Non dire niente

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Non dire niente.

Se il medico ti tocca un po’ troppo a lungo le tette durante una visita, tu non dire niente.

Se a scuola il maestro di ginnastica ti dà una pacca sul culo e una palpatina e poi ti strizza l’occhio, tu non dire niente.

Se sull’autobus noti il cazzo duro del tizio dietro di te incollato al sedere e lo senti gemere, tu non dire niente.

Se l’amico di tuo padre ti dice che sei proprio graziosa e ti tocca sopra la camicetta per sentire quanto sei cresciuta, tu non dire niente.

Non dire niente perché dopo ti sentirai ancora più sporca.

Non dire niente perché daranno la colpa a te.

Non dire niente perché resterai sola.

Non dire niente perché in cambio riceverai sorrisetti paternalisti che ti faranno sentire piccola  e stupida.

Non dire niente perché ti risponderanno che non sai stare agli scherzi.

Non dire niente perché perfino tua madre ti guarderà con sospetto.

Non dire niente perché il tuo compito è capire e perdonare, non accusare.

Non dire niente perché se non ti hanno spezzato un paio di ossa non ci crederà nessuno che un po’ non ti è piaciuto.

Non dire niente perché non hai sofferto abbastanza. Perché le vere donne non si lamentano, le vere donne sono quelle che lasciano fare, che comprendono le esigenze degli uomini, le vere donne sanno che la colpa è loro, che sono sporche come il desiderio che accendono nelle mani e nella bocca degli uomini, che qualcosa hanno fatto e qualcosa devono scontare. Le vere donne sanno come si accontenta un uomo, sanno renderlo felice.

Le vere donne sanno quando è il momento di tenere la bocca chiusa. E non dire niente. Non è proprio questa la misura del nostro valore? Non è forse il silenzio delle donne, la nostra capacità di tacere, a fare la differenza fra una brava ragazza e una puttana?

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Come nasce un’indipendentista catalana inaspettata

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Foto di Marc Borell (scattata a Sant Iscle de Vallalta)

Fino a qualche giorno fa non ero indipendentista. Non capivo del tutto le ragioni dei catalani, pur vivendo qui da più di dieci anni, non mi sentivo abbastanza catalana da sforzarmi di comprenderle e, devo ammetterlo, alcuni indipendentisti dell’ultima ora, di quelli che il giorno prima andavano al club nautico del mio paese a parlare castigliano (perché i ricchi snob parlavano solo castigliano)  e il giorno dopo se ne andavano in giro con le espadrillas con la estelada, la bandiera indipendentista, non li sopportavo proprio.

Così ho seguito tutto il processo con una relativa indifferenza, sicura che avrebbe vinto il No, perché se io in quanto straniera avrei solo da perdere con l’indipendenza e con un’eventuale e molto prevedibile uscita dall’Europa, anche per il catalano medio che per esempio percepisce la pensione dallo Stato spagnolo, non c’era da stare molto allegri all’idea.

Poi sono arrivati gli arresti. La censura. L’intimidazione. Gli agenti della polizia spagnola, neanche ci fosse una sommossa in corso. E sono arrivate le violenze. Non ero fisicamente presente davanti alle scuole e ai seggi, ma c’erano i miei amici, c’era mio marito,  c’erano le maestre dell’asilo di mio figlio. Della situazione politica catalana si è scritto molto e molto si scriverà, ma non ho letto nulla sulla reazione della popolazione, sul senso che ha avuto questo referendum nei paesi, fra la gente.

Provate a immaginare di vivere in un paesino di qualche migliaia di abitanti. Quel giorno volete andare a votare. Perché avete sempre voluto farlo. Perché avete deciso di farlo dopo aver visto la vera faccia dello Stato spagnolo. Perché voterete No, ma credete nel diritto di un popolo di esprimere la propria opinione. Forse non sarete fra i tanti (il cuoco della scuola, le maestre, la panettiera, gli scout del paese) che hanno tenuto aperto il seggio fin dal giorno prima e hanno dormito lì. Forse non sarete fra i responsabili del seggio che da settimane si organizzano per far arrivare le tanto temute urne nei seggi, con tecniche e trucchi da società segreta. Forse sarete semplicemente un votante fra i tanti, che la domenica si avvia verso il seggio, con relativa serenità.

E all’improvviso, lungo la strada principale del paese, la stessa che avete percorso ogni giorno, quella che potreste fare in macchina a occhi chiusi tanto la conoscete bene, su quella stessa strada che fa parte del vostro mondo fino a essere diventata parte di voi, vedete avanzare almeno cento agenti della Guardia Civil in tenuta antisommossa. Tutti neri e verdi, come insetti strani, caschi e scudi e armi e tutto quanto, sembrano appena usciti da un film di fantascienza. Come se Darth Vader avesse deciso di andare a comprare due michette nella vostra panetteria di fiducia. Solo che gli agenti non smettono di avanzare e proseguono e poi si scagliano contro le persone riunite lì per votare. Per votare.

E la gente incredibilmente resiste. Si aggrappano alla balaustra della scala che salgono ogni giorno i loro figli, e non mollano finché il manganello non rischia di spaccargli le dita. Si stringono intorno agli anziani per proteggerli, gli anziani che sanno bene di che cosa è capace la guardia civil, eppure non mollano e non tornano a casa, restano lì, a difendere le urne e il loro voto. E le prendono. La guardia civil non risparmia nessuno, non guarda in faccia nessuno. Il genitore dell’amico di vostro figlio finisce con sette punti in faccia. La maestra di ginnastica ha la schiena piena di lividi. L’edicolante ha la giacca strappata e una ciocca di capelli in meno. Un vostro amico a Barcellona per poco non perdeva un occhio per colpa dei proiettili di gomma.

Nel frattempo dentro il seggio ci si organizza. Le urne scompaiono e vengono nascoste in una sorta di assurda caccia al tesoro che potrebbe sembrare divertente, se non si rischiasse tanto e non si avesse tanta paura. Qualcuno in qualche seggio ha abbastanza sangue freddo da tirare fuori il domino e fingere di stare solo giocando una partita, nel seggio alloggiato nel centro ricreativo per anziani. Intanto fuori gli agenti della guardia civil sembrano macchine impazzite. Mostri disumani. Afferrano la gente per i capelli, lanciano gli anziani giù per le scale, affondano i manganelli contro gente colpevole soltanto di voler votare. E di non arrendersi. Quanta forza ci vuole, mi chiedo, per decidere una domenica mattina di essere disposti a farsi riempire di botte pur di poter esprimere il proprio voto? Quanta forza ci vuole per mobilitarsi tutti insieme, sistemare i trattori nei punti strategici, bloccare ogni accesso al paese, mentre la pizzeria del posto distribuisce tranci di pizze e buon umore, e l’intero paese per una volta mette da parte i vecchi rancori e le antipatie e diventa una cosa sola?

Perché è questa forza la risposta a qualunque tentativo di impedire il referendum e tutto ciò che seguirà nei prossimi giorni. Non basteranno tutti gli agenti dello Stato spagnolo per fermare un popolo che ha dato una dimostrazione simile domenica scorsa. Ogni volta che Rajoy apre bocca nasce un nuovo indipendentista. Allo sciopero di oggi, 3 ottobre, in molti sono scesi con i cartelli “Non sono indipendentista, ma non resterò a casa mentre pestano la mia gente”. I pompieri, i veri assoluti eroi di questi giorni, sempre a fianco della popolazione, più dei mossos (la polizia locale) che non è intervenuta né per difendere né per punire, più dei politici, che con l’eccezione di pochi (fra cui Ada Colau, la sindaca di Barcellona) non si sono visti a difendere i seggi insieme agli altri votanti, i pompieri ci sono sempre stati, tanto da scusarsi con i seggi e i votanti che non sono riusciti a difendere, in un coro di “Els bombers seran sempre vostres”.

Ecco perché oggi mi sento stranamente catalana perfino io, più lontana che mai da uno Stato spagnolo disprezzabile e odioso nel suo volto governativo fascista e autoritario, più lontana che mai dall’Europa che tace vigliaccamente lasciando che Spagna e Catalunya se la vedano fra loro.

Ecco perché se avessi potuto votare (non potevo, in quanto straniera) perfino io avrei votato sì. Ecco perché sono disposta ad affrontare l’abisso che si spalancherebbe davanti a una Catalunya indipendente pur di difendere quello che ho visto nascere in questi giorni intorno a me. La resistenza pacifica davanti a violenze inaccettabili. Il senso di appartenenza e l’orgoglio di una nazione di fronte alla censura e all’oppressione. La solidarietà e il coraggio di tanti che diventano una voce sola. Els carrers seran sempre nostres, era uno degli slogan di questi giorni. E all’improvviso mi trovo anch’io a percorrere quelle strade con l’orgoglio di chi se le sente un po’ sue, pur da straniero.

I catalani non sono mai stati molto bravi a esportare la propria causa e le proprie ragioni. Ma credo che lo stesso orgoglio e la stessa compatta chiusura su se stessi che ha impedito loro di farlo finora adesso stia levando una voce che non si può non ascoltare. Qui ogni sera alle dieci la gente esce sui balconi e sbatte pentole e coperchi in segno di protesta. E l’altra sera, al sentir gridare “Visca Catalunya” dai miei vicini, mi sono sorpresa sul punto di gridare anch’io “Visca!”.

Perché ad ascoltarlo bene, quel “Visca Catalunya”, è un grido di libertà. È un grido di resistenza, contro l’oppressione, contro ogni autoritarismo. È la resistenza di chi mette i trattori contro i furgoni di una polizia straniera, ogni giorno più straniera, chiusa negli alberghi in formazione a gridare Viva España, carica di odio. Noi italiani conosciamo bene il valore della Resistenza. Ascoltiamo quella voce, allora. Perché ha molto da insegnarci, c’è il seme di un futuro migliore, nel senso di comunità dei catalani oggi, nella loro lezione di libertà, di coraggio e di dignità. Nel loro senso di appartenza e nel loro orgoglio.

Visca Catalunya, allora. Viva la libertà!

 

Altro che festival. Le magie del Women’s Fiction Festival di Matera.

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Foto dell’organizzazione del WFF

Matera ti costringe a pensare diversamente. Il primo segreto del Women’s Fiction Festival è questo. Lo scopri ancora prima di arrivare alle Monacelle, sede degli eventi del Congresso, quando capisci che fra i Sassi il senso dell’orientamento non serve: hai svoltato dove ti avevano detto di svoltare, hai seguito i cartelli, hai tenuto d’occhio il campanile del Duomo… e sei finita da tutt’altra parte! Google Maps alla prima scalinata in pietra ti abbandona, quindi inutile farci conto, sei proprio da sola. Ed è così, dopo qualche giro a vuoto, dopo aver scoperto che sui sassi di Matera le suole delle scarpe sembrano sottilette e dopo un principio di panico per chi soffre di manie di controllo (come me), è così che impari la prima lezione: per arrivare dove vuoi arrivare a Matera devi fidarti dei Sassi, e di te stessa. Guardarti intorno, memorizzare, notare i dettagli, cogliere l’energia del posto, lasciarti andare, fidarti del tuo intuito e della tua curiosità, spingerti dove normalmente non ti spingeresti, guardare sempre oltre la prossima curva, dimenticarti di te stessa e imparare a guardare davvero.

Il secondo segreto del Women’s Fiction Festival sono le organizzatrici. Funziona come per le torte, se le prepari con affetto per qualche ragione misteriosa sono sempre più buone. E al festival succede qualcosa di simile. Le vedi ovunque, neanche avessero il dono dell’ubiquità, instancabili, sorridenti, hanno sempre tempo per tutti, per un abbraccio, per due chiacchiere, per risolvere un problema, per gestire un panel, alzarsi e portare il microfono in sala, accompagnare un relatore disorientato. Se Matera ti abbraccia, con le sue curve e le sue forme femminili e accoglienti, al Women’s Fiction Festival senti che si stanno prendendo cura di te, cosa che non mi era mai successa a nessun altro festival. Si preoccupano che tu possa raggiungere tranquillamente l’albergo, che tu abbia caffè e prelibatezze a disposizione, si preoccupano di ascoltarti e di informarti e di rivelarti i segreti dell’editoria, e tutto in una sorta di lunga chiacchierata fra amiche, senza protagonismi, senza gerarchie che non siano quelle dettate dalle occhiate spaventate di chi si accinge a esporre la propria storia in tre minuti a qualche editor importante.

Matera riesce a farti credere che tutto è possibile, perché fra tante cure, fra tanto affetto, fra tanto benessere dell’anima e del corpo (piedi a parte!) l’unica cosa che ti resta da fare è dedicarti a coltivare i tuoi sogni e all’improvviso scopri di avere un’idea fantastica nascosta dietro i pensieri polverosi di sempre, la testa si riempie di storie, di parole, di personaggi. Storie, parole e personaggi che fanno capolino in ogni conversazione, in ogni chiacchiera, nei panorami mozzafiato che ti circondano, fino a quando non sei più sicura di saper distinguere la realtà dalla fantasia, la letteratura dall’amicizia, le storie dalla vita. Ed è allora, nell’istante in cui te ne accorgi e capisci che va bene così, che la magia è compiuta e sei finalmente sulla strada giusta.

L’altro segreto meraviglioso di Matera, non me ne vogliano gli uomini presenti, è che ci si muove in un universo tutto femminile, e chissà che cosa avrebbero pensato le monache del convento delle Monacelle (ora trasformato in albergo) a vedere fra le loro pareti tante donne riunite in religioso silenzio ad ascoltare chi spiega loro come realizzare i propri sogni. Chissà che non ci sia anche lo zampino di qualcuna di loro, perché mi piace immaginarmele tutte lassù, che guardano divertite e sorridenti e ci mettono una buona parola.

Per anni ho visto le foto di Matera e letto i resoconti del Festival, ma non ero preparata all’esperienza che ho vissuto. Il Women’s Fiction Festival ti trasforma, ti rassicura, ti fa sentire parte di qualcosa. E se non fosse perché ai panel, a prestare attenzione e a prendere appunti, scopri tutto quello che c’è da scoprire sull’editoria italiana e sulle sue tante tantissime sfaccettature, alla fine, mentre ti allontani con il trolley che sobbalza impazzito sui sassi, avresti l’impressione di essere tornata ragazzina, alla fine di una gita di classe o di un lungo pigiama party pieno di emozioni e di spunti per il domani. Con l’unica differenza che il grande amore da affascinare, convincere e conquistare non era il ragazzo del banco davanti, ma te stessa. La vera te stessa, quella che non credevi neanche più di conoscere e che invece era lì ad aspettarti paziente, con in mano un mazzo di sogni tutti da realizzare.

Millennial, pop, feel good: il femminismo rosa e fucsia che guarda al futuro

Il femminismo è diventato una marca. Le donne comprano, ma soprattutto fanno vendere. E se il target è giovane, si tratta di donne che con ogni probabilità vogliono rivendicare il diritto a esprimersi, a scegliere la propria strada, che vogliono sentirsi libere di trovare il proprio stile e la propria voce.

In quest’ottica, il richiamo al femminismo ha qualcosa di trasgressivo e liberatorio, ma poco trasversale a livello generazionale. Dietro una camicia da notte con la scritta “Pro-feminism Pro-cats” può nascondersi un certo cameratismo al femminile, ma dubito che la solidarietà si estenda alle donne delle generazioni precedenti (come la madre, a cui forse in parte è rivolto il messaggio e l’anelito di differenza e ribellione) o alle lotte delle donne che si trovano al di fuori della nostra stanza o del nostro paese.

“Possiamo scegliere di indossare la maglietta con uno slogan femminista perché ci crediamo, perché ci piace la maglietta, oppure possiamo scegliere di indossare altro. Il nuovo femminismo è anche questo” scrive in uno dei suoi ultimi post Freeda, il magazine social che sta facendo del femminismo pop e millennial un cavallo di battaglia e che non nasconde, nell’intervento della direttrice editoriale Daria Bernardoni al 47° Convegno dei Giovani imprenditori, di essere anche un sottile e raffinato progetto di marketing oltre che una realtà editoriale, mirato a mettere in contatto marche e target (e infatti subito sotto il post sulle magliette ne troviamo uno dedicato a una famosa marca di scarpe e più sotto ancora un altro in cui una seconda marca di calzature ci spiega che “Non c’è un solo modo di essere donna”).

Quello di Freeda è un “nuovo femminismo” patinato, trendy e narcisista, in cui si parla di vagina e di Yoko Ono e di chili di troppo (Bridget Jones insegna) in un contenitore caotico, variegato e fluorescente, scritto e pensato con il linguaggio dei social. In un’intervista a Il Libraio, Daria Bernardoni ha spiegato che i valori alla base del progetto sono la realizzazione femminile e lo stile personale. Dunque un femminismo più individualista, meno collettivo, meno trasversale appunto, come si diceva sopra.

Del resto, nell’epoca della Nutella personalizzata e degli store che fanno la spesa al posto nostro pronendoci articoli che “potrebbero interessarci”, in cui tutto quel che ci circonda sembra rivolgersi proprio a noi, a nessun altro che a noi, mentre ci guida sottilmente e con gentilezza nelle nostre scelte, forse era destino che anche i valori e i principi morali subissero la stessa deriva individualista ed egoriferita. È cambiato il modo di comunicare, in tutte le sue forme, i criteri si fanno più fluidi e le informazioni ci ruotano attorno in un caleidoscopio frastornante in cui l’unico punto di riferimento finiamo per essere noi. Noi e il nostro benessere.

Per qualcuno (come la sottoscritta) anche solo per ragioni anagrafiche non è facile entrare in sintonia con un cambiamento di orizzonte tanto radicale, ma a non farlo, a insistere ad ancorarsi a schemi mentali e a coordinate che verranno spazzate via dal post successivo o dai commenti che riceverà, si finisce per correre il rischio non solo di non capirci più niente, ma di trollare se stessi e ritrovarsi a parlare di quello che secondo noi non è interessante e non dovrebbe avere tanto spazio, invece di quello che secondo noi dovrebbe essere oggetto di attenzione, travolti dalle regole di una comunicazione che è sempre più commento, eco e reazione e sempre meno contenuto, che ci piaccia o no.

Tornando dunque al femvertising (combinazione di femminismo e advertising, a cui Pasionaria ha dedicato un post interessante), che cosa dovremmo pensarne? Che cosa porterà alle battaglie delle donne una maglietta con la scritta “I’m a Feminist” o “Girl Power”? Probabilmente poco o niente, proprio come i pantaloni e le fantasie mimetiche non hanno fatto di noi dei militari incalliti e come quelle leopardate non ci hanno fatto spuntare le zanne. È un’operazione di facciata, che cerca una via di fuga al conformismo in un’epoca in cui neanche più tingersi i capelli di azzurro è diventata una ribellione convincente.

Non riguarda solo il femminismo, del resto, sono i valori e i buoni principi in generale a vendere e a diventare strumenti di marketing. L’etica in pillole delle frasette più o meno banali sparse ovunque, dagli zerbini alle stanze d’albergo alle magliette. Le ho viste perfino scritte a mano e appuntate ai maglioni in un negozio di abbigliamento (“Sii sempre te stessa” “Lottiamo per il diritto di essere diversi, non uguali”). È l’ultima frontiera del feel good, dopo aver invaso e colonizzato la sfera dei sensi con profumi e sapori, e se non altro le frasette sagge e ispiratrici dei negozi non appestano l’aria di profumo come succede in alcune catene.

C’è un distinguo significativo, secondo me, in questa commistione di marketing e campagne sociali, ed è quello fra le marche che decidono di esporsi e mettere la propria firma sotto una battaglia sociale, creando nuovo contenuto (come ha fatto la Coca-Cola con La felicidad siempre es la respuesta, il bellissimo spot sulle famiglie di ogni tipo, o Pantene con lo spot Sorry, not Sorry in cui invitava le donne a smetterla di chiedere scusa) e le marche che invece si insinuano in discorsi già esistenti, svuotandoli a poco a poco di contenuto.

Le magliette, i cuscini e le tazze con la scritta “I’m a feminist” non toglieranno e non aggiungeranno niente al femminismo, secondo me. Sono l’espressione di una nuova femminilità, più libera, aggressiva, esigente, scalpitante, indifferente alle regole e impaziente di realizzare i propri sogni. Sarà questo nuovo modo di essere donna a cambiare di segno le nostre battaglie, però. Per questo è fondamentale che trovi il suo posto all’interno di un movimento femminista che rischia di non esercitare più alcun richiamo sulle nuove generazioni, perché parla un linguaggio completamente diverso, con modi di comunicare agli antipodi, imponendo principi a chi è ansioso di libertà, dettando regole a chi vuole scrivere le proprie, indicando una strada a chi ha voglia di trovarsela da sola.

Il femminismo pop e millennial ci sta lanciando un messaggio chiaro: è cambiato tutto, le ragazze e le donne sono cambiate, non hanno voglia di essere ingabbiate nelle battaglie altrui, non hanno voglia di sentire rimproveri, esortazioni a fare tutto da sole e a essere indipendenti, non hanno voglia di severità, di cupezza, di paroloni e di facce incazzate. Hanno voglia di allegria, di libertà, di sfrontatezza, di irriverenza, di ridere, di sentirsi bene e di trovare il loro stile. Sanno benissimo di poter fare quello che vogliono con il loro corpo, ma continuano a sentirsi oggetto e vittime degli sguardi altrui e forse non trovano, nel discorso femminista attuale, un’alternativa convincente al bisogno di accettazione e di approvazione. E per chi sa di aver pagato il prezzo della loro allegria con la durezza e la grinta e l’intransigenza che ora viene rinfacciata e rimproverata alla sua generazione, non è una pillola facile da mandare giù.

Accanto a questo femminismo pop e svagato e superficiale, allora, serve un femminismo altrettanto intimo e individualista, se vogliamo, ma che non perda di vista la solidarietà femminile e che ci mostri la strada verso noi stesse e verso la realizzazione dei sogni. Perché quella strada inizia dentro di noi, non dalla maglietta che indossiamo, parte da un groviglio di sensi di colpa, di aspettative, di identità mancate e intrecciate al dovere prima che al diritto, inizia dove finisce la Sindrome dello Strofinaccio, inizia dalla convinzione che la felicità è un diritto che solo noi possiamo concederci e che la coppia e la famiglia possono essere solo l’espressione della nostra felicità, mai un ostacolo e una spugna passata sulla nostra identità.

Un femminismo rosa che prenda a braccetto il femminismo fucsia del marketing e dei brand, un femminismo intimo, allegro, beffardo, ma soprattutto un femminismo che tenda la mano a tutte le donne, proprio tutte, anche a quelle che si sentono troppo stanche o troppo pigre, troppo convenzionali o troppo ribelli, troppo intellettuali o troppo ignoranti, troppo giovani o troppo ribelli per definirsi femministe. Un femminismo che riparta da noi e che non misuri più i nostri diritti sul metro di quelli degli uomini, ma sul metro della nostra felicità personale e della nostra libertà di espressione.

 

 

 

Scusa un corno

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Foto di Dubh (CC)

«Attenzione.»

«Mi scusi.»

La situazione è sempre la stessa. Siamo in coda al self service e qualcuno deve prendere qualcosa nel frigorifero accanto alla fila, allungando il braccio.

Una delle due persone era un uomo e l’altra una donna. Vediamo se indovinate chi ha detto che cosa. Scommetto di sì.

«No, è rotto, mi spiace.»

L’ha ripetuto fino allo sfinimento, una ragazza in treno, seduta accanto a un sedile ribaltabile rotto. Non diceva «Attenzione». Non lasciava che si sedessero e guardava dall’altra parte. Li avvisava e sentiva comunque il bisogno di scusarsi, neanche fosse colpa sua. I passeggeri tiravano dritti, qualcuno la ringraziava, qualcun altro no. Poi è arrivato un uomo sulla quarantina, aspetto e statura nella media. Ha fatto per sedersi, lei lo ha avvertito, si è scusata e gli ha offerto il proprio posto… e lui ha accettato! Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Presentazione di due autori, un uomo e una donna, parimenti famosi.

L’autrice sorride, sceglie un tono umile e competente assieme, riesce a far ridere il pubblico, resta seduta. L’autore si alza, declama le doti del proprio libro, i propri successi personali. La donna ringrazia le persone che leggeranno il libro, l’uomo dà per scontato che lo faranno. Proprio come gli autori uomini che sui social si sentono in diritto di scriverti privatamente per avvisarti che è uscito il loro libro e che sono certi che ti interesserà. Sulla base di che cosa, poi, se è la prima volta che ti scrivono e non avete avuto alcuno scambio in passato? Non sono ovviamente tutti così, ci sono autrici sfacciate e autori modesti e simpaticissimi.

La prepotenza non è una caratteristica tipicamente maschile e la docilità non è un tratto tipicamente femminile. Ma resta il fatto che le donne si sentono spesso in dovere di chiedere scusa, di aspettare il permesso, di tenersi in disparte, di farsi perdonare se occupano tutta la scena o di ringraziare per avere avuto la possibilità di farlo.

Le donne tendono a scegliere gli altri come misura del proprio valore, a impostare la propria felicità sulla soddisfazione e la felicità altrui, sanno che la compostezza è una virtù che mette al riparo da ogni critica, che un sorriso modesto servirà a schivare i colpi, che non si entra mai a gamba tesa in una discussione fra uomini.

«La tua bisnonna sì che ci sapeva fare con gli uomini, diceva sempre di sì al tuo bisnonno e poi faceva di testa propria.» Quante donne della mia generazione sono cresciute sentendoselo ripetere? Siamo la generazione dell’indipendenza ma con riserbo, dell’emancipazione ma senza alzare troppo la voce, dell’insegui pure i tuoi sogni ma senza richiamare l’attenzione. Questo se si era fortunate.

Finché non riusciremo a spostare lo sguardo e a dirigerlo verso noi stesse al momento di cercare la ragione e il permesso, finché non la smetteremo di aspettare l’autorizzazione e il beneplacito altrui, finché non la smetteremo di chiedere scusa, non riusciremo a scrollarci del tutto di dosso le maglie del genere.

C’è una sottomissione strisciante, la vedo nelle madri verso i figli maschi, nelle mogli verso i mariti, nelle colleghe verso i colleghi, la vedo nelle donne più emancipate e istruite, in quelle giovani e in quelle meno giovani. La convinzione che ci portiamo sottopelle che tenere testa a un uomo sia un affronto, che la donna perbene non contraddice mai il marito davanti agli altri, mentre lui può farlo senza ledere la dignità e la reputazione di nessuno.

Allora smettiamola di chiedere scusa, smettiamola di sentirci indifese se entriamo da sole in un bar pieno di uomini, smettiamola di sentirci in colpa se occupiamo lo spazio che ci spetta, se ci sediamo sul divano senza far niente, se correggiamo qualcuno, se abbiamo ragione, se occupiamo tutta la scena, se siamo felici per qualcosa che riguarda noi e soltanto noi. Smettiamola di chiedere scusa, a parole o con il linguaggio del corpo, se abbiamo più successo di un uomo, se siamo più brave di lui, più spiritose, più forti, più determinate.

Smettiamola di chiedere il permesso, di pensare che uno stipendio in più o in meno possa limitare la nostra libertà, di desiderare momenti per noi stessi e restare in attesa che qualcuno ci conceda di prenderceli.

Non aspettiamo che ci insegnino il coraggio e l’audacia, perché non lo farà mai nessuno. Non inseguiamo l’approvazione altrui come moneta del nostro valore e non cerchiamo il senso delle nostre azioni in un posto diverso da noi stesse. È molto più difficile e rivoluzionario di quanto possa sembrare, per qualcuna sarà uno stravolgimento completo del proprio sistema di valori e di riferimento, e forse sarà meno consolatorio e gratificante di quanto crediamo, ma è l’unico modo, secondo me, per andare verso una felicità che ci assomigli, ogni giorno.

Femminista in senso lato

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Foto di Claus Tom Christensen (CC)

Nel descrivere l’avvocata del carabiniere accusato di stupro – “l’avvocata Cristina”, per gli amici e per i lettori del Corriere, suvvia, potrebbe essere nostra zia, anche gli avvocati uomini del resto li chiamano tutti affettuosamente per nome… o no? – comunque, dell’avvocata il Corriere ci tiene a precisare che “non è una femminista nel senso più stretto del termine”.

La cronaca di questa vicenda e delle indagini in corso è un esempio di giornalismo dei più beceri, ma su questo hanno già scritto penne migliori della mia e non mi dilungherò. Non ce n’è neanche bisogno. Solo in questo articolo apparentemente inoffensivo, sono nascosti – neanche tanto bene – più stereotipi e messaggi pericolosi di quanto si possa pensare, e accettare.

Che accidenti significa che non è una femminista in senso stretto? Che è una femminista in senso lato? Che ha difeso i diritti delle donne ma questo non significa che sia brutta, repressa e antipatica? Avevo appena optato per la seconda ipotesi, una sorta di “è femminista ma non vogliategliene, sta cercando di smettere”, quando sono tornata su di qualche riga e ho riletto con più attenzione. L’avvocata, pare, “è una tosta” (essendo donna, si sa, è sempre opportuno precisare che non è mica una femminuccia senza palle). “Gli sgarbi, soprattutto quelli maschili, non li sopporta proprio. E forse non è un caso che rivendichi con una serena allegria d’essere una single.”

“Non è un caso”? Nel senso che se non sopporta gli sgarbi maschili, per forza che poi una resta single? O zitella che dir si voglia?

Quindi, per riassumere, l’avvocata Cristina, femminista ma non troppo, zitella per forza, ha guardato negli occhi il suo cliente e ha capito che era sincero. Ha pianto, pover’uomo. Sa di aver sbagliato. Si è lasciato trasportare. E se lo dice una che gli abusi non li sopporta, tanto da aver deciso addirittura di immolarsi alla causa e restare single – perché si sa, in coppia qualche abuso tocca sopportarlo e le donne intransigenti, quelle “toste”, che sono evidentemente un’eccezione alla regola, non vanno per la maggiore sulla strada verso l’altare – se lo dice lei, insomma, c’è da crederle.

Manca solo la ricetta della torta alle mele che le riesce così bene, nel ritratto dell’avvocata del carabiniere, o il numero di gatti con cui abita. C’è tanto di quel paternalismo, nel tono con cui viene descritta, tanta di quella condiscendenza. Si entra a gamba tesa nella sua sfera intima e personale, si esordisce con qualche dettaglio personale, si rimarca che lo “dice con un sorriso”, per descriverla si usano espressioni da fumetto come “non è una che si tira indietro”, con quel tono un po’ infantile e incredulo che accompagna spesso le descrizioni dei meriti professionali di una donna, con una spolverata di emozioni a colorire la sfera lavorativa (“si disse entusiasta”).

Ci sono così tanti stereotipi femminili in poche righe che è quasi impossibile contarli, nascosti e dissimulati quanto basta perché non possano essere rinfacciati facilmente. Sono nascosti nella sfera intima invasa automaticamente nel caso di una donna, che non merita il rispetto formale che sarebbe stato riservato a un uomo. Sono nascosti nel tono un po’ stupito e favolistico con cui si decantano le sue lodi professionali. Sono nascosti in quel “non è un caso”, una costruzione della frase sbagliata e pericolosa, per il messaggio che lascia passare (se non sopporti gli abusi e sei una tosta, allora puoi essere solo automaticamente e orgogliosamente zitella). Sono nascosti in quel “femminista con riserva” che suona come un buffetto di incoraggiamento, una sorta di vezzeggiativo, un’attenuante.

E infine il messaggio ancora più insidioso nascosto nelle parole dell’avvocata: “ho deciso di difenderlo anche da un reato che, in quanto donna, mi fa rabbrividire”. Lo stupro, insomma, è ancora una questione di categoria. Rabbrividiamo pure fra noi, finché non è uno straniero a calpestare l’orgoglio e il testosterone italico, continueremo a farlo da sole, con qualche pacca di solidarietà maschile, se saremo fortunate. Del resto, si sa, le lacrime delle donne quando non sono false sono segno di debolezza o di isteria, non di innocenza e buona volontà, come quelle maschili.

Ma è una conquista, questa felicità?

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Ma è una conquista, questa indipendenza? si chiedeva Gramellini qualche giorno fa su Vanity Fair, dove avvertiva che gli uomini si innamorano della “donna cerbiatto che sbatte gli occhioni in cerca di protezione”, non delle donne forti e indipendenti, ma che comunque le due lettrici che si erano rivolte a lui devono restare fedeli a se stesse, forti ed emancipate ed esauste come sono.

L’unica volta che ho provato a sbattere le palpebre con un uomo, mi ha chiesto se mi era entrato qualcosa nell’occhio, quindi d’accordo, Gramellini, a ciascuno il suo. Del resto, come scrivi, al mio compagno resta pur sempre una sua utilità nei “momenti in cui mi sento piccola e vulnerabile” (ed è subito Drupi).

Ma è una conquista, questa indipendenza? In realtà, la lettrice di Gramellini si lamentava di dover fare tutto da sola, di non avere aiuti, perché era convinta che l’emancipazione femminile significasse diventare una donna che non deve chiedere mai, che può cavarsela da sola. Nella lettera scrive di essersi stancata, di volere qualcuno che le dica di non preoccuparsi di niente, che pensa a tutto lui, “e fanculo il femminismo e i suoi principi”.

La domanda da porsi, però, non è se l’indipendenza sia una conquista, ma se il femminismo fosse davvero questo. Chi l’ha mai detto che per essere femminista una donna debba ammazzarsi di fatica? Chi l’ha mai detto che una donna femminista debba fare tutto da sola, che non possa contare sull’aiuto di un uomo? Che non possa aver voglia di cedere il timone ad altri, ogni tanto? Chi l’ha detto che una femminista non voglia un bel paio di spalle larghe su cui appoggiarsi, a volte?

È dietro questo fraintendimento pericoloso che si nasconde uno dei problemi del femminismo. Abbiamo tutte e tutti bisogno di rifugiarci dentro la nostra debolezza, ogni tanto, e questo non dovrebbe allontanarci dalla nostra felicità o dai nostri diritti. L’incapacità di un certo femminismo di accostarsi al romanticismo nelle sue forme più semplici ed elementari, la sua diffidenza nei confronti delle emozioni che rischiano di essere scambiate per debolezza e svagatezza, la necessità della durezza e della forza che trapela, a torto o a ragione, da un certo discorso femminista, rischiano di tenere a distanza gran parte delle donne, ma soprattutto rischiano di far passare il messaggio pericoloso che dove inizia la coppia cessano i diritti della donna.

Ecco perché credo che sia importante quello che chiamo “femminismo rosa”, con buona pace di chi trova spassoso l’accostamento dei due termini. Un femminismo che metta l’accento sulla felicità delle donne, non sulla loro forza. Un femminismo capace di andare a braccetto con il romanticismo, con i sogni di coppia, con il bisogno e la necessità di chiedere aiuto, un femminismo che ci liberi della Sindrome dello Strofinaccio e dei sensi di colpa, in cui trovino posto tutte le emozioni delle donne e che ci insegni a viverle con orgoglio, perché sono la nostra arma, non la nostra debolezza.

Un femminismo che riparta dalle donne, da tutte le donne, quelle che sentono il bisogno di fare tutto da sole e quelle che vogliono delegare, quelle che solo nella solitudine riescono a prendersi cura di sé e quelle che si realizzano nella cura altrui e del darsi, quelle che inseguono i tanto detestati maschi alfa, quelle che vogliono restare single, quelle che non hanno figli e quelle che sognano la famiglia Bradford. Un femminismo più intimo, che ci insegni che abbiamo il diritto di essere felici sempre e comunque, il diritto di non fare niente, di riposarci, di essere superficiali, ma soprattutto il diritto di sognare e il dovere verso noi stesse di provare a realizzare quei sogni.

Un femminismo in cui a nessuna donna venga il dubbio di dover mandare al diavolo i propri principi per tirare il fiato e che non confonda la felicità con l’indipendenza. E in cui a nessun uomo venga in mente di poter calpestare i diritti di una donna solo perché si considera o si lascia credere frivola, fragile e vulnerabile. Un femminismo che piaccia anche alle “donne cerbiatto” di Gramellini, insomma, e che non ci obblighi a sbattere le ciglia per farci aiutare.