Il burka anticellulite

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Chi vive al mare lo sa. A un certo punto arriva quel momento dell’anno in cui invece di salutare le madri degli amici dei tuoi figli al riparo di jeans e maglioni, ti ritrovi a farlo mezza nuda. E non solo le madri dei tuoi amici, anche le maestre, la parrucchiera, la cassiera del supermercato, l’idraulico, il tizio con cui hai litigato due mesi prima perché non ha rispettato lo stop, il dentista, l’imbianchino, e più il paese è piccolo, più l’elenco si allarga.

Dopo un po’ ci si abitua, ma salta anche all’occhio un dettaglio che, abituata alle mie interazioni cittadine, non avevo mai preso in considerazione. Il corpo degli uomini, svestito, non incide sulla loro autorevolezza, non più di quanto non faccia con i vestiti addosso. Tutt’al più ti può sorprendere con qualche tatuaggio o con qualche muscolo in più o in meno del previsto, ma poco altro. Perché il corpo degli uomini si può offrire allo sguardo o restarne indifferente, ma non è un pegno da pagare. Non è una colpa da scontare. Che sia terreno di esami appassionati e approfonditi o che passi indisturbato lungo il bagnasciuga, il corpo degli uomini esiste, è oggetto di desiderio come quello femminile, ma non è un biglietto di ingresso. Non chiede il permesso.

Questo ho capito interagendo con le persone che facevano parte della mia vita quotidiana pancia all’aria e cosce in bella vista. Il corpo della donna non è solo oggetto di desiderio, ha sempre qualcosa da farsi perdonare. È il nostro biglietto di ingresso e al tempo stesso la ragione per cui ne abbiamo bisogno e la moneta con cui lo paghiamo. Ci portiamo addosso un burka invisibile, fatto di creme anticellulite e cerette e cure dimagranti. Il nostro corpo non ha diritto di cittadinanza in quanto tale, non gli basta esistere, come a quello degli uomini, deve rispettare determinati canoni, deve essere attraente, deve occupare lo spazio che è stato previsto per lui e nel modo in cui è previsto che lo occupi. Il corpo della donna deve obbedire.

La “prova” della prova costume è un lapsus maschilista, uno di quei momenti in cui il linguaggio tradisce la mentalità a cui appartiene e la svela per quella che è. Non c’è niente di scherzoso in quella prova, non lasciamoci ingannare dai titoli ammicanti delle riviste e dalla finta complicità delle diete che compaiono sui siti di salute e bellezza. Quella prova non ha niente di amichevole, in realtà, è una sorta di attrai quindi esisti sotto una patina estetica che gli serve per dissimulare la propria ferocia e fingersi docile e nostro alleato. Quella prova è il nemico che dobbiamo combattere, non il nostro corpo, con quelle che ci hanno insegnato a chiamare imperfezioni e invece sono caratteristiche che lo rendono unico, diverso dal modello che ci vuole eternamente fertili e desiderabili. Eternamente giovani, la legittimazione di un immaginario maschile malato, intriso di pedofilia e sopraffazione.

Il nostro burka è l’eterna giovinezza che rende perdonabile il corpo femminile in tutta la sua fisicità, la maternità è (anche) un’arma con cui tenerlo a bada, il body shaming sono le frustate che riceviamo quando disobbediamo. Sì, è una metafora, no, non è la stessa cosa, ma resta comunque una forma di controllo che non ci appartiene e limita la nostra libertà. Ricordiamocene, ora che inizieranno a sommergerci di consigli su “come arrivare preparate alla prova bikini”. Ricordiamoci di quanto male ci stiano facendo, in realtà, quei “consigli”, e poi decidiamo se seguirli o meno, se continuare a guardarci nello specchio di cristallo delle aspettative e dei giudizi altrui o in quello che riflette soltanto il nostro benessere e il piacere e la necessità di stare bene con noi stesse.

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Non chiamatela prova bikini

grey-seal-2164736_1280Capillari. Peli. Smagliature. Da almeno trent’anni ci combatto come se fossero piante infestanti nel giardino all’inglese impeccabile ed eternamente giovane che il mio corpo non è mai stato, in realtà.

Non è certo l’unica guerra in corso. C’è anche quella contro i chili di troppo, per citarne una, ma in quel caso se non altro la battaglia non è solo contro il mio corpo, anche contro uno squilibrio che lo minaccia, non solo estetico, contro un punto di non ritorno all’orizzonte. O almeno io così sempre l’ho vissuta.

Ma l’accanimento contro i peli, la disperazione davanti alle ragnatele viola che si fanno ogni anno più visibili, contro la pelle che invecchia, inesorabile, ed è liscia e giovane e uniforme più o meno come un fossile del pleistocene, quello è diverso. Assomiglia di più alle tinture per capelli sotto cui seppellivo vergognosa il primo accenno di ricrescita bianca. In realtà sto combattendo contro me stessa. Quella con cui me la prendo sono io.

Certo, i capillari sono il segno di una circolazione che non funziona come dovrebbe e quindi a loro volta la spia di un disequilibrio, ma una spia accesa ormai da quando avevo quindici anni e che non si spegne se non dietro lauto compenso e sempre e comunque in modo provvisorio. Un po’ come la cellulite. Non dovrebbe esistere una sorta di condono cellulitico, dopo tutto questo tempo? Trascorso un determinato numero di anni, non è più perseguibile per legge. Ormai ce l’hai e te la tieni, come la veranda abusiva del vicino o il gatto randagio che dorme ogni sera nel tuo giardino. Dopo un po’ non si fa prima a lasciarlo entrare e dargli un nome?

Sarà la menopausa, sarà la stanchezza, sarà il senso di impotenza, ma all’improvviso mi sono resa conto che quella sono io. Non è una malattia, non è un errore di fabbricazione, non è un difetto, sono io. Mi sono stufata di accanirmi contro me stessa, come se non ci pensassero già abbastanza l’avanzare degli anni e i sensi di colpa. Basta. No, non ho le gambe giovani e lisce e perfette che farebbero così bene il paio con l’immagine di me stessa che coltivo dentro e che nessuno vede, ma che fa capolino dietro i sogni e i sorrisi. Non sfoggerò peli e capillari come medaglie, non si tratta di questo, continuerò a prendermi cura di me stessa, ma non a misurarmi con un traguardo che non mi appartiene. Prima di guardarmi allo specchio, mi assicurerò che lo sguardo che giudica sia il mio, e il mio soltanto.

Niente prova bikini, quest’anno, insomma. Rimandata a mai più. Se quel che vedete non vi piace, sentitevi liberi di guardare dall’altra parte. Il corpo degli uomini viene esibito, si allarga, si espande, occupa spazio, lo rivendica, si fa metafora del loro potere. Il corpo delle donne viene limato costantemente dagli sguardi e dalle aspettative altrui. Ma è nostro, ci appartiene, possiamo farne quello che vogliamo, ed esistono sicuramente modi migliori di vivere i mesi in cui lo liberiamo dai vestiti che trasformarli in un esame continuo.

Non chiamatela prova bikini, almeno finché non esisterà anche una prova bermuda al maschile e la posta in gioco sarà esattamente la stessa, quella sorta di diritto di cittadinanza sulla spiaggia che le donne si guadagnano a suon di diete e creme anticellulite. C’è uno specchio di cristallo, nell’immaginario collettivo, uno specchio in cui noi donne riusciamo a vedere solo il riflesso del giudizio degli altri e mai davvero ed esclusivamente noi stesse. L’estate è un ottimo momento per provare a farne a meno. Per vedere soltanto il nostro corpo, in quello specchio.

“Dove li hai lasciati?” o delle madri che viaggiano

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Sì, le madri viaggiano. No, non sempre con i figli appresso.

Sembra abbastanza logico, a pensarci. Invece no. Una madre che viaggia senza figli, ve lo dico per esperienza, è un’anomalia. Una locomotiva senza vagoni. Una macchina senza portabagagli. Un aereo senza passeggeri. Che cosa viaggia a fare, se i figli non sono con lei? E soprattutto, che cosa li ha fatti a fare, quei figli, se poi non se li porta dietro ovunque? Dalla retorica sulla madre che non espleta alcuna funzione biologica senza che il pargolo gattoni oltre la porta del bagno a quella della madre che non farebbe mai una valigia con dentro uno spazzolino solo, il passo è breve, se non brevissimo.

E infatti, se vi capita di viaggiare da sole, prima o poi arriva la domanda fatidica, la più temibile, quella che vi inchioda alla vostra colpa: “Dove li hai lasciati?” Con la variante “Dove hai lasciato i tuoi cuccioli?” con l’accento su tuoi, non importa se il cucciolo in questione ha quindici anni e ti supera in altezza di almeno venti centimetri.

Ogni volta che me lo chiedono mi sorge il dubbio che pensino che li abbia persi, come se fossero le chiavi di casa o la borsa, e sono tentata di rispondere con un’alzata di spalle e un sorriso rassegnato: “Chi lo sa? Ma tanto prima o poi saltano sempre fuori”.

Poi capisco che in realtà pensano che li abbia abbandonati, non persi. In un terribile orfanotrofio gotico e scuro in cima a una montagna. Chiusi in casa con tante ciotole di cibo e di acqua quanti sono i miei giorni di baldoria, ops, viaggio. O sul bordo dell’autostrada, magari. “Oh, bambini, guardate, che belle margheritine! Andate a raccoglierne qualcuna, volete? … Adesso! Sgomma, sgomma, prima che se ne accorgano. Tanto passo a riprenderli fra quattro giorni.”

La domanda, rivolta peraltro con un certo sgomento mal dissimulato, potrebbe avere un senso se fossi una ragazza madre, se fossi vedova, se vivessi su un’isola deserta o se mio marito fosse accanto a me, quando me lo chiedono. Ma in assenza di una qualsiasi di queste variabili, resta tuttora inspiegabile per me dover ogni volta soddisfare la loro curiosità e svelare il mistero: “Con il padre. Avete presente, quella storia degli spermatozoi e dell’ovulo? Quel tizio che ogni tanto risponde al telefono a casa mia? Quello a cui i miei figli erano tutti identici, secondo voi, fin dal minuto zero? Ho una notizia da darvi: quello è il loro padre. Incredibile, eh?”

Non c’è niente da fare, non c’è età, credo religioso o appartenza politica che tenga: tutti a questo punto ti guarderanno come se li avessi lasciati in un vascello in mezzo al mare in tempesta, roba che si stupirebbero se li trovassi ancora vivi, al tuo rientro. Qualcuno si stupirebbe perfino se tu al rientro trovassi ancora un marito e non le carte per il divorzio.

Nel frattempo, se al marito in questione prude la schiena mentre voi non ci siete, tranquillizzatelo: sono le ali.

 

 

Piccolo decalogo contro la violenza di genere

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1. Mai accettare di vedersi un’ultima volta. Mai. Neanche per un saluto rapido, in un luogo pubblico, insieme a un’amica, per riprenderti la collana a cui tieni tanto, per rivedere il cane. Mai. Non glielo devi, non lo devi agli anni trascorsi insieme, non è un prezzo da pagare per lasciarlo, non sei obbligata a scrivere nessuna parola “fine”. La parola fine l’ha già scritta lui, tu devi solo chiudere il libro. L’ultimo saluto rischia di essere davvero l’ultimo.

2. Non permettergli di isolarti. È uno dei primi segnali di allarme. Ti fa il vuoto attorno. Comincia parlando male delle tue amiche, che sono tutte egoiste, non lo vedi come ti trattano, non vedi che si approfittano di te, sei sempre tu a chiamarle, mai loro. Dopo le amiche è il turno della famiglia, soprattutto se è una famiglia presente nella tua vita. Poi, quando arrivano i figli, diventa ancora più facile usarli per tenerti in casa. Non ha più neanche bisogno di proibirtelo, gli basta fare appello ai tuoi doveri di madre, ai tuoi sensi di colpa, alle tue paure, che la bimba piange finché non torni e io domani lavoro. E tu hai paura che gli scappi uno dei suoi urli, che perda la pazienza con i bambini, che gli scappi lo schiaffo, e resti in casa. E resti sola.

3. Se ti mortifica costantemente il problema è lui, non sei tu. Se critica il tuo aspetto, se ti dice di mangiare meno dolci, se ti fa sentire goffa e brutta e sbagliata. Se ti dice che stai ingrassando, che dovresti cambiare taglio o colore di capelli, che dovresti truccarti di più o di meno, stringere le gonne o allargarle. Se ti fa sentire vecchia, inutile, poco sexy, poco desiderabile. Se sminuisce il tuo lavoro, se ne parla come se fosse banale, sciocco e irrilevante, e non perché ti meriti di meglio, ma perché di meglio non sai fare. Se ti dice che cosa mangiare, quanti chili dovresti perdere, che cosa devi cucinare e come, come devi tenere la casa. Se in qualunque momento hai la sensazione che il tuo valore dipenda da lui, allora non sei sbagliata. Sei in pericolo.

4. Ogni volta che non siete in due a decidere di fare sesso, è violenza. Se ti obbliga a fare sesso quando non vuoi, ti sta usando violenza. Se ti chiede di assecondare i suoi gusti, se insiste, se ti costringe a fare quello che non vuoi quando non vuoi e come non vuoi, è violenza. Sempre. Se ogni sera fai sesso con lui solo per tenerlo buono anche dopo aver messo in chiaro che non ne avevi voglia, quella è violenza.

5. Se lo fai per non farlo arrabbiare, è violenza. Se ti sforzi di tenere la casa pulita perché non si arrabbi, di avere la cena pronta quando rientra perché non si arrabbi. Se ti vesti come gli piace perché non si arrabbi. Se non esci con le amiche per non farlo arrabbiare. Se non spendi troppo per non farlo arrabbiare, se gli nascondi le bollette o un maglione nuovo per non farlo arrabbiare, se quando esci torni presto per non farlo arrabbiare. Se chiedi ai bambini di non fare rumore perché lui non si arrabbi, ogni volta che percepisci la violenza in casa, anche quella che non lascia lividi, non sei tenuta a sopportarla. Non importa quanto ti sforzi e quanto ti impegni e quanto ci stai attenta, se pensi di dover cambiare per non farlo arrabbiare, prima o poi si arrabbierà.

6. Se ti colpisce una volta, lo farà anche una seconda. Dove è passata la violenza non crescono le seconde opportunità. Se ti dà uno schiaffo una volta, la volta dopo te ne darà due. L’unica cosa che cambierà è che invece di chiederti scusa lui, finirai per chiederglielo tu. Uno basta. Uno è già troppo.

7. Non hai bisogno del permesso di nessuno per lasciarlo. Non hai bisogno di convincere le persone che ti stanno attorno. Non hai bisogno della complicità della sua famiglia o del sostegno della tua. Non hai bisogno di fargli capire che ha sbagliato e che ha torto. Non hai bisogno che nessuno venga a dirti che hai ragione. Tu lo sai.

8. Non hai niente da perdonarti. Sì, avresti potuto lasciarlo prima. Sì, avresti potuto cacciarlo prima di casa. Sì, avresti potuto difenderti. Sì, avresti potuto colpirlo più forte. Sì, avresti potuto denunciare. Sì, avresti potuto impedirglielo. Sì, avresti potuto convincerti che meritavi di meglio. Sì, avresti potuto fidarti prima di te stessa. No, non è colpa tua.

9. Non sei costretta a odiarlo per salvarti da lui. Non c’è un prezzo da pagare in amore. Non sei tenuta a sopportare, non sei tenuta a soffrire, non sei tenuta a sacrificarti, non sei tenuta a metterti in secondo piano, non sei tenuta a rinunciare a niente. L’amore aggiunge, non sottrae. Se fa male non è amore, ma il percorso per salvarti non passa necessariamente dall’odio. Se non vuoi odiarlo, se non puoi odiarlo, se odiare chi hai amato è troppo doloroso e ti farebbe sentire ancora più sbagliata, non sei costretta a farlo. Se disprezzarlo significa disprezzare una parte troppo grande di te stessa e gettare alle ortiche una parte troppo grande della tua vita, non farlo. La priorità è salvare te stessa, non condannare lui.

10. Non sei sola e non sei sbagliata. Anche quando ti senti più sola che mai. Dietro di te ci sono tutte le altre donne che si sono sentite altrettanto sole, perché come te vivevano in un mondo declinato al maschile, in cui le regole sono scritte al maschile e quel che è giusto e sbagliato lo decidono i bisogni degli uomini. Non sei debole. Ci vuole forza per sopportare. Per salvarti te ne basterà meno di quanta ne hai avuta finora.

 

Queste note sono il frutto delle discussioni e dei commenti ai post sulla pagina Facebook di Rosapercaso. Sono emerse dalle testimonianze, dai messaggi che ho ricevuto in privato, dalle voci delle donne che hanno deciso di raccontarsi, per aiutarsi e aiutare. Da sola non avrei mai potuto scriverli.

Se vi trovate in una situazione simile, rivolgetevi al Centro antiviolenza più vicino. Se non sapete a chi rivolgervi, cercate sul sito di D.i.Re Donne in rete contro la violenza, dove trovate tutti i contatti e le informazioni utili.

Sì, sto lottando

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E poi, un giorno, ho capito che stavo combattendo.

Ero l’unica a esserne convinta. Gli altri probabilmente vi avrebbero detto che stavo solo facendo il mio dovere di donna, che alzavo troppo la voce e la testa e che avevo un caratteraccio. Tutto qui. Eppure una parte di me continuava ad aspettare il permesso, senza sapere neanche bene di chi, e nel frattempo rimuginava frustrazioni e insofferenze e sogni realizzati a metà, e aspirazioni assaggiate e poi rimandate. Perché se sei nata nella mia generazione te l’hanno spiegato, che devi realizzarti e sognare e fare progetti. Quello che non ti hanno spiegato è che sono progetti a tempo. E il tempo lo scandiscono il tuo utero e i tuoi ormoni.

Quello che a me non aveva spiegato nessuno era l’esistenza di una parte di me che non coincideva né con l’utero né con gli ormoni e che quindi non interessava quasi a nessuno e non aveva un posto nel racconto pubblico previsto per me, in quanto donna, eppure era l’unica parte in cui mi riconoscessi davvero. I sogni di una donna sono senza tempo e senza cittadinanza. E le nostre battaglie sono sempre così prossime e intime e quotidiane da sembrare piccole e patetiche e insignificanti. Motivo di vergogna, più che di orgoglio. Che vanto ci sarà mai, nel cercare di incastrare i propri sogni in un privato di cui non frega niente a nessuno? Che onore ci sarà mai, se non c’è un orizzonte pubblico su cui proiettarlo, perché quell’orizzonte è declinato tutto al maschile?

Finché un giorno ho capito: non ero sbagliata, non ero frustrata, non ero fallita. Stavo lottando. E no, non l’avrebbe mai detto nessuno, di certo non la macellaia che mi guardava sprezzante perché il giorno prima aveva visto i miei figli con mio marito, qualche volta neanche le persone più care a cui scappava una parola di pena o di ammirazione per quello stesso marito, quando lo lasciavo da solo a gestire la nostra vita mentre io cercavo di costruire la mia, nei pochi spazi che mi ritagliavo.

Perché succede così, c’è la nostra vita e c’è quella di mio marito. E poi c’è la mia. Ma la mia dà fastidio a un sacco di persone, vai a capire perché. Forse perché sembra che me la stia costruendo a scapito di quella degli altri. Forse perché non sembra un diritto, ma una pretesa, una presunzione, un’alzata di capo fuori luogo.

Ecco perché è indispensabile, a volte: guardarsi allo specchio e dire a se stessa che stai combattendo. Che la tua è una lotta senza nome e senza casa, ma è pur sempre una lotta. Che nessuno probabilmente starà dalla tua parte, ma stai combattendo lo stesso. Piantiamola con questa storia del volersi bene e amarsi per quello che sei e credere in te stessa. Va benissimo, certo, è tutto molto rassicurante. Ma è solo l’inizio. Quello che non ti dice nessuno è che devi lottare. E lottare da sola, perché non c’è eco possibile per una lotta che nessuno vuole vedere, che nessuno vuole ascoltare.

Ci hanno sottratto il pubblico e ci hanno relegato nel privato, e hanno catalogato le nostre battaglie nel sentimentale tendente a sdolcinato. Non crediamoci. Non è così. C’è più coraggio nella lotta che combattiamo dentro di noi di quanto ne serva per mettersi a capo di un esercito dentro una scintillante armatura. È solo che finora l’hanno raccontata in modo diverso. Finora hanno raccontato le battaglie dal punto di vista degli uomini. Raccontiamole dal punto di vista delle donne e scopriremo di non essere sbagliate. Di non essere deboli. Di non essere sole.

 

Non sei sola, non sei sbagliata, sei straniera

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Vivi nel mondo degli uomini, fra le regole degli uomini, e ti hanno fatto credere che è giusto così.

Ti hanno fatto credere che le battute sulle tue tette e le mani sul tuo culo sono divertenti, che sul lavoro meriti uno stipendio più basso e una tredicesima di sensi di colpa.

Ti hanno fatto credere che gli uomini gelosi sono romantici, che quelli possessivi ti amano, che quelli che alzano le mani non possono farne a meno e che il tuo compito è renderli felici e occuparti dei loro bisogni e piaceri.

Ti hanno fatto credere che hai bisogno di essere difesa e accompagnata, che la tua solitudine è oltraggiosa e pericolosa, che la tua forza è nel braccio che hai intorno alle spalle, che il tuo posto è accanto e mezzo passo indietro, la grande donna dietro ogni grande uomo, sogno e aspirazione a misura di femmina.

Ti hanno fatto credere che incisi nel tuo dna ci fossero i doveri delle cinque C, cura, casa, cena, copula e conta su di me. Che non c’è sogno professionale che regga davanti al piacere di far trovare la tavola imbandita a marito e prole. E tu l’hai imbandita quella tavola, li hai strafogati di cibo, e hai anticipato ogni loro bisogno, hai finito per rincorrerli, quei bisogni, quando ti sfuggivano, quando nessuno sembrava più avere bisogno di te e tu non sapevi più come avere bisogno di te stessa, e li hai rincorsi tutti quanti, a suon di telefonate smozzicate e pranzi che nessuno riusciva a finire e menu di cui non importa niente a nessuno e suoceri ingrati e lamentosi su un letto d’ospedale, per inseguire quelle vite a cui hai sacrificato anni e carriera e amicizie pur di essere una donna con la D maiuscola.

Ogni tanto sì, ogni tanto la sentivi, quella vocina che protestava. Ma sei nata nel mondo degli uomini, dove quella vocina è sbagliata, sola e presuntuosa. Così l’hai soffocata e lei è tornata fuori in un labbro stretto fra i denti, nel bisogno di farti male, in qualche bicchiere di vino di troppo, ma sei riuscita comunque a tenerla a bada, seppellendola sotto le cure altrui che ti hanno sempre definita e riscattata davanti agli altri e sotto il piacere dell’approvazione e della soddisfazione altrui. Giù la testa, giù la voce, su le maniche.

Se nasci straniera nel mondo degli uomini, per cercarti davvero dovrai guardare dentro di te. Ma mai troppo a lungo, se non vuoi perderti nel tuo riflesso e scoprire che non sei soltanto sola, sbagliata, arrognante, presuntuosa, viziata, egoista e aggressiva. Sei anche bellissima. E non lo vede nessuno, nel mondo degli uomini. Solo la tua voce che si sente sola e sbagliata. E invece è soltanto straniera.

Donna femminile cercasi

E adesso chi glielo spiega?
Chi glielo spiega a certi uomini che la Donna Femminile è come Babbo Natale, la proiezione dei loro desideri e delle loro fantasie? È quello che volevano vedere e pensare mentre scartavano il pacchetto, ma in realtà la Donna Femminile così come l’hanno sempre immaginata non esiste.

Se ci avete creduto finora è perché volevate crederci, perché vi abbiamo permesso di crederci. Siamo scese dal camino cariche di doni ogni 24 dicembre, abbiamo finto che le mestruazioni non esistessero, la menopausa neanche, abbiamo indossato il costume rosso dell’eterna fertilità, ventenni a qualunque età anagrafica, perché lo sguardo altrui non notasse la barba finta di un corpo, femminile, questo sì, che scandisce il ritmo della vita e della procreazione in modo impietoso e chiaro come un disegnino su un libro di testo delle elementari.

Ma noi abbiamo sempre finto di no, vi abbiamo graziosamente risparmiato l’unica vera definizione possibile di femminilità e vi abbiamo permesso di sostituirla con i vostri sogni fatti di taglie di reggiseno e natiche e voci flautate, o con altri sogni più sofisticati ed eleganti o con qualche richiamo materno di infantile memoria. E condiscendenza. Condiscendenza come se piovesse, come la neve finta sull’albero di Natale, perché l’illusione fosse completa.

Abbiamo lasciato che seppelliste dietro battutine esasperate le nostre rare apparizioni senza costume, occhi al cielo e battute grevi e rassegnate. Uomini incastrati e trascinati all’altare, tormentati da donne “rompipalle” – ahi, povera mascolinità, schiacciata sotto il tacco 12 di uno sbalzo umorale – abbiamo lasciato che sogghignaste del nostro premestruo, che vi godeste il regalo di una femminilità ben incartata e luccicante.

E voi ci avete creduto, anche quando la barba si staccava, anche quando spuntava l’orlo del nostro esaurimento e della nostra infelicità sotto la giubba rossa, avete continuato a crederci, sempre.

E adesso che il costume ci sta stretto e ci siamo stufate di passare dal camino e farci ammazzare e di avere le vostre mani sul culo e gli occhi sulle tette, adesso venite a dirci che no, che ci stiamo sbagliando, che la femminilità è un’altra cosa, ascolta a me, che sono un uomo, vieni che ti spiego che cosa significa essere donna.

Be’, signori, reggetevi forte, abbiamo una notizia terribile da darvi. I regali ve li portavano i nostri ormoni, non gli elfi, sotto il costume c’è un utero, un corpo che invecchia e perfino un cervello. Tutto femminile al cento per cento. Lo sappiamo, si stava meglio prima, ma che vi piaccia o no, adesso Natale è finito. E la donna femminile è quella che avete davanti. Comunque sia.