Vuoi fare una cosa femminista? Riposati

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Non si uccidono così anche le femministe?

Ci stanno prendendo per sfinimento. Ancora una decina d’anni a questo ritmo e al primo che dirà che le donne devono stare a casa risponderemo in coro “Ma magari, quando comincio?”

Ammettiamolo, questa faccenda del dover dimostrare quanto valiamo ci è sfuggita un po’ di mano. Siamo super mamme, super mogli, super sexy, super professioniste, super acconciate, super alla moda, super smaltate, super calzate, super depilate, super aletiche. Super donna puoi dirlo a tua sorella, qui siamo oltre. Ultra. Un’ultradonna con prestazioni inaudite, interfaccia in cinque lingue, capacità di gestire ottanta gruppi whatsapp al secondo e un bebè per braccio con riunione in cuffia e spesa in testa, scheda grafica impeccabile, memoria ram di ultima generazione, master in cucina esotica e attrezzata per sopportare mansplaining e schivare mani sul culo con disinvoltura e il dito già sull’hashtag metoo, capace di gestire campagne femministe e impastare il pane con lievito madre, farina integrale di quinoa e acqua dai ghiacciai vergini dell’Himalaya, e ricavarci pure un paio di storie Instagram e un post che spacca.

Le donne in carriera degli anni Ottanta ci fanno il solletico, patetiche imitazioni di quei polpi con la sindrome da iperattività che siamo diventate trent’anni dopo. Cinque minuti liberi sono diventati un’anomalia, una spia accesa, un malfunzionamento improvviso da riparare al più presto, prima che qualcuno se ne accorga. Lista della spesa, lavatrice, polvere, mail di lavoro in sospeso, status persi su Facebook, telo del divano da sistemare, scarpe da raccattare in giro per il soggiorno, piante da annaffiare, sopracciglia da strappare. L’importante è riempire al volo quel poro dilatato nelle nostre giornate tese come leggings di spandex.

Non si uccidono così anche le femministe? Ecco la maratona della vita, signore mie, tante donne che si sfidano fino all’ultimo muscolo dolorante, fino all’ultima emicrania, fino all’ultimo messaggio di whatsapp, fino all’ultima corsa a casa, fino all’ultima riunione, ventiquattrore su ventiquattro, a oltranza. Senza scordarsi di divertirsi con le amiche, andare al cinema, leggere i libri del momento, scrivere un paio di commenti arguti sui social, fotografare il pupo che poi cresce, giocare con il pupo che poi cresce, andare a comprare le scarpe al pupo che porca vacca se cresce, portare il pupo al nido che cresce bene lo stesso e si fa gli anticorpi, andare a riprendere il pupo dal nido perché gli anticorpi al primo virus hanno fatto i finti morti.

Insomma, sapete che vi dico. Io mi fermo. Non di colpo, che rischio il testacoda. Comincio con cinque minuti. Cinque minuti al giorno senza far niente, senza pensare a niente, cinque minuti da ferma, per provare a rallentare. Cinque minuti senza cellulare. Senza ascoltare i figli, senza decidere che cosa fare per cena, senza accarezzare il cane, senza raccogliere relitti alimentari da terra che in confronto il formaggio peloso della Schiappa è fresco di giornata, senza preoccuparmi se sono in ritardo con la consegna. Senza pensare al prossimo romanzo da scrivere e a come vendere quello appena scritto. Senza leggere i commenti sulla pagina, senza sfogliare un libro, senza aprire le mail, senza ascoltare musica, senza decidere che film vedere la sera, senza chiedere ai miei figli se hanno fatto i compiti. Cinque minuti da sola. E sono sicura che sarà la cosa più femminista che avrò fatto in tutta la settimana. Ritrovarmi all’improvviso al centro del mio mondo, per la bellezza di cinque minuti. Io e me stessa continuiamo a volerci un gran bene, ma ultimamente ci vediamo meno di una coppia di astronauti in due missioni diverse.

Più crediamo di dimostrare di essere invincibili, più ci stiamo preparando a essere sconfitte. Stanno per arrivare tempi duri, non facciamoci trovare già esauste. Se vogliamo vendere cara la pelle dobbiamo sapere chi ci abita, in quella pelle. Non facciamoci fregare dai cori del “Non mi siedo altrimenti chi si rialza”, dalle gare al martirio femminili, dalla stanchezza indossata come medaglia al valore, la prova definitiva del nostro essere donna: lo sfinimento. È una fregatura. Ci hanno fregate. Ci siamo fregate da sole. La strada del femminismo è lastricata di buone intenzioni e donne esauste.

Io dico di fermarci. Per ricordarci quanto valiamo. Per tornare a conoscerci, per sapere per chi stiamo lottando. Per poi tornare più incazzate, ribelli e riposate che mai.

Regala un romanzo d’amore a un uomo. I consigli dei gruppi di lettori

Romanzi d'amore

Regaliamo libri d’amore a uomini e ragazzi, sì, ma quali?

Ho chiesto consiglio a due gruppi di lettura su Facebook, Leggo letteratura contemporanea e Sto leggendo questo libro, che ringrazio di cuore per i loro suggerimenti.

Ecco allora una lista, per iniziare (se avete altri titoli da consigliare, potete scriverli nei commenti):

Ciao, tu. Indovinami, scoprimi, sappimi, di Beatrice Masini e Roberto Piumini (da 13 anni)

Amorevolissimamente, di Geert De Kockere (da 13 anni)

Le ragazze non hanno paura, di Alessandro Ferrari (dai 12 anni)

– In scena!, di Raina Telgemeier (dai 9 anni)

– Ogni stella lo stesso desiderio, di Laura Bonalumi (dai 12 anni)

Un amore incosciente, di Olivia Crosio (dagli 11 anni)

– Twilight, di Stephenie Meyer

– Divergent, di Veronica Roth (da 13 anni)

L’amore t’attende, di Fabian Negrin (dai 16 anni)

– Bianca come il latte, rossa come il sangue, di Alessandro d’Avenia

– Non è mai troppo tardi, di Valentina Naselli

– La teoria imperfetta dell’amore, di Julie Buxbaum

– Chiamami col tuo nome, di André Aciman

– Il diavolo in corpo, di Raymond Radiguet

– L’uomo che credeva di non avere più tempo, di Guillaume Musso

– Ogni giorno, di David Levithan

– Una passione tranquilla, di Helen Simonson

– Io prima di te, di Jojo Moyes

– Lezione di tango, di Sveva Casati Modignani

– Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco

– Il diario di Adamo ed Eva, di Mark Twain

Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

– Tre camere a Manhattan, di Georges Simenon

 

Buone letture!

Sui social e in libreria siamo tutte ribelli

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Sui social siamo tutte ribelli, condividiamo i post più battaglieri, esortiamo le altre donne a fare la voce grossa e ci facciamo grasse risate al primo segno di debolezza altrui.

In libreria siamo tutte ribelli, ci riempiamo le braccia di libri sul femminismo, riempiamo i nostri scaffali di storie di donne che ce l’hanno fatta e la testa e i sogni delle nostre figlie di parole come forte, indipendente, guerriera.

Eppure io di donne ribelli fuori dai social e dalle librerie ne vedo poche, confesso. Vedo donne stanche, esauste, che schizzano via dall’ufficio per portare i figli in piscina perché il marito non può, deve andare a correre con gli amici. Vedo donne oberate di carichi e di pensieri, che si svegliano mezz’ora prima per stirare la camicia al compagno, che si affannano per essere o sembrare l’angelo del focolare. Vedo donne che si vantano di non sedersi fino a fine giornata, che si vantano di farsi in quattro e in otto e in cento mille pezzi per i figli e un’idea di famiglia che poco assomiglia alla felicità.

Vedo donne che si indignano al primo slogan in odor di maschilismo, ma che criticano le donne che hanno accanto al primo segno di debolezza. Vedo donne che confondono la forza con il valore, l’efficienza con la felicità, la cura degli altri con la propria. Sento di donne che continuano a morire per mano dei compagni, che continuano a non essere indipendenti economicamente perché mettono il proprio lavoro in secondo piano, che continuano a occuparsi di tutto prima che di se stesse.

Che cosa ce ne facciamo, allora, di tante storie di donne ribelli? Dove vanno a finire, una volta uscite dai social e dalle librerie? Forse le donne non hanno bisogno di tanti slogan, ma di essere più sincere con se stesse, di pretendere meno o di più dalle proprie forze, di ignorare le richieste altrui, di imparare a perdonarsi. Forse non hanno bisogno di esempi illustri, ma di accettare la propria debolezza, la propria leggerezza e la propria stanchezza. E forse hanno bisogno (anche) di ribellioni diverse da quelle di cui parlano i social. Di ribellioni silenziose e discrete, di piccoli gesti, di no prima sussurrati e poi detti ad alta voce, di non perdere mai di vista il proprio spazio e i propri sogni, di avere sempre “una stanza tutta per sé”.

Vedo donne che avrebbero bisogno di essere meno ribelli, forse, e più più felici.

No filter. La felicità che non piace ai social

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Quando abbiamo confuso lo star bene con l’essere felici?

Quando abbiamo lasciato che la nostra vita diventasse uno spot, in cui il benessere viene prima di tutto?

Ci siamo lasciati confondere. A furia di sentirci ripetere che il bagnoschiuma ci coccolava, che il cotone sulla pelle ci faceva bene, che la crema al cioccolato portava il nostro nome, ci siamo convinti che la felicità fosse quella cosa lì.

Abbiamo scambiato la comodità per un’ambizione, il piacere dei sensi per un obiettivo, abbiamo ceduto i nostri sogni per un pugno di morbidezza. Le nostre giornate per un pugno di foto costruite ad arte.

Quando ci siamo dimenticati che la vita è una corsa contro l’inadeguatezza e il dolore, che la scomodità è un calcio in culo che ci spinge verso i nostri sogni, non un segno di fallimento? Quando sono riusciti a convincerci che il benessere fosse la meta e non una condizione provvisoria che non dura neanche il tempo di uno scatto? E che non merita molto di più?

La vita vera passa per la malattia, per la paura, passa per le ferite dell’animo e del corpo, passa per i dolori che ci affliggono ogni giorno e che nascondiamo sotto il trucco e la messa in piega e i filtri di Instagram.

La vita è fatta di malattie temute e schivate, e di altre che ti investono come un treno merci e ti costringono a scordare tutto il resto, proprio quando scopri di averne bisogno. La vita è fatta di paura, di chili di troppo, di sangue, di rughe, di macchie, di capelli bianchi, di litigi, di incomprensioni, di fallimenti, di tensioni e delusioni e di parole sbagliate dette nel modo sbagliato. La vita è tutto quello che ci hanno convinto a nascondere sotto il tappeto come la polvere e che invece parla di noi. La vita siamo noi quando meno ci piacciamo, quando ci fa male tutto quanto, quando non siamo all’altezza, quando ci sentiamo soli, quando ci sembra di non farne una giusta. Quando cadiamo e poi ci rialziamo. No filter. Perché è chi sa rialzarsi chi vive davvero, chi sogna, chi rischia, chi ama, chi sbaglia, chi prende testate contro il muro in continuazione, chi arriva sempre troppo tardi, chi è sempre fuori moda, fuori tempo, fuori tema. Chi non sta bene.

Non voglio una foto su Instagram per ogni momento felice. Voglio un sogno per ogni fallimento, una storia da raccontare per ogni ferita, un amico per ogni paura, un nuovo inizio per ogni fine. Voglio ritrovare me stessa sul fondo dei miei sbagli, nella fatica e nel dolore, nelle perdite e nei fallimenti.

Voglio una vita tutta sbagliata per i social in cui trovare la parte migliore di me, quella che resiste, nonostante tutto. Voglio cercare me stessa e trovare tutte le mie ferite e il coraggio di guardarle in faccia a una a una senza vergognarmi. Non voglio la morbidezza del benessere e il languore compiaciuto di successi passeggeri. Voglio essere orgogliosa dei miei sbagli, nonostante tutto, e dei miei mali. E il giorno in cui riuscirò a indossarli come indosserei il mio vestito migliore, senza nasconderli per paura di svelare le mie debolezze e la mia fragilità, allora forse proverò qualcosa di simile alla felicità.

Dieci cose da non fare se vuoi promuovere il tuo libro sui social

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1. Non promuovere, informa chi ti segue. Il tuo scopo come scrittore è crearti un pubblico, non vendere copie. Per quello ci sono i librai, che lo sanno fare meglio di te.

2. Abbi la serenità di accettare le recensioni negative che non puoi cambiare, il coraggio di cambiare i difetti che puoi migliorare e la saggezza per conoscere la differenza.

3. Se qualcuno chiede un consiglio su un libro da leggere non suggerire il tuo con entusiasmo e con tanto di link per l’acquisto. È un po’ come raccontare una barzelletta e scoppiare a ridere da solo.

4. Non taggare cento persone inconsapevoli all’uscita del tuo libro. Neanche cinquanta o venti. Neanche una.

5. Non mandare messaggi privati per fare promozione. Hai presente quando ti squilla il telefono e tu stai facendo il bagno a tuo figlio e corri fuori sgocciolando ovunque e arrivi alla cornetta un istante prima che mettano giù e rispondi ed è un call center che vuole venderti un’assicurazione? Ecco.

6. Usa i social per fare quello che ti riesce meglio. Se sai raccontare, racconta. Se sai fotografare fotografa. Se sai lamentarti, fallo davanti allo specchio del bagno.

7. Evita le polemiche. Suonano sempre più infantili e fastidiose ti quanto ti sembrava mentre le scrivevi.

8. Ricordati che la collaborazione porta più lontano dell’invidia. E rende tutto più divertente. Se vuoi essere letto, leggi. Se vuoi essere consigliato, consiglia. Se vuoi essere sostenuto, sostieni. I libri dalle classifiche prima o poi escono, le amicizie sincere dalla tua vita no.

9. Segui le persone perché ti interessano, non per interesse. Si nota, la differenza, si nota.

10. Tratta il lettore tuo come te stesso.

Millennial, pop, feel good: il femminismo rosa e fucsia che guarda al futuro

Il femminismo è diventato una marca. Le donne comprano, ma soprattutto fanno vendere. E se il target è giovane, si tratta di donne che con ogni probabilità vogliono rivendicare il diritto a esprimersi, a scegliere la propria strada, che vogliono sentirsi libere di trovare il proprio stile e la propria voce.

In quest’ottica, il richiamo al femminismo ha qualcosa di trasgressivo e liberatorio, ma poco trasversale a livello generazionale. Dietro una camicia da notte con la scritta “Pro-feminism Pro-cats” può nascondersi un certo cameratismo al femminile, ma dubito che la solidarietà si estenda alle donne delle generazioni precedenti (come la madre, a cui forse in parte è rivolto il messaggio e l’anelito di differenza e ribellione) o alle lotte delle donne che si trovano al di fuori della nostra stanza o del nostro paese.

“Possiamo scegliere di indossare la maglietta con uno slogan femminista perché ci crediamo, perché ci piace la maglietta, oppure possiamo scegliere di indossare altro. Il nuovo femminismo è anche questo” scrive in uno dei suoi ultimi post Freeda, il magazine social che sta facendo del femminismo pop e millennial un cavallo di battaglia e che non nasconde, nell’intervento della direttrice editoriale Daria Bernardoni al 47° Convegno dei Giovani imprenditori, di essere anche un sottile e raffinato progetto di marketing oltre che una realtà editoriale, mirato a mettere in contatto marche e target (e infatti subito sotto il post sulle magliette ne troviamo uno dedicato a una famosa marca di scarpe e più sotto ancora un altro in cui una seconda marca di calzature ci spiega che “Non c’è un solo modo di essere donna”).

Quello di Freeda è un “nuovo femminismo” patinato, trendy e narcisista, in cui si parla di vagina e di Yoko Ono e di chili di troppo (Bridget Jones insegna) in un contenitore caotico, variegato e fluorescente, scritto e pensato con il linguaggio dei social. In un’intervista a Il Libraio, Daria Bernardoni ha spiegato che i valori alla base del progetto sono la realizzazione femminile e lo stile personale. Dunque un femminismo più individualista, meno collettivo, meno trasversale appunto, come si diceva sopra.

Del resto, nell’epoca della Nutella personalizzata e degli store che fanno la spesa al posto nostro pronendoci articoli che “potrebbero interessarci”, in cui tutto quel che ci circonda sembra rivolgersi proprio a noi, a nessun altro che a noi, mentre ci guida sottilmente e con gentilezza nelle nostre scelte, forse era destino che anche i valori e i principi morali subissero la stessa deriva individualista ed egoriferita. È cambiato il modo di comunicare, in tutte le sue forme, i criteri si fanno più fluidi e le informazioni ci ruotano attorno in un caleidoscopio frastornante in cui l’unico punto di riferimento finiamo per essere noi. Noi e il nostro benessere.

Per qualcuno (come la sottoscritta) anche solo per ragioni anagrafiche non è facile entrare in sintonia con un cambiamento di orizzonte tanto radicale, ma a non farlo, a insistere ad ancorarsi a schemi mentali e a coordinate che verranno spazzate via dal post successivo o dai commenti che riceverà, si finisce per correre il rischio non solo di non capirci più niente, ma di trollare se stessi e ritrovarsi a parlare di quello che secondo noi non è interessante e non dovrebbe avere tanto spazio, invece di quello che secondo noi dovrebbe essere oggetto di attenzione, travolti dalle regole di una comunicazione che è sempre più commento, eco e reazione e sempre meno contenuto, che ci piaccia o no.

Tornando dunque al femvertising (combinazione di femminismo e advertising, a cui Pasionaria ha dedicato un post interessante), che cosa dovremmo pensarne? Che cosa porterà alle battaglie delle donne una maglietta con la scritta “I’m a Feminist” o “Girl Power”? Probabilmente poco o niente, proprio come i pantaloni e le fantasie mimetiche non hanno fatto di noi dei militari incalliti e come quelle leopardate non ci hanno fatto spuntare le zanne. È un’operazione di facciata, che cerca una via di fuga al conformismo in un’epoca in cui neanche più tingersi i capelli di azzurro è diventata una ribellione convincente.

Non riguarda solo il femminismo, del resto, sono i valori e i buoni principi in generale a vendere e a diventare strumenti di marketing. L’etica in pillole delle frasette più o meno banali sparse ovunque, dagli zerbini alle stanze d’albergo alle magliette. Le ho viste perfino scritte a mano e appuntate ai maglioni in un negozio di abbigliamento (“Sii sempre te stessa” “Lottiamo per il diritto di essere diversi, non uguali”). È l’ultima frontiera del feel good, dopo aver invaso e colonizzato la sfera dei sensi con profumi e sapori, e se non altro le frasette sagge e ispiratrici dei negozi non appestano l’aria di profumo come succede in alcune catene.

C’è un distinguo significativo, secondo me, in questa commistione di marketing e campagne sociali, ed è quello fra le marche che decidono di esporsi e mettere la propria firma sotto una battaglia sociale, creando nuovo contenuto (come ha fatto la Coca-Cola con La felicidad siempre es la respuesta, il bellissimo spot sulle famiglie di ogni tipo, o Pantene con lo spot Sorry, not Sorry in cui invitava le donne a smetterla di chiedere scusa) e le marche che invece si insinuano in discorsi già esistenti, svuotandoli a poco a poco di contenuto.

Le magliette, i cuscini e le tazze con la scritta “I’m a feminist” non toglieranno e non aggiungeranno niente al femminismo, secondo me. Sono l’espressione di una nuova femminilità, più libera, aggressiva, esigente, scalpitante, indifferente alle regole e impaziente di realizzare i propri sogni. Sarà questo nuovo modo di essere donna a cambiare di segno le nostre battaglie, però. Per questo è fondamentale che trovi il suo posto all’interno di un movimento femminista che rischia di non esercitare più alcun richiamo sulle nuove generazioni, perché parla un linguaggio completamente diverso, con modi di comunicare agli antipodi, imponendo principi a chi è ansioso di libertà, dettando regole a chi vuole scrivere le proprie, indicando una strada a chi ha voglia di trovarsela da sola.

Il femminismo pop e millennial ci sta lanciando un messaggio chiaro: è cambiato tutto, le ragazze e le donne sono cambiate, non hanno voglia di essere ingabbiate nelle battaglie altrui, non hanno voglia di sentire rimproveri, esortazioni a fare tutto da sole e a essere indipendenti, non hanno voglia di severità, di cupezza, di paroloni e di facce incazzate. Hanno voglia di allegria, di libertà, di sfrontatezza, di irriverenza, di ridere, di sentirsi bene e di trovare il loro stile. Sanno benissimo di poter fare quello che vogliono con il loro corpo, ma continuano a sentirsi oggetto e vittime degli sguardi altrui e forse non trovano, nel discorso femminista attuale, un’alternativa convincente al bisogno di accettazione e di approvazione. E per chi sa di aver pagato il prezzo della loro allegria con la durezza e la grinta e l’intransigenza che ora viene rinfacciata e rimproverata alla sua generazione, non è una pillola facile da mandare giù.

Accanto a questo femminismo pop e svagato e superficiale, allora, serve un femminismo altrettanto intimo e individualista, se vogliamo, ma che non perda di vista la solidarietà femminile e che ci mostri la strada verso noi stesse e verso la realizzazione dei sogni. Perché quella strada inizia dentro di noi, non dalla maglietta che indossiamo, parte da un groviglio di sensi di colpa, di aspettative, di identità mancate e intrecciate al dovere prima che al diritto, inizia dove finisce la Sindrome dello Strofinaccio, inizia dalla convinzione che la felicità è un diritto che solo noi possiamo concederci e che la coppia e la famiglia possono essere solo l’espressione della nostra felicità, mai un ostacolo e una spugna passata sulla nostra identità.

Un femminismo rosa che prenda a braccetto il femminismo fucsia del marketing e dei brand, un femminismo intimo, allegro, beffardo, ma soprattutto un femminismo che tenda la mano a tutte le donne, proprio tutte, anche a quelle che si sentono troppo stanche o troppo pigre, troppo convenzionali o troppo ribelli, troppo intellettuali o troppo ignoranti, troppo giovani o troppo ribelli per definirsi femministe. Un femminismo che riparta da noi e che non misuri più i nostri diritti sul metro di quelli degli uomini, ma sul metro della nostra felicità personale e della nostra libertà di espressione.

 

 

 

Come sopravvivere agli hater

Decidere di scrivere un post sulle mamme dei maschi e poi pubblicarlo in un gruppo Facebook dedicato alle mamme è un po’ come cospargersi di miele ed entrare nella gabbia degli orsi. Ci si aspetta di essere criticate, che ti facciano presente che non sono mica tutte così o che anche le mamme delle femmine non scherzano. Quello che non mi aspettavo era che gli attacchi diventassero tanto personali e violenti. “Ma chi è questa?” è una delle cose più carine che mi hanno scritto, roba che subito dopo ti aspetti di leggere un “che l’aspetto sotto casa”…

Questa è  stata la prima cosa che non mi aspettavo.

La seconda è stato l’effetto che ha avuto su di me. Quando gestisci un blog che parla di femminismo rosa, alle critiche finisci per fare il callo, per forza. Se poi ogni tanto pubblichi i tuoi post nei gruppi femministi, dove come è noto rischi la vita se sbagli una desinenza, allora puoi dire di avere il master. Finora però non avevo mai suscitato tanta rabbia. Passo un sacco di tempo sui social, conosco troll e hater e so come bisognerebbe gestire una discussione. Eppure quella rabbia mi aveva piantato dentro un malessere inatteso, una sorta di timore misto a imbarazzo. Il timore di chi si accorge di essere finito nella posizione della vittima e l’imbarazzo di chi sa quanto sia assurdo prendersela tanto.

Come mai i commenti rabbiosi e gli attacchi in un luogo impersonale come Facebook arrivano tanto in profondità? E questo nonostante io non sia più una ragazzina e abbia una vita personale quasi del tutto scollegata dai social, a differenza delle adolescenti che si trovano in posizioni simili e che sui social hanno il riflesso della loro vita scolastica e sociale. Il mio primo pensiero, lo confesso, è andato al giornalista della BBC e a sua moglie, che avevano visto la propria casa e le figlie, ciò che di più privato esiste, diventare virale e oggetto di commenti poco lusinghieri. Poi ho cercato qualche risposta e qualche strumento utile per il futuro.

Era l’anonimato di quei commenti a renderli così disturbanti. Una forma di anonimato però ben diversa da quella delle telefonate anonime. Qui la persona che se la prendeva con me ci metteva la faccia e il nome, anche se la faccia poteva essere un campo di fiori (o il viso del figlio di pochi mesi) e il nome poteva essere fasullo (o un po’ spiazzante, come accade in quei profili di coppie inseparabili che scelgono di chiamarsi Famiglia Chiara e Mario Rossi, in cui mancano solo la suocera e il cane). È una forma di anonimato che ti obbliga a metterci del tuo, a esercitare la fantasia, a fare la tua parte riempiendo i buchi e colmando le lacune, il che significa che il risultato finale, così come si è formato nella tua testa, ti assomiglierà molto di più di quanto non ti assomigli quella persona nella vita reale. Avrà più a che fare con te. E ti arriverà molto più vicina, perché la maggior parte del lavoro l’hai già fatta tu.

La forza di quei commenti è anche la loro debolezza. In realtà sono commenti pigri, che richiedono uno sforzo minimo, neanche quello di alzare la cornetta e comporre il numero. Sono commenti vigliacchi e passeggeri, che spesso chi lascia dimentica pochi minuti dopo, a differenza di chi li legge. Nel giorno della querelle materna ho ricevuto anche molti messaggi privati solidali, alcune persone mi hanno ringraziato per aver sollevato la questione, eppure quando mi connettevo ai social non potevo fare a meno di provare una sorta di ansia, di disagio. Finché non ho capito che quei commenti non solo erano fragili, ma erano alimentati dal mio stesso disagio, proprio come la rabbia che li muoveva era alimentata dal loro. Non il disagio per quel che avevo scritto, sia chiaro, ma per il potere che avevo attribuito a quei commenti e  a quelle voci pigre e passeggere. È bastato parlarne, gridare che il re era nudo, perché il disagio svanisse.

I social sono il regno della condivisione, c’è chi arriva a condividere i propri segreti più intimi. La vergogna però non è un segreto facile da condividere, non è facile neanche parlarne. Eppure nell’istante in cui lo facciamo, come per magia, scompare.

Non è un problema solo adolescenziale, allora, ci riguarda tutti. Siamo saliti sulla macchina dei social come su un treno in corsa, senza preoccuparci di rallentare o di scoprire come manovrarlo. E senza capire che alla guida di quel treno c’eravamo noi. Il segreto contro gli hater non è bannare, non è neanche il silenzio, non basta. Il segreto è spegnere la loro voce nella nostra testa,  è riprendersi l’unico potere che hanno quei commenti, che è quello che gli abbiamo attribuito noi.