Sì, scrivere è un mestiere. E sì, bisogna impararlo

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274. È il numero dei testi di esordienti che ho letto in questi anni, per lavoro. Non è una cifra altissima, ci sono professionisti che probabilmente ne leggono quasi il doppio in un anno solo. Il dato interessante è un altro, ossia che nella stragrande maggioranza dei casi, le debolezze dei testi erano le stesse. E si traducevano in due parole: non raccontavano.

È curioso, ma neanche tanto, se pensiamo che la letteratura è forse l’unica arte che, per molti, non si impara.

Nessuno trova strano che Rembrandt abbia avuto un maestro, prima di diventarlo a sua volta. I pittori, si sa, vanno a bottega come apprendisti per imparare il mestiere. I ballerini si ammazzano di fatica in palestra e si allenano per ore, per conseguire il movimento e la posizione perfetta, ed è proprio quello, la perfezione della tecnica, a sorreggere la loro arte. Gli sceneggiatori studiano sceneggiatura. I fotografi devono studiare a lungo, se vogliono fare qualcosa di diverso dalle foto ricordo delle vacanze. I pianisti passano ore al pianoforte, per eseguire o comporre.

Gli scrittori no. Gli scrittori in un immaginario popolare ancora più vivo di quanto si creda, si ubriacano e poi riversano tutto il loro furore sulla carta o sui tasti del computer. Et voilà, il capolavoro è servito. A partire da lì, tutto il resto è marketing e prostituzione. Non appena una matita rossa si avvicina al testo, questo perde la sua innocenza, viene snaturato, corrotto, piegato alle leggi del mercato. E nessuno pensa che prima delle leggi del mercato vengono quelle del romanzo. Che ogni arte ha le sue regole e i suoi strumenti. Che raccontare è un mestiere e come tutti i mestieri, deve essere imparato. Non tutti imparano allo stesso modo, non tutti faranno ricorso alle stesse regole, i più bravi ne scriveranno di nuove, qualcuno le piegherà alla propria ispirazione e qualche altro piegherà la propria ispirazione a quelle regole. Ma le regole (da regere, “guidare diritto”), o strumenti narrativi, se si preferisce, esistono. Altrimenti succede quello che succede in molti dei testi mandati in valutazione alle case editrici: possono essere ben scritti, possono avere spunti interessanti, ma non raccontano.

Ecco allora i difetti più ricorrenti nei manoscritti:

  1. Non raccontano, riassumono

Il testo riferisce, riassume, corre veloce sugli eventi, sorvola, informa. Veniamo a sapere che cosa è successo al personaggio, ma succedere non succede mai niente, o poca cosa. È tutto già successo. Ciò che preme all’autore o all’autrice, sembrerebbe, è informarci, non raccontarci la storia. Così non vediamo i personaggi in azione, non li sentiamo parlare, non sappiamo che cosa provavano in un determinato momento, che gesti facevano, dove si trovavano, se faceva freddo o caldo, se era sera o giorno, se erano stanchi o pieni di energia. Il romanzo finisce per assomigliare alla sua quarta di copertina. Non sono le quarte di copertina però a fare le storie, ma i dettagli che le rendono uniche.

  1. Non raccontano, spiegano

Sono i romanzi a tesi. Qui all’autrice o all’autore ciò che preme non è riassumere, ma dimostrare. Il tema c’è, e può essere originale e interessante e sincero, ma straborda e finisce per invadere l’intera storia. I personaggi invece di dialogare impartiscono lezioni all’autore, invece di riflettere dimostrano l’esattezza delle loro teorie, invece di agire, sbagliare, mettersi alla prova, soffrire, essere messi di fronte alle proprie ferite e costretti a guardare in faccia i propri conflitti, spiegano al lettore come la pensano.

  1. Non raccontano, illustrano

Sono le trame statiche, che non avanzano, che non propongono azione. Le storie in cui non c’è conflitto, non c’è posta in gioco, non c’è desiderio. Non è detto che non succeda niente, qualcosa succede, spesso si tratta di trame dispersive e poco equilibrate, ma il loro difetto principale non è questo, è che manca una linea d’azione e che i conflitti dei protagonisti sono già stati risolti fin dall’inizio. A muovere la storia non è quindi il loro desiderio, non sono le loro ferite, ma il desiderio dello scrittore di descrivere una determinata situazione, un mondo, un universo. E non perché in quel mondo non succeda niente, non perché l’assenza di azione sia una caratteristica di quell’universo e sia importante da raccontare. I protagonisti non aspettano nessuno, per scomodare Godot. Il punto non è quello. Il punto è che in realtà manca il racconto, perché l’autore sta illustrando, appunto, e non ha scosso abbastanza il suo mondo, non l’ha esaminato e messo alla prova abbastanza da capire che cosa fosse ad attirarlo davvero, dove si nascondesse il vero motivo della sua ispirazione. “Fate salire i vostri protagonisti su un albero, tempestateli di pietre e poi fateli scendere”, ricordo di aver letto in un manuale di scrittura creativa. Ecco, nei romanzi che illustrano senza raccontare i protagonisti restano ai piedi dell’albero, con il naso all’insù.

Insomma, 274 manoscritti per arrivare alla conclusione a cui qualcuno probabilmente era arrivato già molto prima. Scrivere e scrivere romanzi non sono sinonimi più di quanto lo siano farsi il bagno e gareggiare per i cinquanta metri stile libero. O indossare un accappatoio ed essere uno jedi, come dice il meme. Nessuno, credo, andrebbe a vivere nella casa progettata da un architetto senza studi e senza esperienza, quindi non vedo perché dovrebbero leggere il romanzo di un autore che non ha dimestichezza con le regole narrative. E se è vero, parafrasando Truffaut, che tutti hanno due mestieri, il loro e quello di scrittore, allora forse converrà iniziare a imparare anche il secondo. E no, stiamo pure tranquilli, non abbiamo venduto l’anima e la penna a nessuno. Stiamo solo imparando.

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Altro che festival. Le magie del Women’s Fiction Festival di Matera.

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Foto dell’organizzazione del WFF

Matera ti costringe a pensare diversamente. Il primo segreto del Women’s Fiction Festival è questo. Lo scopri ancora prima di arrivare alle Monacelle, sede degli eventi del Congresso, quando capisci che fra i Sassi il senso dell’orientamento non serve: hai svoltato dove ti avevano detto di svoltare, hai seguito i cartelli, hai tenuto d’occhio il campanile del Duomo… e sei finita da tutt’altra parte! Google Maps alla prima scalinata in pietra ti abbandona, quindi inutile farci conto, sei proprio da sola. Ed è così, dopo qualche giro a vuoto, dopo aver scoperto che sui sassi di Matera le suole delle scarpe sembrano sottilette e dopo un principio di panico per chi soffre di manie di controllo (come me), è così che impari la prima lezione: per arrivare dove vuoi arrivare a Matera devi fidarti dei Sassi, e di te stessa. Guardarti intorno, memorizzare, notare i dettagli, cogliere l’energia del posto, lasciarti andare, fidarti del tuo intuito e della tua curiosità, spingerti dove normalmente non ti spingeresti, guardare sempre oltre la prossima curva, dimenticarti di te stessa e imparare a guardare davvero.

Il secondo segreto del Women’s Fiction Festival sono le organizzatrici. Funziona come per le torte, se le prepari con affetto per qualche ragione misteriosa sono sempre più buone. E al festival succede qualcosa di simile. Le vedi ovunque, neanche avessero il dono dell’ubiquità, instancabili, sorridenti, hanno sempre tempo per tutti, per un abbraccio, per due chiacchiere, per risolvere un problema, per gestire un panel, alzarsi e portare il microfono in sala, accompagnare un relatore disorientato. Se Matera ti abbraccia, con le sue curve e le sue forme femminili e accoglienti, al Women’s Fiction Festival senti che si stanno prendendo cura di te, cosa che non mi era mai successa a nessun altro festival. Si preoccupano che tu possa raggiungere tranquillamente l’albergo, che tu abbia caffè e prelibatezze a disposizione, si preoccupano di ascoltarti e di informarti e di rivelarti i segreti dell’editoria, e tutto in una sorta di lunga chiacchierata fra amiche, senza protagonismi, senza gerarchie che non siano quelle dettate dalle occhiate spaventate di chi si accinge a esporre la propria storia in tre minuti a qualche editor importante.

Matera riesce a farti credere che tutto è possibile, perché fra tante cure, fra tanto affetto, fra tanto benessere dell’anima e del corpo (piedi a parte!) l’unica cosa che ti resta da fare è dedicarti a coltivare i tuoi sogni e all’improvviso scopri di avere un’idea fantastica nascosta dietro i pensieri polverosi di sempre, la testa si riempie di storie, di parole, di personaggi. Storie, parole e personaggi che fanno capolino in ogni conversazione, in ogni chiacchiera, nei panorami mozzafiato che ti circondano, fino a quando non sei più sicura di saper distinguere la realtà dalla fantasia, la letteratura dall’amicizia, le storie dalla vita. Ed è allora, nell’istante in cui te ne accorgi e capisci che va bene così, che la magia è compiuta e sei finalmente sulla strada giusta.

L’altro segreto meraviglioso di Matera, non me ne vogliano gli uomini presenti, è che ci si muove in un universo tutto femminile, e chissà che cosa avrebbero pensato le monache del convento delle Monacelle (ora trasformato in albergo) a vedere fra le loro pareti tante donne riunite in religioso silenzio ad ascoltare chi spiega loro come realizzare i propri sogni. Chissà che non ci sia anche lo zampino di qualcuna di loro, perché mi piace immaginarmele tutte lassù, che guardano divertite e sorridenti e ci mettono una buona parola.

Per anni ho visto le foto di Matera e letto i resoconti del Festival, ma non ero preparata all’esperienza che ho vissuto. Il Women’s Fiction Festival ti trasforma, ti rassicura, ti fa sentire parte di qualcosa. E se non fosse perché ai panel, a prestare attenzione e a prendere appunti, scopri tutto quello che c’è da scoprire sull’editoria italiana e sulle sue tante tantissime sfaccettature, alla fine, mentre ti allontani con il trolley che sobbalza impazzito sui sassi, avresti l’impressione di essere tornata ragazzina, alla fine di una gita di classe o di un lungo pigiama party pieno di emozioni e di spunti per il domani. Con l’unica differenza che il grande amore da affascinare, convincere e conquistare non era il ragazzo del banco davanti, ma te stessa. La vera te stessa, quella che non credevi neanche più di conoscere e che invece era lì ad aspettarti paziente, con in mano un mazzo di sogni tutti da realizzare.

Manuali di scrittura creativa: da dove cominciare?

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Non aprite quella porta!

La porta in questione è quella del mondo editoriale e della scrittura creativa. Una volta aperta, infatti, ci si trova irrimediabilmente sperduti. Si scrive, si sogna, ci si ritrova soli con le proprie frustrazioni, non si capisce più dove stia il problema, si cade nella tentazione del “tanto pubblicano solo i figli di qualcuno” “il mio è un libro troppo raffinato per le regole del marketing editoriale” “non lo mando a nessuno si sa mai che me lo copino” “non ci sono più gli editori di una volta”.

Non è vero, in realtà. I buoni libri possono trovare la strada della pubblicazione. Non è facile, bisogna adattarsi, imparare, accettare consigli e cambiamenti, ma è una strada percorribile, a patto di percorrerla con gli strumenti giusti. Ma quali sono questi strumenti?

Come orientarsi nella giungla di manuali di scrittura creativa? È utile una scheda di valutazione? A che cosa serve esattamente? Per stendere un breve elenco di testi che possano aiutare gli scrittori esordienti mi sono rivolta a una delle agenzie migliori di Italia, la Grandi & Associati, che ha un servizio di valutazione inediti che funziona ormai da più di trent’anni, e ho chiesto consiglio a loro.

D: In cosa consiste esattamente un servizio di lettura e valutazione?

R: Valutiamo gli esiti, i pregi e i limiti di un testo, oltre che le potenzialità di un’eventuale revisione. La scheda di lettura analizza tutti gli aspetti del lavoro, sia quelli letterari e formali (analisi dei temi, struttura, stile, lingua), sia quelli legati al possibile accoglimento dell’opera da parte del mercato editoriale (valutazione commerciale). Discute pregi e difetti del testo e, se opportuno, contribuisce con consigli e suggerimenti a un’eventuale revisione da parte dell’autore.

D: A chi è rivolto il servizio?

R: A chi ha “un libro nel cassetto” e vuole capire se può aspirare alla pubblicazione, a chi avverte la necessità di una valutazione professionale di quanto ha scritto, a chi ha difficoltà a ottenere risposta dagli editori cui ha inviato il libro in lettura, ma anche a chi vuole migliorare la propria scrittura e avere un riscontro sulla validità letteraria e editoriale del proprio testo.

D: I manuali di scrittura servono? Da quale cominciare?

R: Com’è noto esistono svariati manuali di scrittura creativa ma il nostro consiglio è di partire dai classici più collaudati. Eccovi qualche titolo, per cominciare, a cui potete aggiungere qualunque testo, romanzo o saggio, di Alberto Arbasino, che tratta in più occasioni di come si costruisce un romanzo contemporaneo.

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver

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Esercizi di scrittura creativa, lezioni, istruzioni per la composizione di una short-story, note sull’arte della concisione. L’insegnamento della scrittura creativa è stato per Raymond Carver qualcosa di piú che un modo per guadagnarsi da vivere: cominciò negli anni ’70 a tenere le sue memorabili lezioni di Creative Writing – in un periodo segnato dalla devastazione dell’alcolismo – e quelle lezioni oltre a dare origine a una vera e propria tendenza letteraria furono per Carver un modo per riflettere sul senso del narrare e per confrontarsi con i grandi scrittori suoi maestri – da Checov a Hemingway -, in particolare sulla forma della short-story. (Dalla quarta di copertina)

Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, di Francis Scott Fitzgerald34449958

Questo volume raccoglie le riflessioni e i giudizi espressi dal grande scrittore americano, lungo tutta la sua vita, sul tema dello scrivere: cos’è lo scrittore e che cosa fa, cosa vuol dire scrivere, come si gestiscono i personaggi di un romanzo, qual è il rapporto tra lo scrittore e il mondo dell’editoria e della critica. L’autore simbolo dei Roaring Twenties fornisce suggerimenti assai vari, assecondando la sua naturale tendenza a insegnare, a comunicare la propria esperienza. In tempi in cui tutto sembra procedere verso lo smascheramento dell’apparenza, Fitzgerald va nella direzione opposta, lontano dalle certezze che ostacolano il cammino verso l’illusione della bellezza. «Scrivere bene», dice, «è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato». (Dalla quarta di copertina)

Variazioni sulla scrittura – Il piacere del testo, di Roland Barthes

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Di che cosa tratta Il piacere del testo? Delle emozioni che il testo suscita nel lettore. Osserva giustamente Barthes che se alla domanda « cosa conosciamo del/dal testo ?» la semiologia è riuscita a dare risposte convincenti, la stessa cosa non è però accaduta per l’altra domanda fondamentale: «che cosa godiamo nel testo ?» Si tratta dunque, nelle parole dello stesso Barthes, di «riaffermare il piacere del testo contro l’indifferenza scientifica e il puritanesimo dell’analisi sociologica, contro l’appiattimento della letteratura a un suo semplice apprezzamento». Ma come rispondere, concretamente, a quest’ultima domanda ? poiché il piacere è, per sua stessa natura, inesprimibile, un testo sul piacere del leggere non potrà che assumere la forma di una successione di frammenti, in una sorta di messa in scena del problema che rigetta dal principio la scientificità dell’analisi testuale. Contemporanee al Piacere del testo, le Variazioni sulla scrittura, originariamente commissionate per un volume dell’Istituto Accademico di Roma, rivelano una perfetta solidarietà di concezione e struttura con quel saggio. Come sottolinea Carlo Ossola, ciò che Barthes aveva felicemente concepito «era un unico saggio, una sola movenza», che va dal lavoro di incisione della materia attraverso lo scrivere alla libera fruizione del testo. (Dalla quarta di copertina)

 

Per chi volesse saperne di più sul servizio di valutazione inediti dell’Agenzia, trovate tutte le informazioni qui.

Per chi volesse mettere alla prova il proprio testo con una serie di domande divertenti, invece, qui nel blog trovate il Manuale di NON scrittura creativa.

Cercasi maggiordomo per posizione vacante nell’editoria

 

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Foto Matt Stratton (CC)

La colpa è dei troppi libri. Dei pochi lettori. Delle multinazionali. Della letteratura di qualità mediocre. Dei libri dei calciatori. Dei libri dei premi Strega che non ci capisce un accidenti nessuno. La colpa è dei libri di Volo. La colpa è degli editori. Dei videogiochi. Della scuola. Dei social. La colpa è delle offerte a tappeto. Dell’Unlimited. Dei libri piratati.

Che sollievo sarebbe avere un maggiordomo anche nell’editoria, a cui affibbiare la colpa una volta per tutte. Sono certa che si assumerebbe la colpa con stoicismo e aplomb, salvo poi sussurrare che in quella casa non si leggeva abbastanza da molto prima che lui arrivasse.

Mio figlio non mi legge abbastanza. Come quelle mamme all’uscita di scuola, che quando entrano in biblioteca minacciano il figlio di scegliere un “libro vero”, niente fumetti, per favore. Mio figlio non mi legge abbastanza, ti dicono, con lo stesso tono preoccupato con cui misuravano i grammi di spinaci e carote assunti dal virgulto. Carote biologiche, ovviamente, non importa se costano un occhio della testa, tanto le compro solo per mio figlio. Io mi scaldo una pizza mentre controllo il cellulare. Sono troppo stanca.

Ecco, dimenticavo. La colpa è del cattivo esempio. La colpa è della mamma. Non è sempre colpa della mamma, quando il maggiordomo è irreperibile? La mamma che compra i libri, ma con moderazione, che costano un occhio della testa e in un’ora ha già finito di leggerlo, e non è che le si possa dare torto. Ha già speso tutto per le carote biologiche. E poi è pieno di libri gratis sul Kindle, anche per ragazzi, che cominci a leggersi un po’ quelli.

Non è vero che il libro è troppo caro. Hanno speso di più quando sono andati a fare colazione fuori, quel mattino. O per la cioccolata del pomeriggio. Il problema è che per un certo tipo di intrattenimento non si spende più, non ci si sente più autorizzati a spendere. Libri. Musica. Film. L’accessibilità  ha la meglio sulla qualità e non è neanche questione di prezzo, non cambia poi tanto che un libro costi 16 euro o 2,99, l’unica discriminante che conta è fra quello che si paga e quello che è gratis, e se possibile anche legale. Con un po’ di fortuna, probabilmente, fra qualche anno conosceremo tutti i classici a menadito.

Quale sia la strada da seguire, non lo so. Probabilmente la strategia vincente resta quella di Ryanair: il volo è quasi gratis, ma se vuoi anche salire a bordo devi pagare un extra. Sarà questa la logica dietro il grande annuncio del Salone del Libro di Torino? Patti Smith varrà bene un posto extralarge e uno speedy boarding. Parola di maggiordomo.

 

Note sul Noir/3

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di Maria Masella

Riassunto della puntata precedente. Avete realizzato lo schema, anzi lo SCHEMA. Tutto torna, al millimetro.

Siete a posto?

No. Purtroppo c’è sempre ancora qualcosa da approfondire. Uno SCHEMA impeccabile non vi mette al riparo da uno dei guai peggiori, quello che il vostro noir sia soltanto un rebus travestito da romanzo.

Affrontiamo uno dei passi che trasformeranno il rebus in romanzo.

Movente

Parola stuzzicante. Per uno chef (categoria molto di moda) alcuni ingredienti stimolano la fantasia, la creatività. Per i pittori alcuni colori sono ricorrenti (il rosso di Carpaccio è quasi una firma).

Per uno scrittore le parole sono i veri ingredienti ed è normale che una parola possa giocare un ruolo importante, sia di stimolo per la costruzione di una storia.

Per me, movente è una parola guida.

Sul fedele Zingarelli movente è sia sostantivo sia participio presente del verbo muovere. Ed è proprio questa duplicità a sedurmi. Da una parte la staticità del sostantivo e dall’altra il movimento allo stato puro, presente, in atto e non in potenza.

Un noirista almeno discreto vive con la parola movente appollaiata sulla spalla, è la sua scimmia.

Un noirista almeno decente sa d’istinto che è il movente a muovere la storia, è il movente a dare profondità al colpevole e insieme alla vittima e all’investigatore.

Perché qualsiasi noir è giocato su tre persone: assassino, vittima, investigatore. Ed è il movente a dare inizio alla storia e fin quando l’investigatore non trova il movente il caso non è risolto! E la vittima? Sembra la più estranea al movente… Sembra.

Cercate di vedere la scena. L’assassino muove verso la vittima armato del movente. La vittima è la sua meta, ma perché ha scelto quella e non un’altra? Questo è il punto su cui in noirista deve lavorare: chi legge deve capire perché è stata scelta quella vittima e, almeno in parte, essere accanto all’assassino in una specie di condivisione del movente.

Il movente perfetto ha alcuni requisiti:

  1. Comprensibile al lettore medio. Odio, amore, vendetta, gelosia, invidia, interesse… Sì, funzionano sempre, perché tutti noi li conosciamo.
  2. Condivisibile dal lettore medio. Non ci saremo vendicati uccidendo, forse neppure ci saremo vendicati, ma l’impulso alla vendetta l’abbiamo provato tutti.
  3. In movimento. Non basta dire “ha ucciso per gelosia” bisogna far sentire come è nata la gelosia, come si è sviluppata tanto da diventare padrona dell’assassino.
  4. Vado pazza per i moventi ibridi: non soltanto la gelosia, ma forse un pizzico di interesse. Perché neppure l’assassino sia monolitico.
  5. Anticipato con tocchi leggeri. Questo, come sempre quando si parla di anticipi, è difficile. Seminare una parola, una frase che a romanzo concluso faccia dire al lettore “Sì, un cenno c’era!”. La leggerezza di tocco è essenziale. Un trucco da banale mestierante? Inserirlo in un diverso contesto. Esempio. In Celtique si scopre che un senegalese viene ucciso perché scambiato per un altro. Un personaggio commenta, molte pagine prima, che per alcuni tutti i neri sono uguali.

Ma, come dico a ogni incontro con il pubblico, per un romanzo di più di duecento pagine un omicidio non basta e ne sono necessari almeno due.

Si aprono numerose possibilità:

  1. i due omicidi non hanno alcun collegamento, in questo caso l’autore deve sapere quale dei due è il più importante: sarà risolto per ultimo! Spesso il caso meno importante viene inserito per necessità temporali. Cito nuovamente Celtique. L’omicidio del senegalese mi è servito per riempire i molti giorni in cui non accadeva nulla relativamente al caso “Celtique” e per costringere il protagonista a lavorare su due fronti. I due casi devono essere incastrati al millimetro, doppio SCHEMA! E SCHEMONE di confronto. Attenzione: i due moventi sono probabilmente diversi e questo rischia di frammentare il romanzo. Trucchi? Conosco quello usato in Celtique. Due delitti completamente diversi, ma sia il senegalese ucciso sia l’investigatore devono fare i conti con una doppia fedeltà: il primo alle sue due patrie e il secondo alla legge e a un vecchio amico latitante.
  2. I due omicidi sono collegati: il secondo è di copertura. Situazione semplice che può essere, anzi deve essere arricchita, dando molta profondità al movente del primo omicidio.
  3. I due, o più, omicidi sono collegati e tutti preludono all’ultimo, quello che per l’assassino è il più importante. Usato in Morte a domicilio. È molto coinvolgente se ben gestito. È necessario che il lettore si identifichi con l’investigatore, ma… Ma sul filo di lana provi pena e compassione per l’assassino. Usato anche in Giorni contati, ovviamente modificando i moventi.
  4. Serial killer. Molto diverso dal precedente. Per l’assassino tutti gli ammazzati sono di pari importanza. No, non è vero. Uno antico, il primo deve essere quello fondamentale, gli altri sono “per ricordare”. Usato con gran soddisfazione in Caso irrisolto.

Si nota facilmente che non amo i romanzi di mafia, camorra e criminalità organizzata. Neppure gli intrighi internazionali. I miei sono assassini della porta accanto. E i moventi sono quelli che potrebbero spingermi a uccidere. Persona avvisata, mezza salvata! Ora sapete che cosa mi spingerebbe a uccidere.

Se volete saperne di più su Maria Masella e sui suoi libri, trovate tutto qui.

Se volete leggere le Note sul noir precedenti, le trovate qui qui

Cinque tipologie di scrittori che ho conosciuto a Bookcity

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  1. Quelli che danno per scontato di interessare, piacere, essere simpatici, come se fosse una sorta di diritto acquisito. Non sono necessariamente altezzosi, anzi, molti erano alla mano, ma ogni loro sguardo era una richiesta di conferma un po’ rabbiosa alla domanda inespressa “Vero che ti piaccio? Ma quanto ti piaccio?”
  2. Quelli che si parlano fra loro, che scrivono per farsi leggere da altri scrittori e che guardano al lettore con una sorta di sarcasmo malcelato in qualche caso, in altri con una sorta di paternalistica condiscendenza. Sono gli scrittori che scrivono per farsi recensire, prima che per farsi leggere.
  3. Quelli che si guardano dentro, che scrivono per sé, per caso, per divertirsi, per piacere. Che si raccontano sempre un po’ stupiti, forse dal fatto di essere dove sono, forse per quello che hanno scoperto scrivendo, non lo sapremo mai, ma da loro si impara sempre qualcosa.
  4. Quelli che ti guardano dentro, che conoscono davvero i propri lettori, li chiamano per nome, quando li guardano li vedono, non vedono copie vendute e neanche il riflesso della propria fama, vedono un’altra persona. O un altro personaggio.
  5. Quelli che parlano di storie e non di libri, che amano narrare, che trasformano la presentazione in un lungo racconto che si perde per strade impreviste e poi torna sui suoi passi, dopo averti ricordato quanto è prezioso il piacere delle storie. Senza bisogno di dirlo. Ponendosi al servizio della parola mentre la usano con maestria.

CORSO SPRINT DI SCRITTURA CREATIVA

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di Olivia Crosio

Prima lezione. Non lasciarti prendere la mano da progetti assurdi. Comincia semplicemente dall’inizio, e alla fine tornaci.

Seconda lezione. Tutto quello che scrivi oggi, domani ti farà orrore, perché sai di essere capace di fare molto meglio, anche se PER IL MOMENTO non ci riesci, chissà come mai. Se non piace a te, figurati agli altri. Ricomincia.

Terza lezione. Tema: il blocco. Il blocco… Sì, il blocco. Certo, non è facile. No, vero? Eh, be’, già. Mmm… aspetta un attimo…

Quarta lezione. Una volta superato in qualche modo il famigerato blocco da pagina bianca, rileggerai tutto quello che hai scritto prima e lo butterai via perché il blocco ti avrà fatto maturare. Ricomincia. A questo punto, dovresti avere un paio di paragrafi di cui non ti vergogni davanti a te stesso. Consolati con il fatto che questo corso è gratuito.

Quinta lezione. Sei un falegname. Sega, pialla, incolla, inchioda, vernicia. Ti sporcherai. E in fondo alla giornata sarai stanco come un falegname, ma stai creando un piccolo pezzo unico, non un Ikea.

Sesta lezione. Cercare di imitare l’ultimo libro che ti è piaciuto non paga! Non sei quello scrittore lì, sei qualcun altro! Per scoprire chi (sei), e per avere qualcosa da raccontare, esci dal guscio e vivi un po’, a costo di fracassarti le corna contro un muro. Niente paura, poi ricrescono.

Settima lezione. Mentre sei fuori a sbattere le corna di qua e di là, non perdere tempo a parlare ma ascolta gli altri. Loro sono la farina, le uova e il burro con cui confezionerai la tua storia. Non dimenticare il pizzico di sale. La ciliegina è il tuo stile personale.

Ottava lezione. Se pensi di scrivere per le donne, mira al cuore e alla mente. Se pensi di scrivere per i ragazzi (maschi e femmine), mira ancora al cuore e alla mente. Se pensi di scrivere per gli uomini, mira alla mente e basta, perché loro il cuore ce l’hanno, ma lo tengono rinchiuso.

Nona lezione. Punti, virgole e altri segni non sono come le zanzare, cioè apparentemente inutili: sono i respiri della frase. Gli a capo sono respiri un po’ più lunghi e servono per prendere ossigeno.
In fondo, anche le zanzare sono cibo per insettivori.

Decima (e ultima!) lezione. Sei arrivato alla fine. Hai scritto la tua opera. Finora ti sei divertito, hai dato sfogo al vero te stesso. Ma il lavoro inizia adesso: rileggi e ti metterai le mani nei capelli. E se per caso dopo la terza o quarta stesura qualcuno ti comprerà, allora entrerai in un vero e proprio incubo, perché la tua opera non sarà più tua, tutti ci ficcheranno il naso e le mani e vorranno dire la loro, ti costringeranno a cambiare questo e quello, ognuno ne darà una interpretazione personale lontanissima dalle tue intenzioni, eccetera eccetera.

Se volete seguire Olivia Crosio e saperne di più sui suoi romanzi, trovate tutto qui.

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