Leggere sul cellulare può salvare le storie?

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«Ho ricominciato a leggere, erano anni che non leggevo più.»

«Davvero? Che bello!»

«Sì, non avevo mai tempo. Non che adesso ne abbia, eh?»

Sento odore di Sindrome dello Strofinaccio lontano un chilometro. E la mia amica, devo dirlo, ne è affetta in modo grave. Ha una figlia ormai grandicella, una casa fin troppo pulita, un lavoro part time e l’incapacità cronica di ritagliarsi tempo per se stessa senza sentirsi in colpa. Piuttosto va a fare la spesa, cucina per la settimana dopo, toglie una polvere inesistente o stira le lenzuola (segno che la Sindrome dello Strofinaccio è nella fase acuta, secondo me).

«E allora quando leggi?» le chiedo.

«Mentre cucino. Sul cellulare. Guarda.»

Mi mostra la sua biblioteca sullo schermo del cellulare e devo ammetterlo, per un attimo mi irrigidisco. Eh, no, dice una parte di me, così non vale, così si perde tutta la magia, e poi guarda che schermo minuscolo, come si fa a leggere così, così non è mica un piacere…

Poi però vedo come si illumina mentre mi mostra il suo piacere proibito e tutti i titoli sul suo cellulare. Perché sì, per la mia amica la lettura è – e forse sarà sempre – un piacere proibito. Non è quello che le hanno insegnato, non rientra fra i compiti della brava donna di casa. Uscita di casa giovanissima, con un rapporto precario con i genitori, con cui ha interrotto in pratica ogni rapporto nonostante vivano a due passi da lei, la mia amica si porta dentro più sensi di colpa di quanti ne restino sull’inginocchiatoio di un confessionale. E il suo modo per affrontarli o almeno conviverci è ammazzarsi di fatica. O convincersi di farlo. Convincere se stessa e il mondo di essere esausta e di non aver dedicato neanche un minuto a se stessa. La lettura non è contemplata nel suo stile di vita. La lettura è per le donne oziose e un po’ supponenti, per chi ha tempo per guardarsi dentro e rinchiudersi dentro di sé dimenticandosi del resto. Mica come la televisione, che ti distrae. No, la lettura è uno specchio, e come ogni specchio che si rispetti, è simbolo di egocentrismo e vanità e tempo da perdere.

Leggere sul cellulare rende tutto diverso. Guardare lo schermo del cellulare nella sua visione delle cose è concesso, e il fatto che la lettura sia un po’ meno piacevole, che ci si debba sforzare per leggere, che non sia soltanto un piacere, lo rende accettabile. Farlo mentre si cucina, poi, scaccia ogni dubbio rimasto. Forse arriverà il giorno in cui anche lei metterà da parte il cellulare e le verrà voglia di entrare in libreria o almeno di passare a un ereader, ma per ora va bene così.

E mentre parlavamo, dopo aver messo a tacere con qualche gomitata la parte di me che continuava ad arricciare il naso infastidita, ho pensato che forse è proprio questa la strada per conquistare nuovi lettori e salvare la lettura. Che il cellulare può diventare un grande alleato e che le storie troveranno sempre e comunque il modo di arrivare al lettore, anche da uno schermo minuscolo e con un’impaginazione che ai grafici editoriali farebbe venire l’orticaria, probabilmente.

In fondo, che importanza ha, se al posto del profumo della carta la mia amica sente quello dei cannelloni, al momento di leggere? La luce nei suoi occhi mentre mi raccontava dell’ultimo libro che ha iniziato (stavo per mettere le virgolette a libro, eh, ma mi sono trattenuta), il suo ritrovato amore per le storie e anche e soprattutto per se stessa e per i momenti “rubati” agli altri (qui sì, le virgolette ci volevano) e dedicati a ritrovare la persona nascosta dietro tanti compiti e doveri e sensi di colpa, è questo l’importante, e non c’è profumo della carta che regga.

Ripartiamo dai lettori, non dai libri, se vogliamo che le storie continuino a vivere. Perché sono le storie che contano, non gli scrittori, non i libri e non gli editori. Le storie e chi le ascolta, le interpreta, le guarda, le legge e poi le trasmette ad altri. Saranno le storie a salvarci, non i libri e non la carta. Le storie e la loro capacità unica di restituirci a noi stessi, di permetterci di ritrovarci, finalmente, nel riflesso di un mondo nuovo e diverso da noi.

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Autodifesa al femminile

L’anno scorso sotto Natale presi parte a un corso di autodifesa a scopi benefici. Durò poco più di mezza giornata e per il modico prezzo di un giocattolo mi portai via molti consigli utili. 

Quali erano i punti più sensibili in cui colpire, come atterrare anche l’avversario più nerboruto con un colpo di nocche, cose così. Allo stesso corso ci spiegarono anche che le modalità di aggressione, secondo le statistiche, sono molto diverse fra uomini e donne. Gli uomini hanno più probabilità di essere aggrediti in gruppo e da estranei. Le donne da una sola persona, conosciuta.

Mentre tornavo a casa, più baldanzosa e impavida del solito, all’improvviso mi resi conto che quello che avevo imparato, stando alle statistiche, non sarebbe servito a un tubo.

Al corso eravamo tutte donne, ma gli istruttori erano uomini e per quanto bravi fossero, i loro consigli erano tarati sulla sicurezza maschile, non su quella femminile.

Dare un colpo di nocche allo sterno forse sarà utile in una strada buia, ma non nella propria cucina e non per difendersi dalla rabbia di un compagno o del marito. Farsi trovare con le mani sollevate pronte a difendersi può servire se si avvicina un estraneo, ma non lo faremo mai con una persona conosciuta, se non di istinto.

Per difendersi dalla violenza che ci riguarda davvero, in quanto donne, non servono (solo) i consigli dei corsi di autodifesa. Serve la consapevolezza di avere il diritto di dire di no, servono limiti chiari posti intorno alla propria felicità e ai propri diritti. Serve sapere che la felicità e la soddisfazione altrui non sono la misura del nostro valore, che se il marito o compagno è infelice è un problema suo o di entrambi, ma non nostro. Che la felicità altrui non è una nostra responsabilità. Serve convincersi di non essere costrette a essere l’anima del focolare, che non dobbiamo scusarci se la cena non è pronta o se la casa non è in ordine. Serve avere ben chiaro che le donne non sono nate per sopportare o per mettere le pezze all’infelicità e ai fallimenti altrui, che non sono obbligate a sacrificare se stesse e il proprio tempo libero e i propri sogni in nome della pace domestica.

Ecco il corso di autodifesa che vorrei per Natale, allora, quest’anno. Un corso di autodifesa pensato per le donne, per aiutarle a far fronte alla violenza che rischiano davvero di subire. Perché la forza di reagire nasce dentro di noi, dalla consapevolezza del diritto. Nasce dove muoiono i nostri sensi di colpa. 

Il peso specifico dei no delle donne

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Foto di Mario Klingemann (CC)

“È appena uscito il mio romanzo e sono sicuro che ti piacerà.”

“Volevo avvisarti che da domani potrai comprare il mio libro, lo amerai, fidati.”

C’è la versione marpiona, quella finto umile, quella passivo aggressiva, ma l’atteggiamento di fondo è sempre lo stesso: è mio, io sono maschio, tu sei donna, non può non piacerti.

Fidati, ti piacerà. Che si tratti del mio libro o del gioiellino che ho in mezzo alle gambe. Ti piacerà, ma tu, donna, ancora non lo sai. E se non ti piacerà, allora è evidente che il problema è tuo. Non sai riconoscere un capolavoro, non sei all’altezza di quello che scrivo, sei lesbica, hai un problema con gli uomini.

Dietro tante molestie, letterarie e non, c’è questa prepotenza di fondo, questa convinzione assoluta di essere portatori del Sacro Graal del sesso femminile, unici dispensatori di felicità e di cultura, magnanimi educatori al piacere del sesso debole.

Le femmine devono imparare a stare al proprio posto, i maschi devono imparare a reclamare il proprio. Le femmine devono imparare l’arte della prudenza, i maschi quella del coraggio. Le femmine devono imparare a chiedere, gli uomini a non aver bisogno di chiedere mai.

Ecco, quando si discute di molestie e aggressioni, di stupri e di violenze, bisognerebbe interrogarsi secondo me anche su questa forma di prepotenza, per cui il silenzio di una donna equivale a un sì entusiasta. È impossibile capire la situazione in cui si trova una donna che subisce molestie senza partire da qui. Perché se a un uomo le regole non scritte della nostra cultura hanno insegnato che non deve chiedere mai, a una donna hanno insegnato a dire sempre di sì. A essere accondiscendente, a passare in secondo piano, a compiacere, a soddisfare le esigenze altrui, che si tratti di un compagno, dei figli o del capo. Il no di una donna pesa come una condanna, anche e soprattutto per chi lo dice. Il no di una donna è odioso, supponente, riprovevole. Lo sanno bene le donne che l’hanno detto e ne hanno pagato le conseguenze.

Le molestie sono una questione di potere, certo, ma non solo. Esiste un filo sottile che unisce le molestie e la frequenza con cui le donne rinunciano a lavorare perché il marito possa continuare a farlo, smettono di inseguire le proprie passioni per dedicarsi alla casa e ai figli, si dedicano a se stesse senza sensi di colpa solo quando si sono spese per tutto ciò che le circonda, un attimo prima di restare senza energie, come vuole la Sindrome dello Strofinaccio. E questo filo sottile è il peso specifico del no delle donne.

Quando cerchiamo il confine della violenza, che in alcuni casi è palese ma in altri molto meno, dovremmo interrogarci anche su questo. Insegnare alle donne, alle figlie e alle amiche che possono dire di no, sempre, in qualunque ambito, senza essere considerate egoiste e superficiali e pigre. Senza che venga messo in discussione il loro valore come donne.

Che non devono mai misurarsi sull’approvazione altrui e sulla capacità di soddisfare i desideri degli altri. E forse sembra facile, ma non lo è affatto.

I nostri no pesano. I no degli uomini tracciano il confine fra il giusto e lo sbagliato. I no delle donne vengono scambiati spesso per una forma di vanità e di prepotenza e di alterigia. Sono vissuti come un’aggressione, non come l’espressione di un diritto. I no delle donne sono leciti solo quando hanno uno scopo più nobile, quando educano o vorrebbero educare i figli, per esempio.

Ricominciamo da qui, allora, ricominciamo dai nostri no. Forse a furia di dirli e di ripeterli, diventeranno finalmente più leggeri.

Se non sei esausta, che mamma sei?

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«Stanotte ha dormito cinque ore.»

«Il mio quattro.»

«Beata te, noi abbiamo dormito solo tre ore.»

«Io due, e con lui che mi tirava i calci nella schiena.»

«Io una e mezzo, e nel frattempo allattavo ed ero tutta storta perché lui stesse comodo.»

«Io ho dormito solo mezz’ora, seduta, mentre allattavo, gli facevo il massaggio per le coliche, mio marito russava e intanto pensavo alla lista della spesa e al menù di tutta la settimana.»

Ci sono giorni in cui le conversazioni fuori da un asilo farebbero tremare le ginocchia a un penitente, roba che in confronto portare la croce scalzo in processione deve sembrargli una passeggiata.

«Io lo ho allattato con i capezzoli sanguinanti, io fino ai tre anni, io fino ai quattro, io fino ai sei…»

«I miei figli non hanno mai dormito una notte senza la loro mamma.»

«Non esco la sera da due anni, io da tre anni, io da quattro anni… Io esco ma lo chiamo sempre almeno due o tre volte perché non si senta abbandonato e non faccio mai tardi.»

A volte sembra che il cammino della maternità sia costellato di fustigazioni, che il valore di una madre si misuri nella rinuncia a se stessa, che la stanchezza sia una medaglia da appuntarsi bene in vista, dove le altre mamme possono vederla e farsi i loro conti.

Una vera madre non arriva a sera riposata. Una vera madre non chiude la porta neanche quando va in bagno. Una vera madre non dorme più di tre ore di fila. Una vera madre mangia gli avanzi del figlio e pensa a se stessa negli avanzi di tempo del figlio.

Una vera madre soffre quando torna al lavoro. Una vera madre si sente in colpa, sempre, costantemente, anche quando lascia il figlio a una baby sitter per andare a fare un lavoro che la lascia sfinita e svuotata e in cui la trattano male ma di cui ha bisogno per arrivare a fine mese. Figuriamoci se il lavoro le piace ed è quello che ha sempre sognato di fare. Allora non c’è insonnia che tenga, non c’è sacrificio, stanchezza, esaurimento abbastanza grande da giustificare l’audacia di inseguire sogni che appartengono solo a te, lasciando tuo figlio a crescere da solo dalle otto alle sei.

Così finisci per dirti che lavori e ogni tanto esci la sera anche per insegnare a tua figlia la lezione più importante, ossia a non rinunciare mai a se stessa, e per insegnare a tuo figlio che è normale e fondamentale che una donna continui ad avere una vita e a dedicarsi a se stessa, sempre e comunque.

Ed ecco che ci sei cascata di nuovo. Sei tornata a giustificarti, hai sentito di nuovo il bisogno di essere per lo meno un esempio, un modello da seguire. Ancora una volta hai sentito la necessità di dare qualcosa in cambio ai tuoi figli, per il tempo dedicato a te stessa.

Certo, arriviamo stanche a sera, inutile negarlo, con figli o senza. Certo, i nostri figli hanno bisogno di noi (anche se sono convinta che spesso ne abbiano bisogno meno di quanto crediamo e sia vero piuttosto l’inverso, che siano le madri ad avere bisogno di loro). Certo, fare la madre significa cercare continuamente un equilibrio impossibile e avere sempre e comunque la sensazione di tradire qualcuno o qualcosa. Ma è proprio necessario questo elogio costante della stanchezza delle donne? Non potremmo smetterla? Non ci fa un gran male, in realtà, questo insistere sulla nostra capacità di esaurirci?

Perché dietro i lamenti spesso recitati con orgoglio dalle madri, dietro la loro spossatezza esibita come sfida, come prova di valore, dietro le loro rinunce e quel riversarsi per intero nell’accudimento del figlio in una sorta di immersione senza bombole, fa capolino e resiste l’idea che la donna sia nata per soffrire. Che una donna sia davvero tale solo quando arriva a sera esausta. Che una donna riposata sia una donna a metà. L’apoteosi della Sindrome dello Strofinaccio. Con il rischio peraltro che l’amore venga servito come un ricatto costante, soprattutto quando poi i figli crescono, condito da lacrime e sudore, come un dolcetto a forma di cuore ma con una spolverata di recriminazioni.

Comincia e finisce tutto in sala parto, lo sa bene chi ci è passato. Dove l’epidurale viene somministata e vissuta come una sconfitta. Dove perfino l’infermiere che ti spinge sulla sedia a rotelle vuole sapere se partorirai davvero o opterai per l’imitazione, per il parto falso e “indolore” (ah!) che passa per le mani dell’anestesista. E se hai l’ardire di rispondere che no, che partorirai naturalmente, allora lo stesso infermiere, che probabilmente si fa la barba con il rasoio più indolore e delicato che trova sullo scaffale e non con il machete, lo stesso infermiere sarà lì ad aspettarti con un sorrisetto di sfida per sapere se l’hai fatto davvero. Se hai sofferto. Se sei stata una vera donna. «Ah. Dicono tutte che vogliono partorire naturalmente e poi se le senti strillare che vogliono l’anestesia.»

Donna, partorirai con dolore, allatterai con dolore, svezzerai con dolore, dormirai con dolore, educherai con dolore, lavorerai con dolore…

In alternativa avrai l’epidurale. O una montagna di sensi di colpa.

Non dire niente

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Non dire niente.

Se il medico ti tocca un po’ troppo a lungo le tette durante una visita, tu non dire niente.

Se a scuola il maestro di ginnastica ti dà una pacca sul culo e una palpatina e poi ti strizza l’occhio, tu non dire niente.

Se sull’autobus noti il cazzo duro del tizio dietro di te incollato al sedere e lo senti gemere, tu non dire niente.

Se l’amico di tuo padre ti dice che sei proprio graziosa e ti tocca sopra la camicetta per sentire quanto sei cresciuta, tu non dire niente.

Non dire niente perché dopo ti sentirai ancora più sporca.

Non dire niente perché daranno la colpa a te.

Non dire niente perché resterai sola.

Non dire niente perché in cambio riceverai sorrisetti paternalisti che ti faranno sentire piccola  e stupida.

Non dire niente perché ti risponderanno che non sai stare agli scherzi.

Non dire niente perché perfino tua madre ti guarderà con sospetto.

Non dire niente perché il tuo compito è capire e perdonare, non accusare.

Non dire niente perché se non ti hanno spezzato un paio di ossa non ci crederà nessuno che un po’ non ti è piaciuto.

Non dire niente perché non hai sofferto abbastanza. Perché le vere donne non si lamentano, le vere donne sono quelle che lasciano fare, che comprendono le esigenze degli uomini, le vere donne sanno che la colpa è loro, che sono sporche come il desiderio che accendono nelle mani e nella bocca degli uomini, che qualcosa hanno fatto e qualcosa devono scontare. Le vere donne sanno come si accontenta un uomo, sanno renderlo felice.

Le vere donne sanno quando è il momento di tenere la bocca chiusa. E non dire niente. Non è proprio questa la misura del nostro valore? Non è forse il silenzio delle donne, la nostra capacità di tacere, a fare la differenza fra una brava ragazza e una puttana?

Millennial, pop, feel good: il femminismo rosa e fucsia che guarda al futuro

Il femminismo è diventato una marca. Le donne comprano, ma soprattutto fanno vendere. E se il target è giovane, si tratta di donne che con ogni probabilità vogliono rivendicare il diritto a esprimersi, a scegliere la propria strada, che vogliono sentirsi libere di trovare il proprio stile e la propria voce.

In quest’ottica, il richiamo al femminismo ha qualcosa di trasgressivo e liberatorio, ma poco trasversale a livello generazionale. Dietro una camicia da notte con la scritta “Pro-feminism Pro-cats” può nascondersi un certo cameratismo al femminile, ma dubito che la solidarietà si estenda alle donne delle generazioni precedenti (come la madre, a cui forse in parte è rivolto il messaggio e l’anelito di differenza e ribellione) o alle lotte delle donne che si trovano al di fuori della nostra stanza o del nostro paese.

“Possiamo scegliere di indossare la maglietta con uno slogan femminista perché ci crediamo, perché ci piace la maglietta, oppure possiamo scegliere di indossare altro. Il nuovo femminismo è anche questo” scrive in uno dei suoi ultimi post Freeda, il magazine social che sta facendo del femminismo pop e millennial un cavallo di battaglia e che non nasconde, nell’intervento della direttrice editoriale Daria Bernardoni al 47° Convegno dei Giovani imprenditori, di essere anche un sottile e raffinato progetto di marketing oltre che una realtà editoriale, mirato a mettere in contatto marche e target (e infatti subito sotto il post sulle magliette ne troviamo uno dedicato a una famosa marca di scarpe e più sotto ancora un altro in cui una seconda marca di calzature ci spiega che “Non c’è un solo modo di essere donna”).

Quello di Freeda è un “nuovo femminismo” patinato, trendy e narcisista, in cui si parla di vagina e di Yoko Ono e di chili di troppo (Bridget Jones insegna) in un contenitore caotico, variegato e fluorescente, scritto e pensato con il linguaggio dei social. In un’intervista a Il Libraio, Daria Bernardoni ha spiegato che i valori alla base del progetto sono la realizzazione femminile e lo stile personale. Dunque un femminismo più individualista, meno collettivo, meno trasversale appunto, come si diceva sopra.

Del resto, nell’epoca della Nutella personalizzata e degli store che fanno la spesa al posto nostro pronendoci articoli che “potrebbero interessarci”, in cui tutto quel che ci circonda sembra rivolgersi proprio a noi, a nessun altro che a noi, mentre ci guida sottilmente e con gentilezza nelle nostre scelte, forse era destino che anche i valori e i principi morali subissero la stessa deriva individualista ed egoriferita. È cambiato il modo di comunicare, in tutte le sue forme, i criteri si fanno più fluidi e le informazioni ci ruotano attorno in un caleidoscopio frastornante in cui l’unico punto di riferimento finiamo per essere noi. Noi e il nostro benessere.

Per qualcuno (come la sottoscritta) anche solo per ragioni anagrafiche non è facile entrare in sintonia con un cambiamento di orizzonte tanto radicale, ma a non farlo, a insistere ad ancorarsi a schemi mentali e a coordinate che verranno spazzate via dal post successivo o dai commenti che riceverà, si finisce per correre il rischio non solo di non capirci più niente, ma di trollare se stessi e ritrovarsi a parlare di quello che secondo noi non è interessante e non dovrebbe avere tanto spazio, invece di quello che secondo noi dovrebbe essere oggetto di attenzione, travolti dalle regole di una comunicazione che è sempre più commento, eco e reazione e sempre meno contenuto, che ci piaccia o no.

Tornando dunque al femvertising (combinazione di femminismo e advertising, a cui Pasionaria ha dedicato un post interessante), che cosa dovremmo pensarne? Che cosa porterà alle battaglie delle donne una maglietta con la scritta “I’m a Feminist” o “Girl Power”? Probabilmente poco o niente, proprio come i pantaloni e le fantasie mimetiche non hanno fatto di noi dei militari incalliti e come quelle leopardate non ci hanno fatto spuntare le zanne. È un’operazione di facciata, che cerca una via di fuga al conformismo in un’epoca in cui neanche più tingersi i capelli di azzurro è diventata una ribellione convincente.

Non riguarda solo il femminismo, del resto, sono i valori e i buoni principi in generale a vendere e a diventare strumenti di marketing. L’etica in pillole delle frasette più o meno banali sparse ovunque, dagli zerbini alle stanze d’albergo alle magliette. Le ho viste perfino scritte a mano e appuntate ai maglioni in un negozio di abbigliamento (“Sii sempre te stessa” “Lottiamo per il diritto di essere diversi, non uguali”). È l’ultima frontiera del feel good, dopo aver invaso e colonizzato la sfera dei sensi con profumi e sapori, e se non altro le frasette sagge e ispiratrici dei negozi non appestano l’aria di profumo come succede in alcune catene.

C’è un distinguo significativo, secondo me, in questa commistione di marketing e campagne sociali, ed è quello fra le marche che decidono di esporsi e mettere la propria firma sotto una battaglia sociale, creando nuovo contenuto (come ha fatto la Coca-Cola con La felicidad siempre es la respuesta, il bellissimo spot sulle famiglie di ogni tipo, o Pantene con lo spot Sorry, not Sorry in cui invitava le donne a smetterla di chiedere scusa) e le marche che invece si insinuano in discorsi già esistenti, svuotandoli a poco a poco di contenuto.

Le magliette, i cuscini e le tazze con la scritta “I’m a feminist” non toglieranno e non aggiungeranno niente al femminismo, secondo me. Sono l’espressione di una nuova femminilità, più libera, aggressiva, esigente, scalpitante, indifferente alle regole e impaziente di realizzare i propri sogni. Sarà questo nuovo modo di essere donna a cambiare di segno le nostre battaglie, però. Per questo è fondamentale che trovi il suo posto all’interno di un movimento femminista che rischia di non esercitare più alcun richiamo sulle nuove generazioni, perché parla un linguaggio completamente diverso, con modi di comunicare agli antipodi, imponendo principi a chi è ansioso di libertà, dettando regole a chi vuole scrivere le proprie, indicando una strada a chi ha voglia di trovarsela da sola.

Il femminismo pop e millennial ci sta lanciando un messaggio chiaro: è cambiato tutto, le ragazze e le donne sono cambiate, non hanno voglia di essere ingabbiate nelle battaglie altrui, non hanno voglia di sentire rimproveri, esortazioni a fare tutto da sole e a essere indipendenti, non hanno voglia di severità, di cupezza, di paroloni e di facce incazzate. Hanno voglia di allegria, di libertà, di sfrontatezza, di irriverenza, di ridere, di sentirsi bene e di trovare il loro stile. Sanno benissimo di poter fare quello che vogliono con il loro corpo, ma continuano a sentirsi oggetto e vittime degli sguardi altrui e forse non trovano, nel discorso femminista attuale, un’alternativa convincente al bisogno di accettazione e di approvazione. E per chi sa di aver pagato il prezzo della loro allegria con la durezza e la grinta e l’intransigenza che ora viene rinfacciata e rimproverata alla sua generazione, non è una pillola facile da mandare giù.

Accanto a questo femminismo pop e svagato e superficiale, allora, serve un femminismo altrettanto intimo e individualista, se vogliamo, ma che non perda di vista la solidarietà femminile e che ci mostri la strada verso noi stesse e verso la realizzazione dei sogni. Perché quella strada inizia dentro di noi, non dalla maglietta che indossiamo, parte da un groviglio di sensi di colpa, di aspettative, di identità mancate e intrecciate al dovere prima che al diritto, inizia dove finisce la Sindrome dello Strofinaccio, inizia dalla convinzione che la felicità è un diritto che solo noi possiamo concederci e che la coppia e la famiglia possono essere solo l’espressione della nostra felicità, mai un ostacolo e una spugna passata sulla nostra identità.

Un femminismo rosa che prenda a braccetto il femminismo fucsia del marketing e dei brand, un femminismo intimo, allegro, beffardo, ma soprattutto un femminismo che tenda la mano a tutte le donne, proprio tutte, anche a quelle che si sentono troppo stanche o troppo pigre, troppo convenzionali o troppo ribelli, troppo intellettuali o troppo ignoranti, troppo giovani o troppo ribelli per definirsi femministe. Un femminismo che riparta da noi e che non misuri più i nostri diritti sul metro di quelli degli uomini, ma sul metro della nostra felicità personale e della nostra libertà di espressione.

 

 

 

Scusa un corno

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Foto di Dubh (CC)

«Attenzione.»

«Mi scusi.»

La situazione è sempre la stessa. Siamo in coda al self service e qualcuno deve prendere qualcosa nel frigorifero accanto alla fila, allungando il braccio.

Una delle due persone era un uomo e l’altra una donna. Vediamo se indovinate chi ha detto che cosa. Scommetto di sì.

«No, è rotto, mi spiace.»

L’ha ripetuto fino allo sfinimento, una ragazza in treno, seduta accanto a un sedile ribaltabile rotto. Non diceva «Attenzione». Non lasciava che si sedessero e guardava dall’altra parte. Li avvisava e sentiva comunque il bisogno di scusarsi, neanche fosse colpa sua. I passeggeri tiravano dritti, qualcuno la ringraziava, qualcun altro no. Poi è arrivato un uomo sulla quarantina, aspetto e statura nella media. Ha fatto per sedersi, lei lo ha avvertito, si è scusata e gli ha offerto il proprio posto… e lui ha accettato! Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Presentazione di due autori, un uomo e una donna, parimenti famosi.

L’autrice sorride, sceglie un tono umile e competente assieme, riesce a far ridere il pubblico, resta seduta. L’autore si alza, declama le doti del proprio libro, i propri successi personali. La donna ringrazia le persone che leggeranno il libro, l’uomo dà per scontato che lo faranno. Proprio come gli autori uomini che sui social si sentono in diritto di scriverti privatamente per avvisarti che è uscito il loro libro e che sono certi che ti interesserà. Sulla base di che cosa, poi, se è la prima volta che ti scrivono e non avete avuto alcuno scambio in passato? Non sono ovviamente tutti così, ci sono autrici sfacciate e autori modesti e simpaticissimi.

La prepotenza non è una caratteristica tipicamente maschile e la docilità non è un tratto tipicamente femminile. Ma resta il fatto che le donne si sentono spesso in dovere di chiedere scusa, di aspettare il permesso, di tenersi in disparte, di farsi perdonare se occupano tutta la scena o di ringraziare per avere avuto la possibilità di farlo.

Le donne tendono a scegliere gli altri come misura del proprio valore, a impostare la propria felicità sulla soddisfazione e la felicità altrui, sanno che la compostezza è una virtù che mette al riparo da ogni critica, che un sorriso modesto servirà a schivare i colpi, che non si entra mai a gamba tesa in una discussione fra uomini.

«La tua bisnonna sì che ci sapeva fare con gli uomini, diceva sempre di sì al tuo bisnonno e poi faceva di testa propria.» Quante donne della mia generazione sono cresciute sentendoselo ripetere? Siamo la generazione dell’indipendenza ma con riserbo, dell’emancipazione ma senza alzare troppo la voce, dell’insegui pure i tuoi sogni ma senza richiamare l’attenzione. Questo se si era fortunate.

Finché non riusciremo a spostare lo sguardo e a dirigerlo verso noi stesse al momento di cercare la ragione e il permesso, finché non la smetteremo di aspettare l’autorizzazione e il beneplacito altrui, finché non la smetteremo di chiedere scusa, non riusciremo a scrollarci del tutto di dosso le maglie del genere.

C’è una sottomissione strisciante, la vedo nelle madri verso i figli maschi, nelle mogli verso i mariti, nelle colleghe verso i colleghi, la vedo nelle donne più emancipate e istruite, in quelle giovani e in quelle meno giovani. La convinzione che ci portiamo sottopelle che tenere testa a un uomo sia un affronto, che la donna perbene non contraddice mai il marito davanti agli altri, mentre lui può farlo senza ledere la dignità e la reputazione di nessuno.

Allora smettiamola di chiedere scusa, smettiamola di sentirci indifese se entriamo da sole in un bar pieno di uomini, smettiamola di sentirci in colpa se occupiamo lo spazio che ci spetta, se ci sediamo sul divano senza far niente, se correggiamo qualcuno, se abbiamo ragione, se occupiamo tutta la scena, se siamo felici per qualcosa che riguarda noi e soltanto noi. Smettiamola di chiedere scusa, a parole o con il linguaggio del corpo, se abbiamo più successo di un uomo, se siamo più brave di lui, più spiritose, più forti, più determinate.

Smettiamola di chiedere il permesso, di pensare che uno stipendio in più o in meno possa limitare la nostra libertà, di desiderare momenti per noi stessi e restare in attesa che qualcuno ci conceda di prenderceli.

Non aspettiamo che ci insegnino il coraggio e l’audacia, perché non lo farà mai nessuno. Non inseguiamo l’approvazione altrui come moneta del nostro valore e non cerchiamo il senso delle nostre azioni in un posto diverso da noi stesse. È molto più difficile e rivoluzionario di quanto possa sembrare, per qualcuna sarà uno stravolgimento completo del proprio sistema di valori e di riferimento, e forse sarà meno consolatorio e gratificante di quanto crediamo, ma è l’unico modo, secondo me, per andare verso una felicità che ci assomigli, ogni giorno.