’è andato. Ma anche la sensazione di muoverti in punta di piedi e soppesare ogni parola, per anticipare i suoi stati d’animo, per non infastidirlo, per assecondarlo, per non scatenare reazioni negative. Vivere in funzione di quello che pensa o potrebbe fare o non fare, dei suoi cambiamenti di umore repentini, della sua approvazione. Giustificarti in continuazione, anche per cose banali, ritrovarti a difendere i tuoi no. E al tempo stesso normalizzare quello che ti fa stare male, passarci sopra, fingere di non vederlo, come se lasciartelo alle spalle e non sanzionarlo equivalesse a farlo scomparire.

9. La sensazione che ci sia qualcosa che non va. È tutto troppo lontano da te, o troppo vicino. Come se non ti riguardasse del tutto. La sua presenza ti rende tesa e nervosa, ti confonde e ti agita, ti stanca, ti mette a disagio. Sei sconnessa da te stessa, è come guardare alla relazione e alla tua vita da un cannocchiale. Puoi avvicinarti solo fino a un certo punto, se vuoi continuare ad andare avanti.

10. “Sentivo di scomparire.” Non possiamo sentirci sbagliate e inadeguate in eterno. C’è un limite alla possibilità di prendercela con noi stesse, pensare di essere pazze, convincerci di non valere niente, essere insultate e criticate e corrette. Essere sminuite e ridotte al silenzio. Superato quel limite, iniziamo a sparire.

Come difendere le ragazze dalle molestie

Cose che possiamo fare per cercare di evitare che le ragazze vengano molestate:

  • lottare perché la responsabilità degli abusi maschili non ricada sul corpo e sulle azioni delle donne, lasciandoli quindi implicitamente impuniti;
  • combattere la cultura dello stupro ogni volta che ce la troviamo davanti, anche nella forma di un meme a cui sarebbe più facile rispondere con l’emoticon di una risata che con un pippone sul sessismo (basta anche scrivere “è sessista”, non siamo obbligate a spiegare perché, e ci stupirà scoprire quanto sia efficace);
  • insegnare alle nostre figlie che gli sguardi maschili non sono una loro responsabilità;
  • crescere figlie libere di godersi il proprio corpo nei modi in cui riterranno meglio farlo;
  • insegnare ai ragazzi e alle ragazze l’importanza e il valore del consenso;
  • rivendicare il diritto a essere tutelate e difese dalla società e a occupare in sicurezza lo spazio pubblico.

Cose che dovremmo ricordarci quando pretendiamo che le ragazze si coprano di più:

  • andare in giro coperta da capo a piedi non ha mai evitato uno stupro o una molestia; per essere oggetto di commenti, fischi e sguardi fastidiosi c’è un solo requisito: essere donna;
  • nel momento in cui lo facciamo non le proteggiamo, ma spostiamo la colpa su di loro e sul loro corpo, con tutte le conseguenze del caso in termini di disagio, disturbi alimentari, autolesionismo…;
  • la maggior parte delle molestie non avviene nei luoghi pubblici, ma in quelli privati, non avviene per mano di sconosciuti, ma all’interno della coppia: se insegniamo alle ragazze a prestare attenzione ai segnali di pericolo, non dimentichiamoci di individuarli e riconoscerli anche lì;
  • fare di tutto per sottrarsi allo sguardo maschile, nascondendosi in abiti extralarge o dietro espressioni ostili e vivendo con disagio le proprie forme non ha mai reso nessuna donna meno sessualizzata o più indipendente dallo sguardo maschile, tutto il contrario.

Cinque gravidanze e un bambino, quasi due

di Francesca de Lena

All’ottavo mese della mia prima gravidanza chiamai mio padre, di cui non sapevo niente da più di dieci anni. Gli dissi chi ero e gli lasciai il mio numero, rassicurandolo perché non avevo intenzione di scombussolargli la vita. Se aveva tempo e voglia, se gli andava di sapere di me, poteva richiamarmi. Lui lo fece dopo qualche giorno, ci incontrammo, fui molto chiara sul motivo della mia telefonata: stava per nascermi un bambino e non volevo diventare madre con un così grande fantasma sul groppone, che mi ancorava al ruolo di figlia, per di più infelice. Meglio riprendere a vederci, nei modi e nelle capacità di entrambi. Io non avrei più cercato un padre, mi sarebbe bastata una qualsiasi altra relazione, potevamo essere amici o conoscenti, prendevo quello che c’era, andava bene. 

C’è un limite al peso che un cuore può sopportare: amori e dolori colmano quel limite e in certe occasioni bisogna scegliere: io dovevo fare spazio a un amore, scelsi di lasciare andare un dolore. Nacque Andrea.

All’ottavo mese della mia quinta gravidanza devo lasciar andare un dolore che potrebbe valere come testimonianza per altre donne, con una storia simile alla mia e la stessa incredulità di fronte agli eventi, la stessa esperienza di involuzione, passi indietro invece che in avanti, e l’impossibilità di farsi capire: la maggior parte dei lutti è devastante ma dicibile, mentre alcuni non posseggono neanche la dignità di essere nominati, e per questa mancanza di dignità si gonfiano, conquistano territori del corpo e di ciò che si è, del proprio rapporto con le cose, soffocandone altri, e si amplificano senza prendere mai forma. Come si può visualizzare lo spazio della non-forma? Come si abbandona un dolore che non la prevede? 

Lo spazio che devo creare serve ad accogliere l’amore per la mia seconda figlia, che spero nascerà tra poco. Si chiamerà Marea.

La sento singhiozzare mentre salgo le scale del consultorio verso la stanza della psicologa, è un meccanismo di allenamento alla respirazione: prova a prender vita e ingoia liquido amniotico che le va di traverso e le procura il singulto. In un certo senso è divertente, mi fa compagnia quando non mi fa terrore, quando non spinge forte e si incastra nei miei organi e punta i piedi sulla vescica e sono costretta a trovare un bagno in pochi secondi. Si è messa in una posizione scomoda, ha detto Ginecologo3, scomoda per lei intendo, non per la bambina. Le sembrerà che stia per uscire da un momento all’altro.

Sembra davvero così e invece deve restare stretta lì dentro, e io pensarmi come una porta chiusa dall’esterno che non deve aprirsi. Se mi abbandonassi all’attacco di panico che mi insegue da mesi, se prendessi uno strumento affilato per tagliarmi e liberarmi, lei morirebbe e sarebbe stato inutile questo tentare di curarmi, solidificarmi, farmi fortezza o quantomeno non sbriciolarmi a terra. Quando si è annunciata, a ottobre 2021, era ormai per me già impossibile considerarmi un nido sicuro, come le ostetriche del corso preparto continuano a chiamare noi quasi-madri, e da allora conto alla rovescia aspettando il momento in cui verrà via da me. Posso tagliarmi e farla uscire?, vorrei chiedere ogni giorno, Non posso neanche oggi?, vorrei implorare, Vi prego allora, vorrei supplicare, Tagliatemi voi. Portatela in salvo.

Il nido sicuro è la prima immagine della maternità con cui bisogna fare i conti: ti guardi allo specchio e vedi sempre te stessa, inutile credere di poter davvero visualizzare la tua funzione. Sono un nido. Sono una creatrice. Sono una madre. Resti te stessa e basta: Francesca con la nausea e la stitichezza, con l’affanno, le macchie sul viso, la difficoltà a vestirsi e il chiedere aiuto per depilarsi perché lo sguardo non ci arriva, ma non per questo un miracolo della natura, una potenza femminile, una luce, non per questo un nido per altri. 

Il primo giorno di questa quinta gravidanza ero già certa del risultato, e mi è sembrata una maledizione. Ormai riconosco di essere incinta dopo quanto, una settimana dal concepimento? Aspetto lo stesso il canonico ritardo, pipì sul bastoncino, positivo, lo dico al futuro padre, aveva già capito anche lui, non sappiamo neanche bene cosa dirci, non c’è niente da dire. Un paio di sorrisi giusto per convenzione, per omaggiare il rito, ci convinciamo a vicenda che è doveroso farlo, che bisogna ossequiare la bella notizia.

La nona settimana arriva la prima minaccia di aborto: riposo forzato, progesterone e siringhe. La minaccia rientra, bene ma non stancarti troppo, la tredicesima settimana arriva la seconda minaccia di aborto, nuovo riposo forzato, rientra anche questa, bene, ora si può solo aspettare

Notti al pronto soccorso, ottobre novembre dicembre stesa a letto. Forse non è neanche una soluzione scientifica, ma si fa. I controlli ecografici uniche uscite, a ogni visita aspetto di sentire cosa c’è che non va. Stavolta cosa? Il battito non c’è più? Non cresce? Non si attacca bene? La placenta non si sviluppa? È tutto buio signora, sono sicura che un giorno il dottore mi dirà così, Non vedo più niente. L’utero improvvisamente vuoto, una cosa del tipo: L’embrione è stato riassorbito, sa, il suo corpo lo ha mangiato

Può succedere, mi convinco. L’ho visto fare una volta a una gatta che stava partorendo, lo ricordo bene. Gattino uno, due, tre, il quattro è un groviglio minuscolo e senza sussulto, che la gatta mangia mentre esce il quinto. Il mio utero potrebbe fare lo stesso, penso, e senza che io me ne accorga: dall’interno, senza lasciare segni, senza sporcare. E all’ecografia: buio. I tragitti in auto verso lo studio del ginecologo sono una guerra tra razionalità e speranza, durante i quali rafforzo la convinzione di potermi auto-ingannare: succede il peggio, lo sai, comincia a prepararti, sii pronta. Pensa che se finisce tutto almeno potete confermare la settimana bianca. Pensa che non ingrasserai. Pensa che in fondo meglio così: preoccupazioni in meno, soldi in più. Non permetterti di piangere, non è il momento. 

Quinto mese, arrivano i risultati del dna fetale, nessuna anomalia riscontrata, le abbiamo valutate tutte, tutte le valutabili, 1200 euro di analisi del sangue, i cromosomi paiono intrecciati a dovere. La pancia si gonfia, lo diciamo ad Andrea, quasi costretti. Anche lui era cominciato con una minaccia di aborto, anche quella volta a riposo ma solo un mese, ventotto anni materni quindi pochi, felicità incontenibile, forza e determinazione e benessere, sentirsi indistruttibile, che bella pancia, che luce sul viso. Andrea è felicissimo di fare il maggiore, di più: è entusiasta, commosso, incontenibile. E io di rimando terrorizzata, senza strumenti, afasica.

Averlo detto al figlio che già ho trasforma il tragitto verso l’ecografia in terrore puro, rispetto al quale neanche l’autoinganno può niente. Andrà ogni volta così: prima immaginerò cosa c’è che non va (crescita embrione, betaHcG, utero refrattario, cellule cancerogene, alieni nemici), poi quale parte del meccanismo non avrà funzionato (Qualcosa non funziona, natura senza miracolo), poi come mi avvertirà il dottore (Signora, non so come dirglielo), poi come dovrò reagire (non piangere, non disperare, risolvi subito, risolvi bene), e infine sprofonderò nella paura di come farò mai a dirlo ad Andrea. A quel bambino che ogni sera vuole accarezzare la pancia e cantarle la ninnananna, mentre io voglio nascondermi e già chiedergli scusa per l’illusione che gli sto procurando e della quale, sono certa, non mi perdonerò mai. 

Al sesto mese la psicologa mi dice che dovrei invece cominciare a crederci, che la gravidanza c’è e non sta andando via, che potrei provare dandole un nome. Ha tenuto la bambina in un posto nel suo cervello, ha detto, o nel suo cuore, non ricordo, per i mesi in cui io aspettavo solo di poter vivere il lutto, aspettavo solo di potermi lasciar andare di nuovo alla rassegnazione. La tengo io al posto tuo, mi diceva, penso io a lei finché non ci riesci tu

Non ci riesco perché ho in mente la seconda gravidanza, che è stata il primo aborto, e la terza gravidanza, che è stata il secondo aborto, e la quarta gravidanza, che è stata il terzo aborto. È successo tutto nel 2019-2020. Quando siamo stati investiti dalla pandemia e abbiamo cominciato a sentirci male e stanchi e impauriti io avevo appena smesso di sanguinare. Dieci mesi di sangue dalla vagina, ogni giorno, come mestruazioni infinite, controllare di continuo il ferro e la ferritina e l’emoglobina, e non viaggiare e non allontanarsi dagli ospedali perché potrei avere un’emorragia da un momento all’altro. 

Avevo scoperto la seconda gravidanza a gennaio 2019, l’embrione cresceva poco e lentamente, ma batteva, il cuore si vedeva e sentiva, a volte succede, mi diceva Ginecologa1, non si preoccupi, certe gravidanze cominciano lente. Beta altissime quindi è solo pigro, torni dopodomani, e ancora dopodomani, e ancora dopodomani, lo controlliamo a vista, eccolo qui, piccolo ma c’è, piccolo ma c’è, lo vede? Vede il cuore? Decima settimana, ancora piccolo ma c’è, e però davvero troppo piccolo, non sono più tranquilla, cambio ospedale: quando ha fatto l’ultimo controllo? mi chiede Ginecologa2. Ieri. E il cuore batteva? Sì. Mi spiace, adesso si è fermato. 

Al padre scappano le lacrime, teme per la mia disperazione. Io invece rigida, sopravvissuta, in accelerazione. Cosa devo fare? Come si toglie? Può scegliere se aspettare che vada via da solo o intervenire chirurgicamente; da solo potrebbe volerci tanto e potrebbe essere doloroso. Allora interveniamo, quando? Tra tre giorni. Tre giorni? Sì. Tre giorni in questa compagnia, con la morte inchiodata nella pancia? Tre giorni nell’impostura di portare avanti l’umanità?

La seconda immagine della maternità con cui fare i conti è la custodia di un pezzo di umanità. Per quanto si possa pregare all’altare del nichilismo e del cinismo e della contro-spiritualità, e io a quell’altare ci prego tanto, ci sono cellule di homo sapiens sapiens nel tuo utero, che in quaranta settimane si sviluppano al punto da poter vagire, aprire gli occhi e succhiare latte, e di lì a poco sapranno alzarsi in piedi e impareranno a controllare gli sfinteri e voilà senza quasi che tu te ne accorga un +1 camminerà sulla terra perché ha potuto svilupparsi dentro di te. Mandare avanti l’umanità è pretenzioso? Immagino di sì, ma è l’unica cosa che mi interessa fare. 

Terzo giorno arrivato, bisogna raschiare. Ho paura di poche cose, una di queste è addormentarmi. Io dormo e loro mi puliscono, io dormo e loro mi liberano dalla morte. Quando mi sveglierò niente più cellule appassite, niente più evoluzione interrotta, solo l’involucro, la bara che sono stata. E se non mi sveglierò? Prima di partire faccio la doccia a occhi chiusi per non guardare il gonfiore ingannevole del pube. Cosa ne sa l’utero di quello che è stato? Come dirgli di tornare alle sue dimensioni iniziali? Arrivo in ospedale già sedata, ho preso xanax, lo dico all’anestesista, vuole sapere quanto, vuole calibrare l’iniezione. In una prima stanza mi infilano qualcosa in vagina, non ricordo cosa, serve ad aprire il collo dell’utero, mi pare. Come quando inducono il parto per far nascere un bambino che non viene fuori, ma qui non c’è nessun bambino, qui bisogna solo tirare via quel che non sarà, un cominciamento, un ologramma. 

Nella seconda stanza sono in sei, bianchi, guantati, mascherati, sotto luci esplosive, indicano il lettino, il mio ruolo nella rappresentazione, la mia x sul palcoscenico. Comincio a tremare, mi stendo, alzo la testa all’indietro per supplicare l’anestesista: può iniettarmene un po’ alla volta così mi ci abituo? Chiedo senza più cognizione, senza accorgermi dell’assurdità di quello che dico. È marzo 2019 e doveva essere il mio terzo mese di gravidanza, avrei dovuto aspettare un secondo figlio che sarebbe nato a ottobre, e invece no.

Mi risveglio e mi dicono Ora può anche alzarsi sulle sue gambe (ma non è vero, viene da svenire), Ora deve solo far guarire il cuore (quanta retorica, cosa ne sanno loro se provo dolore al cuore?). Lo provo. 

Due mesi dopo il raschiamento non arriva il capoparto. Il capoparto è la prima mestruazione post-gravidanza a cui sarebbe il caso di cambiare nome, quando il parto non c’è stato. Io mi sento stanca, ho mal di pancia, sono sempre affannata, tra una settimana devo partire per lavoro e non voglio più sentirmi così. I medici mi chiedono se c’è la possibilità che io sia di nuovo incinta, se ho avuto rapporti non protetti. Non li ho avuti. Insistono, mi insinuano il dubbio, potrebbe essere successo qualcosa di cui non mi sono accorta? Sono stata capace di perdere le preziosissime cellule di embrione che avevo in custodia, di cos’altro sono capace? Di fare l’amore a mia insaputa? 

Faccia le betaHcG, così ci togliamo ogni dubbio, dice ginecologo3. E le beta sono alte. Non è possibile, dico io, d’improvviso più sicura, meno disponibile a prendermi la colpa. Non si resta incinta senza saperne niente. Sono un’adulta, non una ragazzina. C’è un altro motivo per cui le beta salgono?, chiedo. No, mi rispondono; solo per una gravidanza. Vi dico che non è possibile. Smettetela di usare quella parola, non è possibile. Controllo ecografico e ho ragione io: l’utero è vuoto, nessuna camera gestazionale, nessun sacco vitellino, nessun embrione. Vedete dottori? Avevo ragione, ve l’avevo detto. Sono stata buona, sono ancora vuota.

C’è però una macchia. È un residuo della scorsa gravidanza, dice Ginecologa1, bisogna ripetere il raschiamento. Non lo è, dice Ginecologa2, che ha operato il raschiamento. È una M.A.V.: una malformazione artero-venosa. Un groviglio di capillari irrorati di sangue che si moltiplicano in una zona dell’utero, appoggiati su qualcosa, non sappiamo bene cosa e perché. Qualcosa che è rimasta lì e che va tolta. Come si toglie? Proviamo con un’isteroscopia operativa. Che significa? Che cos’è? Un’operazione, sarà un po’ doloroso. Ma resterò sveglia? . Allora va benissimo. 

Ne faccio una a giugno, una a luglio, una a settembre 2019. Il professore che mi opera ha vinto l’isteroscopio d’oro, mi dicono, e la notizia mi solletica una ridarella poco elegante che non riesco a trattenere; lui mi calma con sportività, promettendomi un punteggio per ogni volta che mi stenderò sul lettino, e alla fine avrò vinto un peluche. A ogni operazione sono in cinque, tutti a dirmi quanto sono brava a sopportare il dolore, tutti a ripetere Ancora un po’, ci siamo quasi, resisti ancora un po’. Il professore vuole andare più a fondo, scavare, ma Ginecologa2 lo ferma per timore di un’emorragia. I capillari sono lì, se li tocchiamo mi dissanguo. Dopo ogni operazione ripeto le beta, scendono di poco ma non si azzerano: sono sempre incinta, dice il mio corpo. Passano i mesi, non c’è nessuna pancia, non c’è nessun embrione, nessun feto, nessun bambino, ma io sono sempre incinta. Ogni sabato pago il prelievo alla cassa dell’ospedale per controllare le beta e il cassiere mi chiede: il solito? 

Dalla biopsia capiscono cos’è che non va via: il trofoblasto, l’origine della placenta, che si è innestato nella parete dell’utero, ha messo radici, e non molla. La M.A.V. si è aggrovigliata su di lui. Per il mio corpo se c’è il trofoblasto vuol dire che c’è una gravidanza, perciò continua a comportarsi come se così fosse ed ecco perché i valori della beta non scendono. Prima dell’ultima operazione decidono che può aiutarci la menopausa. In menopausa l’utero si atrofizza e può sputare fuori queste cellule aliene. Mi prescrivono l’Enantone, un farmaco che inibisce la mia attività riproduttiva. Dovrebbe fermare il sangue, asciugare i vasi sanguigni, spegnere la vita del trofoblasto, prosciugarmi da dentro. Come un rinsecchimento: non dare più linfa alle forme di vita impazzite, come un invecchiamento precoce. 

E in effetti ho le nausee, e le vampate di calore, e ingrasso e sono sempre arrabbiata. In menopausa e incinta contemporaneamente, una beffa, uno scherzo di cattivo gusto. Il prosciugamento non funziona, sanguinerò sempre, sanguinerò per dieci mesi di seguito, tortura cinese in forma di mestruazione costante, il contrario di quello che sarebbe dovuto accadere: se sei una donna che partorisce le mestruazioni scompaiono, se sei una donna che abortisce e per di più non si ripulisce possono restare lì a ricordartelo ogni santo giorno. 

Per la terza operazione si aggiungono degli studenti americani, il professore mi opera illustrando in inglese la rarità di quello che sta facendo, li guardo annuire concentrati, io a gambe aperte, buco all’aria, strumenti infilati dentro, corpo cavo che si rifiuta di svuotarsi definitivamente, di lasciare andare, di restituirsi a me, di lasciarmi in pace. Puzza di bruciato ogni volta che mi cauterizzano, sono io che caccio fumo, è la mia carne che prende fuoco. Quando ha finito il dottore mi infila una pallottola di garza in vagina, che in poco tempo si impregna di sangue e si gonfia. Più tardi riuscire a tirarla fuori sarà la cosa più vicina a un parto che avrò vissuto in questi mesi.

Una terza immagine della maternità è dare alla luce. Bisogna ammettere che è così intensa e suggestiva che diventa complicato contrapporle altro, per esempio l’oscurità che avvolge il corpo di una donna che deve fare lo sforzo incredibile, subire il dolore imparagonabile con qualsiasi altro di rigettare una massa di 50 centimetri per 3 kg (Andrea ne pesava 4) da una fessura minuscola. Una fessura di piacere, quella che fino a ieri non era che un gioco erotico o al massimo una rappresentazione stilistica e che si trasforma in una via di fuga per la sopravvivenza: per sopravvivere occorre che si spalanchi, occorre si deformi e si laceri e lasci passare il corpo estraneo che non può più ospitare pena la morte di entrambi. Quando ho partorito Andrea il mio travaglio durava ormai da ventisei ore, la dilatazione non arrivava seppure sollecitata da ossitocina e mille altre diavolerie, e infine il periodo espulsivo andò avanti per cinque ore. Una testa incastrata in vagina per cinque ore. Mai più urlato e tremato come quella notte. Venne fuori che era l’alba (e poi ci sarebbe stato il secondamento, e poi i punti da cucire). Non mi sembrò di aver dato alla luce, mi sembrò di essermi spezzata in due per sempre. Per tre mesi piansi ogni volta che facevo pipì. Ebbi incubi per un anno intero. 

Il giorno in cui le beta finalmente si azzerano mancano solo due settimane all’anniversario del test della mia seconda gravidanza. Quella tanto voluta, accolta con gioia, ingenuità ed eccitazione, che credevo avrebbe reso di nuovo me madre e mio marito padre e soprattutto mio figlio fratello maggiore e invece mi aveva resa una donna che abortisce. Da lì in poi sarei rimasta per lungo tempo solo questo: una donna che abortisce. È gennaio 2020 e io provo ancora a credere sia stato solo un caso, un brutto caso del destino, ancora mi sento dire Signora è stata molto sfortunata, e Quello che le è capitato è un evento rarissimo e Si figuri che alcuni medici neanche sanno cosa sia una M.A.V. ma anche Meglio così, mi creda, se la gravidanza fosse proseguita lei avrebbe rischiato la vita

Ma il caso si ripresenta. Il secondo aborto, la terza gravidanza, arriva il giorno del compleanno di mio figlio, il 19 giugno 2020. Ci sono le foto di me con un sorriso tirato che spengo le candeline insieme a lui e apro i regali insieme a lui e ringrazio gli invitati insieme a lui e tra un gesto e l’altro corro in bagno a cambiare l’assorbente, perché perdo molto sangue. Sono trascorsi sei mesi da quando mi hanno dichiarata “completamente guarita”, senza M.A.V., senza residui nell’utero, senza menopausa, una normale donna di trentacinque anni ancora in età riproduttiva: Può riprovarci quando vuole, signora. È come se nulla fosse successo. È pulita, l’utero è intatto. È come nuova.

Sei mesi sembravano un tempo giusto, sembrava potessimo “ricominciare a provare”. Provare è un verbo che solo da qualche anno si lega alla volontà di avere figli. Pare che prima non ci fosse nulla da provare, prima i figli c’erano e basta, oppure non c’erano e basta, e questo teneva soddisfazioni e sofferenze in penombra, ognuno conosceva le proprie e gli altri potevano solo intuirle, se ce n’era motivo, oppure ci si faceva la propria vita per come veniva, senza intellettualizzare il corpo, senza analizzare desideri e disillusioni, senza ricercare felicità ed elaborare dolori. Un’epoca più solitaria, chiusa e non empatica, in cui forse mi sarebbe piaciuto vivere se avesse significato non essere più guidata da questa volontà caparbia e indisciplinata di avere figli. 

Per me, comunque, pare non ci sia bisogno di provare. Mi basta pensarci anche solo una volta, che voglio un figlio. Ci penso, ho rapporti non protetti con mio marito, anche solo uno, e il mese dopo il test di gravidanza si colora. È successo per quattro gravidanze tranne una, la prima, quella che mi ha dato Andrea e che ha colorato il test dopo diversi mesi di tentativi. Questo prodigio della fecondità è forse l’aspetto più crudele di quello che mi è successo, la continua illusione che basta volere per potere, come un banale slogan anni ’80 che non ti avvisa di quello che invece accadrà. 

I nove mesi di gravidanza sono universalmente scanditi da tappe e convenzioni, probabilmente la sorte più ovvia per un evento che accade dalla notte dei tempi, come tutti continuano a ripetere. Per scaramanzia non si annuncia niente prima dei tre mesi, e non si acquista niente prima del settimo mese per lo stesso motivo, e si insinua di non avere preferenze tra figli maschi e figlie femmine, basta che sia sano, e ci si commuove al primo ausculto del battito e si inviano le foto delle ecografie ad amici e parenti prossimi. Deviare strada, tenersi lontana dalla traccia non è auspicabile dalla società e neanche tu lo vuoi davvero. E per quanto possa dirti preoccupata e sentirti stordita, per quanto possa dimostrarti ansiosa, anche quella è una convenzione, e mai davvero pensi che non farai parte della moltitudine, che non sarai in grado di tenere il passo. Quando invece succede, è come inciampare in uno squarcio dell’asfalto che, avresti giurato, un attimo prima non c’era.

Stavolta comunque l’aborto è spontaneo e naturale, va via tutto da solo, un paio di settimane e sono pulita, la beta azzerata, di nuovo vuota, pronta, come nuova, riproduttiva. È stato solo un caso, mi dicono di nuovo con le stesse parole e con una tranquillità invidiabile, quasi a volerlo più loro di me, a non arrendersi di fronte a questa donna ancora clinicamente giovane e così sfortunata. Questo tipo di aborti si chiamano chimici: arrivano molto presto, vanno via da soli, si figuri che ci sono donne che neanche se ne accorgono, li scambiano per normali mestruazioni, solo più abbondanti. In un anno può accadere anche due o tre volte. Ricominci, ricominci senza paura.

Va bene, mi dico, fiducia nella scienza, niente superstizioni, niente elaborazione di lutti, è solo un embrione e lo so bene, no? Non facciamo drammi inutili. Sono di nuovo fertile, sono i giorni giusti, amo mio marito, che ci vuole a fare l’amore, sicura che te la senti, mi chiede lui, ma certo che me la sento, l’amore è bello no?, e a luglio il test di gravidanza si colora di nuovo. La terza volta al primo colpo, senza neanche una pausa dall’aborto di giugno. È un miracolo che mi sta ripagando per il dolore subito o è la maledizione che ormai sono certa che sia? 

È una condizione clinicamente senza spiegazioni ma statisticamente rilevata, mi diranno poi le Ginecologhe4e5 all’Ambulatorio Aborti Ricorrenti del Policlinico Gemelli, quando nel 2021 farò mille esami che non riscontreranno mai alcuna falla, al termine dei quali mi sentirò di nuovo dire: Ci riprovi, non c’è nessun problema. È solo un caso. È solo sfortuna. Lo sanno che sta succedendo troppo spesso, ma lei è sana, insistono, non evidenziano niente che non va. Possono offrirmi solo un nome, per quello che mi capita, e il nome è “infertilità secondaria”: una donna che ha già avuto figli in maniera naturale e che per questo si considera fertile e invece non riesce a esserlo più. Una condizione senza motivazioni, un’etichetta costituita dalla parola che tutte quelle che desiderano figli temono come nessun’altra.

Quarta immagine della maternità: destino. Con la psicologa ragioniamo molto attorno al concetto di destino, a cui io mi lascio andare con molta difficoltà, come con tutto ciò che non so controllare e non so spiegare e non so capire. Destino, caso. Quel che dovrà accadere accadrà, se è successo quel che è successo un motivo ci sarà, se continui a restare incinta è perché così deve andare. Pensiero magico. Rassegnazione. Speranza. Tutti sentimenti per cui ci vuole fede, ci vuole credenza, ci vuole accettare che non dipende da me. Sono io a voler diventare madre ma non sono io a poter fare in modo che accada. Lasciarsi andare alla vita. Forze e debolezze della natura. Fortuna e sfortuna. 

La sfortuna del mio terzo aborto, della mia quarta gravidanza, è che stavolta non va via da sola. Il cuore non si ferma, quindi non è un aborto ritenuto; il sangue non esce a ripulire, quindi non è un aborto spontaneo. Tutto procede, ma qualcosa non va come dovrebbe e ancora una volta non sappiamo cosa. La beta non raddoppia ogni due giorni come naturale, si ferma intorno ai 2000, aggiungendo poche decine o centinaia a ogni ricontrollo. Dall’ecografia sembra ci sia un po’ troppo liquido amniotico, e sembra che il sacco vitellino sia un po’ troppo grande: entrambi possibili segnali di una malformazione genetica. E infine dalle analisi risulta un progesterone un po’ troppo basso. Il caso, il mio destino in equilibrio sull’avverbio un po’

Il 10 agosto del 2020, il giorno del mio trentaseiesimo compleanno, corro a Roma per un’ecografia di secondo livello in un centro iper-specializzato di un professore super-blasonato che forse può dirmi meglio che cos’ha questo embrione, se è malato, se andrà via da solo, o se forse non sia meglio fare da me, come l’ansia di rimanere di nuovo inghiottita in un incubo mi suggerisce, piuttosto che aspettare di vivere un’altra morte che fa cucù dall’ecografo, un altro raschiamento, un’altra post operazione, altri 40 giorni di ripresa, altri controlli delle stramaledette beta: il mio personale bollettino di guerra: dover essere felice quando vanno su perché significano gravidanza, dover essere felice quando vanno giù perché significano pulizia. Una montagna russa lentissima e fuori controllo, che sta divorando la mia sanità mentale e mi costringe a una guerra civile tra determinazione e sopravvivenza. Determinazione mia, sopravvivenza anche.  

Lo possiamo aiutare è la risposta del blasonato. Ma anche: Tanto se ci sono problemi molto probabilmente andrà via da solo dopo l’undicesima settimana. E però a undici settimane in Italia l’aborto volontario o è chirurgico o non è. Anzi già dopo la nona, cioè tra due giorni. Anzi tra un giorno solo perché tra due il dottore di turno del mio ospedale è un obiettore. Non posso sopportare un altro raschiamento, non posso sopportare nessun’altra operazione che preveda la mia vagina, il mio utero, qualsiasi cosa ci sia sotto la linea dell’ombelico. Ho ventiquattro ore di tempo per scegliere se avere un aborto farmacologico e risparmiarmi almeno tutto il resto, e scelgo di sì. 

Nelle settimane precedenti la possibilità della farmacologia era stata il mio pensiero fisso, più della gravidanza e della salute dell’embrione, che davo già per perso, più di quello che ne sarebbe stato di me e del futuro, che a quel punto sembrava ormai poter solo certificare l’impossibilità di procreare – ma perché? Mi chiedevo sempre, ho Andrea, un figlio ben fatto, intelligente, bello, ho le prove, lui è la mia prova: sono capace di fare da madre –; il mio pensiero era tutto rivolto a me e al mio corpo: non voglio più essere toccata, non voglio attrezzi che mi scavano, non voglio lettini, non voglio aprire le gambe. Me le incollo, giuro che me le incollo se provate a toccarmi.

Ero per questo già stata al consultorio a chiedere cosa avrei dovuto fare se avessi voluto prendere la RU-486. Ed ecco cosa: colloquio con ostetrica, colloquio con assistente sociale, colloquio con ginecologa, che però è un’obiettrice (come può, mi chiedo ancora adesso, come può una ginecologa obiettrice lavorare in un consultorio?). Tre persone addette alla maternità che devono dirmi di sì, accettare le mie motivazioni, che ho la fortuna (caso? Destino?) essere commoventi. Tre estranee che hanno il potere di decidere del mio corpo, di quello che mi aspetta. Che ci mettono la firma. Senza la loro firma, niente pillola abortiva.

Il permesso lo ottengo, dopo giorni di attesa e andirivieni, con l’embrione ancora nella pancia, ancora che batte e cresce e potrebbe farcela se lo aiutiamo. Senso di colpa perché non credo in lui, senso di colpa perché mentre lui moltiplica stentatamente le sue cellule io penso a come liberarmene senza soffrire troppo, senso di colpa perché sto per fallire di nuovo, è la terza volta che dovrei fare un figlio e non lo faccio, è incredibile, non posso crederci, cosa mi è successo, che problemi ho, non mi vergogno? 

E con quel permesso custodito come un gioiello e con la troppo fragile promessa del poterlo aiutare entro in ospedale alle 23:00 dell’11 agosto 2020 (la ginecologa non obiettrice ha il turno di notte) e ingoio la prima delle pillole che costituiscono l’aborto farmacologico, quella che inibisce il progesterone, che ferma gli eventi. In corridoio mi aspetta mia madre, in macchina mio marito con mio figlio che crede io abbia un misterioso mal di pancia cominciato a gennaio 2019 e dopo un anno e mezzo non ancora risolto. Una volta usciti ci sediamo su una panchina di fronte al mare, tutti e quattro stretti, Andrea si addormenta, io piango, mia madre mi tiene la mano, mio marito mi stringe: la mia famiglia è tutta qui, siamo noi. Eppure non mi basta, avrei voluto altro, ne avrei voluta ancora. Senso di colpa del non sapersi accontentare. 

Fin da ragazzina volevo avere figli perché una famiglia mi era mancata. Molto banale, molto vero. Ognuna nella scelta di maternità/non maternità fa i conti con il luogo da cui proviene e con quello in cui cerca di arrivare. E forse l’emancipazione è sempre la bussola: dai propri genitori o non genitori, dal paese asfittico che ti voleva sposata e con prole, dalla rete di conoscenze che del non desiderio genitoriale ne fa punto di merito e dimostrazione di intelligenza, dal proprio corpo, dall’idea che gli altri hanno di noi, dalla pretesa che i figli si fanno per donare la vita: quinta immagine della maternità. Non è onesta. I figli si fanno o non si fanno per sé e soltanto per sé. Li vuoi e li fai per te stessa, non li vuoi e non li fai per te stessa. Emanciparsi dagli arzigogoli, evitare di darsi un tono, ammettere le proprie spinte infantili. Francesca tu perché vuoi avere così disperatamente dei figli? Perché non lo sono stata. 

Ormai sono pallida, scheletrica, poco lucida, ho l’emoglobina bassissima, e il 13 agosto torno in ospedale per la seconda pillola, quella che porta le contrazioni, induce la perdita del “materiale”, insomma ancora sangue. Resto in reparto per cinque ore, mi mettono in una stanza dove sono sola, e grazie a questa accortezza per la prima volta in questi anni mi sento fortunata: so di donne che abortiscono assegnate a stanze in condivisione con le partorienti, una specie di sadica manifestazione plastica della convivenza tra vita e morte, in cui se hai abortito tu interpreti la morte. 

Le ore passano, ancora il tempo di controllare si sia tutto fermato, sia andato via il grosso. È andato via, sì. Ho mandato via qualcosa che forse potevo aiutare ma che quasi sicuramente no. E non ho più forze. Non ce la faccio più. Non riesco più a pensare, ho perso la capacità di ragionare, di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa fa bene e cosa no, cosa sono in grado di fare, cosa voglio e perché, chi sono. E finalmente mi fermo. E finalmente mi fermano anche loro. Non riprovarci prima di un anno, mi dicono. Riposati, fai riposare gli organi, riprenditi, assumi vitamine, ferro, integratori. Stai bene, cerca di stare bene.

Il 2021 è il mio anno di riposo e oblio. Ripiombo nel lavoro, torno a essere più presente con Andrea, faccio una lunghissima vacanza estiva piena di risate e alcol a tutte le ore. Mi iscrivo ad acqua gym, ricompaiono gli addominali, mi fotografo come non facevo da tempo, orgogliosa di quel territorio di mezzo tra il pube e il seno che mi pareva ormai di riuscire a immaginare solo in forma gonfiata, in versione ripiena, e che invece può essere così sano e sexy a lasciar intravedere le ossa e la discesa morbida tra la vita stretta e la curvatura dei fianchi, e l’ombelico seminascosto, che spunta presuntuoso dalle magliette corte, dai pantaloni a vita bassa.

È dal corpo che ho ricominciato. È sempre lì che si torna? Ragionare non basta, controllare è impossibile, misurare e analizzare forse persino inutile. Intellettualizzare il bisogno una magra sfiducia in sé, una disistima. Meglio dirsi la verità. A settembre 2021 varco lo studio della psicologa per la prima volta. Sono lì per raccontarle tutto, per confessarle che nonostante le mie convinzioni e i miei razionalismi e tutto quello che leggo e le battaglie di emancipazione che combatto sono andata in pezzi perché ho perso tre promesse di figli. Una dopo l’altra, come un domino che va giù. E che non mi bastano le spiegazioni e le accettazioni dei vari caso, sfortuna, destino. Sento un vuoto in mezzo alla pancia, è una mancanza fisica, una non-cosa che mi ha resa più fragile. 

Sono lì ad aggiustare questo vuoto da neanche un mese, quando scopro che a giugno 2022 arriverà Marea. Il caso, la fortuna, il destino. Il nome viene fuori da questo, da una forza che io non posso controllare, alla quale non posso fare altro che abbandonarmi. Che mi sommergerà se si alzerà a dismisura o mi lascerà asciutta se si abbasserà fino a richiamarsi tutta l’acqua, e io microscopica in mezzo alla sabbia ingigantita ed estesa, a misurarmi con la solitudine, l’interruzione, il vuoto, la vastità del mondo in confronto alle mie volontà. E però ok, accetto di nuovo la sfida. La quinta volta. È più forte di me, continuo a volerlo, ho la matematica contro, la storia contro, la natura contro ma una caparbietà, una determinazione che neanche conoscevo, che per un periodo ho temuto non fosse sana, fosse la mia crepa, ostentasse la mia infinita non guarigione, quella del corpo degli ultimi anni, quella della non-infanzia che è lì da sempre.

Ma non è vero che volere figli è un’ossessione, come avevo creduto. E non è vero che ne ho tanto voluto un altro perché non so stare ferma, come mi ero accusata di fare. Ognuno si risolve come sa e come può. Ognuno ha un ultimo giorno in cui chiuderà gli occhi e si guarderà indietro e farà i conti con quello che ha lasciato. Io voglio lasciare la potenzialità della felicità. Voglio una bella famiglia. Non mi interessa scrivere libri, fare musica e arte, far conoscere la mia firma, far ricordare il mio nome. Quello che voglio è mettere al mondo degli esseri umani che possano essere stati felici da bambini, più felici di come sono stata io. È poco, eppure ci sarà un motivo se la felicità costa così tanto. Voglio poter dire di aver pagato il prezzo, e che adesso ce la meritiamo tutti. 

Se ci emoziona, non può essere sbagliato

Foto di chiguy66 da Pixabay

“Sono bisessuale”. L’ha scritto una ragazza di tredici anni, su una crostata alle fragole che aveva preparato per i genitori. A farle paura non era l’omofobia dei compagni o degli amici. Aveva solo bisogno di capire chi era e di ritagliare uno spazio a quella sua nuova identità nel mondo degli adulti e delle persone che le volevano bene.

Questo episodio, che mi è stato raccontato da alcuni amici, è uno dei motivi per cui ho deciso di scrivere Speciale Elsa. Un romanzo non sarà mai all’altezza di un messaggio scritto con le lettere dell’impasto di un dolce, che è la metafora più bella che mi venga in mente del bisogno di essere accettati, ma può fare qualcosa di molto simile: ritagliare uno spazio nel discorso pubblico, far capire ai lettori che non sono soli e non sono sbagliati, e che nel mondo degli adulti c’è posto per loro.

Le serie per il target adolescenziale (che spesso vengono viste già dai preadolescenti) raccontano amori omosessuali da tempo, basti pensare a Euphoria, Élite, Skam, Sex Education, Atypical, fino alla più recente Heartstopper. Le storie omosessuali fanno parte della vita dei ragazzi e delle ragazze, che li vivono con una naturalezza che stupisce noi adulti, che siamo cresciuti fra il dramma del coming out e lo spettro dell’emarginazione sociale. L’omofobia continua a esistere, ma con connotati diversi da quelli a cui siamo abituati, e finché non viene convalidata dallo sguardo adulto è sopraffatta facilmente dalla realtà in cui sono immersi. Le storie d’amore omosessuali invadono TikTok, gli outfit dei cantanti sfidano ogni rappresentazione di genere, le storie d’amore fra celebrità (vere o presunte) emozionano perfino di più quando sfuggono ai canoni etero. Se non la insegnassimo noi ai ragazzi, insomma, l’omofobia probabilmente sarebbe destinata a estinguersi.

“C’è qualcosa di pericoloso in quello che provo per Nora, lo so. Nel modo in cui mi fa sentire, in quello che mi fa desiderare di fare. È come se mi portasse via da tutto quello che ero fino a ieri, da quello che mi tiene ancorata a terra, come le zampe del drago sotto l’asfalto. Dalla Elsa che conoscono gli altri. Nessuno conosce la Elsa che ha baciato Nora e questo mi fa sentire molto libera e molto spaventata.”

Speciale Elsa, Il Battello a Vapore

È il concetto stesso di identità del resto a essere cambiato fra i giovani, è diventato più fluido e meno ingombrante (basti pensare al modo in cui usano Instagram, non come vetrina, bensì come contenitore di momenti fugaci), ma al tempo stesso anche più difficile da afferrare. La Generazione Z non ha bisogno di punti fissi, fossero anche quelli del binarismo di genere, li schiva e ci scorre in mezzo, insegue trend collettivi destinati a essere fuggevoli, li incrocia e li trasforma e poi cambia direzione di nuovo.

La riflessione sulla propria identità è un altro dei motivi per cui ho scritto Speciale Elsa. Per raccontare quel momento in cui, crescendo, ci imbattiamo in un’immagine di noi stessi diversa da quella che credevamo di conoscere, e più cerchiamo di assomigliare a quell’immagine, più abbiamo la sensazione di tradire le nostre radici. Quanto possiamo allontanarci dall’idea che gli altri hanno di noi senza perderci? E quanto possiamo sfuggire all’immagine che ci rispecchia davvero senza perdere noi stessi?

Ecco perché è fondamentale parlarne e perché bisogna farlo già alle medie, quando è più facile e al tempo stesso ancora più necessario. Non si tratta solo di insegnare a non discriminare; usare un atteggiamento normativo e punitivo nelle battaglie per i diritti rischia di essere controproducente. Normalizzare gli amori omosessuali e le diverse identità di genere, invece, fare loro spazio nella vita scolastica, nei romanzi per quel target d’età, nei discorsi pubblici, rende tutto accessibile, prossimo, familiare e quindi meno estraneo. Se ci emoziona, non può essere sbagliato. Se ci emoziona, in qualche modo riguarda anche noi. Dovremmo smettere di associare l’omosessualità, nell’immaginario dei bambini, a qualcosa di clandestino e pericoloso. L’omofobia si combatte anche a colpi di lieto fine e di normalità. Certo, è importante spiegare ai ragazzi che alcuni insulti non sono come gli altri. Così come è fondamentale saper riconoscere il bullismo omofobico e avere gli strumenti per intervenire. Ma è altrettanto importante, secondo me, insegnare ai ragazzi a non avere paura di essere come sono.

L’estate dei miei quattordici anni. La prima delle superiori. Ero convinta che a quattordici anni sarebbe cambiato tutto. E infatti è successo, solo che è cambiato tutto quello che non doveva cambiare. A volte la vita ha un senso dell’umorismo proprio del cavolo.

Speciale Elsa, Il Battello a Vapore

La letteratura per ragazzi racconta il mondo e disegna traiettorie, e quel mondo deve assomigliare alla realtà dei suoi lettori, dev’esserci posto per il loro coraggio e la loro libertà, non per le paure degli adulti. I ragazzi e le ragazze sanno già come amare, hanno solo bisogno di spazio, di essere rappresentati, di sapere che non sono sbagliati, che se ascoltano la propria voce andranno nella direzione giusta e che le loro radici li seguiranno sempre, ovunque andranno. Non si perderanno strada facendo, anzi, succederà esattamente il contrario. Come dice la nonna di Elsa: “La gente si abitua a tutto. Tu preoccupati solo di non essere diversa da te stessa”.

Fra i tanti motivi per cui è importante combattere l’omofobia fra i ragazzi, quindi, ce n’è uno che forse non viene ricordato abbastanza spesso: perché è il modo migliore per insegnare a tutti, qualunque sia il loro orientamento sessuale, ad assomigliare sempre a se stessi.

Sì, è victim blaming

“Potevi dire di no.”

“Perché non te ne sei andata?”

“Che cosa ci facevi lì?”

“Eri già grande, non eri più una bambina, potevi difenderti.”

“Te lo sei scelto tu.”

“Perché non hai denunciato?”

“Se ti è successo è perché gliel’hai permesso.”

“Sei sicura che lui non abbia frainteso? Forse non sei stata abbastanza chiara.”

“Ci hai fatto due figli, non lo sapevi com’era?”

“La stai facendo più grande di quanto non sia.”

“Se non ti andasse bene davvero l’avresti già mollato.”

“Devi imparare a fregartene.”

“Tu però non rispondere, non provocarlo.”

“Ma che cosa gli fai agli uomini?”

“Succedono tutte a te.”

“Come hai fatto a restarci insieme. Io me ne sarei andata.”

“Ma come? È così innamorato!”

“Quando ti ci sei messa assieme, qualche segnale l’avrai avuto, no?”

“Non potevi urlare e dargli un calcio nelle palle?”

“Potevi evitare di restare da sola con lui.”

“Bisogna sentire tutte e due le campane, però. Qualcosa avrai fatto anche tu.”

“Perché lo stai dicendo solo ora?”

“Sì, però anche tu…”

“Sei sicura?”

Grazie come sempre alla pagina Facebook di Rosapercaso, da cui arrivano questi esempi e dove ne trovate molti altri.

La trappola del consenso nella cultura dello stupro

  1. Conformità di intenti e di voleri.
  2. Permesso, approvazione.

Quale di questi due significati della parola “consenso” abbiamo in mente, quando la usiamo in relazione a uno stupro? In quanti casi è un no mancato a travestirsi da consenso/permesso agli occhi di una società in cui la donna è sempre consenziente, salvo dimostrazione del contrario?

Nelle storie che arrivano a Rosapercaso, quando le donne sono in dubbio e si interrogano sulla definizione da dare alla violenza subita, è quasi sempre questo il discrimine: il permesso dove avrebbe dovuto esserci conformità di intenti e di voleri. Quelle donne si trovavano in una strada buia, in una situazione di pericolo, non avrebbero saputo come gestire un no, non si fidavano abbastanza di se stesse per dirlo, così hanno finito per accettare, per paura che lui diventasse violento, per non peggiorare la situazione. L’unica faccia del consenso che era possibile rintracciare era il permesso, non certo la conformità di intenti. Ti do il permesso di fare sesso con me, per evitare di essere lasciata sola in una strada isolata/di essere picchiata/di essere trattata da stupida/di essere umiliata… Nella realtà non abbiamo davanti un grande tasto rosso da premere per comunicare la nostra decisione. La realtà è fatta di momenti che corrono rapidi, di sensazioni che non abbiamo imparato a riconoscere e a tenere in conto, di cui non ci hanno insegnato a fidarci. In una realtà di analfabeti del consenso e del piacere femminile, la violenza sulle donne a volte precede (di qualche frazione di secondo o di qualche anno) la sua definizione, anche per chi la subisce. “Io non lo so se ho subito violenza, perché in realtà l’ho lasciato fare per evitare che andasse a finire peggio.”

Ed è spesso lì, in quel permesso travestito da consenso, il punto. “In realtà si conoscevano già, erano amici” mi hanno detto a mo’ di attenuante commentando lo stupro di una minorenne durante una festa in spiaggia. Se lui è uno sconosciuto che la trascina in un angolo con la forza, allora (forse) è stupro. Ma per tutto il resto il consenso è ovunque, basta cercarlo con un po’ di attenzione e ne trovi quanto ne vuoi. Perfino nelle parole delle vittime: era un mio amico, gli avevo sorriso, non gli ho detto di no, sono stata ingenua, avrei dovuto capirlo, avevo su un bel vestito.

La ragazza in spiaggia si era allontanata di sua spontanea volontà con un amico, poi era tornata dal gruppo piangendo. Ma fra amici, fra fidanzati, fra sorrisi e alcol e divertimento non è mai stupro. Al massimo la versione un po’ spinta di un gioco di potere, e piovono allegri gettoni di mascolinità tossica e cameratismo. E se proprio non si riesce a strappare un permesso, resterà sempre il desiderio maschile come eterna attenuante. Eccolo, allora, tutto il consenso di cui ha bisogno la cultura dello stupro.

  1. Conformità di intenti e di voleri.
  2. Permesso, approvazione.
  3. Qualunque cosa ecciti un uomo.

L’unico consenso che ha valore e significato è la conformità di intenti e di voleri. Non si tratta di aggirare un no o di portare a casa un d’accordo, ma di incontrare un sì, lo voglio. Tutto il resto è violenza.

Come insegniamo alle bambine a subire la violenza maschile

“I maschietti sono fatti così, sono più portati ai giochi aggressivi.”

“Ha bisogno di esprimere la propria energia, è molto fisico.”

“Se ti picchia è perché in fondo in fondo gli piaci.”

“È tutto testosterone!”

“È colpa tua che ti metti a piangere e gli dai soddisfazione.”

“Il mio Mario tocca già il sedere alle compagne, da grande sarà un donnaiolo.”

“Ha solo bisogno di sfogare l’energia.”

“Devi portare pazienza con lui, ha difficoltà di apprendimento e ti picchia per sfogare la frustrazione.”

“Non mettetevi la gonna, se non volete che i maschi cerchino di guardarvi le mutandine.”

“Con i maschi bisogna avere pazienza.”

“È il suo modo di esprimersi.”

“Se vuoi fare giochi da maschi, tanto vale che ti abitui.”

“Voi femmine siete più mature, cerca di capirlo e vai tu a chiedergli scusa.”

“Sicura di non avere fatto niente per provocarlo?”

Sono alcune frasi che probabilmente abbiamo sentito e forse anche detto, magari senza renderci conto che erano tanti mattoncini della cultura dello stupro che ci circonda e che dietro ogni frase si nascondeva il bisogno di giustificare la violenza maschile, perché è su quella violenza che poggiano le basi del potere in una società patriarcale. Possono sembrare innocue, ma sono frasi pericolose, perché abituano le bambine a essere dalla parte sbagliata del potere, a dubitare prima di tutto di se stesse, le convincono che il valore e la maturità di una donna si misurino anche con la sua capacità di sopportare. Lo dimostra il fatto che dietro quelle frasi si nasconda spesso la paura di crescere un maschio “debole”, che scivoli troppo lontano dalla propria posizione di privilegio. E sì, certo, esiste anche la violenza femminile, ma non fa parte del sistema di potere in cui viviamo e proprio per questo si è spesso molto più rapidi e meno esitanti al momento di condannarla.

Grazie come sempre alla community della pagina Facebook Rosapercaso, da cui arrivano questi esempi.