No, non devi amare te stessa

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“Devi amare te stessa.”

Mi ci sono voluti quasi cinquant’anni per capire la fregatura nascosta in questa frase, dopo essere stata convinta che fosse la risposta a ogni problema. Che fosse la strada per realizzare i miei sogni. Ma c’è solo una cosa che questa frase ha in comune con i sogni: fa sentire meglio chi la riferisce, non chi la sta a sentire.

A che cosa mi serve, esattamente, amare me stessa? Amare non significa essere in grado di difendere l’oggetto del proprio amore, non significa accettarlo esattamente per quello che è, non significa smettere di giudicare, non significa fidarsi ciecamente. Soprattutto se l’amore di cui stiamo parlando deve durare anni, non qualche ora o qualche settimana. E si spera proprio che sarà così. Amare me stessa non mi impedirà di avere paura, di non confidare abbastanza nelle mie capacità, non mi impedirà neanche di stare male con me stessa. Quale oggetto d’amore non ci ha fatto stare male, almeno una volta, a torto o a ragione?

Ma c’è un altro motivo per cui l’amore per se stessi è una grande balla. Ed è il fatto che a sentirselo dire sono quasi sempre le donne. “Devi amare se stessa” significa: accettati per quello che sei, difetti compresi. Perché ci penserà il mondo a criticarti. Significa: confida nelle tue possibilità, perché ci saranno momenti in cui sarai l’unica a farlo. Significa: prova ad abitare il tuo corpo senza fare tante storie, perché sarà il mondo a camminarci sopra e ad additarlo, quando tu ci navigherai dentro e lo vorrai enorme, per proteggerti dalla paura o dall’infelicità, o lo ridurrai a un confine sottile con una realtà sempre troppo vicina e mai abbastanza. “Devi amare se stessa” in realtà è un altro modo per dire quello che a noi donne dicono già fin troppo spesso: fallo tu perché gli altri non lo faranno, trattati bene perché il mondo ti tratterà male e tu non potrai farci niente, salvo rifugiarti in questa favola dell’amore per te stessa che nessuno sa bene che cosa sia ma suona molto giusta e rassicurante. Salvo cercare le risposte che ti servono dalla prospettiva dell’oggetto, non del soggetto.

A un uomo nessuno dice di amare se stesso, perché non ne ha bisogno. Un uomo dovrà trionfare, mostrarsi sicuro e amare. Un uomo è sempre soggetto, prima di tutto. Sono le donne a essere oggetto, perfino dell’amore per se stesse. Sono le donne a misurarsi attraverso gli sguardi altrui, costrette a passare anche attraverso il proprio. Sono le donne ad avere bisogno di amare se stesse, confinate in quel corpo su cui tutti hanno qualcosa da dire tranne loro e che ruberà sempre la scena e arriverà sempre prima del resto della loro persona, nei giudizi, negli apprezzamenti, nei commenti. Sono le donne a litigare con quel corpo attraverso le mille sfumature dei disturbi alimentari, non perché non amano se stesse, ma perché vorrebbero farlo tacere, quel corpo sempre troppo o troppo poco ingombrante. Perché vorrebbero metterlo da parte, finalmente, e riacquistare il controllo. Il potere di imporsi o di svanire.

Allora basta con questa storia che dobbiamo amare noi stesse. Diteci di amare, piuttosto. Di amare e basta. Di diventare i soggetti dell’amore, non gli oggetti. Non confinateci nell’insicurezza dell’attesa, del giudizio, del bisogno di conferme e approvazione. Amiamo, questo dobbiamo fare. Amare follemente, con incoscienza, con audacia, con saggezza, con prudenza, amare per un’ora, per un giorno o per tutta la vita, amare con il corpo con gli occhi con la testa o con il cuore, come ci pare. Amare ed essere i soggetti della nostra vita.

Non abbiamo bisogno di amare noi stesse, abbiamo bisogno di smetterla di aspettare il permesso, anche il nostro. Soprattutto il nostro.

 

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A qualcuno piace casta

Non leggiamo tutti per evadere? Sì, ma se leggi rosa di più, sembra voler insinuare un certo tipo di sentire comune, rispecchiato alla perfezione dal polemico pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica.
Se leggi rosa significa che sei donna e se sei donna e non sei alle prese con qualche classico del femminismo significa che non sei abbastanza intellettuale, ergo, casalinga frustrata. Gli uomini hanno vita più facile, se proprio non ci scappa il rutto libero davanti alla partita, con un giallo da edicola se la cavano. Anzi, qualcuno con un paio di storici e un thriller si merita perfino l’etichetta del lettore forte. Funziona un po’ come con il cambio dei pannolini: ne bastano un paio alla settimana per fare di un uomo un santo, mentre a una donna non basterà un libreria intera per essere assolta se colta in fallo con il naso in un romance. Sul fronte rosa della letteratura non si fanno prigionieri, una vera donna deve dimostrare sempre quanto vale se non vuole cadere vittima del fuoco nemico.
Un uomo no, ça va sans dire. Un uomo che legge rosa ha una mente aperta e un animo sensibile e il letto pieno di donne, mica come quelle frustrate delle lettrici di rosa dai mariti pelosi che scoreggiano a tavola e le lasciano sole con i loro romanzetti a uso dildo. Un uomo può leggere un thriller senza che lo si accusi di essere un frustrato che sublima il desiderio di fare a pezzi il vicino e nasconderlo nel congelatore.
Siamo sempre lì, insomma, la donna o è casta o è puttana, con la variante della casalinga frustrata. La donna mica è su questa terra così, solo per farsi gli affari suoi. La donna è un esempio, sempre, guai ad abbassare la guardia o le terga sul divano e gli occhi su un brano erotico.
Quello che stupisce di più è che nessuna fra tante vestali della qualità letteraria si preoccupi di fare dei distinguo in questo senso all’interno del rosa. Non è tutto romance quel che palpita, verrebbe da dire, e non è corretto mettere nello stesso calderone titoli autopubblicati (non tutti, va da sé) che compensano le doti letterarie mancanti a suon di addominali scolpiti e altri che sono rosa in senso stretto e molto ben scritti e altri ancora che navigano più dalle parti della women’s fiction. Verrebbe da pensare che dovrebbe essere questa la parte interessante, argomento che peraltro avrebbe seminato più caos nelle file delle pellegrine del genere, come sono state definite, di qualche allusione al loro girovita.
Ma il body shaming è una battaglia femminista e a quanto pare le munizioni vanno risparmiate per altre battaglie sui diritti delle donne a decidere di testa loro, non possono essere sprecate per le lettrici di romance.

Esiste un filo rosso che collega un articolo come quello uscito sul Venerdì, in cui si sfottono le lettrici di rosa/erotici/commedie romantiche (perché di che cosa si parli è poco chiaro) e il rischio di una deriva maschilista di cui scrivevo nel post precedente: il messaggio di fondo è che una donna non può leggere quello che le pare senza essere giudicata, cosa che a un uomo non succede.
Vali qualcosa come persona solo se leggi quello che ti diciamo noi, questo è il messaggio che rischia di passare. E non è un caso che a infastidire tanto sia un approccio libero alla sessualità. “Dovreste pensare a vostro marito, non sognare i tizi dei romanzetti” ho letto in un commento (di un uomo). Ecco, si comincia, e rischiamo di pagarne il prezzo tutte, qualunque cosa leggiamo.
La libertà delle donne non si tocca, anche quella di leggere quel che preferiscono. Se non vi piace discutiamo di qualità e di libri, nel caso, non del valore di chi li legge.

Dopo toccherà alle donne

Non finirà con i migranti e le vaccinazioni e il taser, lo sappiamo, vero?

Dopo toccherà alle donne.

Si dirà che è per la nostra sicurezza, che in una terra infestata di migranti le donne non possono essere libere e sicure al tempo stesso. Non scendono forse dalle navi proprio per venire a violentarci tutte quante? Le donne dovranno restare in casa, evitare le strade buie, non uscire da sole, farsi accompagnare.

Ci avviseranno che prelevare con il bancomat è pericoloso e che è meglio farlo con un uomo accanto. Forse penseranno perfino a dei bancomat rosa, che le donne possono usare da sole e da cui è possibile prelevare solo una cifra irrisoria.

Ci convinceranno che abbiamo bisogno di un uomo, che si prenda cura di noi, che ci protegga. Era soltanto ieri, non dimentichiamolo, che le donne spagnole avevano bisogno del permesso del marito per aprire un conto in banca e firmare un contratto di lavoro.

Poi ci vedranno sperdute e un po’ annoiate, e ci daranno gli strumenti per sentirci utili e a posto con la coscienza. Ci spiegheranno che cosa fa di noi una donna forte ed encomiabile e degna di ammirazione, riempiranno così i nostri vuoti di senso, sostituiranno la nostra solitudine perduta con un senso di appartenenza e di utilità sociale. Elogeranno il nostro essere madri e mogli, il nostro ruolo imprescindibile nella famiglia, ci inchioderanno alla necessità di un esempio e al bisogno di approvazione.

In cambio dell’autonomia ci daranno sicurezza, in cambio della libertà una medaglia, in cambio dei nostri sogni complimenti di seconda mano e un ruolo che non ci appartiene e ci va abbastanza stretto da farci dimenticare il resto.

E tutte le altre saranno pazze, streghe, folli pericolose che si meritano tutto ciò che di male potrà loro accadere. Perché dove non c’è posto per i diritti delle persone non ce n’è nemmeno per la libertà delle donne.

Dopo toccherà alle donne e ci sarà solo un modo per essere libere: disobbedire.

Dedicato alle donne che lottano da sole

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In Lezioni di disegno ci sono due donne. Ce ne sono molte, in realtà, ma qui ce ne interessano due in particolare. Le incontriamo entrambe negli anni Settanta, a Barcellona, in piena Transizione, quando Franco è morto da poco e la controcultura, le droghe, il sesso libero, lo sberleffo come forma d’arte e di vita danzano sulle sue ceneri (che calde erano e calde resteranno in realtà fino a oggi, ma questo è un altro discorso).

Una di queste due donne è l’emblema di quegli anni: giovane, disinibita, insofferente a qualunque regola, battagliera e femminista. L’altra è l’emblema di ciò che in teoria sarebbe dovuto restare nel passato: perbene, attenta alle apparenze, ligia alle regole, sottomessa al marito in nome non tanto dell’amore quanto della compostezza e della sicurezza che comporta avere un posto chiaro e saperci restare.

Per una delle due la libertà è uno stile di vita, per l’altra una tentazione improvvisa e una sfida. Quale delle due è la più femminista, secondo voi? Lo sono entrambe?

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È con questa domanda in testa che ho scritto il romanzo. Che cosa succede a una donna che ha fatto della pacatezza il proprio stile di vita davanti all’occasione di una libertà impossibile? Fino a dove sarà disposta a spingersi per reclamare i propri diritti e la propria felicità? La sua battaglia non è forse quella di molte donne anche oggi, non è forse una battaglia femminista, di quel genere di battaglie che le donne spesso combattono contro se stesse, prima che contro gli altri, i mariti e la società, quando vengono messe di fronte a scelte impossibili, come quelle che comportano i figli?

Vi lascio con questa domanda, senza svelare troppo della storia raccontata nel romanzo. Non c’è bisogno di averlo letto, in realtà, per rifletterci e provare a rispondere.

Che cosa ci rende più femministe? Scendere in piazza ed essere libere, forti e battagliere, l’emblema di quello che per molte è già un risultato impossibile? O combattere mille battaglie silenziose fra le pareti domestiche, qualche volta anche solo per mettere a tacere i nostri sensi di colpa? E spesso senza riuscire a vincerle. Del resto, non è la vittoria a rendere tale una lotta. E sono pronta a scommettere che quelle combattute da sole in famiglia, in casa e all’interno della coppia siano molto più dure e dolorose di quelle combattute insieme, per strada e fra la gente. Allora non lasciamoci sole, mai, tendiamo una mano a ogni tipo di lotta femminile. Questo romanzo è la mia mano tesa, a tutte le donne che hanno un prezzo altissimo da pagare per essere felici e non sono sicure di essere disposte a pagarlo.

“Lezioni di disegno”, perché non c’è femminismo possibile senza le ribellioni silenziose delle donne

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Foto di Dubh (CC)

“Il marito deve proteggere la donna e la donna deve obbedire al marito” recitava l’articolo 57 del codice civile spagnolo. Fino alla riforma del 2 maggio 1975, le donne in Spagna passavano dalla tutela del padre a quella del marito. Durante la dittatura, una donna sposata non poteva aprire un conto in banca, gestire i propri beni o firmare un contratto di lavoro senza il permesso del marito. In questo contesto giuridico e sociale, non è troppo difficile confondere la serenità e la compostezza con la sottomissione, se da quest’ultima dipendono gli equilibri di coppia e quelli domestici. Non è difficile per una donna far sfumare la propria felicità nella soddisfazione dei bisogni altrui e misurare il proprio valore sulla capacità di sorreggere equilibri impossibili. Tutto il resto scivola nel silenzio e nel segreto delle mura domestiche.

È in questo contesto giuridico, a cui si intreccia il clima di violenza e di minaccia in cui era immersa la società spagnola, che prende forma la storia raccontata in Lezioni di disegno. Per Gloria, la protagonista del romanzo sposata a un collaboratore del regime, obbedire al marito non è semplicemente un’imposizione e un obbligo legale. Per Gloria, e per molte donne come lei, obbedire al marito  è uno dei requisiti di una donna perbene, come avere una casa ordinata e vestiti dignitosi. Nello sguardo femminile di allora il potere maschile è una delle tante colonne che sorreggono un mondo che altrimenti è percepito come instabile  e pericoloso. Se non puoi aprire un conto in banca senza il permesso di tuo marito, significa che lo sguardo e il potere maschile ti definiscono, sono intessuti in modo inestricabile nella tua identità. L’amore per un altro uomo quindi porta con sé la necessità di una ribellione, ma al tempo stesso scatena un conflitto interiore più complesso di quanto possa sembrare, in cui entrano in gioco un senso di appartenenza e un’identità a cui non si può rinunciare tanto facilmente.

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Il 1976 spagnolo è un anno di passaggio fatto di contraddizioni e di spinte in direzioni opposte: l’anno prima era morto Franco, quello dopo si terranno le prime elezioni democratiche. Il 1976 è l’anno in cui tutto sembra possibile, in cui la controcultura, che fremeva sottopelle durante il regime, è sul punto di esplodere, portando con sé un nuovo modo di guardare al sesso, alle droghe, alla libertà, ai diritti delle donne. È anche l’anno della prima manifestazione dopo la morte di Franco, nel febbraio del 1976, a Barcellona, che verrà duramente repressa da una polizia che di democrazia ancora sapeva poco o niente.

Il femminismo spagnolo degli anni Settanta aveva davanti a sé un compito smisurato. Le donne che si riunirono prima a Madrid, dal 6 all’8 dicembre del 1975, e poi a Barcellona, dal 27 al 30 maggio del 1976, sapevano di dover cambiare una mentalità, oltre che un sistema giuridico e sociale. Durante la Transizione, la felicità delle donne aveva qualcosa di scandaloso e la loro libertà era sovversiva, e il femminismo era rivoluzionario per definizione, perché doveva sradicare un intero sistema. Quasi cinquant’anni dopo dovrebbe essere cambiato tutto. E invece è cambiato ancora troppo poco. La felicità delle donne continua ad essere rivoluzionaria e la loro libertà sovversiva e colpevole. E lo stupro prima di essere un crimine è ancora un modo di intendere le relazioni sessuali, di considerare le donne, di guardare alla coppia.

Per quante donne cercare la felicità significa ancora ribellarsi a un sistema da cui dipende la propria sicurezza e in cui trovano le radici della propria identità? Quante donne continuano a sentirsi in colpa quando la loro felicità non coincide e non si esaurisce in quella del marito e della famiglia? E per quanti uomini l’obbedienza fa ancora parte del matrimonio e del modo di guardare alle donne e di pensare il sesso?

Accanto alla ribellione visibile e battagliera del femminismo degli anni Settanta, vi furono migliaia di ribellioni invisibili come quella raccontata in Lezioni di disegno. Ed è arrivato il momento di restituire gli onori e i meriti anche a quelle forme di resistenza, più intime e discrete, fatte spesso di silenzi ostinati, di concessioni e di compromessi. C’è un altro femminismo, che ieri come oggi si combatte fra le mura domestiche e nell’intimità delle donne, è un femminismo fatto di sensi di colpa, di incertezze, di sogni frustrati e messi da parte, di dubbi, di romanticismi fraintesi. Le battaglie silenziose delle donne sono rivoluzionarie tanto quanto lo sono quelle scandite dagli slogan e dalle manifestazioni. E sono necessarie entrambe, non possono esistere, in realtà, le une senza le altre. È questo che racconta Lezioni di disegno, l’incontro fra due modi diversi di ribellarsi che sembrano incompatibili e invece sono, o dovrebbero essere, complementari.

La violenza contro le donne è nascosta nei silenzi, fra le giustificazioni con cui sorreggiamo i nostri equilibri necessari, nel modo sottile e quasi impercettibile in cui le donne a volte si fanno dimesse accanto a un uomo, nell’elogio della stanchezza e del sacrificio femminile, nei nostri sensi di colpa, negli sguardi abbassati, nel bisogno di annullare i conflitti annullando se stesse. Per vedere la violenza dobbiamo smettere di considerare lo stupro un incidente, una di quelle tragedie che con un po’ di fortuna non ci sfioreranno nella vita. Lo stupro è un modo di intendere le relazioni sessuali, di considerare le donne, di guardare alla coppia. Lo stupro è un modo di intendere il matrimonio, proprio come la violenza e gli abusi per molti fanno parte della definizione stessa di vita coniugale. La legge è cambiata, ma non abbastanza, e la sentenza sul delitto del Branco lo ha dimostrato.

Nella giustizia maschile la violenza è fatta di schiaffi e di urla e di lividi; se non puoi dimostrarla, non esiste. La forza delle donne è fatta troppo spesso di silenzi e di resistenze silenziose e dolorose. È nell’abisso fra queste due definizioni che siamo intrappolate. È questo abisso a condannarci. Ed è da qui che dobbiamo risalire.

Sicura di non essere femminista?

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Foto di Tim Herrick (CC)

Ogni volta che una donna cerca di non essere solo madre e moglie, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna insegue i suoi sogni e li incastra come può nella vita di tutti i giorni, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna che si scopre da sola per difendere le proprie posizioni, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna combatte contro la Sindrome dello Strofinaccio, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si incazza e si rifiuta di caricarsi la casa e il mondo sulle spalle e fare tutto da sola, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna non accetta che un fidanzato la sminuisca e la controlli, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si scrolla le regole altrui di dosso e accetta soltanto le proprie, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna pretende di fare sesso come piace a lei, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna crede in se stessa senza aspettare il permesso e il giudizio di nessuno, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna non ha paura di essere poco femminile, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si ritaglia uno spazio per se stessa, che non si esaurisce per i figli e non cerca se stessa nel loro ritratto o in quello di famiglia, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna si ribella, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna sta bene da sola, lì c’è una femminista.

Ogni volta che una donna sogna, lì c’è una femminista.

Ci sono migliaia di ribellioni silenziose e invisibili che fanno di ogni donna una femminista, anche se non lo sa.

Le uniche donne che non sono femministe sono quelle che si sono arrese e ne conosco poche, pochissime, forse nessuna.

Siamo femministe, certo che lo siamo, e non ci arrendiamo.