Non c’è posto per lo stupro nella giustizia degli uomini

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La verità è che lo stupro non trova posto nella giustizia maschile, e forse non lo troverà mai. La sentenza della Manada di Pamplona è solo l’ultimo esempio e l’ultima dimostrazione. Nove anni per abuso sessuale e nessuna condanna per violenza sessuale per i cinque uomini – fra cui un guardia civil e un militare – che durante la festa di San Fermin hanno portato una diciottenne in un androne, le hanno tolto il cellulare, il reggiseno, le hanno abbassato i pantaloni e l’hanno tenuta per i capelli mentre a turno la penetravano analmente e vaginalmente, oltre a farsi praticare sesso orale, filmandola per tutto il tempo.

Eppure uno dei giudici, lo stesso che avrebbe voluto assolvere i cinque uomini, nelle immagini video portate come prova non vede traccia di disgusto, schifo, ripugnanza, disagio o paura, da parte della ragazza. Era sesso, sostiene. Si sente perfino qualche gemito, insomma, la ragazza ha gli occhi chiusi, non parla, è completamente passiva. Dov’è la violenza?

Dov’è la violenza? È questo il problema. È proprio qui, in una giustizia maschile che identifica la violenza con i pugni, gli schiaffi, le ossa rotte, le urla. Quella è violenza, la violenza degli uomini, di certi uomini, l’unica che sanno riconoscere. La violenza del silenzio, della passività, dello shock, della sopraffazione, la violenza della paura e delle emozioni non ha un nome, non ha un posto nella giustizia maschile.

Se hai diciotto anni e ti circondano in cinque e hai paura e sei sotto shock e l’unica cosa che riesci a fare è chiudere gli occhi e non fare niente di niente, non dire niente di niente, mentre ti violano in tutti i modi possibili, mentre si incalzano a fare a turno, mentre ti muovono come una marionetta e tu non hai detto di sì ma non hai detto neanche di no, perché non hai detto niente di niente, hai solo tenuto gli occhi chiusi per tutto il tempo, sperando che finisse in fretta, e con un po’ di fortuna forse una parte di te non era lì, era altrove, dove nessuno poteva arrivare, dove non potevano violarti del tutto, dove non potevano prenderti per i capelli e mettertelo in bocca e nel culo, in cinque, a turno, se per tutto il tempo non ti sei opposta, se non hai gridato, se non hai reagito, allora non hai subito violenza. Lo dice la legge. Lo dice questa sentenza.

Se non ti hanno presa a schiaffi, non è violenza. Se non sei ferita, non è violenza. Se non hai detto di no, non è violenza. Per gli uomini, per i giudici, non è violenza. Ma chi si è eccitato a tue spese, durante e dopo, magari perfino guardando quel video, nel fondo lo sa che è stata proprio quella violenza a eccitarlo. E non c’è sentenza che possa assolverlo.

La verità è che non c’è spazio per lo stupro nella giustizia maschile, non in una società in cui lo stupro è segno di virilità, in cui fa capolino in battute di dubbio gusto senza che nessuno si scandalizzi, le stesse battute dei cinque del Branco, che prima della festa annunciavano agli amici di voler violentare tutto quello che vedevano, e giù risate. Non c’è giustizia possibile in una società in cui lo stupro continua comunque a dare meno fastidio di una donna che denuncia, e che ha il coraggio di farlo senza neanche un osso rotto e senza aver gridato No davanti al telefonino che la filmava o aver fatto almeno una smorfia di dolore, quelle che il giudice ha cercato sul suo viso senza trovarle.

Se vuoi essere creduta, qualcosa devi darci in cambio, vogliamo un pezzo di te. Della tua dignità, del tuo dolore, della tua paura. Dacci qualcosa che possiamo soppesare, con cui misurare quanto hai sofferto, quanto hai pagato. Dacci un po’ del tuo sangue, una smorfia di dolore, un braccio rotto, un urlo lacerante. Dacci un po’ di quella carne e di quel corpo che vuoi tenerti tutto per te. Perché la giustizia per le donne non è mica gratis, ha un prezzo, e si paga con una moneta maschile.

 

 

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Sui social e in libreria siamo tutte ribelli

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Sui social siamo tutte ribelli, condividiamo i post più battaglieri, esortiamo le altre donne a fare la voce grossa e ci facciamo grasse risate al primo segno di debolezza altrui.

In libreria siamo tutte ribelli, ci riempiamo le braccia di libri sul femminismo, riempiamo i nostri scaffali di storie di donne che ce l’hanno fatta e la testa e i sogni delle nostre figlie di parole come forte, indipendente, guerriera.

Eppure io di donne ribelli fuori dai social e dalle librerie ne vedo poche, confesso. Vedo donne stanche, esauste, che schizzano via dall’ufficio per portare i figli in piscina perché il marito non può, deve andare a correre con gli amici. Vedo donne oberate di carichi e di pensieri, che si svegliano mezz’ora prima per stirare la camicia al compagno, che si affannano per essere o sembrare l’angelo del focolare. Vedo donne che si vantano di non sedersi fino a fine giornata, che si vantano di farsi in quattro e in otto e in cento mille pezzi per i figli e un’idea di famiglia che poco assomiglia alla felicità.

Vedo donne che si indignano al primo slogan in odor di maschilismo, ma che criticano le donne che hanno accanto al primo segno di debolezza. Vedo donne che confondono la forza con il valore, l’efficienza con la felicità, la cura degli altri con la propria. Sento di donne che continuano a morire per mano dei compagni, che continuano a non essere indipendenti economicamente perché mettono il proprio lavoro in secondo piano, che continuano a occuparsi di tutto prima che di se stesse.

Che cosa ce ne facciamo, allora, di tante storie di donne ribelli? Dove vanno a finire, una volta uscite dai social e dalle librerie? Forse le donne non hanno bisogno di tanti slogan, ma di essere più sincere con se stesse, di pretendere meno o di più dalle proprie forze, di ignorare le richieste altrui, di imparare a perdonarsi. Forse non hanno bisogno di esempi illustri, ma di accettare la propria debolezza, la propria leggerezza e la propria stanchezza. E forse hanno bisogno (anche) di ribellioni diverse da quelle di cui parlano i social. Di ribellioni silenziose e discrete, di piccoli gesti, di no prima sussurrati e poi detti ad alta voce, di non perdere mai di vista il proprio spazio e i propri sogni, di avere sempre “una stanza tutta per sé”.

Vedo donne che avrebbero bisogno di essere meno ribelli, forse, e più più felici.

Corso di autodifesa al femminile, ma femminile davvero

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Foto di MsSaraKelly (CC)

Al femminile. Perché i corsi di autodifesa sono la dimostrazione che viviamo in una società al maschile, in cui si declina, si adatta, si ingentilisce, ma si parte spesso da modelli e presupposti maschili. I corsi di autodifesa “al femminile”, infatti, di femminile a pensarci hanno ben poco. Sono in realtà corsi maschili, pensati con metodi maschili per combattere la violenza subita dagli uomini, non dalle donne. Non che non siano utili. Ti insegnano a difenderti a borsettate o con un colpo di nocche allo sterno o sul cranio, dove anche l’aggressore più nerboruto si piega dal dolore, o con il classico calcio fra le gambe. Sono corsi pensati per difendersi da un avversario sconosciuto, che aggredisce per strada o comunque in un luogo pubblico, fuori di casa.

Le statistiche però dicono chiaramente che non è quella la violenza da cui devono difendersi le donne. Sono gli uomini che hanno maggiori probabilità di essere aggrediti da sconosciuti e per strada. Le donne subiscono violenza soprattutto per mano di persone conosciute e fra le pareti domestiche. Non solo, certo, ma più spesso. E non sarà una borsettata o un mazzo di chiavi stretto fra le dita a salvarci da un marito violento o da un ex fidanzato. Magari bastasse. No, quello che serve davvero alle donne è tutto ciò che avviene prima dei calci e delle borsettate. È la consapevolezza di avere il diritto di difendersi, il diritto e il dovere verso se stesse di farlo.

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Per un corso di autodifesa al femminile non c’è bisogno di tuta o di borsette o di chiavi. Serve uno specchio.

Posizioniamoci davanti allo specchio, guardiamoci negli occhi il tempo sufficiente e rilassarci e a smettere di sentirci a disagio sotto il nostro sguardo. E quando avremo dimenticato tutto il resto e riusciremo a guardarci e a riconoscerci, iniziamo l’esercizio.

«No.»

«No, non è il suo modo di volermi bene.»

«No, non è vero che non può fare altrimenti.»

«No, non è fatto così, si comporta così.»

«No, non sarà una volta sola.»

«No, non cambierà.»

«No, non ne ha il diritto.»

«No, non lo fa per te.»

«No, gli uomini non sono tutti così.»

«No, dopo uno schiaffo non si torna più indietro.»

«No, non è colpa mia.»

«No.»

«No.»

«No.»

«No.»

«No.»

Diciamolo davvero, impariamo a dire di no. Non è così facile, ovviamente, e non si risolve così la violenza di genere, ma è l’unico esercizio di autodifesa che abbia un senso, secondo me, e che può essere davvero utile. Imparare a dire di no. Non sarà mirare ai punti vitali dell’avversario o imparare a schivare un colpo a difenderci. E meno che mai camminare con le spalle dritte e controllare l’ambiente in cui ci muoviamo. A difenderci dalla violenza di un compagno può essere solo la convinzione di avere il diritto di farlo. Il diritto e il dovere. A salvarci sarà la certezza che non è colpa nostra. Non è mai colpa nostra. Non ce l’hanno insegnato abbastanza. Alle donne insegnano a dire di sì, a dire certo, a restare in silenzio, a non alzare la voce e la testa, a non creare problemi, a non farsi riconoscere, a lasciar fare. Alle donne non insegnano mai abbastanza a dire di no, perché il no delle donne è pericoloso, il no delle donne è un muro, è un terremoto, il no delle donne cambia tutto, non lascia nulla com’era. Dirlo più spesso farà bene alle donne e sentirlo più spesso farà bene agli uomini.

Ma lo faremo per noi, non per loro.

Davanti allo specchio, inspirare, espirare. Dieci volte per ogni esercizio.

«No.»

«Non è il suo modo per volermi bene.»

«No.»

«No.»

«No.»

«Sì, è grave.»

«Sì, ti meriti di essere trattata diversamente.»

«Sì, esiste un’alternativa.»

«Sì, ce la farai anche senza di lui.»

 

La felicità delle donne si chiama rivoluzione

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Foto di Mary Crandall (CC)

La rivoluzione è donna. Che sollievo. Che sollievo capirlo e non sentirsi più tutte sbagliate. La rivoluzione è donna e non c’è felicità senza trasgressione. E non c’è trasgressione senza solitudine. E va bene così.

Prima lezione dei romanzi rosa: la donna per essere felice deve guardare a se stessa in modo diverso. E non è mica tanto facile, quando ogni ventotto giorni madre natura ti rimette al tuo posto, quando gli ormoni fanno di te quello che vogliono, quando per capire che giorno è basta il tuo umore e non c’è bisogno del calendario, quando per cinque giorni al mese vai in giro con qualcosa nelle mutande, con buona pace dei pubblicitari che ci infilano i pantaloni bianchi e ci fanno fare le capriole (si infilino il cotone nel sedere e le facciano loro, le capriole).

Non sta bene parlarne, non lo si dovrebbe dire, lo so, la donna soffre in silenzio. Certo, se toccasse agli uomini probabilmente sarebbe una festa nazionale. In memoria del sangue versato per la sopravvivenza della specie, o qualcosa del genere. Ma noi siamo donne, quindi soffriamo e sanguiniamo in silenzio, grazie e prego e tanti saluti agli assorbenti passati dal sistema sanitario. E ringrazia che io ai tuoi tempi avevo le mutande di plastica e non potevo andare in spiaggia.

Seconda lezione dei romanzi rosa: la donna per essere felice deve trasgredire. Deve trasgredire i confini della propria condizione economica e sociale, deve osare e superare i propri complessi e i propri limiti e le proprie insicurezze. Non è che una donna può vivere la propria vita di tutti i giorni e ops, ci inciampa, nella felicità, tu guarda è sempre stata lì e non l’avevo mai vista. No, bisogna osare, uscire dalle regole, alzare la testa, essere un po’ meno ligie al dovere, un po’ meno compiacenti. “Con quel caratteraccio non andrai mai da nessuna parte”, insomma, è la balla più grande che ci abbiano mai raccontato.

Terza lezione dei romanzi rosa: per essere felici dobbiamo smettere di sentirci in colpa. Se non abbiamo traumi nascosti nel passato, castighi da scontare, tragedie familiari nascoste nel cassetto, ci resta pur sempre la cara vecchia Sindrome dello Strofinaccio con cui fare i conti. No, non possiamo essere felici e servizievoli, non tutte e non necessariamente. Per essere felici non è necessario rimboccarci le maniche, come ci insegnavano le nostre mamme, ogni tanto basta alzare il dito medio e sollevare i piedi sul divano.

Insomma, facciamocene una ragione, a volte tocca alzare la voce, girare le spalle, dire la cosa sbagliata al momento sbagliato, farsi riconoscere, perché sono le bambine che si sentono dire “non farti riconoscere” “sento solo te” “non gridare”, sono le bambine e le ragazze che devono farsi piccole piccole e occupare meno spazio, quel che è concesso al gentil – dito medio – sesso. A volte allora l’unica soluzione è lasciare che ci piovano addosso critiche come coriandoli e spazzarcele di dosso con la stessa leggerezza.

La rivoluzione è donna. Non c’è felicità possibile senza rivoluzione. Non è maleducazione. Non è ingratitudine. Non è mancanza di rispetto. Non è volgarità. Siamo solo nate per occupare più spazio di quello che ci hanno dato, e adesso stiamo per riprendercelo. E no, non lo faremo necessariamente con le buone.

 

 

Il magico potere del disordine nelle battaglie delle donne

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Il mito dell’amore romantico va rivisto, riletto, ribaltato, raso al suolo?

Son finiti i tempi in cui San Valentino erano solo cioccolatini e frasette romantiche, ora tocca prendere le cose un po’ più sul serio e farsi qualche domanda. E le femministe lo hanno fatto, in Spagna (e sicuramente anche altrove), con un San Violentín in cui invitavano a fare tabula rasa di un ideale romantico che porta con sé una serie di presupposti sbagliati e pericolosi, brodo di coltura ideale per comportamenti abusivi e offensivi. In Spagna, le associazioni Novembre feminista e Vaga feminista, hanno messo in chiaro che il mito romantico della nostra società si fonda su uno squilibro di poteri, perpetua gli stereotipi di genere ed è alla base di molte relazioni tossiche.

Difficile dare loro torto. L’amore vissuto come possesso e confuso con la gelosia, la donna corteggiata in quanto oggetto passivo, la coppia intesa come unica sfera di realizzazione personale, le violenze spacciate per grandezza di sentimenti, tutto questo non può che fare male alle donne. Anche agli uomini, in realtà.

Non sempre, in realtà, il romanticismo delle donne è passivo come sembra, anzi, la letteratura romantica assegna alle donna quel ruolo da protagonista che altrove le è negato; il lieto fine del romance è soprattutto un’occasione di riscatto e un invito a sognare, e l’indulgere sui sentimenti un’occasione di introspezione e ricostruzione di sé. Ma non è questo il punto.

Il punto, secondo me, è che prendersela con il mito dell’amore romantico è un po’ come  prendersela con il dito che indica la luna. Ciò che imbriglia la donna non è il mito dell’amore romantico, non solo. A frenarla e a tarparle le ali è aver fatto di lei il principio dell’ordine domestico e di coppia, sociale e privato. Averle scaricato addosso il ruolo di paladina della stabilità e della quotidianità. E se è difficile liberarsi del mito dell’amore romantico, figuriamoci di quella serie di regole non scritte che ci fanno credere di essere il perno invisibile da cui dipende tutto il resto, o se non altro che lo mantiene in funzione. Perché per scrollarci di dosso questo peso dovremmo anche rivedere quello della famiglia, e il suo ruolo conservatore e stabilizzatore all’interno della società, andando incontro a una rivoluzione per cui la nostra società è tutto fuorché pronta.

Eppure è lì che dovremmo affondare i nostri colpi, se vogliamo cambiare davvero qualcosa. Abbiamo lottato per le donne in politica, per le donne scienziato, per le donne chirurgo, per le donne astronauta. Ora proviamo a lottare per la “follia” delle donne. Per il nostro diritto a mandare tutto all’aria, a non sentirci obbligate a ricucire ogni strappo, a conciliare, a mediare, a puntare i talloni quando la carrozza va dritta verso il precipizio. Possiamo anche ribaltare il mito romantico, ma finché ci resterà addosso il ruolo di paladine dell’ordine, non avanzeremo poi molto. Sarà un po’ come aver conquistato il diritto a lavorare prima di tornare a casa a pulire e cucinare. La vera libertà è poter decidere, non sacrificarsi sempre e comunque per il bene altrui, non abbassare la testa per evitare discussioni, non arrotolarsi le maniche quando nessun altro lo fa, la vera libertà è avere lo stesso diritto degli uomini di prendere e partire e sbagliare e ricominciare da capo, senza il peso del giudizio altrui. La vera libertà è non correre a tappare le falle della vita familiare e domestica, come se spettasse solo a noi. Non vivere le pecche della nostra famiglia come tare personali. Non sentire che i successi degli altri sono anche i nostri, e i loro fallimenti pure.

Ci hanno fregate con quella storia che “dietro un grande uomo c’è una grande donna” e continuiamo a crederci, in fondo. Dietro un grande uomo investito dalla luce del successo c’è la sua ombra.  Proprio come dietro una donna.

Nessuno dice che le donne debbano essere il cuore pulsante della casa e della famiglia, e nessuno dice che le donne debbano essere ribelli. Ma dobbiamo poter scegliere. E farlo senza sensi di colpa. Proprio come gli uomini. Finché prenderci cura di noi, inseguire i nostri sogni, essere artiste, ci renderà odiose e folli e pericolose, non ci sarà nessuna concezione dell’amore che possa aiutarci.

E il paradosso è che l’amore romantico, lo stesso guardato con sospetto da molte femministe, è un modo per canalizzare proprio quell’ansia di disordine e di evasione, tutta l’insofferenza, la ribellione e la follia delle donne. Invece di criticarlo, forse allora dovremmo lasciarlo libero di esplodere, senza le pressioni sociali che di volta in volta si sono nascoste dietro il puritanesimo, la convenienza, il pudore, la morale, il senso del dovere, il mito della superdonna. C’è un potenziale enorme, perfino nel romanticismo più bieco e sdolcinato, perfino dietro il successo di libri scadenti come le Sfumature; c’è l’energia di migliaia e migliaia di donne che sono convinte di non poter osare altrimenti, a cui hanno insegnato che non potevano seguire i loro sogni senza tradire quelli di qualcun altro, e che dunque hanno finito per cercarli e realizzarli fra le pagine.

Il romanticismo non è (sempre) un inno al maschio alfa o al principe azzurro sul bianco destriero, il romanticismo può essere un viaggio in una sfera intima fatta di aspirazioni e insofferenze e frustrazioni e desideri proibiti e vissuti come sbagliati, fino a un attimo prima di aprire il libro. Aspirazioni e desideri di cui il sesso e l’amore non sono che una metafora, in realtà, più o meno consapevole.

Mentre combattiamo la nostra lotta contro gli squilibri e le falle di un certo amore romantico, allora, non dimentichiamoci che il nostro vero nemico è un altro. È il ruolo che la società ha voluto per noi, come tanti vigili a guardia dell’ordine e della sopravvivenza domestica, proprio come ci hanno convinte che dobbiamo essere madri per la sopravvivenza della specie. Ogni volta che ricacciamo indietro un sogno, che ci mordiamo il labbro per trattenere un’emozione, che riconosciamo un’autorità inesistente in un uomo o nella famiglia, ogni volta che ci mettiamo da parte perché il nostro mondo vada avanti senza scossoni, ricordiamoci che stiamo pagando il prezzo delle battaglie altrui. E che, a volte, le prime a chiederci di farlo siamo proprio noi stesse.

Se fa male non è amore

Il 14 febbraio è la festa degli innamorati,

di tutti gli innamorati,

quelli che hanno amato e perduto,

quelli che non ci hanno creduto abbastanza,

quelli che ci hanno creduto troppo,

quelli che hanno amato di un amore tiepido

e quelli che si sono scottati fin nel fondo dell’anima.

 

È la festa degli innamorati,

di chi ha troppo amore dentro per una persona sola

di chi ha troppo amore dentro perché è rimasto solo

di chi ha troppo amore dentro e per questo è da solo.

Di chi cerca se stesso in un amore futuro

e chi si ritrova soltanto in un amore passato.

 

Ma non è la festa dell’amore cattivo,

quello che per proteggerti ti fa il vuoto intorno

quello che ti fa sentire speciale solo perché fa male

quello che ti fa vivere nell’ansia a ogni istante

quello che ti striscia addosso, che fa paura,

la stessa paura che poi non fa sentire il dolore.

L’amore intermittente, in cui è o tutto o niente

in cui tu sei o tutto o niente,

in cui la tua vita si accende e si spegne.

 

San Valentino non è la festa del possesso spacciato per amore

della dominazione travestita da devozione

della colpa spacciata per condanna.

Se ti senti sola, non è amore.

Se ti senti in colpa, non è amore.

Se ti senti inadatta, non è amore.

Se hai paura di dire di no, non è amore.

Se hai paura di non essere all’altezza, non è amore.

Se pensi di non poterci fare niente, non è amore.

Se pensi che sia solo la vita che ti è toccata, non è amore.

Se non è la vita che avresti scelto, non è amore.

Se ti sei messa da parte, non è amore.

Se devi soffocare te stessa, non è amore.

Se lo fai per lui, non è amore.

Se lo fai per voi, non è amore.

Se non lo fai per te, non è amore.

Se fa male, non è amore.

E oggi non è la tua festa, non è la sua festa, non è la vostra festa.

È la festa degli innamorati.

 

Romance e femminismo, un matrimonio annunciato

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Nell’immaginario popolare le femministe sono, spesso, quelle donne che nel privato le proprie battaglie le hanno già vinte. Le femministe hanno le idee chiare, sono battagliere, inarrestabili, sono preparate, colte, determinate, coraggiose. Le femministe hanno una mappa dei punti erogeni che neanche alla Nasa, conoscono la propria vagina come il cassetto delle posate, con il pudore ci si soffiano il naso e al primo rigurgito maschilista si trasformano nella versione incazzata di Lara Croft, una specie di via di mezzo fra Wonder Woman e la Sora Lella, e fanno pentire il malcapitato di essere nato uomo.

Nell’immaginario popolare le femministe sono esigenti e intransigenti. Il femminismo per alcune donne non è uno strumento o una mano tesa, non è una conquista, non è quella preziosa rete di solidarietà e collaborazione che lo rende speciale. Per alcune donne il femminismo è una prova da superare, è un traguardo irraggiungibile, è ansia da prestazione, è un po’ come il gruppo delle ragazze popolari al liceo: se hai l’apparecchio ai denti e non sai fare benzina, ti emozioni al momento sbagliato e vuoi qualcuno che ti apra la porta al ristorante, ti versi il vino e divida il conto, sei fuori.

Il romance non fa tante domande. Il romance è anonimo, rassicurante, nel romance c’è posto per tutte, belle e brutte. Nel romance i sospiri non hanno note a piè di pagina e norme ortografiche da rispettare. Per questo il romance è liberatorio, perché offre e ha offerto a molte donne un terreno di confronto, il posto dove dare un nome a ciò che provavano, dove trovare una definizione rassicurante ai propri sintomi, a quella voglia e quel bisogno di evasione, di sensazioni, di sogni, che in un quotidiano fatto di doveri e ricette e lavatrici, rischiano di suonare pericolosamente sovversivi e sbagliati. Ed ecco che nelle pagine del romance compaiono gli stessi sintomi. E, sorpresa sorpresa, pare che non ci sia niente di male. È normale. Non ditelo in giro, ma è del tutto normale. La felicità femminile a volte assomiglia un po’ alla masturbazione: si può praticare, è del tutto normale, per carità, ma meglio tenersela per sé e non tirarla fuori, chessò, a tavola a cena. E nel dubbio, meglio ricorrervi con moderazione, si sa mai che si diventi cieche davvero.

Così, se non puoi andare in un seminterrato, fumare marijuana, tirarti giù le mutande con una mano e reggere uno specchio nell’altra, come abbiamo visto fare nei gruppi di autocoscienza dei film, se non hai il coraggio o l’attitudine per quello, le pagine di un romance saranno meno esigenti. E qualcosa si impara lo stesso.

Il romance per molte donne è stato e continua a essere uno spazio di crescita, è stata una mano tesa verso la loro educazione emotiva e sessuale. Il romance è liberatorio, a qualunque età. Il romance è lo spazio in cui la nostra follia diventa innocua, i nostri sogni meno improbabili e le nostre inquietudini meno scandalose. Ecco, allora, il ponte teso fra rosa e femminismo, quel ponte di corda un po’ traballante che dovremmo rendere sempre più solido e attraversare più spesso.

E oggi che il romance sembra guardarsi intorno un po’ spaesato, fra le avventure spesso dilettantesche del self, fra le pericolosissime derive dark fra stupri e dominazione spacciata per romanticismo, e le tentazioni autoriali talvolta traballanti, oggi quel ponte è una tentazione sempre più forte, di quelle a cui vale la pena di cedere.

Da una parte del ponte c’è un genere in crisi di identità (ma non di vendite), dall’altra c’è un’etichetta usata fino allo sfinimento, contesa fra il marketing e il rigore della vecchia guardia e la caccia ai clic a suon di provocazioni. Che cosa succederebbe se la smettessero di guardarsi intorno e provassero ad andarsi incontro? Sarebbe un matrimonio combinato o vero amore?

Non lo sapremo mai finché non ci proviamo, ma a me il rosa e il femminismo sembrano sempre di più i due attori di una commedia romantica che si ostinano a cercare l’amore altrove quando il pubblico ha già capito da mo’ che la coppia prescelta sono loro e aspetta solo il momento del bacio. Sono entrambi mossi da una passione e da un entusiasmo rari, sono capaci di creare reti femminili solide e intraprendenti, sono fucine di sogni ed emozioni, sono mossi dallo stesso anelito verso la libertà e la trasgressione di norme che non ci appartengono, verso la rottura del quotidiano per aprirlo al nuovo. Insomma, come tutti i protagonisti romantici che si rispettino, sono fatti l’uno per l’altra, anche se tutto sembra indicare il contrario.

Si baceranno o non si baceranno? Il femminismo arriverà in tempo all’aeroporto per impedire al rosa di decollare verso il dark romance o il diario adolescenziale? Il romance salverà il femminismo dai roghi del #metoo e dai pregiudizi retrogradi e dagli slogan acchiappaclic? Ancora non lo sappiamo, ma io continuo a tifare per loro.

E vissero sempre felici e indipendenti.