E vissero per sempre felici e indipendenti

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“Come faccio a capire se gli piaccio?”

“Mi sono innamorata del mio migliore amico, ma non voglio rischiare di perdere la sua amicizia. Che cosa dovrei fare?”

“Sono sempre attratta da uomini egoisti e inaffidabili, sarà un segno che in realtà non voglio impegnarmi?”

Di domande come queste sono piene le riviste, ci sono libri interi scritti per rispondervi, esistono rubriche e blog dedicati. Se siete innamorate e non ricambiate, se non sapete come superare la timidezza e confessare il vostro amore, se vi siete innamorate di due ragazzi contemporaneamente, se volete lasciarlo ma non sapete come fare, ci sarà sempre qualcuno pronto a tendervi una mano e cercare di aiutarvi. Per i preliminari dell’amore c’è sempre una risposta. Nei labirinti della passione e dei sentimenti non manca mai un’Arianna, stile vigilessa, che vi indicherà la direzione da prendere.

Una volta giunti al bacio fatidico, però, si va in dissolvenza, “E vissero per sempre felici e contenti” e si passa ai titoli di coda, come nei film. E tanti saluti. E adesso? E adesso te la sbrighi da sola, cara mia, risponderà Arianna. Soprattutto dopo l’arrivo dei pargoli. Non ti serve nessun filo, tranne quello per ricucire le tue giornate incasinate e renderle accettabili e vagamente funzionanti. Sorridi, sopporta e non lamentarti. Che cosa credi, di essere l’unica? Ah, bella, ci sei arrivata solo adesso? Certo che è difficile, certo che è cambiato tutto, certo che sei stanca, ma è così che funziona, e se chiudi la bocca e non ti lamenti almeno non perdi tempo e fiato. E ci fai una figura migliore.

A meno che tu non ti sia innamorata del fratello di tuo marito, che sospetti che ti tradisca con la tua migliore amica, o che lui sia convinto di fare sesso estremo e tu non sappia come dirgli che in confronto a quello che facevi con il tuo ex siete estremi come una birra analcolica, fatta eccezione per tradimenti, sesso e crisi di mezza età, insomma, sulle riviste non troverete granché che faccia al caso vostro. I consigli a una donna sposata, sostanzialmente sono sempre gli stessi. Benvenuta nel club. Eh, gli uomini, si sa come sono fatti. Prova a prenderlo con le maniere giuste. Perché non provi a cambiare atteggiamento tu per prima. Oppure tutta una serie insopportabile di dritte per fare le stesse cose nella metà del tempo. Il femminismo della lavatrice, insomma, ti tocca lavare i panni lo stesso ma se non altro te lo rendiamo più facile.

Dove sono finiti adesso i consigli che ci servono davvero? Perché non c’è più nessuno che ci dica di fidarci di noi stesse e delle nostre emozioni, di seguire le nostre regole, di rispettare il nostro stile invece di imitare quello altrui? Dove sono finiti tutti quei bei consigli della posta del cuore? Dove sono finite tutte le persone che ci dicevano di restare fedeli a noi stesse, di valorizzare la nostra personalità e non perdere di vista i nostri sogni? Sembra che siano sfumate anche loro in dissolvenza, insieme al bacio dell’happy end.

Ecco perché serve un femminismo che parli d’amore. Una rubrica per donne accasate che non vogliono smettere di essere se stesse. Una posta del cuore per donne innamorate del proprio marito, che non vogliono tradirlo con il cugino e non hanno il dubbio di essere tradite con la segretaria e non hanno problemi sotto le lenzuola, ma vogliono semplicemente avere più tempo per sé, per realizzare i propri sogni, per dedicarsi al proprio lavoro. Per donne che hanno bisogno di qualcuno che dica loro che sì, possono essere egoiste, non c’è niente di male. Che avere figli non significa andare incontro al martirio e ritagliarsi i propri spazi non significa essere tiranne insensibili. Una posta del cuore che ci insegni a non sentirci in colpa se ci dedichiamo a noi stesse. Che ci ricordi di uscire con le amiche e con gli amici, senza lasciare la cena pronta in forno e un piano d’emergenza a prova di tsunami, che lasciare un figlio a casa con il papà o con la baby sitter non gli procurerà traumi permanenti e che in ogni caso avrà più tempo per superarli di quello che ne resta a noi, calcolatrice e calendario alla mano. Che voler avere il controllo di tutto quello che succede in casa non ci rende madri migliori, solo madri stanche e stressate. Che ogni volta che i nostri figli ci vedono impegnate a realizzare i nostri sogni stanno imparando l’unica lezione davvero importante. Una posta del cuore che ci insegni a inseguire l’indipendenza economica, perché se un giorno ne avessimo bisogno, con tutte le nostre cene calde e i nostri pavimenti belli puliti e i nostri vestiti candeggiati e stirati non potremo comprarci un bel niente. Figuriamoci la libertà, figuriamoci i nostri diritti.

Una rubrica che ci dica che abbiamo il dovere verso noi stesse di non lasciarci per ultime, di non abbozzare, di non sacrificarci, perché saremo sempre la prima persona al mondo su cui potremo contare. Una rubrica per pessime madri e pessime mogli, anche se pessime non sono, per madri e mogli con una vita, una personalità, uno stile e uno scopo nella vita, gli stessi che avevamo a sedici anni, quando ci avete detto che non dovevamo calpestarli per scimmiottare la ragazza più popolare della classe o per inseguire il bello di turno.

Oppure ditelo, alla fine di quelle rubriche. Segui la tua personalità, segui il tuo istinto, ascolta la tua voce interiore. Fallo adesso, finché sei in tempo, perché una volta in coppia ti diremo noi che cosa dovrai fare, te lo diranno tutte le donne, le mamme e le nonne che ti hanno preceduta, e per alzare la testa e provare a fare di testa tua, per seguire il tuo istinto, ti ci vorrà più coraggio di quanto te ne è servito per dire al ragazzino dai capelli rossi che eri innamorata di lui. E forse non avrai neanche la spalla della tua migliore amica su cui piangere, perché sarà troppo stanca impegnata e stressata per ascoltarti. O per trovare il coraggio di dirti che hai ragione tu.

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Emancipata sarai tu

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L’emancipazione femminile è una cosa fantastica. Un po’ come l’aprifacile.

All’inizio ci credi e senti di far parte di un mondo meraviglioso e molto evoluto, anche se poi perdi un canino per aprire la scatoletta di tonno. I più furbi lo sanno, quando leggono aprifacile si procurano un machete e si prendono mezza giornata libera, ma quando sei ancora giovane e ingenua all’aprifacile ci credi. E poi ti senti terribilmente in colpa perché con te non ha funzionato. Non ci sei riuscita, se un disastro, neanche con l’aprifacile sei capace. Tutto il resto del mondo sì, loro aprono le buste di mozzarella con il mignolo mentre con l’altra mano stendono piani aziendali o scrivono capolavori, e tu hai perso almeno un quarto d’ora, usato tutte e due le mani, ti sei fatta la doccia con l’acqua della mozzarella e detto parolacce che non ricordi bene ma non importa, perché i tuoi figli le hanno già imparate tutte a memoria.

Ecco, con l’emancipazione femminile funziona più o meno allo stesso modo. È tutto molto bello e civilizzato e ci fa sentire persone migliori. Finché non scopri che era una grande presa per il culo. E che ti puoi emancipare, certo che puoi. Puoi partire bene e arrivare subito sulla casella in cui hai genitori abbastanza moderni da pensare che una ragazza deve studiare quello che vuole e finché vuole. Puoi aspettare tre turni e avere la fortuna/intelligenza/pazienza di trovare il compagno giusto, che ti rispetta e che crede in te abbastanza da lasciarti gli spazi di cui hai bisogno. Puoi finire sull’oca e moltiplicarti con tanti piccoli pargoli quanti sono i punti del dado. Puoi cascare sulla casella del ponte e decidere con il tuo compagno che i compiti vanno distribuiti in modo paritario e lui darà il biberon al piccolo in modo che tu possa andare al lavoro (“Non vuoi allattarlo? Ma sei sicura? Non ti sembra egoista?” “Sei sicura di avere bisogno di dormire?” “E allora perché l’hai fatto, scusa, un figlio?”) e sarà presente nel gruppo whatsapp di classe al posto tuo (“Oh oh, ma c’è un papà fra noi, che onore!” “Dovremo stare attente a non parlare male degli uomini.” “Ih ih ih.” – segue serie di emoticon a caso – “Carissimo, promettiamo di non disturbarti se non è indispensabile.” “Se vuoi uscire dal gruppo nessun problema, ti mando un privato per le cose più importanti.” “Di’ a tua moglie che non mangiamo mica, eh…”).

Ma la verità è che prima o poi finirai sulla casella dello scheletro e dovrai tornare a quella di partenza. La verità è che prima o poi ti troverai davanti un uomo che ti considera una presuntuosa arrogante solo perché sei convinta di poter valere qualcosa sul lavoro; prima o poi ti troverai davanti una donna che ti dirà che sei un’egoista e una madre orribile e che dovresti ringraziare tuo marito che ti permette di lavorare e che non è modo, ridurre un uomo a fare da governante in casa propria. La verità è che te ne troverai davanti non una, non dieci, ma cento di queste persone. E ogni volta dovrai ricominciare da capo.

Quando si parla di emancipazione femminile si parla sempre di discriminazione aziendale, di politiche salariali diverse, di permessi di maternità, di colloqui in cui ti chiedono le ovaie in cambio di un posto di lavoro e part time che ti permettono di andare a prendere tuo figlio a scuola e scordarti di avere una carriera. Tutta questa parte la sapevo. A questo ero preparata.

Quello a cui non ero preparata era dovermi difendere dalla macellaia che quando vado a fare la spesa mi guarda sogghignando (“Oggi tocca a te e non a tuo marito, eh, finita la pacchia”), a un asilo nido in cui l’adattamento dura cinque mesi e in cui quando tu te ne vai l’aula è ancora piena di genitori e di tette e di mamme amorose, mica come te. Non ero preparata a dovermi giustificare perché lascio mio figlio in mensa (“Ma tu non lavori a casa?”) invece di preparargli un pasto di tre portate con ingredienti freschi e biologici, a chilometro zero, se possibile provenienti dal mio orto (“Figurati se non hai spazio per un orto, non ce l’hai un terrazzino?”). Non ero preparata a dover passare i pomeriggi a fare da tassista per portare mio figlio a lezioni di canto, scherma, equilibrismo e cinese (“Se non li stimoli da piccoli, da adulti sono spacciati”) sempre se sono abbastanza fortunata da risparmiarmi il logopedista (“Pronuncia la S bene, eh, ma potrebbe fare di meglio”), lo psicologo (“Mi ha detto che mi odia e che odia la vita”) e di misurare il QI con la frequenza con cui io controllo se ho perso quei due chili (“Possibile che sia l’unico della sua classe a non essere superdotato?”).

Mi immaginavo di leggere una fiaba prima di andare a dormire e sentirmi una madre fantastica, non di dovermi chiedere se quella fiaba era abbastanza femminista. Immaginavo di cucinare ogni tanto una torta al cioccolato e mi sembrava già un gran traguardo, non sapevo che avrei dovuto sostituire lo zucchero con quello di canna e il cioccolato con la carruba se non volevo avvelenare i miei figli. Immaginavo di giocare con loro il pomeriggio, non di dover andare prima nel bosco a cercare sassi e rametti perché entrassero in contatto con la natura e non con la plastica. Immaginavo di aiutarli a fare i compiti ogni tanto, quando proprio avevano bisogno di aiuto, non di dover mandare le fotografie del libro di matematica alla madre del compagno che l’ha dimenticato a casa (e giustificarmi perché mi rifiuto di farlo quando a dimenticarlo è il mio).

Non ho mai neanche sperato di essere una madre e una compagna perfetta, ma non pensavo che ogni volta che avrei conquistato un piccolo traguardo avrebbero alzato l’asticella ancora di più, facendomi sentire di nuovo inadeguata.

Emancipiamoci tutti quanti, allora, è questa l’unica strada. Non chiamatela emancipazione femminile come se fosse solo affar nostro. Parliamo di emancipazione familiare, sociale. Perché è di questo che si tratta. Di un progetto comune, non individuale. Emancipiamoci dalle attività extra scolastiche, dal pane integrale preparato in casa con lievito madre, emancipiamoci dai gruppi di Whatsapp, dai lavoretti manuali da fare con l’aiuto dei genitori, dai capi a cui viene l’orticaria quando sentono la parola figlio e permesso nella stessa frase, dalle feste infantili al campo di golf a quaranta chilometri di distanza, dalle riunioni scolastiche per decidere se distribuire pera o mela a merenda.

O tutti o nessuno. L’emancipazione femminile non riguarda solo noi donne, non ci fregate più, ci riguarda tutti quanti. La volete? Allora che ciascuno faccia la sua parte. Non la volete? Allora abbiate il coraggio di dirlo, così sapremo contro quale nemico dobbiamo combattere.

Molla l’osso, mamma

“Sii più egoista.” È quello che mi ritrovo a dire sempre più spesso alle mie amiche. “Prenditi il tempo per te stessa, rivendicalo, non aspettare il permesso di nessuno, perché non arriverà, devi dartelo da sola.”

E le mie amiche annuiscono. Annuiamo tutte insieme. E forse sarà il mio slancio, forse sarà l’enfasi, ma vi assicuro che nove volte su dieci lo sguardo si illumina.

Esisto, sembra dire quello sguardo. Fra le esigenze di tutto il resto della famiglia, fra pipì, compiti, scarpe, cene, spese, merende, raffreddori, propoli, feste di compleanno, succhi di frutta ecologici, biscotti vegani e lezioni di violino a km zero (impartite dal vicino di casa), incredibilmente, esisto ancora.

Sindrome dello Strofinaccio addio. Mentre parliamo siamo possedute dal sacro fuoco del femminismo, buttiamo giù progetti degni del piano aziendale di una multinazionale, vediamo i nostri sogni che si realizzano davanti a noi, sotto i nostri occhi.

Anni passati a elemosinare minuti mentre i pargoli ci riempivano i capelli di mollette, ci massaggiavano, ci risucchiavano più o meno letteralmente, anni in cui accendevamo il pc con una mano mentre con l’altra ci sorreggevamo la palpebra, a rosicare i contorni dei nostri progetti per adattarli ai ritmi familiari finché non si riducevano a una briciola di quello che erano. Ma adesso basta. Adesso ci prenderemo il tempo che ci serve. Fanculo gli orari del nido e la spesa e la lavatrice e il costo astronomico della tata. Finché qualcuna non pronuncia la parola fatale.

“Ci penserà suo padre!”

E cala il gelo. La luce negli occhi si smorza, i progetti si restringono come un maglione di cachemire lavato a novanta gradi.

Suo padre? Sembrano voler dire tutti quegli sguardi abbassati. Lo stesso che mentre lo mette a dormire gioca a Minecraft sul cellulare? Che gli ha dato la supposta per la diarrea invece di quella per la tosse? Quello che per quattro anni ha pensato che Berta fosse il nome della giraffa peluche e non la maestra? Lo stesso che l’ha mandato a scuola in pigiama e che gli ha messo la lasagna avanzata nello zaino per merenda?

A questo punto di solito si cambia argomento, fra l’imbarazzato e il diplomatico, e non c’è nessuna che abbia il coraggio di dire che sì, funziona così, non c’è altro modo, facciamocene una ragione. Dobbiamo cedere il comando, se vogliamo acquistare quello sulla nostra vita. Concedersi il permesso significa anche spostare lo sguardo su noi stesse e smetterla di usare i figli come termometro del nostro valore e del nostro successo. Della riuscita delle nostre giornate. I nostri figli non sono il nostro antidepressivo, non sono il nostro progetto personale, non sono neanche nostri, come capiremo fra qualche anno quando li vedremo sparire ai controlli di sicurezza dell’aeroporto e abbasseremo lo sguardo sul cellulare e scopriremo che ci hanno tolto la visualizzazione del loro profilo Instagram.

Se vogliamo più tempo per noi dobbiamo mollare l’osso. Forse non andrà tutto altrettanto bene, forse la vita familiare non funzionerà più alla perfezione, forse non ci assomiglierà più tanto e non brillerà come vorremmo. Ma saremo noi ad assomigliare di più a noi stesse e il nostro sguardo a brillare. E capiremo che ne è valsa la pena.

Ho solo smesso di tingermi i capelli

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«Ti invecchia.» «È troppo presto alla tua età.» «Ma perché?»

E il mio preferito: «Non farlo!!!» quando sono appena uscita dal parrucchiere.

«Non ho mica deciso di smettere di lavarmi» ho sbottato alla fine con un’amica, che si era scandalizzata per la mia decisione. «Solo di smettere di tingermi.»

In realtà, i capelli grigi non mi invecchiano, semplicemente non mi ringiovaniscono. Ora dimostro la mia età. E a quanto pare è questo il problema. I capelli grigi di un uomo significano maturità, fascino ed esperienza. I capelli grigi di una donna parlano di decadenza, sterilità e morte.

Non ho smesso di tingermi perché mi sono lanciata in una battaglia femminista. Non considero i capelli grigi un’alternativa alle ascelle pelose (anche se il nesso esiste), sia chiaro. O almeno io non l’ho fatto per questo. Ho smesso di tingermi quando mi sono resa conto che cercare di sembrare diversa da quello che ero non solo mi costava un sacco di fatica, ma mi faceva sentire costantemente fuori ruolo, mai davvero all’altezza della parte (fatta eccezione per quei primi sette giorni in cui potevo parlare con una persona più alta di me senza chiedermi se notava la ricrescita). Se esiste un parallelo con qualche battaglia femminista, insomma, credo che smettere di tingermi assomigli di più a smettere di sussurrare quando dico che ho le mestruazioni e di nascondere gli assorbenti sotto i broccoli quando arrivo alla cassa. Ho semplicemente deciso di smettere di vergognarmi di quello che mi appartiene e mi definisce e fa parte di me.

Avevo voglia di assomigliare di più a me stessa, tutto qui. E se vuoi assomigliare a te stessa a 48 anni non puoi fingere di averne 35, figuriamoci 25. Non voglio sembrare giovane. Voglio sentirmi giovane, piuttosto. Senza che questo debba necessariamente stridere con l’immagine che mi sorride dalle foto e dallo specchio.

«Non si chiede l’età a una signora.» Non mi ero resa conto del maschilismo implicito in questa frase. Perché no? Perché non bisognerebbe chiederlo? Diventare vecchie ci rende forse meno donne? Ci rende inutili e superflue? Incide in qualche modo sul nostro valore, sul nostro ruolo in società? Perché in fondo è questo il punto. Non è che i capelli grigi ti rendano meno attraente e neanche meno attenta al tuo aspetto, perché grigio non significa trascurato. Il punto è che siamo abituati a pensare a una donna in termini di desiderabilità o di fertilità. Mamma o puttana, siam sempre qui, non se ne esce. E con i capelli grigi, tu guarda, non sei più nessuna delle due cose. Sei donna. E basta.

Ed è così che, senza che fosse previsto, i miei capelli grigi sono diventati sì una battaglia femminista. Che ciascuna donna si senta sempre libera di tingersi quando e finché le andrà di farlo, di tutti i colori dell’arcobaleno. Ma che nessuna abbia mai anche solo il sospetto che il suo valore in quanto donna si esaurisce una volta esaurita la giovinezza.

A 48 anni non sono più la ragazza che ero, mi sento tale, confesso, ma non lo sono. E non ho intenzione di nasconderlo. Tutto il contrario. Ne vado fiera. Fosse anche solo perché ci sono arrivata. Essere desiderabili, essere fertili, essere giovani non definisce il nostro valore. Il senso del nostro essere donne è altrove e deve andare a braccetto solo con noi stesse, non con lo sguardo altrui. E arrivate a una certa età, se vogliamo assomigliare a noi stesse, diciamocelo, non possiamo assomigliare alla ragazza che siamo state o che avremmo voluto essere.

Le donne con i capelli grigi non sono più vecchie degli uomini con i capelli grigi. Non sono meno belle e neanche meno affascinanti. E una società che di istinto tende ad emarginarle, fosse anche solo relegandole in quanto tali agli ultimi anni di vita, è una società che deve rivedere da capo la sua idea delle donne e svincolarla una volta per tutte dall’idea del piacere, dell’accudimento, della soddisfazione dei bisogni maschili e di quelli infantili. Non c’è spazio per la gratificazione dello sguardo altrui nei miei capelli grigi, e credo che sia anche per questo che mi piacciono ogni giorno di più.

 

Che faticaccia essere una mamma femminista

Le mamme femministe della mia generazione ci provano, ma non sempre ci riescono.

Facciamo incetta di titoli ribelli e battaglieri e se ci scappa un “Guarda come ti sta bene quel vestitino” poi rimediamo a colpi di Frida Kahlo.

Regaliamo a nostra figlia il Manuale del piccolo ingegnere e spieghiamo a nostro figlio che l’ombrellino rosa ereditato dalla sorella va benissimo, ma poi compriamo una tuta da sci nera per la maggiore “Perché sa, così poi può usarla suo fratello”, spieghiamo alla commessa che ci guardava storto perché vestivamo il nostro angioletto biondo di nero e adesso ci guarda storto perché abbiamo peccato di gender sotto i suoi occhi. Cinquanta flessioni e due biografie di Amelia Earhart.

No, non abbiamo detto a nostra figlia di stare seduta composta e nessuno saprà mai quanta fatica ci è costata non farlo, e sì, nostro figlio aiuta in casa proprio come lei, non importa se ha solo tre anni e ci costa un servizio di piatti a settimana. Quel che è giusto è giusto. Guai a distrarti, che poi succede come quella volta che hai lasciato i vestiti piegati sul letto di ciascun membro della famiglia, tranne quelli di marito e figlio che sono finiti direttamente nell’armadio, anche se in realtà l’hai fatto per evitare che andassero perduti per sempre fra criteri di classificazione imperscrutabili.

Essere mamme femministe è una faticaccia. No, non siamo più esigenti con la femmina solo perché è una femmina, cioè, forse sì, forse qualche volta, per sbaglio, come quel giorno in cui poi abbiamo deciso di recuperare spiegandole che per lei sarà più dura che per suo fratello, qualunque carriera sceglierà, dovrà fare il doppio della fatica per dimostrare che vale qualcosa, e poi non abbiamo dormito chiedendoci se quello che le avevamo spiegato era molto maschilista o molto femminista. O come quella volta in cui abbiamo permesso al maschio di mettersi lo smalto per le unghie di sua sorella e abbiamo resistito ben 48 ore prima di ordinargli di toglierlo “altrimenti le unghie non respirano”.

Se non inviti quei piccoli Conan dei compagni maschi alla festa di tua figlia ti diranno che sei sessista. Se vedi un castello o un aereo dal finestrino dell’auto e avvisi tuo figlio e non tua figlia (a cui dei castelli e degli aerei non frega un tubo) sei sessista. Se regali le perline per i braccialetti a sua figlia e i Lego a tuo figlio sei sessista. Perfino scegliere un peluche è più complicato di quanto sembri, a voler fare le cose per bene (il cagnolino per la femmina e il draghetto per il maschio andrà bene, o meglio il contrario?).

Insomma, diciamolo, se le mamme sbagliano sempre, le mamme femministe sbagliano sempre il doppio.

Per fortuna le mamme femministe di solito hanno figlie femministe, le stesse che chiedevano la macchina per fare la pasta a Natale e che vanno pazze per la Barbie e che per anni si sono vestite solo di rosa e che non hanno mai letto neanche due pagine della biografia di Frida Kahlo. Come abbiano fatto a crescere così intraprendenti e battagliere fra tanti lustrini e tanti principi e tante “boquitas” del reggaeton resta un mistero. Ma sono lì, più femministe di noi, e ci rimettono sempre sulla strada giusta.

Ma lo smalto no

Donna, partorirai con dolore e morirai su un’asse di legno in mezzo al mare e all’indifferenza e all’odio, e avrai accanto il corpo che avevi partorito.

Avrai una maglietta a righe e il corpo segnato dalle ore in acqua e la faccia all’ingiù, per non vedere e non essere vista, ma a nessuno importerà niente di te.

O forse ti salverai e sbatteranno il tuo viso stravolto in prima pagina, gli occhi ancora sgranati sul fondo dell’umanità, quando il mare e gli uomini ti avranno abbandonata a te stessa e poi neanche più a quello. Ma non importerà niente a nessuno.

A meno che tu non ti metta o non ti lasci mettere uno smalto rosso. Chi sei, tu, relitto portato dal mare, per osare tanta frivolezza. Come osi far tuo un simbolo di femminilità e ostentarlo sulle tue dita nere, che fino a poco prima stringevano un’asse e il ricordo di una vita intera.

Lo smalto no. Puoi indossare la rabbia e la disperazione e la morte. Puoi indossare abiti laceri e la stanchezza e la fame. Possiamo perdonarti la dignità nello sguardo, la forza degli uomini e il silenzio. Possiamo perdonarti perché ci hai guardati negli occhi e perfino le tue accuse e il vuoto che scavi dentro le nostre vite.

Ma lo smalto no. Perché lo smalto è femminilità e quindi svagatezza e superficialità. Non possiamo perdonare la complicità femminile di chi te l’ha messo, la tua vanità nell’accettarlo, la provocazione delle tue unghie rosse. Non abbiamo intenzione di condividere con te la leggerezza di quello smalto rosso, il desiderio di piacere a se stessa, la gioia della sopravvivenza tradotta in bellezza.

Se vuoi viaggiare fra la vita e la morte potrai essere uomo, potrai essere madre, ma non ostentare il tuo essere donna. Quello smalto rosso parla di un piacere e di una leggerezza colpevoli, e se stentiamo a perdonarlo a una donna, quel bastare a se stessa implicito nelle tue unghie rosse, quel bisogno di leggerezza e di bellezza reclamato con furia, che non arriva a farsi oggetto di desiderio ma solo desiderio di vita, credi davvero che potremo perdonarlo a un corpo ripescato dal mare? Se vuoi farti perdonare per essere sopravvissuta, comincia col rinunciare al tuo orgoglio di donna.

No, non devi amare te stessa

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“Devi amare te stessa.”

Mi ci sono voluti quasi cinquant’anni per capire la fregatura nascosta in questa frase, dopo essere stata convinta che fosse la risposta a ogni problema. Che fosse la strada per realizzare i miei sogni. Ma c’è solo una cosa che questa frase ha in comune con i sogni: fa sentire meglio chi la riferisce, non chi la sta a sentire.

A che cosa mi serve, esattamente, amare me stessa? Amare non significa essere in grado di difendere l’oggetto del proprio amore, non significa accettarlo esattamente per quello che è, non significa smettere di giudicare, non significa fidarsi ciecamente. Soprattutto se l’amore di cui stiamo parlando deve durare anni, non qualche ora o qualche settimana. E si spera proprio che sarà così. Amare me stessa non mi impedirà di avere paura, di non confidare abbastanza nelle mie capacità, non mi impedirà neanche di stare male con me stessa. Quale oggetto d’amore non ci ha fatto stare male, almeno una volta, a torto o a ragione?

Ma c’è un altro motivo per cui l’amore per se stessi è una grande balla. Ed è il fatto che a sentirselo dire sono quasi sempre le donne. “Devi amare se stessa” significa: accettati per quello che sei, difetti compresi. Perché ci penserà il mondo a criticarti. Significa: confida nelle tue possibilità, perché ci saranno momenti in cui sarai l’unica a farlo. Significa: prova ad abitare il tuo corpo senza fare tante storie, perché sarà il mondo a camminarci sopra e ad additarlo, quando tu ci navigherai dentro e lo vorrai enorme, per proteggerti dalla paura o dall’infelicità, o lo ridurrai a un confine sottile con una realtà sempre troppo vicina e mai abbastanza. “Devi amare se stessa” in realtà è un altro modo per dire quello che a noi donne dicono già fin troppo spesso: fallo tu perché gli altri non lo faranno, trattati bene perché il mondo ti tratterà male e tu non potrai farci niente, salvo rifugiarti in questa favola dell’amore per te stessa che nessuno sa bene che cosa sia ma suona molto giusta e rassicurante. Salvo cercare le risposte che ti servono dalla prospettiva dell’oggetto, non del soggetto.

A un uomo nessuno dice di amare se stesso, perché non ne ha bisogno. Un uomo dovrà trionfare, mostrarsi sicuro e amare. Un uomo è sempre soggetto, prima di tutto. Sono le donne a essere oggetto, perfino dell’amore per se stesse. Sono le donne a misurarsi attraverso gli sguardi altrui, costrette a passare anche attraverso il proprio. Sono le donne ad avere bisogno di amare se stesse, confinate in quel corpo su cui tutti hanno qualcosa da dire tranne loro e che ruberà sempre la scena e arriverà sempre prima del resto della loro persona, nei giudizi, negli apprezzamenti, nei commenti. Sono le donne a litigare con quel corpo attraverso le mille sfumature dei disturbi alimentari, non perché non amano se stesse, ma perché vorrebbero farlo tacere, quel corpo sempre troppo o troppo poco ingombrante. Perché vorrebbero metterlo da parte, finalmente, e riacquistare il controllo. Il potere di imporsi o di svanire.

Allora basta con questa storia che dobbiamo amare noi stesse. Diteci di amare, piuttosto. Di amare e basta. Di diventare i soggetti dell’amore, non gli oggetti. Non confinateci nell’insicurezza dell’attesa, del giudizio, del bisogno di conferme e approvazione. Amiamo, questo dobbiamo fare. Amare follemente, con incoscienza, con audacia, con saggezza, con prudenza, amare per un’ora, per un giorno o per tutta la vita, amare con il corpo con gli occhi con la testa o con il cuore, come ci pare. Amare ed essere i soggetti della nostra vita.

Non abbiamo bisogno di amare noi stesse, abbiamo bisogno di smetterla di aspettare il permesso, anche il nostro. Soprattutto il nostro.