Le donne quando si raccontano fanno un passo indietro

 

4250408429_70e1cf4b32_o
Foto di Pleuntje (CC)

Ci hanno cresciute insegnandoci a stare al nostro posto, a non farci notare, a chiedere permesso, a stare “composte”. La compostezza è una condizione morale, prima che un atteggiamento. La donna composta non si emoziona troppo, non in modo sfacciato, non si altera, non cammina davanti al marito ma un po’ indietro o di lato. La donna composta sa ascoltare, sa restare in silenzio, non contraddice, soprattutto non contraddice un uomo, non in modo esplicito almeno. Con sottigliezza tutt’al più, con ironia, quasi senza che lui se ne accorga.

La donna composta non critica e non dice a un uomo che cosa deve fare, gli lascia il timone e poi comanda la nave senza remi e senza meriti. La donna composta d’altri tempi, ma anche un po’ dei nostri, intuisce che il suo posto è fra le chiacchiere in cucina a parlare di futilità come gli affetti e le questioni di cuore, non in salotto a parlare di cose serie come il prezzo dell’usato e la finale di campionato

E così spesso le donne quando si raccontano senza esibirsi, quando sono lì per quello che fanno e che pensano, non per l’aspetto che hanno, fanno un passo indietro. Si prendono il loro tempo e il loro spazio, ma hanno l’aria di chi sa di doverselo meritare, non di chi lo occupa per diritto. Soprattutto se in sala c’è anche un uomo.

È la Legge del Forno.

Quando ero piccola, durante un viaggio ci fermammo a comprare il pane in un paesino del Monferrato. Quattro case intorno a una via principale deserta, fatta eccezione per la nostra macchina che si scaldava al sole. Scese mia madre e noi restammo in macchina ad aspettarla. Ma lei non tornava, in macchina faceva caldo e il tempo passava, così scendemmo a cercarla.

La panetteria incredibilmente era piena. C’erano quattro o cinque donne davanti a mia madre, che se la prendevano comoda, fra una michetta e il referto medico di qualche conoscente.

Non appena mio padre entrò calò il silenzio e la panettiera, che fino a quel momento aveva ignorato mia madre, si rivolse a lui, senza sapere che era il marito.

“Mi dica! Come posso servirla?”

Mio padre indicò le signore davanti a lui lasciando intendere che non aveva fretta.

“Ma no, loro possono aspettare. Serviamo prima questo bel signore, mi dica!”

Mia madre uscì dal negozio fumante, borbottando che non ci avrebbe mai più messo piede. Mio padre uscì gongolando per il trattamento ricevuto.

In realtà, come avrei scoperto più avanti, le signore avevano fretta di servire mio padre non per riverirlo o in segno di rispetto, niente affatto. Era solo per liberarsi di lui e poter continuare a chiacchierare in pace fra donne. Probabilmente lo sapevano anche mio padre e mia madre, ma il fatto che fossero a parte di quel segreto non impedì a mio padre di essere servito in un lampo, né a mia madre di dover aspettare il suo turno in eterno.

La Legge del Forno, ti tratto come un principe, per toglierti di torno.

In molte di noi, anche le più emancipate, al momento di confrontarsi con un uomo scatta il bisogno di dimostrare qualcosa, che sia la compostezza e il saper stare al nostro posto o il nostro valore e la forza delle nostre idee. Così, quasi senza accorgercene, facciamo un passo indietro. Ci scusiamo, giustifichiamo il nostro essere dove siamo, e spesso facciamo della modestia il nostro valore, invece di lasciare che sia il nostro valore a definire la nostra modestia.

Ma c’è anche un’altra cosa che ci portiamo dietro dalle chiacchiere in cucina e in panetteria, ed è l’intimità, la capacità e il bisogno di parlare di sentimenti, di metterci la faccia e il cuore. Così le donne che si raccontano fanno un passo indietro e si celano dietro il bisogno  della compostezza mentre si svelano attraverso la necessità delle emozioni.

Le donne che si raccontano a volte sembrano un po’ meno protagoniste degli uomini, sembrano sottrarsi e chissà, forse è stato proprio il ricatto della compostezza a costringerci a imparare così bene una lingua universale come quella delle emozioni.

Non so dire se esista una scrittura femminile e una scrittura maschile, credo di no. Credo però che esista un modo di raccontarsi femminile (il che ovviamente non significa che a usarlo non possa essere un uomo), che ha qualcosa di clandestino, di più intimo e schivo. In cui il racconto delle emozioni racchiude e soddisfa il bisogno di parlare di sé. In cui le emozioni e la capacità di esplorarle e viverle fino in fondo non sono la strada che conduce verso l’eroismo, ma l’unico eroismo davvero necessario.

Donna impregnata, mezza salvata

bebe-1909813_960_720La mamma non si tocca.

Guai a prendersela con le mamme. Di mamma ce n’è una sola e ha sempre ragione. C’è una laurea speciale alla scuola della vita, la si prende in nove mesi a suon di nausee e smagliature. La mamma non sbaglia mai, ha sempre ragione, anche quando ha torto, altrimenti che mamma è? La mamma che sbaglia non è contemplata. Tutt’al più è stanca, stressata (dal lavoro, dalla casa, dai cani, non dal pargolo, ovviamente), affaticata, magari era distratta perché stava facendo cinque cose alla volta.

Perché la mamma non si riposa mai. La mamma che si riposa è egoista e un po’ cazzona. La mamma è stanca per definizione, ma è sempre bella comunque. Anzi, se ha qualche chilo di troppo è perfino meglio. Mai saputo di qualcuna che abbia vinto il titolo di mamma dell’anno con un fisico da fotomodella, del resto. Due fianchi un po’ larghi ci stanno, altrimenti che mamma è? E che nostalgia, ammettiamolo, per la mamma con il grembiule a fiori e le ciabatte, le mamme che se uscivano di casa era per andare a fare la spesa e che non ti preparavano mai lo stesso piatto due volte alla settimana e che nel tempo libero cucivano, ricamavano, si spaccavano gli occhi su un centrino di pizzo. Che nostalgia. Quelle sì che erano mamme. Una mamma così poteva anche mollartelo uno schiaffone ogni tanto, ci stava, insomma. Perché poi la pasta la faceva in casa, e con la conserva di pomodoro.

Ma poi va bene anche la mamma moderna, per carità. Quella che la pasta la compra già pronta, ma non ripete mai la stessa attività Montessori due volte alla settimana. Quella che fa gli addominali ipopressivi e prepara la pappina di carota con la ricetta di Cracco e fa ascoltare Il flauto magico al pupo. Anche lei ha sempre ragione. Gli schiaffoni lei non può darli, questo no, altrimenti che cosa l’abbiamo mandata a studiare a fare. Se poi riesce a trovare un lavoro che si possa fare due ore alla volta, mentre il pupo dorme, e con una ventina di giorni di ferie al mese quando inizia la catena di Sant Antonio dei virus, allora ancora meglio.

Che dispensi schiaffoni o insegni gli ideogrammi cinesi (che da piccoli sono spugne, bisogna approfittarne), che ricami il nome del pargolo sul grembiule con tanto di secondo e terzo nome e senza neanche un’iniziale puntata o che ci attacchi un adesivo personalizzato comprato on line, la mamma è sempre la mamma. Dovrà guardarsi dalle altre mamme, questo sì, ma brillerà comunque di luce propria e non appena il pargolo inizierà a infilare due parole di fila avrà anche un sacco di idee per i post sui social.

Ecco. E le altre donne, chiederete voi? Quelle che di figli non ne hanno?

E qui cade un silenzio imbarazzato. Poverine. Se non hanno figli è perché non possono, è chiaro. Non sarà certo perché non li vogliono, non diciamo sciocchezze. Fanno come la volpe con l’uva, è solo questo, ma non ci crede mica nessuno. Certo che li volevano. Solo che non hanno potuto averne. Qualcuna forse è così egoista da non volerne davvero, magari perché pensava di potersi divertire tutta la vita, ma poi le vedi, vecchie e sole, che vanno in giro per musei e girano il mondo e leggono un sacco di libri per riempirsi la vita. Mica come le altre, che da vecchie le vedi alle prese con un passeggino che non vuole saperne di aprirsi o con un nipote che non vuole saperne di alzarsi da terra. Povere. Sono arrivate troppo tardi. Sono rimaste sole. Hanno voluto divertirsi e hanno calcolato male i tempi. Poi ci credo che hanno la pancia piatta e un fisico da fotomodelle, ma chi farebbe mai a cambio con degli addominali dispersi in azione, due tette cadenti e un trottolino amoroso che riempie di sabbia il vicino di ombrellone?

Su, non raccontiamoci frottole, in realtà sotto sotto, un figlio lo volevano eccome, e adesso si sono pentite.

Chi dice donna dice mamma, si sa. La mamma che dà sempre il buon esempio, la mamma che non abbassa mai la guardia, la mamma che non ha mai un momento di egoismo, che non dice mai la parola sbagliata costringendo i pargoli a un futuro sul lettino dello psicoanalista. La mamma che fa sempre tutto meglio delle altre, o almeno ci prova, la mamma che non ozia, non cazzeggia, non si diverte se non rincorrendo i figli in giro per la casa vestita da Furia cavallo del West, perché per tutto il resto c’è la vecchiaia, i figli se non te li godi adesso quando te li godi?

La mamma nell’immaginario di molti è la quintessenza della femminilità, il tripudio della Sindrome dello Strofinaccio, il senso ultimo e inappellabile dell’esistenza di una donna. Chi dice donna dice mamma. Il resto sono errori di fabbricazione, esemplari difettosi, come libri senza le ultime pagine di cui non conosceremo mai il finale. Per le donne senza figli hanno tutti un sorrisetto imbarazzato, qualche frase fatta sull’invidia a cui non crede nessuno e una parola di conforto non richiesta. Una donna senza figli è un’occasione mancata, un seme che non ha attecchito, un terreno sterile.

Chi dice donna dice mamma, e la dice lunga sulla situazione di noi donne oggi.

La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni

La strada del voler bene è lastricata di buone intenzioni, proprio come quella dell’inferno. Scorrono sotterranee dietro i nostri gesti e i nostri discorsi, scavando gallerie di sensi di colpa e di dilemmi silenziosi, come tante termiti.

Ogni tanto una buona intenzione centra il tiro e grida vittoria, perché ha strappato un sorriso, un grazie, magari perfino un ti voglio bene. Ma il più delle volte si ritirano silenziose, senza sapere se sono state notate, se qualcuno si è accorto di loro.

La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni perché più ne metti in fila e più arrivi lontano, fino in fondo agli amori più cocciuti, quelli che non si lasciano amare, che non si lasciano coccolare, che si riparano dietro un’ostilità capricciosa ma necessaria.

La strada del volersi bene è costellata di buone intenzioni perché quando si passa ai fatti si sbaglia sempre, ci si ferisce a vicenda scagliandosi addosso le proprie debolezze e le proprie paure.

L’amore e l’affetto sono egoisti, parlano in prima persona, gridano, non ascoltano, hanno sempre paura di correre troppo rapidi verso la fine, senza sapere che la fine non la vedi arrivare, non è in fondo alla strada, è una trappola che ti si spalanca sotto i piedi dopo una parola o un gesto banali, che non sembravano tanto importanti un attimo prima.

Le buone intenzioni sono come i cani randagi, quando non vengono ignorate di solito si beccano un calcio.

Quando ti perdi, però, quando hai bisogno di tornare a orientarti anche se non sei sicura di voler andare da nessuna parte, le buone intenzioni a saperle riconoscere ti indicano la strada da seguire. E ti riportano a casa.

Come sopravvivere agli hater

Decidere di scrivere un post sulle mamme dei maschi e poi pubblicarlo in un gruppo Facebook dedicato alle mamme è un po’ come cospargersi di miele ed entrare nella gabbia degli orsi. Ci si aspetta di essere criticate, che ti facciano presente che non sono mica tutte così o che anche le mamme delle femmine non scherzano. Quello che non mi aspettavo era che gli attacchi diventassero tanto personali e violenti. “Ma chi è questa?” è una delle cose più carine che mi hanno scritto, roba che subito dopo ti aspetti di leggere un “che l’aspetto sotto casa”…

Questa è  stata la prima cosa che non mi aspettavo.

La seconda è stato l’effetto che ha avuto su di me. Quando gestisci un blog che parla di femminismo rosa, alle critiche finisci per fare il callo, per forza. Se poi ogni tanto pubblichi i tuoi post nei gruppi femministi, dove come è noto rischi la vita se sbagli una desinenza, allora puoi dire di avere il master. Finora però non avevo mai suscitato tanta rabbia. Passo un sacco di tempo sui social, conosco troll e hater e so come bisognerebbe gestire una discussione. Eppure quella rabbia mi aveva piantato dentro un malessere inatteso, una sorta di timore misto a imbarazzo. Il timore di chi si accorge di essere finito nella posizione della vittima e l’imbarazzo di chi sa quanto sia assurdo prendersela tanto.

Come mai i commenti rabbiosi e gli attacchi in un luogo impersonale come Facebook arrivano tanto in profondità? E questo nonostante io non sia più una ragazzina e abbia una vita personale quasi del tutto scollegata dai social, a differenza delle adolescenti che si trovano in posizioni simili e che sui social hanno il riflesso della loro vita scolastica e sociale. Il mio primo pensiero, lo confesso, è andato al giornalista della BBC e a sua moglie, che avevano visto la propria casa e le figlie, ciò che di più privato esiste, diventare virale e oggetto di commenti poco lusinghieri. Poi ho cercato qualche risposta e qualche strumento utile per il futuro.

Era l’anonimato di quei commenti a renderli così disturbanti. Una forma di anonimato però ben diversa da quella delle telefonate anonime. Qui la persona che se la prendeva con me ci metteva la faccia e il nome, anche se la faccia poteva essere un campo di fiori (o il viso del figlio di pochi mesi) e il nome poteva essere fasullo (o un po’ spiazzante, come accade in quei profili di coppie inseparabili che scelgono di chiamarsi Famiglia Chiara e Mario Rossi, in cui mancano solo la suocera e il cane). È una forma di anonimato che ti obbliga a metterci del tuo, a esercitare la fantasia, a fare la tua parte riempiendo i buchi e colmando le lacune, il che significa che il risultato finale, così come si è formato nella tua testa, ti assomiglierà molto di più di quanto non ti assomigli quella persona nella vita reale. Avrà più a che fare con te. E ti arriverà molto più vicina, perché la maggior parte del lavoro l’hai già fatta tu.

La forza di quei commenti è anche la loro debolezza. In realtà sono commenti pigri, che richiedono uno sforzo minimo, neanche quello di alzare la cornetta e comporre il numero. Sono commenti vigliacchi e passeggeri, che spesso chi lascia dimentica pochi minuti dopo, a differenza di chi li legge. Nel giorno della querelle materna ho ricevuto anche molti messaggi privati solidali, alcune persone mi hanno ringraziato per aver sollevato la questione, eppure quando mi connettevo ai social non potevo fare a meno di provare una sorta di ansia, di disagio. Finché non ho capito che quei commenti non solo erano fragili, ma erano alimentati dal mio stesso disagio, proprio come la rabbia che li muoveva era alimentata dal loro. Non il disagio per quel che avevo scritto, sia chiaro, ma per il potere che avevo attribuito a quei commenti e  a quelle voci pigre e passeggere. È bastato parlarne, gridare che il re era nudo, perché il disagio svanisse.

I social sono il regno della condivisione, c’è chi arriva a condividere i propri segreti più intimi. La vergogna però non è un segreto facile da condividere, non è facile neanche parlarne. Eppure nell’istante in cui lo facciamo, come per magia, scompare.

Non è un problema solo adolescenziale, allora, ci riguarda tutti. Siamo saliti sulla macchina dei social come su un treno in corsa, senza preoccuparci di rallentare o di scoprire come manovrarlo. E senza capire che alla guida di quel treno c’eravamo noi. Il segreto contro gli hater non è bannare, non è neanche il silenzio, non basta. Il segreto è spegnere la loro voce nella nostra testa,  è riprendersi l’unico potere che hanno quei commenti, che è quello che gli abbiamo attribuito noi.


Le mamme dei maschi

miniature-1802333_960_720Le madri dei maschi sono un capolavoro di ottimismo.

Dove c’è uno spintone vedono un gesto amichevole. Dove c’è un pugno vedono una manifestazione di esuberanza. Dove c’è violenza vedono un bambino troppo sicuro del proprio corpo. Quanto testosterone, esclamano ammirate, mentre il pargolo distribuisce cazzotti agli amici, e quanta maleducazione, esclamano scandalizzate, quando il pargolo riceve cazzotti dagli amici.

Le madri dei maschi sono un capolavoro di fantasia.

Dove c’è uno scarabocchio vedono il futuro Picasso. Dove c’è un paio di scarpette da calcio vedono il futuro Messi. Dove c’è un nove in pagella vedono un futuro premio Nobel. Non so da chi ha preso, eclamano con finta modestia, a cinque anni è già più intelligente di me.

Le madri dei maschi gridano allo scandalo se qualcuno infastidisce il figlio ma non riescono a reprimere un sorrisetto divertito quando raccontano che il figlio a sei anni ha toccato le tette della compagna di banco. Le madri dei maschi fanno secchi i mariti al primo segno di autorità nei confronti della prole ma poi si lasciano prendere a calci dal figlio di cinque anni perché poverino è un po’ stanco. Le madri dei maschi sbandierano il proprio femminismo ma poi trovano così tenero che se lei esce con le amiche il figlio la tempesti di messaggi per chiederle di tornare altrimenti non dorme.

Da grande voglio vedere il mondo con gli occhi delle madri dei maschi. Dev’essere un mondo meraviglioso, in cui gli insulti sono emozioni trattenute, la disobbedienza un eccesso di vitalità, la maleducazione un segno di virilità. Non c’è spazio per gli errori, nel mondo delle madri dei maschi. Non c’è spazio per la debolezza. Non c’è spazio per i rimproveri. Non c’è spazio per i difetti.

È proprio un maschio, è la formula magica, che cura ogni sbaglio e guarisce ogni colpa.

E poi i figli crescono e sono sempre ragazzi che ogni tanto si divertono un po’ ed esagerano e non c’è niente di male e qualcosa dovranno pur fare con tutta quell’energia. Del resto guarda le ragazze come vanno in giro, anche loro come fanno poveretti, a resistere. E poi i figli crescono e scoprono che non sono Messi e non sono Picasso e non prendono neanche il premio Nobel e l’unica cosa di cui avrebbero davvero bisogno è aver imparato a sbagliare e a convivere con le proprie debolezze. A convivere con i rifiuti, soprattutto quelli delle donne.

Io guardo le madri dei maschi e non posso fare a meno di pensare che avremmo degli uomini molto migliori se qualcuna di loro tenesse a bada l’orgoglio materno e magari anche il pargolo, ogni tanto. Se qualcuna avesse insegnato ai figli a tenere a posto le mani e a cambiare tono di voce e che una donna ha il diritto di uscire con le amiche senza che nessuno le rompa le scatole, che le donne non si toccano neanche con un fiore, che le frustrazioni sono una gran brutta cosa ma sono anche un problema tutto loro. Se avessero insegnato ai figli a chiedere il permesso, ad accettare un no come risposta e che essere maschi non è una scusa, ma una responsabilità.

Anche perché una volta adulti, non ci saranno più scuse e mamme che tengano. Non importa se hanno sempre pensato che la virilità fosse quella cosa lì. La colpa di quello che faranno sarà soltanto loro.

E se Cenerentola fosse la favola più ribelle di tutte?

child-1244531_960_720Una giovane dalla vita sfortunata, costretta a dimenticare i propri sogni di felicità a colpi di straccio e di scopa. Le persone che la circondano non fanno che ricordarle qual è il suo posto e sono decise a impedirle di realizzarsi ed essere felice. Ma lei non demorde, insiste, tiene duro e, complici alcuni amici molto speciali, riesce ad arrivare dove si era ripromessa e una volta lì, si trasforma. È bellissima, irresistibile, sa di poter ottenere tutto quello che vuole. E infatti se lo prende.

Non è anche questa una favola perfetta per bambine ribelli? In cui la protagonista si ribella a quello che il destino sembra aver scritto per lei? Non solo. Ci ritroviamo alcuni dei temi fondamentali del femminismo e della battaglia che ciascuna donna deve combattere per trovare la propria strada: la solitudine che ti si spalanca intorno nel momento in cui reclami il diritto a fare di testa tua, il senso del dovere imposto a forza contro il piacere, la necessità di essere ostinata e non mollare mai, anche quando il sogno sembra ormai perduto e impossibile realizzare.

Che cosa cambia, allora, se per riuscirci servono dei topolini che si improvvisano sarti, una zucca che si improvvisa carrozza e una fata che per un pelo non si lasciava il vestito nella bacchetta? E che cosa cambia se il sogno della protagonista era sposare il principe azzurro? Non è questa la parte più importante. L’importante è quello che fa per riuscirci, che ci creda fino in fondo, che non molli mai. È questa la lezione che Cenerentola ha lasciato alle bambine di mezzo mondo (insieme a una pessima reputazione per le matrigne). Il principe è un simbolo, poco di più. Potremmo scambiarlo con un viaggio, con un bel lavoro, con una casa e la storia non cambierebbe poi più di tanto.

Lo dimostra il fatto che i bambini e le bambine non amano Cenerentola perché lei alla fine sposa il principe. Della favola nella versione Disney ameranno soprattutto i topini, l’apparizione della fata smemorata, la cattiveria e la ridicolaggine delle sorellastre. Ameranno tutto ciò che li ha emozionati e li ha fatti ridere, quindi l’ingiustizia e poi l’arrivo al ballo e il riscatto tanto a lungo sognato. Proprio come chi scivola e si affanna sul palo della cuccagna non lo fa perché sa che in cima troverà un prosciutto o una bottiglia di spumante, lo fa per l’ansia e il piacere di vincere. Il principe delle favole, insomma, è un po’ il nostro prosciutto. Dice un paio di battute, non si fa notare troppo, nel complesso ha il carisma di un merluzzo sotto sale, ma è lì, a indicare il traguardo, la fine della storia.

Altro che castelli e bianchi destrieri, niente ci ha preparate alla futura convivenza come un principe che da solo non trova neanche le armi, se qualche fatina irriverente non gliele piazza in mano, che prima ti bacia e poi ti chiede come ti chiami, che è convinto di essere il protagonista solo finché le donne della storia glielo lasciano credere e fanno tutto il lavoro sporco al posto suo. Non ricordo il volto di un solo principe delle favole Disney, ma riconoscerei ovunque una delle principesse. Non è emancipazione, questa, in un certo senso? Non c’è bisogno che alla fine la protagonista apra un ristorante come avviene in La principessa e il ranocchio, non è neanche necessario che lei alla fine diventi una famosa tennista o una pittrice. Quello che importa è la magia, è la fiaba, è credere nella possibilità che il sogno si avveri, se ci metti tutta te stessa e tieni duro, nonostante tutto. Quello che conta è sapere che ciascuno ha la propria favola e il diritto di viverla fino in fondo.

Non è quel che si racconta, insomma, ma come lo si racconta. Generazioni di bambine si sono identificate in Mowgli e in Peter Pan e perfino in Bambi, senza avere bisogno di un corrispettivo femminile. È la storia a fare la differenza, il modo in cui vengono distribuite le informazioni, la posta in gioco, i conflitti, la dimensione emotiva. Se la storia funziona, se ti coinvolge, se ti emoziona, se ti permette di identificarti, non importa più che il protagonista sia un maschio o una femmina. Non c’è neanche bisogno che sia una persona. Sono sempre le parole a compiere la magia, non la storia edificante che vogliono raccontare.

Una favola ben raccontata è ribelle e rivoluzionaria, a prescindere dal sesso dei suoi protagonisti. Basta che scatti la magia, che la storia ci porti con sé, che ci insegni a superare i nostri limiti e a realizzare le nostre aspirazioni. Che ci convinca che abbiamo il diritto di inseguire i nostri sogni, sempre e comunque, senza lasciarci scoraggiare dalle matrigne crudeli o dai lupi cattivi.

Una favola ben raccontata è sempre femminista, a modo suo, perché non c’è niente di più femminista che credere nell’impossibile e trasformarlo in realtà.

Lo stesso figlio

ipe-yellow-1741843_960_720Eppure è sempre lui.

È lo stesso figlio a cui hai portato il monopattino in spalla al ritorno da scuola fino a un’età scandalosamente avanzata, quando avrebbe potuto farlo tranquillamente da solo. Perché poverino, quando esce è stanco morto.

È lo stesso figlio per cui hai litigato con la tua migliore amica, perché sua figlia lo prendeva sempre in giro per le orecchie a sventola e lui poi ci stava malissimo (le donne sono tutte troie, amore mio, tutte tranne la mamma).

È lo stesso figlio a cui hai sempre fatto trovare la mela già tagliata e a fettine sottili, perché così è più buona. Lo stesso a cui tagliavi la crosta del toast e a cui passavi il mandarino una fetta dopo l’altra, in modo che potesse correre con i suoi amici mentre faceva merenda e prendesse abbastanza vitamine.

È sempre lui.

È lo stesso figlio a cui hai permesso di mettere il canale dei cartoni animati mentre tu leggevi le notizie sullo schermo del cellulare. Fino a quando non ha voluto giocare con il tuo cellulare e ti ha lasciato il telecomando. È lo stesso figlio per cui hai rinunciato a viaggiare finché non l’hai portato a Disneyland. Lo stesso figlio con cui hai passato pomeriggi interminabili a ripassare la tabellina dell’otto e la fotosintesi.

È lo stesso figlio a cui hai cercato di costruire intorno la migliore delle vite possibili, perché a soffrire si fa sempre in tempo e che la vita fa schifo lo scoprirà da solo e più tardi è meglio è.

È lo stesso figlio che da un giorno all’altro è cresciuto e ha iniziato a scrollarsi il tuo amore dalle spalle con un gesto infastidito. Lo stesso figlio che adesso ha solo voglia di imparare a sbagliare e di farlo da solo. Lo stesso figlio che sbatte la testa contro limiti inesistenti cercando se stesso, soffiando e sbuffando come un animale in gabbia, cercando la lite e un posto per quella rabbia nuova che si è scoperto dentro e a cui sembra aver dato il tuo nome. O il nome del suo affetto per te.

Lo stesso figlio che gira la faccia quando provi a chiedergli un bacio, a cui riesci a malapena a raddrizzare il colletto prima che esca con gli amici. È lo stesso figlio che adesso si nasconde dietro la porta chiusa e ti lascia il telecomando del televisore e anche il cellulare, perché il suo è più veloce e ha più memoria.

Lo stesso figlio che adesso non devi più andare a prendere da nessuna parte e che ti ha svuotato le giornate di colpo, lasciandoti con un sacco di tempo libero e nessuna idea di come utilizzarlo. A parte imparare da capo a fare la mamma e a fare la donna, a nascondere la premura dietro i divieti, a scivolare sullo sfondo della sua vita buttando qua e là regole incerte e speranzose. A parte fare lo yo-yo fra i suoi bisogni improvvisi e i suoi divieti.

Mentre scopri che l’amore di una madre è sempre troppo o troppo poco. E ti viene il dubbio improvviso che non si nutra affatto di sacrifici e preoccupazioni come hai sempre pensato. Che in realtà si sia sempre nutrito soprattutto di ricordi. In una rincorsa al contrario in cui più ci si affanna e più ci si allontana da quell’amore perfetto e impossibile da cui è cominciato tutto.

Allora d’accordo, ricominciamo tutto da capo. Tutto al contrario. E se potessi tornare indietro glielo lasceresti portare da solo il monopattino su per le scale, anche se vederlo sudare e affannarsi è più difficile che spaccarsi la schiena per farlo al posto suo. Perché hai scoperto che il regalo più prezioso che puoi fargli non è difenderlo dalla paura e dalla fatica e dal resto del mondo, ma lasciare che il sorriso orgoglioso che gli illumina il viso quando è arrivato in cima sia soltanto suo.