Come sopravvivere agli hater

Decidere di scrivere un post sulle mamme dei maschi e poi pubblicarlo in un gruppo Facebook dedicato alle mamme è un po’ come cospargersi di miele ed entrare nella gabbia degli orsi. Ci si aspetta di essere criticate, che ti facciano presente che non sono mica tutte così o che anche le mamme delle femmine non scherzano. Quello che non mi aspettavo era che gli attacchi diventassero tanto personali e violenti. “Ma chi è questa?” è una delle cose più carine che mi hanno scritto, roba che subito dopo ti aspetti di leggere un “che l’aspetto sotto casa”…

Questa è  stata la prima cosa che non mi aspettavo.

La seconda è stato l’effetto che ha avuto su di me. Quando gestisci un blog che parla di femminismo rosa, alle critiche finisci per fare il callo, per forza. Se poi ogni tanto pubblichi i tuoi post nei gruppi femministi, dove come è noto rischi la vita se sbagli una desinenza, allora puoi dire di avere il master. Finora però non avevo mai suscitato tanta rabbia. Passo un sacco di tempo sui social, conosco troll e hater e so come bisognerebbe gestire una discussione. Eppure quella rabbia mi aveva piantato dentro un malessere inatteso, una sorta di timore misto a imbarazzo. Il timore di chi si accorge di essere finito nella posizione della vittima e l’imbarazzo di chi sa quanto sia assurdo prendersela tanto.

Come mai i commenti rabbiosi e gli attacchi in un luogo impersonale come Facebook arrivano tanto in profondità? E questo nonostante io non sia più una ragazzina e abbia una vita personale quasi del tutto scollegata dai social, a differenza delle adolescenti che si trovano in posizioni simili e che sui social hanno il riflesso della loro vita scolastica e sociale. Il mio primo pensiero, lo confesso, è andato al giornalista della BBC e a sua moglie, che avevano visto la propria casa e le figlie, ciò che di più privato esiste, diventare virale e oggetto di commenti poco lusinghieri. Poi ho cercato qualche risposta e qualche strumento utile per il futuro.

Era l’anonimato di quei commenti a renderli così disturbanti. Una forma di anonimato però ben diversa da quella delle telefonate anonime. Qui la persona che se la prendeva con me ci metteva la faccia e il nome, anche se la faccia poteva essere un campo di fiori (o il viso del figlio di pochi mesi) e il nome poteva essere fasullo (o un po’ spiazzante, come accade in quei profili di coppie inseparabili che scelgono di chiamarsi Famiglia Chiara e Mario Rossi, in cui mancano solo la suocera e il cane). È una forma di anonimato che ti obbliga a metterci del tuo, a esercitare la fantasia, a fare la tua parte riempiendo i buchi e colmando le lacune, il che significa che il risultato finale, così come si è formato nella tua testa, ti assomiglierà molto di più di quanto non ti assomigli quella persona nella vita reale. Avrà più a che fare con te. E ti arriverà molto più vicina, perché la maggior parte del lavoro l’hai già fatta tu.

La forza di quei commenti è anche la loro debolezza. In realtà sono commenti pigri, che richiedono uno sforzo minimo, neanche quello di alzare la cornetta e comporre il numero. Sono commenti vigliacchi e passeggeri, che spesso chi lascia dimentica pochi minuti dopo, a differenza di chi li legge. Nel giorno della querelle materna ho ricevuto anche molti messaggi privati solidali, alcune persone mi hanno ringraziato per aver sollevato la questione, eppure quando mi connettevo ai social non potevo fare a meno di provare una sorta di ansia, di disagio. Finché non ho capito che quei commenti non solo erano fragili, ma erano alimentati dal mio stesso disagio, proprio come la rabbia che li muoveva era alimentata dal loro. Non il disagio per quel che avevo scritto, sia chiaro, ma per il potere che avevo attribuito a quei commenti e  a quelle voci pigre e passeggere. È bastato parlarne, gridare che il re era nudo, perché il disagio svanisse.

I social sono il regno della condivisione, c’è chi arriva a condividere i propri segreti più intimi. La vergogna però non è un segreto facile da condividere, non è facile neanche parlarne. Eppure nell’istante in cui lo facciamo, come per magia, scompare.

Non è un problema solo adolescenziale, allora, ci riguarda tutti. Siamo saliti sulla macchina dei social come su un treno in corsa, senza preoccuparci di rallentare o di scoprire come manovrarlo. E senza capire che alla guida di quel treno c’eravamo noi. Il segreto contro gli hater non è bannare, non è neanche il silenzio, non basta. Il segreto è spegnere la loro voce nella nostra testa,  è riprendersi l’unico potere che hanno quei commenti, che è quello che gli abbiamo attribuito noi.


Mamma, ti spiego come funzionano i social

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Foto Laser Burners (CC

Siamo dei dinosauri. Ammettiamolo. Siamo dei dinosauri nostalgici e testardi, convinti che il mondo non sia cambiato, che ci sia solo qualche interferenza nelle trasmissioni ogni tanto.

Insegniamo ai giovani come usare i social come tanti raccattapalle che spiegano a Nadal come tenere la racchetta da tennis. Tuoniamo contro i pericoli di Facebook mentre gli adolescenti corrono tutti a usare Snapchat e Instagram e WhatsApp, e scrivono stati che durano meno del battito d’ali di una farfalla e del tempo che ci vuole a noi per capire dove è finita l’icona di Messenger dopo l’ultimo aggiornamento.

Siamo un po’ patetici, ammettiamolo, quando ci ricordiamo a vicenda l’importanza di controllare i loro cellulari regolarmente, come se servisse davvero a qualcosa, come se non vedessimo solo quello che loro hanno deciso di farci vedere. Quando ci indigniamo perché i ragazzi seduti vicini si mandano messaggi su Whatsapp invece di parlare fra loro, quando critichiamo la mania dei selfies, ci preoccupiamo per la pericolosità delle chat e tuoniamo contro i videogiochi.

Forse la verità è che ci sentiamo esclusi, che ci fa paura non capirci più niente, essere lasciati indietro da un mondo che parla una lingua diversa che noi non faremo più in tempo a imparare, non bene come loro, almeno. Siamo spaesati, a differenza di loro, che a dieci anni sanno già perfettamente i nomi dei videogiochi che li spiano con una microcamera, si ricordano di oscurare la webcam e sanno montare un video nel tempo che a noi serve per dire “vediamo come si fa”. Siamo spaventati, perché proprio quando hanno più bisogno di noi in realtà non sappiamo da che parte cominciare e ci ritroviamo a dare consigli imbarazzanti come “non comunicare con gli estranei” (ma esistono ancora gli estranei, sui social?), “non farti scattare fotografie dai tuoi amici” (che a un’adolescente deve suonare come “per favore trattieni il respiro finché non rientri a casa”) e “mi raccomando tieniti sempre i vestiti addosso” (ahahah).

Certo che facciamo bene a preoccuparci e certo che qualche consiglio patetico è pur sempre meglio di niente, ma forse non dovremmo prenderci troppo sul serio, mentre li diamo. Forse sarebbe più utile sedersi di fianco a loro, mandare giù mezzo chilo d’orgoglio e chiedere “come funziona?”. Forse, invece di imporre regole e controllare cellulari, potremmo stare ad ascoltare di più ed essere disposti a imparare. O almeno provarci, mentre corriamo come tanti raccattapalle schivando i colpi di chi le regole del gioco le conosce davvero.

I “mi piace” non li ha mica inventati Zukky, e hanno sempre fatto miracoli. Forse dovremmo soltanto tornare a usarli di più. Perché saremo anche analfabeti social, ma il “like” di un genitore continua a valere molto di più di tutti i follower e i pollici alzati del mondo.

Tre ragioni per cui questo sarà l’anno del femminismo rosa

Foto Scott Savage (CC)
Foto Scott Savage (CC)

1. Perché le donne hanno nuovi strumenti per fare rete, le cerchie si allargano senza per questo perdere di compattezza e soprattutto assumono una dimensione globale e trasversale. Si entra in contatto con le persone più impensate, con cui fino a poco prima si sarebbe detto di non avere niente in comune. I gruppi si diversificano, si arricchiscono, si aprono a nuovi spunti e a nuove possibilità, a sovrapposizioni impreviste e innovatrici.

2. Perché i social hanno cambiato non solo il modo di comunicare ma il contenuto stesso. E una delle tante conseguenze è che siamo diventati capaci di accettare più registri e significati all’interno del singolo messaggio. Abbiamo imparato a una velocità sorprendentemente rapida a cercare il senso di un messaggio non più solo nel testo, ma negli emoticon, negli hashtag, nelle immagini che lo accompagnano. Questo permette anche di combattere sorridendo, di lottare proponendo un’immagine di sé più leggera senza perdere di credibilità. Ci ha resi pronti ad accettare quelle che un tempo erano contraddizioni, a cercare queste contraddizioni e inventare nuove combinazioni di significato. Come la forza nella fragilità di un pianto, la determinazione nel turbamento di un’emozione, la profondità nella spensieratezza.

3. Perché le emozioni sono diventate centrali, nel nostro modo di comunicare, nel marketing, nelle strategie informative dei grandi quotidiani, ovunque. Sono diventate uno strumento per smuovere le persone, per fare grandi campagne civili, per promuovere obiettivi importanti, anche sociali e civili. Il flashmob sulle note di Break the Chain, per esempio, ha avvicinato al tema della violenza contro le donne anche chi fino a quel momento si era tenuto in disparte.

Il femminismo rosa è un tassello in più nelle battaglie per i diritti delle donne, quello al diritto alla felicità senza sensi di colpa, a emozionarsi, a sognare, a trovare anche nei sogni più romantici la forza per le nostre lotte. Perché nessuno combatte come una donna che lo fa per amore. O per le altre donne. Ora è il momento di farlo per noi stesse.

Il social è rosa

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“Tanti auguri! Perché non ti regali un ebook? Ovviamente sto parlando di un bellissimo libro… il mio! Ne vuoi sapere di più?” (messaggio privato)

“Io mi sto leggendo, e voi?” (in bacheca, con foto dell’autore del post intento a leggere il proprio libro e una cinquantina di tag)

“Ciao! Ho appena scritto un libro e sono sicuro che ti interesserà, è proprio il tuo genere!” (messaggio privato)

Vediamo se indovinate che cos’hanno in comune questi tre messaggi… Sono stati tutti e tre scritti da uomini! È una costante, ormai verificata: se qualcuno ti piazza il suo libro in bacheca o fa avance letterarie in privato, 9,99 volte su 10 è un uomo.

Non sto dicendo che le donne non facciano spam, ci mancherebbe, lo fanno eccome, ma in tutt’altro modo. Le donne si intrufolano nei commenti ai post altrui, si autoinvitano in decine di gruppi, copertina del romanzo in bella vista, si autocitano. Ma si consigliano a vicenda, anche. Si aiutano. Si fanno promozione. Sono inarrestabili, certo, ma collaborative. Fanno rete, appunto.

Gli uomini no. Gli uomini quando devono parlare di sé invadono gli spazi altrui, e più sono privati più sembrano ringalluzzirsi. Sono pronta a scommettere che siano davvero convinti che io debba leggere il loro libro, che non possa farne a meno, che è impossibile che non finisca per amare follemente la loro scrittura.

Per quanto sembri assurdo, in questa parodia del rapporto amoroso ho trovato le chiavi di lettura di alcune degenerazioni dei comportamenti di coppia. La ferocia degli uomini respinti, gli abusi, la tracotanza. I palpeggiamenti in autobus non sono poi molto diversi da una foto di se stessi leggendo il proprio libro sbattuta nella mia bacheca. Il principio di fondo è molto simile: prendilo, lo so che ti piace, bellezza.

Ovviamente non tutti gli uomini sui social sono così, anzi, grazie al blog, curiosamente (considerato che è un blog femminista, sui generis, certo, ma pur sempre femminista), ne ho conosciuti di molto interessanti, collaborativi, oltre che intelligenti e cortesi. Una rarità, però, sui social, va detto.

In un post sul blog di Emma Books intitolato Il rosa è conservatore o progressista? rispondevo alla domanda concludendo che il rosa è social. Oggi sono convinta che sia vero anche l’inverso.

Perché gender o non gender, e con buona pace delle poche mosche bianche maschili che vale la pena di avere fra le proprie amicizie, la collaborazione, la condivisione, il chiacchiericcio sfrenato e indiscriminato sono un dono tutto nostro.

Il social è rosa, signori.

Voi farete anche gol, ogni tanto. Ma quando si tratta di fare rete, le donne non le batte nessuno.

Manuale di NON scrittura creativa/8

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Le emozioni sono la nuova frontiera della pornografia. L’ultimo modo rimasto per spogliarci, dopo aver già visto centimetri di pelle a sazietà. E le emozioni positive, la felicità, la speranza, la gioia improvvisa, arrivano perfino più in là di quelle negative, ormai abusate. Se non credete a me, date retta ai pubblicitari, che ci si sono buttati a capofitto, con spot che strizzano l’occhio ai reality, il bello della diretta aggiornato al ventunesimo secolo.

Le aspirazioni letterarie, come i sogni in generale, sono uno strumento particolarmente raffinato di invasione della privacy. Ma non è mica solo Masterpiece a mettere a nudo i sogni altrui fra sorrisetti condiscendenti, anzi, quasi sempre facciamo tutto da soli. Nell’epoca dei social il pudore è diventato anacronistico, quasi asociale. Ogni giorno ci si ritrova circondati dalla messa in scena del processo creativo altrui. Baricco scrive in diretta il proprio romanzo e la sensazione è quella di sbirciare nell’intimità della sua camera da letto, cosa di cui personalmente farei volentieri a meno.

Facebook è diventato una tabella di marcia per aspiranti scrittori, con statistiche accuratissime sul numero medio di pagine che possiamo scrivere al giorno, un occhio sempre puntato sui computer altrui. Conosciamo i volti dei personaggi prima ancora di trovarli sulla carta, la loro casa, sappiamo come si vestono e dove si troveranno, i luoghi in cui si muoveranno, il tutto fra confronti accesi e preoccupati circa le proprie fatiche di scrittore. E a poco a poco, nell’indifferenza generale, la scrittura perde la propria anima, si riduce a un susseguirsi di numeri, prestazioni, tempistiche, tutto si uniforma e si appiattisce, anche ciò che per definizione è individuale e irripetibile, come il processo creativo.

Non solo tendenzialmente non frega niente a nessuno di quante pagine abbiamo scritto oggi, di quante ne abbiamo cancellate, se abbiamo messo la parola fine o scritto un nuovo numero di capitolo nel nostro manoscritto. Non solo. Credo che ci sia qualcosa di impudico. Che sia sbagliato. Sbagliato come raccontare le emozioni dei vostri figli a loro insaputa (sto aspettando con ansia la vendetta dei futuri diciottenni, quando scopriranno di essere diventati virali mentre ballavano in pannolino insieme al gatto di casa). La vostra storia è innocente. Ha bisogno di silenzio e discrezione. E il vostro dovere è proteggerla.

Ecco allora che in questo improvviso affollamento di scrittori potrebbe essere utile affidare loro un nuovo compito, quello di custodi delle emozioni, del loro segreto. Nella speranza che aiuti a tracciare una linea fra storie e storytelling, fra le trame che nascono dove nascono le emozioni e l’atto di raccontare che si fa merchandising.

Riprendiamoci il silenzio, nel caos entusiasmante del digitale. Fra tante voci, lasciamo che la scrittura almeno cresca nel silenzio.

Ogni tanto, tacciamo.

Caccia allo Strega

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Da quando Nicola Lagioia ha vinto lo Strega, su Facebook stiamo assistendo a un curioso fenomeno: l’Antifascetta, la stroncatura senza cognizione di causa, lo strillo che si fa vanto della propria assenza di argomentazioni e della mancata lettura del libro. Il giudizio insomma espresso con la stessa faziosità, arbitrarietà e inventiva di una fascetta promozionale, solo di segno opposto.

Non mi riferisco soltanto ai post in cui ci si accanisce, di solito con un livore esagerato, contro qualche frase di La ferocia, prontamente estrapolata dal contesto ed esposta al pubblico ludibrio stile quiz: “chi riesce a capire il significato di questa frase?” Circola anche una foto in cui si riportano alcune righe con contorno di punti esclamativi, insieme all’accorata opinione di una cara “professoressa, di quelle che non ne fanno più così”, che segnala il paragrafo in questione “tra lo sconvolto e l’indignato”. E giù commenti altrettanto sconvolti e indignati, derisori nei migliori dei casi, volgari nei peggiori, sulla prosa di Lagioia.

Solo in un caso, trattandosi della pagina di una persona che stimo, ho deciso di dare la risposta al quiz e di dimostrare come le frasi in questione avessero un senso eccome, anzi, più di uno, a ben vedere. Ma il punto non è questo. Non spetta a me difendere la prosa di Nicola Lagioia (un susseguirsi di percorsi di significato nettissimi, secondo me, di una precisione chirurgica, e al tempo stesso incredibilmente sensoriali, in cui non c’è mai una parola di troppo), proprio come non spettava ai commentatori di Facebook distruggerla senza altro argomento che il “io non la capisco” e, inutile dirlo, senza aver letto il romanzo. Il punto è l’evolversi e il proliferare dell’eco. Ne ho parlato in L’eco di Eco: il messaggio nell’era dei social non è più il messaggio in sé, ma l’eco di quel messaggio. Non importa la fonte, non importa il contesto, importa quel ritaglio più o meno corrotto che riportiamo e che verrà a sua volta riportato, condiviso, commentato, perdendo ogni legame con la forma originaria, proprio come la frase di Lagioia ha perso ogni legame con il libro da cui è stata estrapolata.

Questi sfoghi inneggianti al rispetto della lingua italiana (che dovrebbe secondo qualcuno sporgere addirittura “denuncia per stalking”) da parte di chi non la sa evidentemente piegare alla propria volontà espressiva con la stessa violenza, abilità e ferocia di Lagioia, hanno qualcosa della caccia alla strega, nella loro ansia di distruggere ciò che si ignora e non si arriva a capire. Che si tratti dell’establishment letterario o delle tante strade che può prendere la lingua italiana.

Non c’è bisogno di scomodare la dotta ignoranza di Socrate, con grande sollievo di chi vuole essere rassicurato dalle cose semplici. Basta ricordarsi quel che ripetono le mamme a tavola: “Non si dice fa schifo, si dice non mi piace”. Anche sui social, a volte, la democrazia va a braccetto con la buona educazione.

L’eco di Eco

Photo by Steve Rotman, CC

Quando si parla di “legioni di imbecilli” probabilmente ci si sente tutti chiamati in causa, perché si scatena il finimondo.

E così ieri sui vituperati/amati/odiati/incompresi social network fioccavano i commenti sull’uscita di Umberto Eco all’università di Torino. Se ve la siete persa, ecco la parte più commentata e discussa: “Il fenomeno dei social network da un lato è positivo, perché permette alle persone di rimanere in contatto tra loro, ma dall’altro canto dà diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”. Il resto del discorso non ve lo riporto, primo perché non l’ho trovato da nessuna parte, e secondo perché confessatelo, che vi frega del resto del discorso? Il punto non è parlare di quello di cui gli altri hanno parlato?

No, non lo dico per fare polemica. Perché quello che non spiega Eco (e sì, mi vergogno un po’ a fare le pulci a Eco, ma in quanto imbecille nell’era dei social ho anch’io i miei privilegi) è che sui social non è quello che dice la gente che conta. Ma la sua eco. Curioso, no? Quando si dice, nomen omen.

Un tempo si diceva che il medium era il messaggio (e il massaggio), ora il messaggio non è più neanche questo, ora il messaggio è l’eco. Quel moltiplicarsi imprevedibile, che sfugge a ogni controllo perché è in mano alle legioni di cui sopra e anche a una buona dose di imprevisto e di caso (basti pensare che i primi commenti sono decisivi, per esempio, e decidono degli altri, in una rifrazione continua e inarrestabile del messaggio originario, ormai dimenticato). Quello che conta insomma non è il diritto di parola che, ehm, esisteva anche prima. A danneggiare la comunità non è chi esprime la propria opinione (altro diritto che, ehm, esisteva già), è la comunità stessa, nel momento in cui si fa eco di quel messaggio, bicchiere di vino o meno.

Non mi metterò a fare discorsi di semiotica con Umberto Eco (sono imbecille, ma non fino a questo punto), solo da umile frequentatrice del web sono convinta che finché continueremo ad applicare categorie superate a quel magma incontrollato e incontrollabile che sono i social e il digitale, sarà come cercare di acchiappare l’acqua con un retino. L’acqua resta fuori e dentro ci troviamo, che so, un pesce rosso. Un po’ quello che succede quando sui giornali leggiamo titoli come “l’ironia dei social” o troviamo citati Facebook e Twitter solo se c’è di mezzo qualche vicenda gossip e scandalistica. Il pesce rosso, appunto.

Non saranno le legioni di imbecilli di Eco, ma siamo comunque dalle parti dello scemo del villaggio. Globale o meno.